Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il desiderio, l'invidia e lo stupro.

Mar 072018

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Memoria d'infante

Da bambino cercavo di fissare a memoria i nomi dei sette re di Roma intronati dal giorno della violazione del sacro solco; ma la mia memoria, recalcitrante e piena di vaghezza sognante, dissolveva per magia i nomi della régia sequenza e mi lasciava ripetere come un ritornello, il primo e l'ultimo dei sette Re: Romolo...Romolo...e... Tarquinio il Superbo; poi, stufo dei re davo sfogo alla mia irrequietezza e correvo verso il campo, all'inseguimento di un pallone che non si lasciava prendere; i compagni più bravi ed esperti, lo nascondevano dietro i loro piedi, spostandolo avanti e indietro, a destra e a manca; e il mio piede arrivava sempre troppo tardi, anche solo per toccarlo; ma i miei due nomi del reame, ripetuti a cantilena, coronavano trionfanti l'esclusivo bottino di conoscenza storica. Dopo qualche giorno, un terzo silenziosamente s'incuneò nella régia tiritera; così, senza preavviso, mi son trovato a ripetere: Romolo che uccise Remo, Numa Pompilio,... e Tarquinio il Superbo!

Ora, con i potenti mezzi della rete, posso permettermi di elencarli tutti, come un sapientone:

  1. Romolo (che avrebbe regnato dal 753 a.C., anno della fondazione di Roma, al 713)
  2. Numa Pompilio (713-670)
  3. Tullo Ostilio (670-638)
  4. Anco Marzio (detto anche Anco Marcio, 638-616)
  5. Tarquinio Prisco (616-578)
  6. Servio Tullio (578-534)
  7. Tarquinio il Superbo (534-509)

Il mio interesse però, è per le relative storie ovvero per le due crisi che hanno portato alle "due fondazioni" sociali che hanno dato vita a due diverse ere storiche di Roma: quella Régia e quella Republicana; vale a dire: la storia dell'insediamento di Romolo e quella della fuga di Tarquinio il Superbo.

Lo stupro divino di Rea Silviaundefined

Dopo esser sfuggito alla distruzione di Troia insieme con alcuni compagni, Enea, al termine di un lungo peregrinare, sarebbe infine approdato sulle coste del Lazio, fondando la futura città di Lavinio. Il re degli Aborigeni, Latino, avrebbe stretto con Enea un’alleanza, cementata con il matrimonio tra l’eroe troiano e la figlia del re, Lavinia.

Quest’ultimo fatto avrebbe però scatenato l’ira di Turno, re dei Rutuli e promesso sposo di Lavinia, il quale, alleatosi con l’etrusco Mezenzio, avrebbe infine mosso guerra a Latino e ad Enea. Lo scontro, violentissimo, si sarebbe concluso con la morte di Turno e la vittoria dei Troiani-Aborigeni.

A seguito della morte di Latino, anche lui perito negli scontri, Enea avrebbe assunto il comando dei due popoli, che da quel momento si sarebbero comunemente chiamati Latini. Pochi anni dopo, morto Enea, il trono sarebbe passato nelle mani del figlio Ascanio, che avrebbe infine fondato la città di Alba Longa, su cui i suoi discendenti avrebbero regnato per sedici generazioni.

Amulio, fratello minore di Numitore, ultimo re di Alba Longa, desideroso di impossessarsi del trono, avrebbe ordito un complotto ai danni del re facendo uccidere il figlio e costringendo la figlia Rea Silvia a diventare una vergine vestale, impedendole così di dar vita a una successione legittima. Poco tempo dopo, tuttavia, Rea Silvia sarebbe rimasta incinta: secondo alcuni a seguito di uno stupro perpetrato da uno dei suoi corteggiatori, secondo altri per opera del dio Marte. Amulio, temendo che questo potesse intralciare i suoi piani, avrebbe fatto rinchiudere Rea Silvia e, dopo che ella ebbe dati alla luce una coppia di gemelli, Romolo e Remo, avrebbe ordinato alle sue guardie di condurre i bambini presso un’ansa del fiume Tevere e lì di abbandonarli al loro destino.

Scrive Tito Livio:  (Wikipedia)

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino.

Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra.

È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore. »

(Livio, I, 6-7 – traduzione di G. Reverdito).

La legenda alternativa

undefinedUna versione alternativa che si rifà a Plutarco, racconta che Romolo fece costruire sul solco (urvus, da cui la parola Urbs = città) tracciato con l'aratro, una cinta muraria, mettendovi a guardia Celere, cui impartì l'ordine di uccidere chiunque avesse osato scavalcarla. Purtroppo Remo non era venuto a conoscenza dell'ordine imposto dal fratello e quando si avvicinò alla cinta, notando quanto essa era bassa, la scavalcò con un salto. Il fedele Celere gli si avventò contro e lo trapassò con la spada. Romolo, saputo della disgrazia, ne rimase sconvolto, ma non osò piangere di fronte al suo popolo, essendo ormai un sovrano.

Faustolo, il pastore che li aveva allevati fu inumato presso l'allora Comizio, mentre Remo fu seppellito sull'Aventino in una località chiamata Remoria, in ricordo del quale ogni 9 maggio è celebrata una festa Remuria (o Lemuria) per ricordare i defunti come ci racconta Ovidio. Romolo diventava così il primo re di Roma.

 

 Ritornando ai sette nomi dei Re di Roma, sono convinto che i racconti legendari della fondazione  mi hanno aiutato a fissare il nome del primo re; ma, per quanto riguarda il nome dell'ultimo re, il ricordo rimase vivido per quell'aggettivo di rinforzo "il Superbo" che stimolava la fantasia "fanciulla" ad arroccarsi in un'icona regia magnifica e potente...e antipatica; eh sì, perchè gli etruschi a quei tempi erano descritti dagli insegnanti filo-romani come i cattivi nemici di Roma. Dunque Tarquinio il Superbo chiudeva il ciclo "regio" e apriva il nuovo ciclo della (Res publica Populi Romani).

 

Uno stupro regale di Lucrezia

L'episodio dello stupro di Lucrezia da cui scaturisce la rivolta popolare contro Tarquinio il Superbo, la fine del Regno e la conseguente fondazione della prima Res publica Populi Romani, non lo ricordavo affatto; - ero in un collegio di preti e certe cose non si potevano dire ai bambini -.

La passione per il teatro e l'analisi "girandiana" dell'opera di Shakespeare, mi ha portato ad approfondire l'episodio dello Stupro di Lucrezia, a cui Shakespeare si è ispirato per scrivere e mettere in scena la commedia "I due gentiluomini di Verona" e la tragedia del poemetto "Stupro di Lucrezia"; ovvero i primi due capitoli dell'opera di Renè Girard "Shakespeare - il teatro dell'invidia". Così, un racconto storico oscurato nei tempi bambini, trova tutto il suo spazio e dà nuova luce alla storia... non solo di Roma; una storia che, nella mia conoscenza, danzava tra il sacro solco violato, il Ratto delle Sabine e le coltellate assassine di Bruto e company a Giulio Cesare.

Il racconto

In rete, ho rapinato qua e là quanto scritto sull'argomento da penne-tastiere più o meno autorevoli e ne ho tratto il seguente racconto.

L'episodio storico riguardante la morte di Lucrezia, ci è stato tramandato da Tito Livio nella sua la versione sulla istituzione della Repubblica dopo il periodo monarchico dei famosi Sette Re di Roma.

Secondo lo storico, era in corso a Roma un assedio alla città di Ardea e, per non annoiarsi troppo, iundefined figli del re Tarquini il Superbo ed i nobili, durante la notte tornavano in città per controllare come passavano il tempo durante la loro assenza le loro donne.

Fra questi giovani c'era Collatino che, sicuro dell'onestà di sua moglie Lucrezia, portò con se alcuni amici ai quali aveva decantato le lodi della onesta e laboriosa moglie. Infatti, entrati nascostamente in casa, trovarono Lucrezia che filava la lana con le sue ancelle, mentre altre mogli stavano felicemente banchettando con altri uomini.

Fra gli amici di Collatino c'era il figlio del Re, Sesto Tarquinio che ne restò affascinato e preso dal desiderio di possederla. Alcuni giorni dopo, Tarquinio, all'insaputa del marito, tornò alla casa di Lucrezia, con un solo uomo di scorta e venne accolto con grande ospitalità.

