Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

La valigia (monologo)

Aug 072019

La valigia

 di

Giuliana Mangione

 

 

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L’hai riempita mesi fa, dicendo che ci avevi messo tutti i momenti belli vissuti assieme. Hai riempito quella maledetta valigia e sorridevi Mi hai detto che in questo viaggio volevi portare con te tutte le cose belle che la vita ti aveva donato.

Il nostro primo bacio, in quel cinemetto di periferia, la nostra prima notte d’amore che poi è stata la nostra prima notte di nozze, la nascita del nostro primo figlio, lo stupore nel vedere la perfezione di quell’esserino appena nato; il nostro secondo figlio, quello che è rimasto sempre il piccolo di casa.

Sei andato avanti ad elencarmi tutta una serie di eventi che già conoscevo, ho pensato ad una delle tue solite stranezze, quelle che in fondo mi hanno fatta ridere per quarant’anni!


Ed ora mi vieni a dire che devi partire, che devi partire senza di me! Dopo tutto questo tempo insieme, te ne vuoi andare senza di me! Continui a ribadire che questo viaggio lo devi fare da solo! Ma io non voglio restare qui senza di te. Che ci faccio da sola in questa grande casa? Eh dimmelo, spiegami perché io dovrei rimanere qui! Io non voglio che tu mi lasci, ti prego portami con te. Ma tu non rispondi, hai lo sguardo triste e continui a dire no con la testa. Ti odio, lo capisci ti ODIO!


Il tuo unico e solo tradimento. Questo: andare via e lasciarmi sola. Piango, singhiozzo, poi sento la voce di nostro figlio, il piccolo di casa, che mi dice:

- Mamma, è stanco lascialo andare.-


Lasciarlo andare? Fai presto tu a parlare; tanto appena lui sarà partito, tu non farai altro che tornartene a casa tua, tra le braccia della tua donna, a dire: – sai papà se ne è andato.-

Ed io? Cosa farò io?!


Poi ti guardo. Ti vedo, sì sei stanco, tanto stanco.

Ed allora decido, decido di lasciarti andare. Sento la flebile stretta della tua mano, mi avvicino al tuo volto e ti sussurro:

- vai amore mio vai -

e dopo tanto tempo ti vedo sorridere.

La valigia - bisbigli - la valigia! -

- Si amore, eccola, eccola qui, vicino a te. -


Sussurri un grazie, poi chiudi gli occhi.

Dico - Addio amore -


Ma tu rispondi:

non addio, arrivederci -.

Spero che tu abbia ragione; ed io che ho negato sempre Dio, prego perché mi lasci un posto… accanto al tuo.

 

note:

(*) tratto da "La tensione di Eva" - Sguardi di donne inquiete - Youcanprint

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Il Bagnasciuga

Jul 252019

di Matteo Frasca

 

Ciao mammà,
undefinedmi chiedo, da questo insolito palcoscenico, l’ultimo che almeno da queste parti siamo in grado di testimoniare, cosa racconterò a mio figlio, tuo nipote, di te.

Gli parlerò della tua invidiabile ironia, spregiudicatezza, dei tuoi capricci, del tuo amore per le storie? Del tuo essere tanto curiosa della vita degli altri, così che da piccola venivi chiamata “la portinaia?”, atteggiamento questo che tua nipote Adele, sembra proprio aver ereditato da te.

Forse sì.

O forse comincerò con narrargli la storia di una bambina cresciuta troppo in fretta.

Mi ricordo che quando avevo dodici anni, vidi in un filmetto Super 8 una ragazzina che giocava sul bagnasciuga, illuminata dal sole, che sorrideva mentre guardava l’obiettivo.

Io ti chiesi, attonito:


- Ma allora sei stata ragazzina pure tu? -


E tu, un po’ ironica e un po’ infastidita mi hai risposto:


- Eccerto fijolo, che te sei messo in testa? C’ho avuto pure io un po’ de vita mia, prima de te! -

Ecco sì allora comincerò da questo, dalla tua strenua battaglia nel cercare di proteggerti da sola come una ragazzina, che voleva fare tante cose e tante cose ha fatto, dentro la donna che presto saresti e sei diventata.

Diciamo che tua nonna, il suo nemico lo sistemò subito. Era un malloppo di sensazioni che le si conficcava tra il cuore e la testa, che le dava un senso di oppressione, di ansia, di insofferenza, di inquietudine troppo grande.

Andò da uno stregone e si fece dare una capsula lunga, che doveva accendere e aspirare, per far passare tutto. E in questo modo avrebbe potuto fare quasi tutto quello che desiderava.

Il problema era che questo malloppo si presentava frequentemente durante il giorno e quindi frequentemente doveva aspirare. Col tempo si sarebbe tanto indebolita. Ma lei non lo sapeva. O comunque non era affare nostro o di chi le volesse bene. Questo era il prezzo da pagare per poter vivere la sua vita, senza mai chiedere aiuto a nessuno.

Però così realizzò diversi sogni.

Innanzitutto trovò prestissimo il suo principe azzurro, anzi un po’ più scuro, olivastro di pelle: un bel principe nero, che è poi tuo nonno: il principe che le sarebbe stato accanto fino alla fine. Però come succede in tutte le favole moderne, era lei che “comandava” il suo principe.

