Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

Il racconto sono io!

May 062022

Julio Cortazar

 

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Julio Cortázar, all'anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte (Bruxelles 1914 – Parigi 1984), è tra i maggiori autori di lingua spagnola del xx secolo. Scrittore, poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo; argentino naturalizzato francese; maestro del racconto e del romanzo. Scrittore dalla vocazione sperimentale: la sua scrittura è caratterizzata da una forte componente fantastica e a tratti metafisica, ma sempre aderente a uno stile realistico. Stimato da Borges e da molti paragonato a Čechov e Edgar Allan Poe. I suoi racconti non seguono una linearità temporale e sono abitati da personaggi che si muovono e agiscono in situazioni che riflettono fantastiche e inaspettate proiezioni oniriche della realtà. (wikipedia)

 

Ho la convinzione che esistano certe costanti, certi valori che si applicano a tutti i racconti, fantastici o realistici, drammatici o umoristici. E penso che forse è possibile illustrare, qui, quelle invarianti che danno a un buon racconto la sua atmosfera peculiare e la sua qualità di opera d'arte. (Julio Cortazar) 

 

1. Il testo
2. Il racconto
3. Risonanze 1
4. La scrittura
5. Risonanze 2
6. Ricordare
7. Raccontare
8. Il tema

Appendice immaginaria

Presentazione

Nella prima parte è riportato "Il testo" dell'incipit di una conferenza tenuta da Cortazar a La Habana (pubblicata in Casa de las Americas n. II nov1962- feb1963): "Alcuni aspetti del racconto" e riportata in appendice all'edizione Einaudi della raccolta di racconti "Bestiario". Di seguito "Il Racconto" è una essenziale raccolta di definizioni della parola (Racconto) tratte da Wikipedia e Treccani. "Risonanze 1" è un primo epilogo soggettivo che prende spunto da quanto dichiarato da Cortazar nella conferenza, sull'autore fantasma linfatico dell'opera. "La scrittura" è un breve escursus della scrittura che parte dai graffiti preistorici. "Risonanze 2" è il secondo epilogo soggettivo sulle dinamiche che conducono alla scrittura e/o all'opera d'arte. In "Ricordare" è riportata parte della presentazione di un'intervista autobiografica di Jung in cui risalta l'importanza della memoria affettiva come crogiuolo creativo del racconto. "Raccontare" è un brano tratto dal racconto Bestiario di Cortazar che mette in luce l'aspetto onirico della memoria affettiva dell'autore. Infine "Il tema" è un piccolo accenno al tema di fondo della libertà imprigionata nell'immagine ovvero nella maschera letteraria del racconto. In appendice immaginaria sono inserriti due esempi del ruolo dell'immagine e della memoria: Bobi Bazlen e le gambe di Dora Markus; Pigmalione.

 

1 - Il testo

Conferenza: Alcuni aspetti del racconto Iundefined
Data: 1962
Professore/Relatore: Julio Cortazar

 

Il fantasma

Mi trovo oggi, dinanzi a voi, in una situazione piuttosto paradossale. Uno scrittore argentino di racconti si accinge a scambiare alcune idee sul racconto senza che i suoi ascoltatori e interlocutori, salvo eccezioni, conoscano nulla della sua opera. L'isolamento culturale che continua a pregiudicare i nostri paesi, sommato all'ingiusta emarginazione cui si vede relegata Cuba attualmente han fatto si che i miei libri, che sono già un discreto numero, non siano arrivati se non eccezionalmente nelle mani di lettori tanto ben disposti ed entusiasti come voi. Il brutto di tutto questo, non e' tanto che voi non abbiate avuto occasione di vagliare i miei racconti, quanto che io mi sento un po' come un fantasma che viene a parlarvi senza quella relativa tranquillità che dà sempre il sapersi preceduto dal lavoro compiuto negli anni.


E il fatto di sentirmi come un fantasma deve già essere percepibile in me, perché qualche giorno fa una signora argentina mi ha assicurato che io non ero Julio Cortazar, e di fronte al mio stupore ha aggiunto che l'autentico Julio Cortazar è un signore dai capelli bianchi, amicissimo di un suo parente, e che non si è mai mosso da Buenos Aires. Siccome io risiedo da dodici anni a Parigi, capirete come la mia qualità spettrale si sia notevolmente intensificata in seguito a questa rivelazione.


Se sparisco di colpo nel mezzo di una frase, non mi sorprenderò troppo, e chissà che non ne guadagniamo tutti.

 

L'opera

Si dice che il desiderio più ardente di un fantasma è quello di riacquistare almeno un accenno di corporeità, qualcosa da tangibile che lo restituisca per un momento alla sua vita di carne e ossa.Per acquisire un po' di tangibilità dinanzi a voi, dirò in poche parole quali sono il senso e la direzione dei miei racconti. Non lo faccio per puro piacere informativo, perché nessun percorso teorico può sostituire l'opera in sé; le mie ragioni sono più importanti.

 

Il genere letterario

Poiché mi occuperò di alcune aspetti del racconto come genere letterario, ed è possibile che qualcuna delle mie idee sorprenda o traumatizzi coloro che ascoltano, mi pare di un'elementare onestà definire il tipo di narrazione che m'interessa, accennando al mio particolare modo d'intendere il mondo.

Quasi tutti i racconti che ho scritto appartengono al genere chiamato fantastico per mancanza di un termine migliore e si contrappongono a quel falso realismo che consiste nel credere che tutte le cose si possano descrivere e spiegare: come dava per scontato l'ottimismo scientifico e filosofico del diciottesimo secolo; e cioè, nell'ambito del un mondo retto più o meno armoniosamente da un sistema di leggi, di principi, di rapporti di causa effetto, di psicologie definite, di geografie ben cartografate.

L'eccezionalità

Nel mio caso, il sospetto che un altro ordine più segreto e meno comunicabile, e la feconda scoperta di Alfred Jarry(*), per il quale il vero studio della realtà non risiedeva nelle leggi bensì nelle eccezioni a tali leggi, sono state alcuni dei principi orientativi della mia ricerca personale di una letteratura al margine di qualunque realismo troppo ingenuo.

Perciò, se nelle idee che seguono riscontrerete una predilezione per tutto quanto è eccezionale nel racconto, siano i temi, siano pure le forme espressive, credo che questa presentazione del mio personale modo d'intendere il mondo, spiegherà la mia presa di posizione e il mio approccio al problema. In ultima analisi si potrà dire che ho solo parlato del racconto tale e quale lo pratico io. E, tuttavia, non credo sia così.

*) Alfred Jarry (Laval, 8 settembre 1873 – Parigi, 1º novembre 1907) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta francese. (https://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Jarry) 

 

La forma e le altre letterature

Ho la convinzione che esistano certe costanti, certi valori che si applicano a tutti i racconti, fantastici o realistici, drammatici o umoristici. E penso che forse è possibile illustrare, qui, quelle invarianti che danno a un buon racconto la sua atmosfera peculiare e la sua qualità di opera d'arte.