Dopo cena, mentre tutti dormivano, si introdusse nella camera da letto di Lucrezia che, svegliata dal sonno tentò di respingerlo; ma l'uomo minacciò la donna con la spada dicendo che se non si fosse concessa, l'avrebbe uccisa con accanto il corpo mutilato di uno schiavo, e avrebbe sostenuto di averla colta in flagrante adulterio.

Lucrezia, per salvare il suo onore, fu costretta a cedere allo stupro del figlio del re Tarquinio; ma appena Sesto Tarquinio ripartì, Lucrezia inviò un messaggero a suo padre Spurio Lucrezio Tricipitino e uno al marito pregandoli di tornare da lei al più presto con un amico fidato perché era accaduta una grande sciagura.

 

Tito Livio racconta così il fatto (wikipedia):

" Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora le chiede: "Tutto bene?" Lei gli risponde: "Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l'onore?

Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che lo stupratore non rimarrà impunito.

Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo violenza in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui."

Uno dopo l'altro giurano tutti e cercano quindi di consolarla con questi argomenti:

- in primo luogo la colpa ricadeva solo sull'autore di quell'azione abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima;
- poi non è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l'intenzione, non si può parlare di colpa.

Ma lei replica:
"Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l'esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!"
Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre. »

Il marito Collatino, il padre e l'amico Lucio Giunio Bruto decisero di vendicarla, provocando e guidando una sommossa popolare che cacciò via i Tarquini da Roma e li costrinse a rifugiarsi in Etruria.

Così nacque la Res Publica Romana, i cui primi due Consoli furono proprio Lucio Tarquinio Collatino e Lucio Giunio Bruto, artefici della sollevazione contro quello che poi fu ricordato come l'ultimo re di Roma.

Lo stupro di Lucrezia e il suo suicidio sono diventati uno dei temi rappresentati nelle arti, soprattutto a partire dal XVI secolo.

Shakespeare - Il teatro dell'invidia

Shakespeare scrisse il poemetto tragico “Stupro di Lucrezia”, su cui René Girard sviluppa la sua analisi antropologica, secondo le dinamiche del desiderio mimetico; il capitolo II dell'opera di Girard: SHAKESPEARE - IL TEATRO DELL'INVIDIA", titola: L’INVIDIA DI UN TESORO COSÌ RICCO”; in entrambi i titoli (libro e capitolo), la parola “invidia” fa bella mostra di sè; e sarà l'invidia, infatti, la chiave di lettura illuminante di tutta l'analisi girardiana.

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Lo strupro come violenza in atto e l'invidia come desiderio movente costituiscono l'argomento comune tra la tragedia del poemetto e la comicità della commedia; quest'ultima infatti, mette in scena il tentato stupro di Silvia, (la donna amata Valentino), da parte di Proteo, amico fraterno di Valentino.

Dopo questa breve e personale premessa sulla relazione tra le due opere shakespeariane, nell'incipit del capitolo Girard scrive:

“Lungi dall’essere una mania passeggera del giovane Shakespeare, il desiderio mimetico è ciò che struttura i rapporti umani non solo nelle sue opere teatrali, ma anche nello Stupro di Lucrezia, un poemetto pubblicato nel 1594, lo stesso anno in cui, secondo la maggior parte degli studiosi, egli scrisse I due gentiluomini di Verona”.

Lette queste poche righe, il mio pensiero si è arpionato nella convinzione che la tesi di Renè Girard, scevra da psicologismi oscuri, consunti e nascosti, e comunque insufficienti a spiegare l'efferatezza bestiale di uno stupro, carica tutto il peso distruttivo della violenza, sull'invidia; cioè sul desiderio di possesso della femmina da parte del maschio; un rabbioso desiderio per conquistare la supremazia sul rivale invidiato, il suo idolo e mediatore, il amico fraterno. Il maschio violentatore Proteo vuole essere Valentino.

Per Girard-Shakespeare, l'invidia (desiderio mimetico) è la base su cui si strutturano tutti i rapporti dell'umana commedia.

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