Poi tua nonna fece due figli bellissimi, io e tuo zio. Giocò tanto con loro, li allevò e presto li lasciò andare per il mondo: tanto si accorse che avevano le idee abbastanza chiare e se la sarebbero cavata.

E intanto, come ti ho detto all’inizio, continuava ad aspirare quella capsula e a sperare di fare molte altre cose.

Lavorò tanto. Poi smise.

Per lei, per quella ragazzina da proteggere, era tempo di nuovo di giocare e andare a scuola. Spinta anche dal suo principe, fece tanti corsi di teatro, imparò a vivere tante vite diverse, e si creò un bel gruppo di amichette e amichetti.

E nello stesso periodo, amante del sapore delle cose buone, fece molti corsi di cucina, imparò a servire piatti belli e gustosi, principalmente per la sua famiglia e per gli amici.

E poi leggeva tanto, dipingeva e scriveva.

In modo del tutto singolare amava il suo principe, i suoi figli, fratelli, sorelle, nipoti, cugini, zii, nuore, amiche, amici, i genitori fragili e smemorati, gatti, cani, volatili, tramonti, e tutti i paesaggi. Spesso trovava il modo di crearne le voci e farne indelebili ritratti, ironici e qualche volta amari.

Si faceva amare tua nonna e a volte detestare, in tutti i suoi capricci; si faceva amare in modo del tutto originale.

E naturalmente per fare tutto questo continuò sempre ad aspirare dalla capsula e a sperare di vivere ancora e ancora.

Ma a forza di aspirare si ammalò. Le sue energie diminuirono a poco a poco. Il suo corpo non resse. I suoi sorrisi rimasero però, fino alla fine.

Per quanto attraverso il teatro e la letteratura avesse imparato a vivere tante vite, ne aveva una sola. E quella si concluse, qualche mese prima della tua nascita.

 

Tra le tante vite, una la donò a me, che sono diventato tuo padre. Ma di nonna abbiamo un sacco di cose, tante storie e poesie da condividere.

Pensa una di queste poesie è ispirata a Cecco Angiolieri, grande poeta, ed è l’elogio del poter diventare quello che ci sentiamo di essere, con il diritto di cambiare, sempre, abitandola questa vita meravigliosa, nei suoi infiniti bagnasciuga.

Si intitola Un angolo nascosto* e fa così:

Se fossi un gatto
un cane oppure un ratto,
cercherei un angolino tutto mio
dove nascondermi da tutti, anche da Dio.

Se fossi un ratto,
un cane oppure un gatto,
cercherei un posto ben lontano,
dove nessuno possa giungere con mano.

Se al contrario fossi un usignolo
potrei cantare sublimi melodie,
perdermi nel buio, prendendo il volo
nascosto nel silenzio delle stelle,
complici d’essere,
complici anche quelle.

Se invece poi fossi un panda rosa
nascondermi vorrei dentro una sposa,
come un figlio nel grembo della madre
da cui non vuole uscire,
da cui non vuol tornare.

Se fossi donna
il mondo intero vorrei poter amare
senza celare paure ed emozioni,
senza cercare angoli nascosti
dove poter esprimere mille sensazioni.

 

* Poesia tratta da "La Tensione di Eva" di Giuliana Mangione - Youcanprint

 

Il commiato della teatrante

Jul 192019

A mia moglie

Giuliana Mangione

(27 novembre 1957 - 15 luglio 2019)

 

in occasione della sua ultima performance sul palcoscenico del mondo

scritta e letta da Fabrizio Catarci

Pulpito della chiesa di San Giorgio di Oriolo Romano (VT) - 17 luglio 2019

 

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Ah regà ve sto a immaginà
state a piagne eh? embè ce credo
So' venuta a mancà io, la regina della festa

Quella fatta con l’acido del sarcasmo
con l’inchiostro simpatico delle battute a doppio fondo

Quella di un certo qualsivoglia …no?

Quella che prima l’arte e poi tutto il resto
Quella che famo er teatro pe’ a‘nà a magnà dopo lo spettacolo

Quella che, a Rosà e daje… e su bello de casa
Quella che mo Matteo sta a fa questo sta a fa quest'altro
invece Luca, e chi lo sà ‘ndo sta, me sa in Africa.

Quella che, si l’altro giorno Matteo stava discutendo con un tipo
cercanno de fa' prevalere le sue idee contro la violenza;
quella che Luca j’ha menato subito.

Quella che, a Fabrì oggi me sei quasi piaciuto come attore
diciamo che sei mejo come regista, ma solo se ce sto
io a recità con te, se no ‘ndo vai.

Quella che stasera vieni a cena! Tanto cucina Rosario e nun portà più la viennetta

Quella che se te serviva un pezzo de core
te lo faceva trovà incartato senza che je lo chiedessi

Quella che, nun credo a niente
poi, osa' se Dio ce sta, te pare che nun me chiama a
fa er provino come cherubino; e se me dice
te faremo sapere, je rispondo che so' raccomandata
da Rosario.

Quella che riusciva a scherzà con la morte
con l’incoscienza di un bambino e la purezza de chi
c’ha un’anima appesa a stende ar sole
profumata de bucato, e di fior de campo,
che ondeggia al vento tiepido della primavera.

Quella che, fateme un regalo, fatelo per me, ridete
più omaggio di questo non c’è.