L'opportunità di scambiare qualche idea in merito al racconto mi interessa per svariate ragioni. Vivo in un paese (Francia) dove questo genere ha scarso vigore, sebbene negli ultimi anni si noti presso scrittori e lettori un interesse crescente per questa forma d'espressione.

Ad ogni modo, mentre i critici continuano ad accumulare teorie e intrattenere accese polemiche in merito al romanzo, quasi nessuno s'interessa alla problematica del racconto. Vivere come scrittore di racconti in un paese dove questa forma espressiva è un prodotto quasi esotico, obbliga necessariamente a cercare in altre letterature l'alimento che lì manca.

A poco a poco, nella versione originale o in traduzione, uno accumula, in modo quasi astioso, un enorme quantità di racconti del passato e del presente e arriva il giorno in cui può fare un bilancio, tentare un'approssimazione valutativa a un genere così difficile da definire, così sfuggente nei suoi molteplici contrastanti aspetti e, in fondo, così segreto e ripiegato in se stesso, chiocciola del linguaggio, fratello misterioso della poesia in un'altra dimensione del tempo letterario.

Teorici, critici e scrittori

Nelle letterature giovani la creazione spontanea precede quasi sempre l'esame critico ed è giusto che sia così. Nessuno può pretendere che i racconti si debbano scrivere solo dopo averne conosciuto le leggi. In primo luogo tali leggi non esistono; al massimo si può parlare di punti di vista, di certe costanti che danno una struttura a questo genere così poco incasellabile; in secondo luogo, non si vede perché i teorici e i critici debbano essere gli scrittori stessi, ed è naturale che quelli entrino in scena solo quando esista già un retaggio, un accumulo di letteratura che permetta di indagarne e di chiarirne lo sviluppo e le qualità.

Il lavoro

Se ci facciamo un'idea convincente di tale forma di espressione letteraria, questo potrà contribuire a stabilire una scala di valori per l'antologia ideale che dovrà essere fatta. C'è troppa confusione, troppi malintesi su questo terreno. Mentre gli scrittori di racconti proseguono il loro lavoro, è ormai tempo di parlare di tale lavoro in se stesso, al di là delle persone e delle nazionalità.

La vita, il racconto e l'immagine

È necessario arrivare ad avere un'idea viva di ciò che è il racconto, e questo è sempre difficile nella misura in cui le idee tendono all'astratto, a devitalizzare il loro contenuto, mentre a sua volta la vita rifiuta angosciata quel guinzaglio che vuole metterle la concettualizzazione per fissarla e categorizzarla.

Ma se non abbiamo un'idea viva di ciò che è il racconto, avremo perso tempo, perché un racconto, in ultima istanza, si muove su quel piano dell'uomo dove la vita e l'espressione scritta di quella vita ingaggiano una lotta fraterna, se mi si concede il termine; e il risultato di tale lotta è il racconto stesso, una sintesi vivente e insieme una vita sintetizzata, qualcosa come un incresparsi d'acqua dentro un bicchiere, una fugacità in una permanenza.

Solo con immagini si può trasmettere quell'alchimia che è all'origine della profonda risonanza che un grande racconto ha in noi, e che spiega anche perché ci siano pochissimi racconti veramente grandi.

2 - Il racconto

(definizioni)
Il racconto è una narrazione in prosa di contenuto fantastico o realistico, distinto dalla fiaba, poiché presenta le vicende narrate come realmente avvenute, e più breve del romanzo. Se riferito a una specifica persona, il racconto - di formato più o meno esteso - diventa biografico. (Wikipedia)

raccóntos. m. [der. di raccontare]. –
1. Relazione, esposizione di fatti o discorsi, spec. se fatta a voce o senza particolare cura, oppure se relativa ad avvenimenti privati (si distingue perciò danarrazionecomeraccontaredanarrare, ed è diverso anche daresoconto, che è più ufficiale e tecnico):il r.delle tue vicende familiari mi ha colpito;mi fece il r.particolareggiato del suo viaggio; l’attività stessa del raccontare:cominciare,terminare un r.;commuoversi nel r.delle proprie disgrazie;nel calore del r.;a un certo punto del racconto. Con riferimento al contenuto: r.storico, leggendario,favoloso,verosimile,inverosimile; al modo: r.prolisso,stringato,brillante,freddo,monotono.

2. Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella): un volume di racconti; r.popolari, per l’infanzia; r.lungo, breve, ben costruito, slegato.

3. Nel linguaggio della critica letter. (spec. nella critica formalistica), è sinon. di intreccio, contrapposto allafabula, ed è pertanto usato per ogni opera narrativa in versi o in prosa. ◆ Dim.raccontino; spreg.raccontùccio; pegg.raccontàccio(tutti con riferimento per lo più a racconti scritti). (Treccani)


3 - Risonanze 1


Il racconto sono io!undefined

Totum exigit te, qui fecit te
(SANT'AGOSTINO, Sermo 34, 4, 7 [PL 38, 212]),

Cortazar inizia evidenziando il paradosso di dover parlare della sua opera a un pubblico che non la conosce; questo lo fa sentire come un fantasma, desideroso di ritornare ad essere corpo in carne e ossa (Orribile Mostro).

Il racconto (opera d'arte) è quel corpo che l'autore sta cercando. Nella relazione, nella scrittura (nell'opera d'arte) è contenuto il corpo e l'anima dell'autore. L'opera è il rito che rinnova il sacrificio (l'eucarestia) dell'autore: la scrittura è il suo sacramento letterario.

"In generale i bambini che circolano nei miei racconti in qualche modo mi rappresentano" (J. Cortazar)

- Il racconto (l'opera d'arte) è un "Grido dell'anima" dell'artista e rende bene l'idea dell'eroe romantico. È in questa luce particolare che l'autore (artista) assume, nel suo agire, nel suo narrarsi, una drammaticità che rasenta il tragico. L'eroe-autore è dibattuto drammaticamente tra la pochezza umana e l'onnipotenza divina. (Essere o non essere - essere o apparire).

- Le "memorie affettive* dell'artista abitano la sua opera.

- Nell'esprimere se stesso, l'artista scompare dalla realtà oggettiva, dal pulpito, e si trasforma nel fantasma linfatico della sua opera; per lo scrittore, il suo racconto diventa una eterotopia, un luogo altro, una nuova "realtà", un museo dove sono esposte o espresse le sue memorie affettive, la sua vita; luoghi, situazioni e personaggi del suo vissuto rievocati e rappresentati "a sua immagine e somiglianza", a uso e consumo di ogni lettore e di tutta l'umanità: un se stesso che si mette in mostra, si dona nell'opera. L'opera incorpora l'autore, è il sacramento dell'autore, è l'autore.

