Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Pagine su Dante - 1

Mar 252021

Dante e la filosofia cattolica (A. F. OZANAM)

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Dante nelle Sale di Raffaello (Ozanam)

Chi, giunto alla meta d’un pellegrinaggio lungamente nel pensiero vagheggiato, visita Roma ed ascende col fremito d’una pietosa curiosità la grande scalea del Vaticano, girato c’abbia lo sguardo sulle meraviglie di tutte le età e di tutti i paesi del mondo, raccolte quasi ad ospizio in quel magnifico plagio, si avviene in luogo che può dirsi santuario dell’arte cristiana, nelle Sale di Raffaello. 

In una serie di affreschi storici e simbolici vi delineò quel pittore le glorie e i benefici del “Cattolicesimo”. Sia per la bellezza assoluta dell’argomento, sia per la felice esecuzione, in uno di quegli affreschi l’occhio si posa maggiormente ammirato.

Raffigurasi in esso il Santo Sacramento sopra di un altare eretto tra il cielo e la terra; il cielo, che s’apre, e di mezzo al suo splendore lascia vedere la divina Trinità, gli angeli e i santi; la terra, ed ivi un grande altare a cui fa corona una numerosa assemblea di pontefici e di dottori della Chiesa. 

Tra i gruppi che formano l’assemblea, emerge distinta una figura notabile per la singolarità della sua espressione, con la testa non già recinta di tiara o di mitra, ma di una ghirlanda d’alloro, nobile a un tratto ed austera, né punto indegna di tale compagnia. Ove ben le si ponga mente, si ravvisa in essa Dante Alighieri.

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Allora ne viene spontanea la domanda, per quale diritto l'immagine di tale personaggio fosse introdotta tra quelle de' venerabili testimoni della fede, da un pittore avvezzo alla scrupolosa osservanza delle tradizioni liturgiche, sotto l'occhio stesso dei Pontefici, nel seno della sede della ortodossia. 

Nè troppo difficile è la risposta, la quale si offre nella considerazione degli onori quasi religiosi tributati da tutta Italia alla memoria di quest'uomo, e che in lui rivelano più che un poeta.

I pastori nei dintorni di Aquileia additano ancora oggidì in riva al Tolmino una rupe che essi dicono il seggio di Dante, dove ben espresso egli venne a ruminare i pensieri dell'esilio. A Verona siamo innanzi tutto condotti alla chiesa di S. Elena, dove pellegrino indugiavasi a difendere una publica tesi. All'ombra delle selvagge montagne di Gubbio, in un monastero di Camaldolesi, il busto di lui fedelmente conservato, ci ricorda ch'ei vi passò qualche mese nella solitudine e nel riposo.

Ma Firenze innanzi l'altre città ha circondato di un culto espiatorio checché avanza di lui, la casa che lo riparava, la pietra ancora dove egli soleva sedersi; e gli decretò una maniera di apoteosi, raffigurandolo per opera di Giotto, in veste trionfale, colla fronte incoronata, sotto di un portico della chiesa metropolitana, e quasi tra i santi tutelari della città.

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Giotto - Ritratto di Dante

 

Influenza della poetica di Dante (Ozanam)

Gli ingegni più splendidi dell'Italia si abbassano dinanzi a questo grande ingegno fratello lor primogenito, e maggiore di loro: il Boccaccio, i Villani, Marsilio Ficino, Paolo Giovio, il Varchi, Il Gravina, il Tiraboschi salutarono Dante col nome di filosofo. E il giudizio universale formulandosi in un verso passato in adagio, lo ha proclamato il dottore delle divine verità, e il sapiente a cui nessuno delle umane cose era ignota: Theologus Dantes, nullius dogmatis expers.