(Fabrizio Catarci)

 

Il trionfo di Giuliana Mangione sul palcoscenico del mondo:

con amore e nient'altro

 

 

GRAZIE GIULY

Marianne

Jun 222019

DUE

di Irene Nemirovsky

 

Trama: La storia si dipana nell'arco di tempo che va dal 1920 al 1933.

Tramite amici comuni, Antoine Carmontel e Marianne Segré si incontrano la notte di Pasqua del 1920, e si innamorano. La relazione viene vissuta però in modi diversi dai due componenti della coppia: se Antoine la vive senza troppo impegno (mentre frequenta Marianne, ogni tanto incontra anche la più matura Nicole), Marianne vi si affida con trasporto e apprensione.

Sentendosi maltrattata, la ragazza comincia a perdere le speranze e lentamente sembra dimenticarlo. Dopo di storie, amori e tradimenti, che avvengono nell'entourage della coppia; e che li vedono in qualche modo spettatori, Marianne e Antoine si ritrovano e decidono di sposarsi, comunque consumati e gravati dal proprio carico esistenziale. Il loro sarà un matrimonio fecondo (dalla loro unione nasceranno tre bambini) ma ormai privo di amore. Di conseguenza, entrambi si inoltrano nelle vie dell'adulterio in una rassegnata ricerca di se stessi.

Marianne intraprende una relazione con Dominique, ex fidanzato dell'amica Solange, ora sposato e padre. Antoine (che nel frattempo ha rilevato una ditta che produce impasti per le cartiere) inizia invece a frequentare Evelyne, sorella minore di Marianne: quando la relazione tra i due giunge al capolinea, la ragazza si suicida ingerendo una dose letale di barbiturici.

Antoine patirà il colpo e Marianne, pur non amandolo più, lascia l'amante per assisterlo. I due continueranno a vivere l'uno a fianco dell'altra, senza più amore, ma resi invulnerabili dai tanti anni di convivenza. (da Wikipedia)

 

 Al capitolo 9 siamo ancora nella fase prematrimoniale della storia e l'autrice descrive lo stato d'animo di Marianne:

 

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Com’era fragile il legame che li univa! Lei non aveva alcun ascendente su di lui, e lui era così volubile, così sfuggente, così inafferrabile! Così libero, santo cielo! "Maledetta libertà maschile" - pensava Marianne - "sei la mia peggior nemica".

Ah, trattenerlo, tenerlo stretto, imprigionarlo! Sposarlo, insomma! Solo questo le avrebbe dato la pace. Addormentarsi al suo fianco sapendo di ritrovarlo ancora li al mattino. Vederlo partire per un viaggio ed essere sicura che sarebbe tornato "a casa", accanto a lei...

Avere il diritto di chiedergli: "Ma dove andate? Quando tornate?" Volubile, infedele, che cosa importava se lui era sempre li, stabilmente? Le sembrava che così si sarebbe liberata dell’amore che aveva per lui. Non subire più i suoi giudizi aspri e arroganti... Dire senza paura: "Ma insomma, perché? Spiegatemi dunque… "


Dormire insieme. Ah, non solo andare a letto, ma dormire! "Quello che ci manca é vivere insieme" pensava. "Niente, nessuna intimità fisica é paragonabile al sonno nello stesso letto, notte dopo notte e non per un’ora. ..".

 undefinedC’é poi la descrizione della sottile consapevolezza di una latente maturità, quando allo specchio vede la minacciosa comparsa di impercettibili segni di future rughe:

 

 Quel momento in cui, all’improvviso, una donna non si sente più sicura di restare eternamente giovane non assomiglia a un pensiero. Non é neppure un istinto. Ancora non si vive nel timore.

É come se ci si ricordasse di qualcosa. Quando passava per strada, quando lanciava tutt’intorno gli sguardi trionfanti, insolenti, della gioventù in fiore, e incrociava una donna matura, in la con gli anni, leggeva chiaramente su quel volto triste: "Anche tu. .. anche tu.. un giorno.. ". E quel giorno si avvicinava. Era qualcosa che sarebbe puntualmente accaduto. A lei come alle altre.

Adesso capiva il vero significato della frase: "Mi ha resa donna...".
Si, donna. .. Capace non solo di provar piacere ma anche dolore. Maturata non solo nella carne - quello era niente -. Ma anche nell’anima.

 

e termina il capitolo con una frase emblematica sulla donna matura:

 

"Sapeva di essere diventata totalmente vulnerabile, esposta ormai a tutti i possibili tormenti."

 

Traspare in questo capitolo un concetto di donna molto chiaro. Inizia con le inquietudini e le insicurezze adolescenziali o giovanili fino ad arrivare al conflitto interiore della donna matura, divenuta ormai vulnerabile nella sua aprioristica solitudine, esposta a tutti i possibili tormenti.

 

Una vulnerabilità data dall'eterno conflitto tra il desiderio di un Amante e la sicurezza coniugale di uno Sposo, anche nell'infedeltà.

Quanta fragilità, quanta tenerezza suscita questo capitolo di "Due" di Irene Nemirovsky.

Ricorda senz'altro il dramma con esito tragico di Anna Karenina ma qui, in Marianne di Nemirovsky,
c'è più consapevolezza della propria fragilità; mentre in Anna Karenina,
c'è l'orgoglio che soffoca qualsiasi razionalità.