"Madame Bovary c'est moi!" fa sapere Gustave Flaubert al mondo che lo interroga sul suo romanzo. Così anche Julio Cortazar che parla dei suoi racconti in una conferenza è come se dicesse: "Il racconto sono io"; un'affermazione perentoria che si approssima vertiginosamente all'universale "Io sono la via, la verità e la vita" .

 

 

4 - La scrittura

 


- Scrivere - a cosa serve, a chi serve? Due domande bisogna porsi davanti a un testo scritto: a cosa serve e a chi serve. La risposta a undefinedqueste domande può essere univoca: serve a conoscere; in senso universale ovvero per comunicare, testimoniare, lasciar traccia della propria presenza nel mondo, farsi e far conoscere a chi mai leggerà quel graffito, quell'immagine, quel testo.

- Esordio casuale - Diciassettemila anni prima della nostra era, a Lascaux, alcuni uomini tracciano i loro primi disegni. Passano altri undici millenni e inizia, solo allora, una delle storie più straordinarie dell'umanità: la scrittura. Si pensa spesso che chi inventò i primi segni scritti volesse lasciare traccia delle leggende del suo popolo. Gli inizi del romanzo della scrittura sono molto meno... romanzeschi. (La scrittura memoria degli uomini - Universale Electa/Gallimard)

- Dono degli dei - Da un capo all'altro del mondo gli uomini, che scorgono nella scrittura un dono divino, si ingegnano a trascrivere la storia sulla pietra, sull'argilla o sul papiro.

 

5 - Risonanze 2


- Guida morale - Il fondatore dell'Opus Dei, San Josemaria Escrivà, in uno dei suoi brevi e fulminanti consigli, scrive: "Un'impaziente e disordinata preoccupazione di emergere può mascherare l'amor proprio sotto il mantello del «servire le anime». Con falsità, ci fabbrichiamo la giustificazione di non dover lasciar cadere certe occasioni, certe circostanze favorevoli..."

- Alla luce di queste parole, la scrittura può essere vista come una fuga dalla realtà, una testimonianza del proprio sentirsi inadeguati in un mondo che non ci accoglie e che percepiamo ostile. Ma la scrittura è anche il forte desiderio di testimoniare la nostra presenza in quello stesso mondo, con tutte quelle forme espressive, come la scrittura e tutte le arti, che ci fanno sentire liberi; ci mettono in condizione di essere distaccati, fuori dal mondo e dalle sue ostative contraddizioni.


- L'arte, in genere, è un rifugio che ci protegge, ci dà sicurezza e in qualche modo ci libera; ma è anche l'ambito esistenziale estremamente egocentrico; l'arte diventa così il vessillo della disabilità dell'artista di vivere il presente concretamente, conformandosi alla normalità di quel mondo che odia e che ama;


- è anche un atto di ribellione: la raffigurazione del bisogno insopprimibile di estraniarsi dal mondo, di staccare e saltare a piè pari la realtà della vita quotidiana in cui siamo immersi; per rientrarci poi da lontano, dalle altezze dell'arte, dalla fine del mondo, aprendo - in tutta libertà e di nascosto - la finestra della fantasia, sbircia un nuovo mondo sconosciuto agli altri, lo interpreta, lo fa suo e lo propone all'umanità perduta nel vecchio mondo con tutta l'energia del mistero e della novità; spesso vien preso per pazzo mentre lui racconta il suo cammino per la libertà: parlando, disegnando, incidendo, scalfendo, tracciando, musicando, artigianando, ecc... insomma, testimoniando il suo fantastico mondo libero, meraviglioso e/o tenebroso, comunque pieno di vitale e di intima verità; così l'artista si presenta con forza e "propone" il suo cammino, il suo modo d'essere vivo, la sua storia, il suo racconto; una storia che può essere anche la storia dell'umanità... ma c'è chi sospetta e lo crede pazzo.

6 - Ricordare

Jung e le sue memorie affettive(*)

- Ricordi, sogni, riflessioni di Carl Gustav Jung
raccolti ed editi da Aniela Jaffé traduzione di Guido Russo edizione riveduta e cresciuta

Dall'introduzione.
Questo libro ebbe origine durante il Congresso di Eranos, tenutosi ad Ascona nell'estate del 1956. In quell'occasione Kurt Wolff, conversando con alcuni amici di Zurigo, manifestò il desiderio di pubblicare una biografia di C. G. Jung nelle edizioni "Pantheon Books" di New York; e la dott. Jolande Jacobi, assistente diJung, propose che mi venisse dato l'incarico di biografa.

Tutti noi sapevamo che il compito non era facile, e ci era ben nota la riluttanza diJung a rendere pubblica la sua vita privata: infatti diede il suo consenso solo dopo un lungo periodo di dubbi e di esitazioni. Però, appena convinto, dedicò al nostro lavoro in comune un intero pomeriggio alla settimana: molto tempo, se siconsidera l'attività febbrile richiesta dal suo normale ritmo di lavoro, e quantofacilmente - avendo già superata l'ottantina - egli cedesse alla stanchezza.

Nella primavera del 1957, si era convenuto di scrivere una vera e propria "autobiografia", narrata da Jung stesso. Questo accordo determinò la forma del libro: intervista autobiografica cioè articolata in domande finalizzate al racconto delle memorie dell'intervistato.

Jung, benché da principio fosse reticente, si appassionò presto al lavoro, ecominciò a raccontare di se stesso, della sua evoluzione, dei suoi sogni e dei suoi pensieri, con un interesse crescente.

Verso la fine dell'anno l'atteggiamento di Jung, favorevole a quella fatica in comune, portò a un passo decisivo: dopo un periodo di intimo travaglio le immagini remote della sua infanzia riemergevano alla luce della coscienza.

Jung avvertiva il legame che le univa alle idee esposte nelle opere della sua maturità, ma non riusciva a coglierlo con chiarezza. Fu così che una mattina mi avvertì che voleva fissare i suoi ricordi d'infanzia direttamente: l'intervistato si era accorto che, nel metodo usato la narrazione delle sue memorie era troppo "addomesticata" e l'intervista presentava ancora numerose lacune nel suo racconto.