A queste onorevoli voci rispose l'eco d'oltr'Alpi. Uno tra i primi traduttori francesi della Divina Commedia così favellava nella dedica ad Enrico IV: "Sire, io non tenerei affermare che questo sublime poema non deve per alcun modo collocarsi nel numero di molte composizioni che il divino Platone raffrontava agli orti del vago Adone, che d'improvviso e in un giorno solo sorti alla luce disseccano e muojono incontamente; in questo nobile poema egli si manifesta eccellente poema egli si manifesta eccellente poeta, profondo filosofo, e giudizioso teologo". (Abate Grangier)

La critica tedesca ha porta eguale sentenza. Il Brukero riconosceva in Dante "il primo tra i moderni, presso di cui le muse platoniche , esuli da settecento anni, aveano trovato un asilo; pensatore non secondo ai più chiari tra i suoi contemporanei; sapiente degno d'essere annoverato tra i riformatori della filosofia." (Brukner) 

Ma siffatta è tra di noi, pellegrine creature che siamo, l'impotenza delle memorie, e la breve durata della gloria, che a mala pena di coloro per cui più venne d'onore all'antichità, ci arriva alla fine di alcuni secoli altra cosa che il nome. E questo, come avviene, il più delle volte passa alla immortalità, la mercè d'una ammirazione tradizionale ed ignara, somigliante al delfino della favola, che senza avvedersene portava traverso i mari ora un beffardo uccello, ed ora un poeta delle note divine. 

Se per questi oziosi tributi della posterità avvantaggiano talora personaggi di scarso merito, più frequente è lo scapito che ne ricevono i sommi. Pare che alla giustizia siasi soddisfatto con un tributo di lodi volgari, mentre i loro titoli più preziosi restano ancora nella polvere ignorati. Che se di un tratto potessero sollevare la pietra delle loro tombe, non sappiamo quale sentimento più li agiterebbe, se lo sdegno di vedersi disconosciuti, o l'orgoglio di essere segno a tanti omaggi quantunque si abbia si poca conoscenza di loro.

Dante sperimentò queste singolari vicende dell'umana gloria. L'opera tanto sudata e tanto prediletta, alla quale fece sacrificio della sua vita, e per cui vinse la morte, la Divina Commedia, ci pervenne dopo il lasso di sei secoli, perdendo della sua virtù filosofica, nel che forse sta il suo merito principale.

Tra le persone che di colte hanno nome molte non conoscono dell'intero Poema che l'Inferno, e di questo l'Inscrizione della Porta, e la morte di Ugolino. E il cantore dei dolori noverati nel Purgatorio, e delle raggianti visioni del Paradiso, appare loro come una malaugurosa figura, come un altro spauracchio tra quelle tenebre favolose del secolo XIII già popolate di tanti fantasmi.

Altri più illuminati non adoperarono con più giustizia verso di lui. Così Voltaire vede soltanto nella Divina Comedia, "un'opera bizzarra, ma splendida di naturali bellezze, dove l'autore si eleva nelle diverse parti al di sopra del cattivo gusto del suo tempo e del suo argomento". 

Se i critici d'oggidì si volsero a quella lettura con disposizioni più sode, alcuni non vi trovarono che una inspirazione piamente erotica, altri una rivelazione politica dettata dallo spirito di vendetta. Per essi i moltissimi luoghi dogmatici non sono altro a così dire, che la vegetazione d'uno spirito troppo fecondo, quasi la gramigna della scienza contemporanea, che metteva dappertutto le sue radici.

Infine gli storici della filosofia, rivendicando ciò che in quella vasta composizione ad essa appartiene, si accontentarono di stabilire la tesi senza entrare nella controversia dando a credere che non apprezzarono l'importanza della soluzione. E però ad essi, alle intelligenze pensanti, sottratte al contagio dell'errore, appellavasi il vecchio poeta quando nell'interrompere i suoi racconti, tristemente pensava a coloro che non lo avrebbero compreso; e d'una voce nobilmente supplichevole usciva a dire:

O voi, ch'avete gl'intelletti sani, 
Mirate la dottrina che s'ascende
Sotto 'l velame de li versi strani! 

(Inferno canto IX, terz. 21)

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Dante - (Raffaello)

 

 

 

 

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