Tanto che, forse, Marianne di "Due" può essere paragonata più alla remissiva cognata di Anna che non ad Anna stessa;

la cognata è infatti una donna che accetta la mortificazione della propria femminilità piuttosto che rinunciare alla "sicurezza" coniugale e materna.

Ma c'è di più in Marianne; non solo rassegnazione: c'è la sottomissione mortificante ai desideri, ai capricci e alla volontà dell'Amante.

C'è la volontà di sposarLo vissuta come necessità; c'è la volontà di esserle sottomessa pur di averLo vicino, di essere protetta nella stretta di un Suo abbraccio, di dormire nello stesso letto;

di essere Sua completamente, pensando così di "liberarsi dell'Amore che aveva per Lui";

di essere, insomma, tutta Sua, anche nell'infedeltà; cosa importava se Lui era lì, stabilmente?

L'annullamento totale della sua personalità tra le braccia dell'Amante;

il suo abbandono, il suo "naufragar m'è dolce in questo abbraccio".

 

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Questa è la donna che Irene Nemirovsky ci descrive in Marianne:

una donna annullata, morta a sé stessa, in completa balia dell'Amante.

 

 

Per chi vuole approfondire:

Discussione gruppo di lettura, Irene Nemirovky, DUE

Grand désir

May 282019

 

Grand Désir

 

 Beethoven, sordo, dirige l'esecuzione del suo "Inno alla gioia"

 

La percezione dell'opera d'arte

- In questa scena è mirabilmente rappresentata l'unità creativa di un'opera d'arte senza tempo. La musica contiene il mistero della creazione: un mistero che va oltre la distinzione dei sensi con i quali la percepiamo. Il video restituisce allo spettatore un "Inno alla gioia" veicolato nei sensi propri della percezione di un'esecuzione musicale: l'udito e la vista; il filmato, però, amplifica tale percezione  fino a risvegliare un terzo senso, il tatto, che si manifesta in quella increspatura epidermica che chiamiamo "pelle d'oca".

Il coinvolgimento dello spettatore va oltre oltre la distinzione del percettibile: la scena si espande, si allarga; e la regia inserisce elementi, esterni che contestualizzano l'esecuzione e rafforzano la percezione dello spettatore; il quale, investito da tali elementi, si sente partecipe di un'umanità in ascolto e naufraga fluttuando nell'eterno giubilo, a tu per tu con quell'entità divina che lo sovrasta e lo giustifica. Gli elementi esterni della messa in scena filmica, sostituiscono gli elementi esterni dell'ascolto dal vivo, ricreando in video le sensazioni emozionali da "pelle d'oca", come quelle che si provano nella realtà di una platea d'ascolto.

L'opera letteraria

- Anche nell'opera letteraria la “creatività" assurge al divino e ricrea meccanismi di coinvolgimento destinati a rafforzare le sensazioni emotive del lettore. Nel romanzo di Cervantes, il protagonista, Don Chisciotte, guarda al suo modello pseudo-divino, Amadigi, per imitarlo nella perfezione dell'arte della cavalleria; l'autore, Cervantes, guarda agli autori del passato, Omero e Virgilio, divinizzandoli e prendendoli a modello per imitarli nell’arte del racconto; il lettore critico, Girard, guarda anch'esso ai lettori critici del passato, Aristotele, per imitarlo nell’arte della critica (poetica);... e così via, fino all'eterno, imperscrutabile e inconoscibile.

Inserendomi in quest’ottica, ho preso spunto per raccontare il desiderio triangolare di Renè Girard, applicandolo alle diverse situazioni e ai diversi livelli rappresentati nell'opera: il personaggio, l'autore, il lettore critico.

Le riflessioni che seguono il racconto-prologo, sviluppate secondo il triangolo mimetico girardiano, mi hanno aiutato a immaginare l'origine e a comprendere la genesi di quei sentimenti umani che caratterizzano la vita di relazione dell'homo sapiens nella realtà del suo vivere quotidiano.

 

Il sogno

(racconto-prologo)

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L'immaginazione fantastica di don Chisciotte
continua a dare lezioni di poesia alla storia

Il desiderio

Una notte stellata di tanto tempo fa, quando ancora ero una splendida femmina e il mio nome era Sidera, mentre vagavo con le altre stelle per i sentieri nebulosi della via lattea, sono incappato improvvisamente nel campo di attrazione fortissimo e irresistibile di un buco nero; quella forza irresistibile mi ha proiettato nello spazio a una velocità pazzesca - (quasi come fossi un proiettile) -  e, solcando il buio universale, con la mia luce sottile e fulminea, ho lasciato, per un attimo infinito, la scia luminosa di stella cadente, per la realizzazione dei desideri di qualcuno. Da quel momento tutti mi chiamavano de-sidera; ma quella folle corsa, con un soffio di virilità, trasformò il mio sesso: dal suadente e femminile De-sidera, al virile e maschile De-siderio. Ora il mio nome è Desiderio.

La mia folle corsa finì sul pianeta terra, che stella non è; mi sono ritrovato spiattellato nel bel mezzo di un romanzo, in una tranquilla e situazione di bivacco campestre in cui uno strano cavaliere parlava infervorato al suo scudiero. Nel volteggio veloce di qualche pagina scoprii che Don Chisciotte della Mancia era il nome del cavaliere e Sancho Panza, quello del suo scudiero.