Tale decisione fu tanto più gradita in quanto risultò inattesa, poiché sapevo quale fatica gli costasse scrivere. A quell'età non si sarebbe mai accinto a un'impresa del genere se non l'avesse considerata come un "compito" impostogli dal suo intimo: era la prova che l'autobiografia gli appariva legittima nei termini della sua vita interiore.
---
*) "La memoria affettiva è il focolare di tutta l'opera dell'autore. E' fonte di verità e fonte di sacro; da essa scaturiscono le metafore religiose; essa svela la funzione divina e demoniaca del mediatore. Non bisogna limitarne gli effetti ai ricordi più antichi e più felici. Mai il vivo ricordo è più necessario che nei periodi di angoscia, perché dissipa la nebbia dell'odio". (Renè Girard - "Menzogna romantica e verità romanzesca")

 

7 - Raccontare

(brano tratto dal racconto "Bestiario" di J. Cortazar)

Coricata, a luci spente, piena di baci e di sguardi tristi di Inès e di sua madre, non ancora decise ma già completamente decise a mandarla. Pregustava l'arrivo in break, la prima colazione, la gioia di Nino cacciatore di scarafaggi, Nino rospo, Nino pesce (un ricordo di tre anni fa, Nino mentre mostra delle figurine appiccicate con colla di farina in un album, e le dice serio: "questo è un rospo, e questo è un pesce"). E adesso Nino nel parco mentre lo aspetta con la rete per le farfalle, e anche le morbide mani di Rema - le vide nascere dall'oscurità, stava con gli occhi aperti e invece della faccia di Nino zac le mani di Rema, la minore dei Funes. "Zia Rema mi vuole tanto bene", e gli occhi di Nino diventarono grandi e umidi, e di nuovo vide Nino staccarsi e fluttuare nell'aria confusa della camera da letto, e guardarla contento. Nino pesce.

Si addormentò con il desiderio che la settimana passasse quella notte stessa, e poi gli addii, il viaggio in treno, i cinque chilometri in break, il portone, gli eucalipti del viale d'entrata. Prima di addormentarsi ebbe un momento di orrore quando immaginò che poteva anche essere un sogno. Sgranchendosi all'improvviso colpì con i piedi le sbarre di bronzo, sentì dolore attraverso le coperte, e in sala da pranzo si udivano parlare sua madre e Ines, i bagagli, andare dal medico per i foruncoli, olio di fegato di merluzzo e hamamelis Virginia.

Non era un sogno, non era un sogno.

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Parenti onirici Acquerello di Rosario Frasca 

8 - Il tema


La libertà è uno dei beni più apprezzati e ricercati dall’uomo moderno e contemporaneo. Tutti desiderano essere liberi, non avere condizionamenti, non essere limitati, e perciò aspirano ad affrancarsi da ogni tipo di “prigione”: culturale, sociale, economica. (Franciscus)

...anche il racconto è può essere una prigione

 

 

Appendice "immaginaria"

Bobi Bazlen e le gambe di Dora Markus - Chissà che direbbe Freud...o qualunque altro "maestro" del sospetto vedendo la foto delle gambe di Dora Markus inviata a Montale dal suo amico Bobi Bazlen che, pieno di volontà di vivere e di scrivere, non è riuscito ad "essere" né poeta né artista...ma solo un fantasma che c'è ma non c'è. Un fantasma che non aveva il desiderio ardente di riappropriarsi, anche per un momento, del corpo perduto come invece ha confessato Julio Cortazar ai studenti cubani.

Lettera a Montale 25/Settembre/1929

 

undefinedMio caro Eusebius,
Sono stato molto addolorato per la morte di Schmitz. E sento molto - la sentono tutti - la sua mancanza. -
Scorso in libreria il Tuo articolo su S. sulla Fiera Letteraria (non lo compero "per principio", come non ho mai comperato un giornale): ho paura che il Tuo articolo si presti troppo ad essere interpretato male, ed a far sorgere la leggenda d'uno Svevo borghese intelligente, colto, comprensivo, buon critico, psicologo chiaroveggente nella vita, ecc. Non aveva che genio: nient'altro. Del resto era stupido, egoista, opportunista, gauche, calcolatore, senza tatto.
Non aveva che genio, ed è questo che mi rende più affascinante il suo ricordo. Se puoi, e se avrai occasione di scrivere ancora di Schmitz, metti a posto più possibile: la leggenda della "nobile esistenza" (dedicata unicamente, - ad eccezione dei tre romanzi - a far soldi) è troppo penosa, e troppo ignobile. -
Giorni or sono visita di condoglianze in casa Schmitz, con la figlia che racconta storielle tutte da ridere di suo padre. Tenterò di farmi dare in mano tutta l'opera postuma, e di evitare la pubblicazione dell'opera omnia. Sarebbe un disastro. Credo non ci sia nulla di pubblicabile. Ma darò un'occhiata, e - se sarà possibile - Ti manderò i manoscritti. - Sua moglie - a quanto pare - migliora.
Del resto:
IO: Fisicamente molto bene, moralmente meno. Grandi disastri a casa mia, e ripercussioni abbastanza gravi per la mia assenza (durata in tutto 20 giorni): credo che non mi potrò più muovere........, nemmeno per un paio di giorni. Fa dunque Tu tutto il possibile di venire a Trieste. -
GERTI E CARLO: Bene. A Trieste, loro ospite, un'amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama DORA MARKUS. - *
Regalato ad un amico, che vive in Jugoslavia, il mio esemplare degli Ossi di S. (Ribet) ed il mio Convegno con il Carnevale. Non so se sono già esauriti. Se puoi mandameli. Grazie. -
Avrei ancora molto da scrivere. Ma sono sfinito: ed è molto tardi. Scrivimi. A lungo.
Affettuasamente
tuo Bobi

 

(*) La lirica Dora Markus, probabilmente scritta nel 1928, apparve per la prima volta sul "Meridiano"di Roma, a. I, n. 2, 10 Gennaio 1937.

 

 

 

Anche Pigmalione non era artista, né poeta ma un re e che da re si infatuò di una statua della dea Venere che prese da un santuario. 

Pigmalione- Ovidio trasforma Pigmalione in un timido scultore, alienato dalla società e sprezzante le donne per la loro volgarità. Solo la statua che undefinedegli stesso ha creato merita tutte le attenzioni e i doni possibili, e solo di lei Pigmalione si innamora, pregando gli dei che la rendano reale. A differenza di ciò che accade a Orfeo, il disprezzo di Pigmalione verso le donne e la società, non lo porta alla morte, ma a veder esaudite le sue preghiere: la statua diventa una donna reale che Pigmalione sposa e dalla quale avrà la figlia Pafo.

 

Pigmalione, uno scultore, aveva modellato una statua femminile nuda e d'avorio, di cui si era perdutamente innamorato considerandola il proprio ideale femminile, superiore a qualunque donna anche in carne e ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse.

A questo scopo, in occasione delle feste rituali in onore di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea e la pregò di concedergli in sposa la scultura creata con lesue mani rendendola una creatura umana: la dea acconsentì. Egli stesso vide la statualentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi.

Pigmalione e la statua si sposarono ed ebbero una figlia, Pafo, che diede successivamente il suo nome all'omonima città di Cipro famosa per un tempio dedicato ad Afrodite.

La statua, priva di nome nel mito, è stata denominata da autori moderni (dal XVIII secolo in poi) Galatea.