 

1 - A tu per tu con l'eroe

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Mi divincolo nella situazione campestre e mi ritrovo a tu per tu il cavaliere che dinoccolondosi nella sua veste da atteggione romantico eloquisce:

"Quando un pittore vuol diventare famoso nella sua arte, cerca di imitare le opere originali dei più eccellenti maestri che conosce;

Le parole "arte" e "imitare" stimolano la mia curiosità e, sistemandomi per meglio ascoltare, acuisco l'attenzione a quel che dice:

...e la stessa regola vale per la maggior parte dei mestieri o funzioni importanti che servono al decoro delle repubbliche;

Il discorso si fa sempre più interessante: Don Chisciotte dice che l'imitazione delle opere originali dei più eccellenti maestri che si conoscono è una regola generale per il decoro delle repubbliche.

e così deve fare e fa colui che vuole acquistare fama di uomo prudente e paziente".

Ho ascoltato in silenzio le parole del cavaliere errante, che continuava a sblaterale, elargendo sapienti consigli e magistrali insegnamenti sull'arte di vivere e dello scrivere; la sua lezione continuò nello specificare una certa necessità mimetica:

"imitando Ulisse, nella cui persona e nelle cui peripezie Omero ci offre un ritratto vivente di prudenza e di pazienza; così come Virgilio nella persona di Enea ci ha mostrato il valore di un figlio pio e la sagacia di un capo prode e avveduto";

Poi, con arguzia, precisa che i nominati maestri nell'arte del racconto, in realtà, hanno scritto menzogne raccontando le gesta dei loro eroi; menzogne inventate per rappresentare ai posteri esempi di virtù eroiche ben lontane dalla realtà vissuta; infatti chiarisce così l'invenzione poetica:

"ritraendoli e rivelandoli non quali essi erano, ma quali dovevano essere per servire da esemplari di virtù ai secoli a venire".

Mi piace questo strambo cavaliere; mi avvicino per osservarlo meglio e lui, scorgendomi interessato, con l'orgoglio, l'enfasi e la venerazione di un fedele discepolo, vibrando in alto la spada arruginita, introduce nel discorso il suo idolo personale nell'arte cavalleresca; l'idolo da imitare per essere stimato un perfetto cavaliere:

"Allo stesso modo, Amadigi fu il nord, la stella, il sole dei prodi e amorosi cavalieri, e noi dobbiamo imitarlo, noi altri che combattiamo all'insegna dell'amore e della cavalleria."

Il fantastico don Chisciotte, chiude la lezione lanciando la sua sfida mimetica:

"Così dunque penso, Sancho, amico mio, che il cavaliere errante che lo avrà saputo meglio imitare si avvicinerà maggiormente alla perfezione della cavalleria."

Soddisfatto di aver adempiuto un atto magistrale degno di un cavaliere errante, Don Chisciotte monta sul suo ronzino, si volta verso di me e ammicca l'occhio in segno di complicità; poi compiaciuto, sprona il suo recalcitrante quadrupede e s'incammina fiero verso i "nuovi orizzonti" dell'arte romanza.

2 - Sul naso dell'autore

Seguo come un'ombra il cavaliere ormai amico e il suo silenzioso scudiero, che procedono caracollando verso le mete dei loro sogni; e d'improvviso salto dalle pagine del manoscritto, al cospetto dell’autore che si stava scervellando per presentare adeguatamente la sua opera ai futuri lettori; appena si accorge della mia presenza, Miguel de Cervantes, scrive ispirato nel suo prologo:

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"Tutto quello che occorre all'autore, in ciò che andrà scrivendo, è il gusto d’imitare le cose; più questo sarà perfetto, e migliore risulterà ciò che avrà scritto."

Pago di aver ispirato questo enunciato mimetico e realista, mi addormento soddisfatto sulle pagine del romanzo in attesa di qualcuno che mi risvegli per la necessità di appagare la sua sete di verità.

 

3 - Tra i neuroni del lettore

Passata una manciata di secoli, mi accorgo di essere stato risucchiato, attraverso gli occhi intelligenti di un lettore, un certo René Girard; mi sveglio e mi ritrovo in una mente piena di innumerevoli neuroni che pulsano scomposti, o meglio, in assoluta autonomia, ciascuno per suo conto, con intensità e ritmo distinti ma, a ben vedere, tutti precisini, ordinati e rispettosi di ogni singolarità. Osservo incuriosito questo armonioso spettacolo e mi accorgo che il bel René stava sperimentando, con sinapsi e allitterazioni, una composizione logica per organizzare e presentare un discorso persuasivo sulla verità nascosta nei romanzi di diversi autori.

Orgoglioso della mia presenza in questo concerto neuronico, mi spalmo nelle pieghe della memoria di René e risveglio in lui un ricordo liceale: Aristotele, un umano ellenico che, nella sua mania d’ordine filosofico, ha lasciato qualcosa ai posteri; ovvero un'opera sull’arte poetica in cui è scritto:

"In generale due sembrano essere le cause che hanno dato origine all’arte poetica, e tutte e due naturali. Ed infatti in primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive ad imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione; ed in secondo luogo tutti si rallegrano delle cose imitate."

La luce di questo carisma aristotelico, illumina le mie fattezze e il geniale René si accorge della mia presenza e, rileggendo il brano dell'ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha - in cui mi ero spiattellato cadendo dal cielo stellato e lattiginoso -, si appropria di me; una volta pervaso dalle mie fattezze desideranti, con furore creativo, mi appiccica, come desiderio, alle diverse situazioni mimetiche "triangolate" nel romanzo. Nasce così e prende fama, il più poetico e letterario dei desideri: "il desiderio mimetico triangolare".

René Girard, una volta scoperto e triangolato il desiderio mimetico, inizia la trattazione della sua intrigante opera fondativa di critica letteraria: "Menzogna romantica e verità romanzesca”. Un’opera che scopre gli altarini della "menzogna" ovvero dell'originale illusione, romantica; e lascia scorgere la "verità” nei risvolti romanzeschi del racconto, nelle diverse situazioni, triangolate come le rotte nelle mappe di navigazione.

I tre personaggi in cerca d'autore, Don Chisciotte, Cervantes e Girard, ormai saturi dei loro rispettivi "grand desir", riuniti nei boschi narrativi della letteratura, lo nascondono nell'albero-romanzo, perduto nei campi onirici dell'immaginazione, pieni d'erba lirica e polline poetico; e io, piccolo e infinitesimo desiderio delle vie stellate e nebulose dell'universo, mi accuccio accanto all'imitazione della verità; nascosta fin dalla creazione del mondo, tra i bagliori accecanti di una realtà premurosa e menzognera, piena di promesse fallaci, sotto un rigoglioso albero di Giuda.

 

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...la realtà è l'unica inafferrabile, incorruttibile verità

 

Grand désir à tout le monde

RF 

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link per approfondire su Girard:

 

Girardiana 

 

  René, il testo e la verità

 

 

 

 

 

 

 

 

Discutiamo di Zazie nel metrò

Oct 292018


 

Sento e dimentico
Vedo e ricordo
Scrivo e capisco
(proverbio cinese)

 

 

 

"Raccontando storie non parto da un’idea, tantomeno da un’ideologia; parto da un sentimento, da ricordi, suggestioni, personaggi che ho incontrato, nostalgie o presentimenti, cercando di vedere dove quel racconto vuole andare e, soprattutto, come vuole essere raccontato.” (Fellini)

 

Il ritrovamento

 

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 Era un libro dimenticato, perduto in una delle infinite e indefinite biblioteche casarecce a "mucchietto"; era uno tra i numerosi libri non letti, che si accatastano qua e là per casa, in attesa che qualcuno li resusciti; magari leggendoli, anche solo qualche pagina, o una frase, una parola.

Era lì, che faceva capolino, con il "Circo" di Joan Mirò che occhieggiava nella bianca copertina traslucida dell'Einaudi Tascabili; era lì, che si guardava intorno, pronto a cogliere uno sguardo peregrino e distratto. Era lì, pronto a farsi leggere da chiunque.

Finalmente, dopo anni di attesa, qualcuno ha avuto bisogno di lui; e il libro dimenticato si è sentito importante; qualcuno" lo ha preso tra le mani, lo ha aperto e, con curiosità, lo ha sfogliato; poi ha letto e riletto, con bramosia: qualche riga, qualche frase, qualche parola trovate qua e là alla rinfusa con salti di tempo e di spazio; infine, lo ha richiuso e gelosamente custodito e coccolato.

Finalmente qualcuno ha adottato quel libro dimenticato: "Zazie nel metrò" di Queneau, era il romanzo su cui si era aperta la discussione del gruppo di lettura: la lettura del romanzo gli avrebbe permesso di sbirciare la discussione e, se del caso, intervenire direttamente a dialogare e battibeccare con gli altri partecipanti.

Il link della discussione: Zazie nel metrò di Raymond Queneau

Dopo essermi registrato ho eseguito l'accesso alla discussione, ho sbirciato gli interventi con curiosità interessata: sentivo il bisogno di valutare il grado di colloquialità e di preparazione dei partecipanti per poter entrare in gioco seguendo i principi di dialogo adottati dal gruppo. Non c'è voluto molto: dopo qualche intervento ho inserito il mio commento adeguandomi al tono generale della discussione.

Rileggendo gli interventi, ho notato che c'è stato un intervento-prefazione di Eloise che invitava a godere di una meravigliosa differenza.

 


La meravigliosa differenza

 

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 "Ma guardate la foto di Queneau messa accanto a quella dell'interprete di Zazie, nel film che ne è stato tratto. Che meravigliosa differenza!" (Eloise)

Eloise, con la sua apertura fuori contesto, (che ormai siamo soliti scrivere "off topic"), prima di ricevere tutte le risposte sulle impressioni a caldo; e prima ancora di dare lei stessa le sue impressioni, invita a guardare le immagini accostate di Queneau e della sua creatura letteraria in versione cinematografica: Zazie; esclama poi, in chiusura: Che meravigliosa differenza!

Questo intervento che, all'epoca della discussione, mi era sfuggito, per me è stato illuminante: ho percepito una spontaneità che ormai avevo dimenticato e relegato tra gli atteggiamenti infantili; una spontaneità che mi ha portato a meditare su quelle parole, pesarle e infine scoprire che esse esprimevano la gioia di chi, appena trovato un tesoro, sente un incontenibile desiderio di gridarlo al mondo per dare sfogo a quella felicità interiore che freme per farsi conoscere. E allora mi son detto sorridendo: viva la differenza! E sulla differenza c'è molto da dire.