 


Nell'uso comune, si definisce "pigmalione" chi assume il ruolo di maestro nei confronti di una persona rozza e incolta, specialmente una donna, plasmandone la personalità, sviluppandone le doti naturali e affinandone i modi.

 

 

ratio imitarum naturam 

 

 

 

 

Il sacrificio dell'eroe

May 062022

La condizione dell'artista

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Nella discussione fatta tempo fa sulla lettura del romanzo di Boll, "Opinioni di un clown" in un intervento, Eloise ha posto una domanda specifica sulla condizione dell'artista secondo Hans, (il clown protagonista del romanzo) argomentando tre passi del romanzo, per lei fondamentali:

 

Nel "grido dell'anima" del clown Hans, oltre all'amore, al desiderio, alla critica eccetera si dà anche una rappresentazione molto ben definita dell'artista "vero", cioè non di colui che insegue la fama e l'approvazione sociale ma di colui che vive proprio la condizione dell'artista. Riflessione tra l'altro quanto mai moderna, anche se con miriadi di altri autori e filosofi alle spalle.

Come si può definire la coscienza infelice rispetto alla condizione dell'artista. Le coppie letterarie, fino a che punto possono aiutare in questo. Comunque sia, quali sono i punti principali della condizione dell'artista secondo Hans?

 

Questi tre passi, a mio avviso, sono fondamentali:

1 - http://www.letteratour.it/forum/img/boll01.gif#.YnVePs4D0XI.link


Bellissimo passo secondo me in cui si prendono le distanze non solo dal "messaggio per forza" di chi vuole a qualsiasi costo interpretare e ordinare l'esistente secondo propri criteri e schemi pre-determinati (qui in primis la borghesia e i cattolici), ma anche dalla criticaversus l'arte. "Io detesto spiegare una metafora": grande monito anche per noi stessi, che siamo qui a riflettere sulla letteratura!

2 - http://www.letteratour.it/forum/img/boll02.gif#.YnVePpe9zGI.link


Oltre a contenere una semplice quanto bellissima dichiarazione d'amore, di nuovo troviamo il contrasto tra chi interpreta tutto secondo schemi prefissati e chi parla invece col cuore e basta. "Questo discorso non sa di te" ha senso solo se "da te" ci si aspetta già qualcosa, mentre la vera curiosità e conoscenza dell'altro dovrebbe basarsi sulla possibilità di accogliere e accettare le infinite sfaccettature dell'io così come le ha espresse per esempio Proust.

3 - http://www.letteratour.it/forum/img/boll03.gif#.YnVePqvZhjg.link


Qui si entra nel vivo della concezione dell'arte, che si esplica come un'essenza astratta, [invisibile], che narra, che racconta qualcosa, e che può essere del tutto estraniata dal contingente. Inoltre si introduce ancora una volta la contrapposizione artista vs borghesia dal punto di vista del concetto del tempo libero che, lo ricordo, nasce proprio con l'utilitarismo e la società borghese dell’ottocento.

 

In risposta alle questioni poste in questo lucidissimo intervento di Eloise, ho espresso un'opinione da "clown apprendista"; e ho allargato l'argomento introducendo l'osservazione sul "tempo libero" espressa dal clown romanzato:

L'opera d'arte

Il concetto di "opera d'arte" è legato indissolubilmente al concetto di tempo. Il clown Hans, "l'artista", ci pennella alcune "estrinsecazioni del "tempo libero".

"Osservo con il fervore da fanatico ogni estrinsecazione del tempo libero: l'operaio che si mette in tasca la busta paga e sale sulla sua motocicletta, l'agente di borsa che posa definitivamente il ricevitore del telefono, ripone il taccuino nel cassetto e lo chiude; oppure la commessa di un negozio di commestibili che si toglie il grembiale, si lava le mani e davanti allo specchio si aggiusta i capelli e si rifà il trucco, prende la borsetta ed eccola fuori: tutto è così umano, che spesso mi sento io disumano perché il tempo libero lo posso presentare soltanto come numero."

Mi sembra una definizione calzante sia per l'artista osserv-attore (lettore) e raccont-attore (interprete), sia per il concetto di "opera d'arte" che è vista comunque "fuori dal tempo"(sacro)* e da tutto ciò che è legato al tempo ovvero da tutto ciò che ha inizio e fine, arrivo e partenza; nascita e morte; ciò definisce l'arte intesa in senso religioso, alternativa e/o in concorrenza con la religione del "messaggio" - com'è ben esposto nel primo passo presentato da Eloise: la religione del messaggio che corrompe… la realtà e non permette di assaporare liberamente, fisicamente e armonicamente quel delizioso bicchiere di vino senza ricamarci sopra inopportune iperboli concettuali che corrompono la sacralità sensoriale del gusto con il concetto immaginario del divino: il pensiero non esalta i sensi ma riduce la realtà fisica a pura occasione divinatoria e divinizzante.

L'arte è elemento di rottura così come vuole essere la religione intesa nel senso liberatorio e non nel senso di una morale fondata sul rispetto di "regole morte", - queste sì che sono "fuori dal tempo" -, inattuali e inattuabili, fuori dalla realtà di tutti i giorni anche se rivestite di una sacralità pesso solo di comodo.

La regola, umana soggetta al tempo (potere temporale), uccide l'arte e l'artista così come uccide l'amore e l'amante. La regola senza la fede che va oltre il tempo, è la morte nell'anima: quella stessa morte a cui si ispira la coscienza infelice interpretata ipocritamente dai padroni del pensiero. Nel suo romanzo "la morte dell'anima", Jean-Paul Sartre ha descritto con lucidità questo passaggio esistenziale: "Dal rifiuto giovanile alla scelta militante. La dolorosa maturazione di un intellettuale nella Francia travolta dal nazismo" (sottotitolo del romanzo edizione Oscar Mondatori). Le leggi, per quanto perfette possano essere, senza sacrificio si trasformano in "trappole per topi".

Il sacrificio

Le opinioni del clown Hans non sono solo opinioni ma un "j'accuse" feroce all'ipocrisia che impera nella società, nell'humus culturale di una nazione, nazista per caso e cattolica per convenienza ovvero universale nell'accezione più corruttibile e deleteria del termine: l'onnipotenza, la dis-umana "volontà di potenza" che Nietzsche ha così ben definito nella sua poetica del "superuomo" e interpretato con la sua vita, lasciandocene testimonianza preziosa, per sempre verificabile nelle sue opere.

Opere intrise di "nichilismo": una filosofia, quella del superuomo, con una sua logica semplice e lineare ma con esiti nefasti; una coercizione tribale, primitiva divenuta di moda non per la sua intrinseca forza, sebbene accattivante, trainante e dirompente; ma per la debolezza  di un contraltare eroico umanistico; esiti nefasti che la storia ci ha restituito e restituisce senza compromessi; che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora le cronache quotidiane di una globalizzazione totale, totalitaria e impossibile.