 

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 La differenza tra le rovine di un mondo che, uscito da una guerra disastrosa, prova a ricostruirsi e rifondarsi, e il progetto di un nuovo mondo, una nuova società che, partendo dalle macerie di se stessa, nel parossismo dell'innovazione, si dirige caoticamente verso il suo futuro, incerto e confuso nell'alterità rassicurante dell'immaginazione; un sogno che si risolve in un delirio evanescente, sfuggente, inafferrabile e frustrante.

La differenza tra il mito (fondativo) e la storia (distruttrice), tra tradizione e innovazione; tra bambini e adulti, piccoli e grandi; tra uomo e donna, maschio e femmina; tra costrizione e liberazione, mortalità e immortalità, realtà e sogno, racconto e finzione, menzogna e verità.

Su queste differenze, menzogna e verità giocano a nascondersi, nelle vie e nei luoghi di una città immobile, statica, monumentale ed estranea; una città avvolta nelle nebbie di un sogno senza memoria; un sogno che si rivela sempre più il "delirio scritto a macchina da un romanziere idiota".

Anche nel procedere della nostra discussione, menzogna e verità spesso si sono nascoste e/o rincorse nei singoli interventi, dietro paraventi e formalismi letterari (ma non solo), resi con cuore e passione, da tutti i partecipanti: persone "sconosciute" (o conosciute solo on line) che mi hanno accolto e accompagnato nella mia prima e temeraria esternazione letteraria: un vero e proprio rito d'iniziazione che mi ha fatto scoprire e rivelato un "me stesso" sconosciuto.

 La differenza è l'anima della cultura: il motore propulsivo di ogni relazione umana. Nel romanzo, su questa differenza, menzogna e verità si affrontano e si rincorrono nelle situazioni romanzate e nei linguaggi disarticolati e contratti di personaggi-marionette; scambi linguistici che s'inerpicano divertiti, in dialoghi tanto improbabili e dissacranti, quanto logici, teo-logici e accademici: un confronto, una lotta "corpo a corpo tra la "bellezza delle rovine" (Barthes) e la "meraviglia delle differenze" (Eloise).

Il metrò tanto desiderato dalla piccola, impertinente e spudorata Zazie, resta ad osservare, dalla sua misteriosa posizione di assenza non estranea; dal suo logos di un nulla che giustifica tutto; un nulla che si percepisce solo nei sogni, tra le pieghe nascoste di una sfuggente e incompresa realtà: sempre, comunque e ovunque presente e condizionante.

 

L'iniziazione

undefinedI riti di iniziazione segnano il passaggio dell'individuo alla maturità; essi permettono di legare l'individuo al gruppo, ma anche di strutturare la vita a tappe precise, che permettono la percezione dell'individuo nel suo rapporto con il tempo e con la morte. 

Il rito ha dunque un ruolo relazionale importante tra l'individuo e il gruppo e la coesione del gruppo nel suo insieme. (wikipedia)

 


La discussione è già iniziata. Dopo la presentazione del romanzo, da parte di Eloise, c'è l'intervento comparativo di Tiziano che mette in tavola Tom Sawyer; accosta Tom a Zazie; entrambi i personaggi, infatti, possono essere accomunati al mito letterario del puer aeternus. Eppur son differenti: uno è maschio l'altro è femmina. Che meravigliosa differenza!

La comparazione, il richiamo al mito e la citazione in latino mi hanno generato un certo timore reverenziale; forse perché fin da piccolo non ho mai digerito la sindrome di Peter Pan: non sopportavo chi voleva rimanere piccolo perché io, invece, volevo apparire sempre più grande di quel che ero in realtà: mi percepivo come una realtà aumentata, gonfiata da un ego smisurato.

Incassato e interiorizzato il disagio, ho continuato a sbirciare la discussione, leggendo gli interventi che seguivano; volevo valutare eventuali reazioni all'intervento comparativo e mitico di Tiziano; e così, ho conosciuto nuove voci portate dai nomi di Ombra e Rosella; oltre alla già conosciuta, Eloise.

La prima a rispondere agli argomenti lanciati da Tiziano, è Eloise; in realtà la sua risposta è la seconda parte dell'intervento prefazione sulla "meravigliosa differenza" che ho già menzionato.

Eloise, dunque, si accompagna a Tiziano nel considerare Zazie alla stregua di Tom Sawyer e di altri puer aeternus, letterari; non senza però, aggiungere la sua, sulla nostra Zazie e "del suo abbassare al livello di commedia bambinesca il ruolo degli adulti, anche laddove questi si prendono sul serio.”; in chiusura, raddoppia con una intrigante domanda comparativa tra i romanzieri "creatori" di Zazie e Tom Sawyer:

"Chissà come avrebbe scritto il romanzo Mark Twain se si fosse permesso tutte le licenze linguistiche usate da Queneau?"

Quindi, per voce di Eloise, un nuovo argomento fa capolino nella discussione: le licenze linguistiche di Queneau.

Dopo aver letto l’intervento di Eloise rimango in standby sull’argomento del mito letterario, "latinato" in puer aeternus; un mito che, nonostante l’accoglienza favorevole di Eloise, continua a mettermi a disagio. D'altra parte, l’argomento delle licenze linguistiche non mi “intriga” più di tanto e rimando il mio intervento, in attesa di altri stimoli.