E allora, dall'alto della nostra estraneità storica, davanti al sacrificio dell'eroico clown, l'evangelico ecce homo con il quale Pilato presenta alla folla Cristo flagellato e coronato di spine (Giovanni 19,5) si perde nell' autarchico e disarmante Ecce Bombo di Nanni Moretti.

da ecce homo a ecce bombo… !!!

 

ratio imitarum naturam (I, 60, 5.)

La verità nelle immagini

Apr 192022

11 settembre 2001undefined

Chi siamo adesso

Chi siamo adesso? Vogliamo continuare ad essere degli zombie? A costruire specchi su cui compiacersi? Rinascere e non reagire! Rinascere su basi nuove, indeformabili, inviolabili, inattaccabili, imperscrutabili. Dove l'uomo forma l'uomo disfa; dove nasconde: vìola; dove arrocca attacca; dove secreta: scruta. Dove l'uomo arriva a costruire lì arriva pure a distruggere. Siamo straordinariamente fragili; vittime della nostra forza illusoria. Tutto ciò che facciamo è soggetto alla distruzione; tutti gli specchi dove ci riflettiamo sono soggetti ad infrangersi: fatti da noi e da noi distrutti. La scelta è radicale, non ci sono vie di mezzo: per rinascere bisogna prima morire. Siamo veramente pronti a morire a noi stessi? Siamo veramente pronti a rinunciare ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni, ai nostri desideri, ai riflessi di noi stessi negli specchi? Siamo disposti a rinunciare a tutto ciò che la nostra storia, i nostri padri ci hanno indotto ad essere? E' dura la rinuncia; è dura ma è il primo passo. Annientamento della nostra falsa identità: se pur ci riuscissimo, e poi?

 

Costruire qualcosa di completamente nuovo

Su che basi costruire e costruirci? Dove andiamo a collocare le fondamenta? Non abbiamo detto che siamo straordinariamente fragili? Allora non dovremmo fidarci delle nostre sole forze. Forse è per questo che il ricorso al divino è testimoniato fin dagli albori della nostra esistenza in forma umana. Il divino. Già: il divino; che vuol dire divino? Divino è qualcosa che esula dalla conoscenza umana? E' il luogo del mistero? Dell'imperscrutabilità; dell'inattaccabilità; dell'inviolabilità? E si! dovrebbe essere proprio questo il significato del divino. Solo con questo approccio forse riusciremo a costruire il nuovo uomo. Non è fondamentalismo perché il divino è lo stesso per tutti ed è per definizione indefinibile, imperscrutabile, inaccessibile, nascosto all'uomo il quale ne fa immagine secondo la sua necessità occasionale, diversa alle varie latitudini e longitudini di questo nostro pianeta e chissà di questo nostro universo.

 

L'uomo nuovo

L'uomo nuovo è quello che vive la sua storia sapendo che nulla gli è dovuto ma tutto è un dono. La vita è un dono e, nelle sue manifestazioni brutte e orrende, dobbiamo ricordarci che come il bene anche il male passa attraverso il vaglio dell'uomo e solo lui può scegliere per il bene o per il male. Le categorie del bene e del male esistono a prescindere dall'agire umano ma questo non vuol dire che l'uomo non è responsabile del bene e del male che si produce nella vita. E' la sua scelta che traduce in fatti e in atti la forza immanente del male.

 

La responsabilità

E' nostra la responsabilità di tutto quel che è accaduto; dico nostra e non degli americani o degli arabi, o europei, o giapponesi ecc…è nostra, di tutti, senza distinguo. Siamo noi che ci limitiamo a compiacerci delle nostre immagini riflesse negli specchi; siamo noi che continuiamo a vivere credendo nella competizione di immagini e non nella nostra essenza nel nostro essere uomini. Tutti indistintamente siamo colpevoli del misfatto, tutti. Non ho parole per descrivere il sentimento che si è impadronito di me quando ho appreso la notizia. Mi immaginavo la scena (ho appreso la notizia per telefono) la spettacolarità e pensavo alla catastrofe ero paralizzato, sgomento, non riuscivo a dire niente di sensato.

 

La verità delle immagini

Poi vedendo le immagini ho capito. Ho capito che l'uomo è più forte di qualsiasi disgrazia; ha qualcosa dentro che viene fuori quando è messo alle strette; ho visto il disorientamento, l'angoscia, la solidarietà. I miei occhi si sono fissati sulle persone sui loro gesti, i loro pianti, le grida, il coraggio, affrontare il pericolo per salvare l'Altro. Ho visto l'uomo: quello vero. Su quelle immagini è la mia riflessione e non su quanto hanno detto i vari personaggi. Quelle immagini erano vere mi stavano raccontando qualcosa di vero; il sorriso o il pianto, lo sgomento, l'intraprendenza, le paralisi, le grida, i silenzi, i lamenti, l'indifferenza. Ho fede in Dio, ho fiducia nell'uomo, ho speranza in un mondo migliore.

 

undefinedLa trasfigurazione parte dall'incontro con il divino e con se stessi in rapporto al divino. Il sogno diventa visione e ci si trova immersi in una realtà diversa, un'altra realtà in cui tutto è perfetto, chiaro e determinato; senza una storia che la giustifichi e definisca ciò che vediamo, tocchiamo e sentiamo: tutto è perché è; tutto è presente tutto è concreto e tangibile, tutto è beatitudine: una realtà che attrae, conferma e conquista le anime altrimenti perse nelle reti del mondo. È la visione trasfigurata della realtà oggettiva che ci circonda.

 

 

 

La Trasfigurazione (Raffaello)

RF

La guerra

Mar 162022

 

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Irène Némirovsky (Kiev, 11 febbraio 1903 – Auschwitz, 17 agosto 1942) è stata una scrittrice francese di origine ebraica, vittima dell'Olocausto.

Nata in Ucraina, di religione ebraica convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939, ha vissuto e lavorato in Francia. Arrestata dai nazisti, in quanto ebrea, Irène Némirovsky fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo. (Wikipedia)

 

 

 Sandor Marai, altro profugo sopravvissuto alla guerra, in un suo romanzo, scrisse delle condizioni esistenziali di una profuga sua compagna di viaggio e di vita:

"Sono una profuga e comincio a capire che, quando si lascia una patria, si lasciano tutte le patrie possibili. Quello che noi profughi riceviamo per attestare la nostra identità, è solo un documento; di qua o di là, in qualsiasi angolo del mondo, la nostra identità è solo un documento. La spoliazione che subiamo non ci toglie di dosso soltanto la vera identità - non quella di un freddo e anonimo pezzo di carta - ma ci toglie anche tutto quello che gli uomini chiamano patria, in qualsiasi epoca. Lo capiamo solo lentamente." (Sandor Marai, "Il sangue di San Gennaro")

 

Nota

Le informazioni in premessa sono tratte dalla discussione,del gruppo di lettura fatta sul romanzo "Due" di Irene Nemirovsky e da "Suite francese" il romanzo postumo della stessa autrice; che ha riscosso un grande successo in tutta Europa ed è stato giudicato dai critici come il capolavoro di Irene Nemirovsky.

 

Premessa

Il nome Nemirovsky significa "colui che non conosce pace" e richiama i secoli di soprusi subiti dagli ebrei-russi di Nemirov, città della Russia.

Nel 1929 Bernard Grasset, entusiasta di David Golder, un manoscrtto arrivato per posta, decise di pubblicarlo immediatamente. Appena uscito, David Golder fu elogiato all'unanimità dalla critica, tanto che Irene Nemirovsky divenne subito celebre e fu lodata da scrittori di diversa estrazione, come Joseph Kessel, un ebreo, e Robert Brasillach, un monarchico di estrema destra e antisemita. Brasillach elogiò in particolare la purezza della prosa di quella nuova arrivata nel mondo letterario parigino.

Irene era nata a Kiev, ma aveva imparato il francese dalla governante fin dalla prima infanzia. Inoltre parlava correntemente il russo, il polacco, l'inglese, il basco e il finlandese, e capiva lo yiddish. La Nemirovsky si meravigliò perfino che si attribuisse tanta importanza a quel David Golder che lei stessa definiva un romanzetto.

Il padre, Leon Nemirovsky, aveva avuto la sventura di nascere nel 1868 nella città dalla quale doveva dilagare la grande ondata di pogrom contro gli ebrei russi, persecuzione che durò molti anni. Sul suo biglietto da visita si poteva leggere: "Lèon Nemirovsky, presidente del consiglio della banca commerciale di Voronez, Amministratore delegato della Banca Unione di Mosca, membro del consiglio della Banca Privata del Commercio di San Pietroburgo".

La madre, che si faceva chiamare Fanny, l'aveva messa al mondo unicamente per compiacere il ricco marito: per lei la nascita di quella figlia non rappresentava altro che il primo segno del declino della propria femminilità, e aveva lasciato la bambina alle cure della balia. Per dimostrare a se stessa di essere ancora giovane si ostinò a voler vedere Irene, divenuta adolescente, un eterna bambina, che obbligava a vestirsi e a pettinarsi come una scolaretta.

Irene, abbandonata a se stessa durante le ore di libertà della governante, si rifugiava nella lettura; cominciò a scrivere, e reagì alla disperazione sviluppando a sua volta nei confronti della madre un odio feroce.

In "Le vin de solitude" scrive dell'eroina:
"Non diceva mai "mamma" articolando chiaramente le due sillabe; pronunciava "mam" in una sorta di rapido borbottio che si strappava dal cuore con sforzo e con una sorta di sordo e subdolo dolore. Il volto della madre, contratto dall'ira, si avvicinò al suo, e lei vide brillare gli occhi che odiava, le pupille dilatate dalla collera e dalla paura … Dio ha detto: "Mia sarà la vendetta…"

Con sorpresa la vendetta continua a governare la storia delle nostre eroine. L'esergo premesso da Tolstoj in Anna Karenina parla chiaro: “Mihi vindicta: ego retribuan".

Irene Nemirovsky apprende senz'altro da Tolstoj uno stile narrativo leggero ed elegante per scrivere delle atrocità della guerra nel suo  capolavoro postumo. 

 

1903 - nata a Kiev (11 febbraio)
1918 - fuga in Finlandia;
1919 - approdo a Rouen e arrivo a Parigi;
1939 - conversione al cristianesimo;
1942 - deportata ed eliminata ad Auschwitz;

Dalla Russia con amore, alla Francia con stupore, fino ad Auschwitz per morire.

Questo il percorso di Irene Nemirovsky: ebrea, nata in Ucraina, profuga in Francia, morta in Germania.

 

Suite francese

(Némirovsky, Irène. I capolavori (eNewton Classici) (Italian Edition) (p.1832). Newton Compton Editori. Edizione del Kindle.)

Nota - Il brano riportato è l'incipit del romanzo; e rende bene lo stile elegante della prosa e l'assoluto realismo delle descrizioni narrative; un realismo romanzesco che non concede nulla al sentimento e all'eroismo romantico. Le situazioni descritte le abbiamo ben presenti oggi negli angosciosi e freddi report giornalistici che arrivano dall'Ucraina martoriata dalla guerra.

 

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1. La guerra

Fa caldo, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che erano svegli, i malati a letto, le madri che avevano i figli al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto coglievano il primo respiro della sirena. All’inizio non era che un ansito profondo simile al soffio di un petto in costrizione.

Bastarono pochi istanti, poi tutto il cielo fu riempito dal rumore. Veniva da lontano, da oltre l’orizzonte, sembrava quasi senza fretta! I dormienti sognavano il mare che sospinge in avanti le onde e i ciottoli, la tempesta che scuote le cime degli alberi a marzo, una mandria di buoi in corsa sotto i cui zoccoli la terra trema sordamente, finché il sonno era interrotto e l’uomo mormorava aprendo appena gli occhi. «C’è l’allarme?».

Più nervose, più attente, le donne erano già in piedi. Alcune, chiuse le finestre e gli scuri, tornavano a letto. Il giorno prima, lunedì 3 giugno, per la prima volta dall’inizio della guerra, delle bombe erano state sganciate su Parigi; la popolazione era però rimasta tranquilla. Le notizie tuttavia non erano buone. Ma non ci si credeva. Come peraltro non si sarebbe prestato fede all’annuncio di una vittoria. «Non ci si capisce niente», diceva la gente.

Servendosi di una pila tascabile, si rivestivano i bambini. Le mamme sollevavano nelle braccia i piccoli corpi abbandonati e tiepidi: «Vieni, non aver paura, non piangere», c’è l’allarme. Tutte le luci si spegnevano, ma nel dorato e trasparente cielo di giugno, ogni casa, ogni strada era visibile.

Il fiume sembrava accogliere tutte le luci, riflettendole e moltiplicandole come uno specchio sfaccettato. Le finestre oscurate non completamente, i tetti che luccicavano nell’ombra lieve, le borchie metalliche dei portoni di cui ogni sporgenza emetteva un debole scintillio, qualche semaforo che restava acceso più a lungo degli altri, inspiegabilmente, era il fiume ad attirarli, a imprigionarli e farli giocare tra i suoi flutti.

Dall’alto doveva apparire bianco, scorrere come un flusso di latte. Alcuni pensavano che potesse servire da riferimento per gli aerei nemici. Altri dicevano che era impossibile. In realtà non si sapeva nulla. «Io me ne resto a letto», mormoravano voci insonnolite, «Non ho paura». «Ad ogni modo, una sola volta basta», replicavano i più prudenti.