Ombra, dopo aver appoggiato Tiziano e Eloise sull’accostamento di Zazie a Tom Sawyer, riprende l’argomento delle licenze linguistiche di Queneau:

"Non riuscivo a capire il perché l'utilizzo di un linguaggio simile, caratterizzato dall'uso di parole volgari o dall'accostamento di frasi altisonanti a personaggi gretti ed ignoranti, potesse essere considerato massima espressione di virtuosismo letterario.”

Poi, si risponde da sola sul particolare significato che, per lei, giustifica quelle licenze linguistiche:

"Ho capito, infatti, che con la dissacrazione del linguaggio l'autore ci vuol fare entrare nel mondo di Zazie."

Con un salto mortale carpiato, degno di una campionessa di tuffi, Ombra riavvita al soggetto Zazie l’argomento della differenza, lanciato da Eloise (a cui in realtà, nella cronologia della discussione, aveva già risposto in un precedente intervento isolato). Ecco come e dove, Ombra, evidenzia la meravigliosa differenza:

"Un mondo in cui solo i bambini sembrano schietti (pur utilizzando un pessimo linguaggio colorito da parolacce) e non falsi e poco chiari come gli adulti (con il loro linguaggio infiocchettato e ampolloso e quindi incomprensibile per i più piccoli). Esempio di questo sono Zazie e lo zio Gabriel."

Zazie e Gabriel, piccoli e grandi, bambini e adulti, sono differenti; i loro linguaggi sono differenti: veri e autentici gli uni, falsi e ipocriti gli altri. È la meravigliosa differenza evidenziata da Eloise. È quella vitale differenza che fa girare il mondo; quella differenza che garantisce la gerarchia, l’ordine e il funzionamento sociale; che caratterizza la cultura e la giustizia sociale. È la meravigliosa differenza in cui si riflette perfettamente tutta l’umanità.

Marta-Ombra chiude il suo intervento illuminando la differenza tra la puer aeternus Zazie e il maturo e compassato zio Gabriel: il mondo surreale rappresentato da Zazie e le macerie borghesi rappresentate da Gabriel (e compagnia). Marta ha colto il fil rouge che lega tutto il romanzo: i due personaggi Zazie e Gabriel esprimono le due anime del romanziere, l'artista, il letterato Queneau: girardianamente: l'uomo e il suo doppio mostruoso.

Dopo Ombra si fa viva Rosella un’altra donna. Rosella, d'accordo con Ombra, si sofferma sull'imbarazzo iniziale provato nel leggere le grezze licenze linguistiche e i contenuti colti in bocca a personaggi che appaiono, nel loro agire, tutt'altro che colti. Un imbarazzo che pian piano si trasforma in sorriso per finire in risata piena e liberatoria.

Ho considerato che Rosella si è lasciata trasformare dalla lettura: ha superato il muro del pregiudizio "letterario", per entrare in piena empatia con i personaggi, le situazioni create dall'autore. Il suo intervento è il racconto dei suoi stati d'animo, del suo incontro con i personaggi, le loro battute e le situazioni in cui si muovono; mi son fatto l'idea di una lettrice attiva e interattiva: che interagisce cioè, con la letteratura e si lascia "educare" e trasformare dalle situazioni immaginate e descritte dall'autore; situazioni non vere ma verosimili e realiste: l'immaginario letterario diventa per lei, "mediatore" e regolatore della sua esistenza, la linfa necessaria della sua vita quotidiana. La lettura di Rosella è lettura pedagogica.

A questo punto c'è stato l'intervento (off topic) di una nuova lettrice, Lauretta, che, perduto il suo gruppo di lettura nel mondo reale, stava cercando di recuperare online questo suo spazio vitale. Ricevuto il nostro benvenuto, ci ha ringraziato, non senza mostrare una piccola incertezza sulla sua reale possibilità di poter entrare in discussione.

Chiusa questa parentesi, ormai avevo letto abbastanza interventi per organizzare e inserire le mie "impressioni a caldo"; non avevo più scuse dovevo intervenire. L'ho fatto driblando gli argomenti già evidenziati e inserendone uno nuovo che, a ben guardare, li comprendeva tutti: la verità. Una mossa che mi smarcava dal confronto diretto sul mito che mi metteva a disagio e sul linguaggio che non mi intrigava più di tanto:

Irriverente, esilarante, poetico, malinconico, realista; nonostante Queneau sentenziasse in una intervista:

« Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un'ombra, Zazie il sogno di un’ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l'ombra di un’ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota» (Raymond Queneau a proposito di Zazie nel metro).


Nella mia rilettura "a caldo" di questo romanzetto di Queneau ho trovato più "verità" che in tanti altri romanzi ipocritamente e pesantemente "canonici"; al punto da farmi ritenere emblematico il suo incipit:


"Doukipudonktan, se demanda Gabriel excédé. Pas possible, ils se nettoient jamais."

La citazione in francese che fa chic; l'argomento della verità che fa shok, "vestono" il mio primo intervento nella discussione.

Il rito di iniziazione è stato consumato. Sono diventato un membro del gruppo di lettura del forum di "Letteratour". Il dado è tratto: Zazie nel metrò di Raymond Queneau vola sulla tastiera del mio "mac". 

 

link:

Discussione: Raymond Queneau, Zazie nel metrò

Zazie nel metrò, di Raymond Queneau - Analisi critica di Eloise Lonobile

Raymond Queneau - (TOURismi letterari) di Reno Bromuro

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