Oltre le vetrate che coprivano le scale di servizio delle nuove costruzioni, si vedevano scendere una, due, tre piccole luci. Gli inquilini del sesto piano abbandonavano le zone più elevate; tenevano davanti a sé le torce elettriche accese a dispetto dei regolamenti. «Preferisco non scassarmi la testa sulle scale, vieni Emilio?» Istintivamente si parlava a voce bassa come se si fosse circondati da sguardi eorecchie nemici. Una dopo l’altra si sentiva lo sbattere di porte racchiuse di colpo.undefinedNei quartieri popolari la gente si assiepava nelle stazioni del métro, nei rifugi dall’odore stantio mentre i ricchi si limitavano a scendere giù nelle portinerie, l’occhio teso verso gli scoppi e le esplosioni che avrebbero annunciato la caduta delle bombe, attenti, i corpi tesi come bestie inquiete nei boschi quando si avvicina la notte della caccia; i poveri non erano più paurosi dei ricchi; non erano maggiormente attaccati alla vita, ma avevano più di loro lo spirito del gregge, avevano bisogno gli uni degli altri, bisogno di stare a contatto di gomito, di piangere o di ridere insieme.

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Il sole stava per sorgere; un riflesso pervinca e argenteo si rifletteva sul selciato, sui parapetti del lungo Senna, sulle torri di Notre-Dame. Sacchetti di sabbia, accatastati attorno agli edifici principali sino a mezza altezza, imprigionavano le danzatrici di Carpeaux sulla facciata dell’Opéra, soffocavano l’urlo della Marseilleuse sull’Arco di Trionfo.

Ancora piuttosto lontano rimbombavano colpi di cannone, poi si facevano più vicini e i vetri tremavano in risposta. Bambini nascevano in camere troppo calde dove erano state tappate tutte le fessure delle finestre affinché non trapelasse all’esterno il minimo raggio di luce, e il pianto dei neonati faceva dimenticare alle donne il rumore delle sirene e la guerra. Alle orecchie dei moribondi i colpi di cannone giungevano deboli e privi di significato, un ulteriore suono che si mescolava al sinistro e indefinito rumore che accoglie l’agonizzante come un gorgo. I piccoli, accucciati contro il fianco caldo della mamma, dormivano quieti e facevano con le labbra dei piccoli schiocchi leggeri, come di un agnellino che succhia il latte.

Abbandonate al momento dell’allarme, alcune carrette di ortolani, cariche di fiori freschi, erano buttate in mezzo alla strada. Il sole, ancora rosseggiante, saliva nel cielo limpido. Venne tirato un colpo di cannone, questa volta tanto vicino alla città che gli uccelli sfrecciarono in volo dalla sommità dei monumenti. Dall’alto planavano grandi uccelli neri, mai visti prima, spiegavano sotto il sole le ali satinate di rosa, poi si levavano in volo i bei piccioni grassi tubando e le rondini, i passeri saltellavano tranquillamente nelle strade deserte. Sulle rive del fiume, sui rami dei pioppi, grappoli di piccoli uccelli scuri cantavano alto. In fondo alle cantine giunse finalmente un suono lontano, attutito dalla distanza, una specie di fanfara su tre toni.

 

L’allarme era cessato.

 

 

 

 

 

 

 

Una chat chiamata desiderio

Dec 292021

 

 

 


Cosa accadrà quando le loro vite si incontreranno?

(cit.)

Definizioni (Dizionario mac)
chat ~ Servizio offerto da Internet, che permette mediante apposito software una ‘conversazione’ fra più interlocutori costituita da uno scambio di messaggi scritti che appaiono in tempo reale sul monitor di ciascun partecipante.

ETIMOLOGIA Propr. “conversazione”
DATA sec. XX.

 

desiderio - Sentimento di ricerca appassionata o di attesa del possesso, del conseguimento o dell'attuazione di quanto è sentito confacente alle proprie esigenze o ai propri gusti: provare il d. di qualcosa; soddisfare i propri d.

• Quanto ne costituisce l'oggetto: quella donna è il mio unico d.
• Pio desiderio, oggetto di vane speranze
• Voglia sessuale: nell'impeto del desiderio; essere oggetto di d.

ETIMOLOGIA Dal lat. desiderium, der. di desiderare ‘desiderare’
DATA fine sec. XIII.

 

 

undefinedComunicazione, virtualità e virtù

In questo mondo virtuale che ci sta travolgendo possono accadere cose strane come ad esempio comunicare con le chat; vengono scritte e lette cose che non riusciamo a comprendere; perché l'immediatezza dei messaggi nega la mediazione riflessiva; ciò che viene scritto, per essere compreso con sufficiente padronanza, ha bisogno di rilettura riflessiva e meditata. Quel che scriviamo è corrotto dal desiderio di farsi conoscere; quel che leggiamo è corrotto dal desiderio di conoscenza. I messaggi brevi che si scrivono due persone che non si conoscono, come opera letteraria, nasce e muore lì, nella parola, nella chat. Il discorso amoroso è frammentato, (frammenti di un discorso amoroso), giocato tutto sull'immediatezza delle parole, sui tempi di risposta, sull'immaginazione, i sogni, le frustrazioni, le illusioni della solitudine dei dialoganti.

Le rispettive memorie affettive non hanno tempo d'intervenire, dare sostanza, motivare il contenuto umano, letterario, romantico e romanzesco di un rapporto amoroso che viene espresso, con parole troncate, nei brevi e farfugliati messaggi caratteristici delle chat. E spesso, quando cresce il desiderio di conoscenza, corporale e sensitiva, l'immagine si trasforma in illusione ossessiva e/o ammaliante, come un miraggio nel deserto e/o le innumerevoli Fate Morgane che popolano il nostro immaginario.

Il desiderio ha bisogno del corpo e dei sensi; ha bisogno di toccare, vedere, ascoltare, gustare, odorare: il desiderio ha bisogno dei sogni, del gioco poetico, dell'essere e del non essere; ha bisogno del mistero e della realtà: ha bisogno di umanità e divinità intese e comprese separatamente ma radicalmente coesistenti nella mente umana: biunivocamente unite nella loro eterna alterità.


 

L'opera nel gestoundefined

- Ogni gesto umano è un gesto divino. Nell'uomo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. L'uomo ideale è Dio fatto uomo che, nella sua umanità, ci fa conoscere la divinità. (San Josémaria Escrivà)

- Nella scienza o nella letteratura o nell'arte, appena toccata, nell'opera, una compiutezza, una perfezione; appena svelato compiutamente un segreto; appena data perfetta forma, e cioè rivelazione, a un mistero - nell'ordine della conoscenza o, della bellezza - ...appena dopo è la morte. (Leonardo Sciascia)

La chat, come tutte le opere letterarie, se non seguita da una ricaduta concreta nella realtà quotidiana, è la tomba del desiderio. In altri termini: il desiderio virtuale, in se stesso, non è desiderio vero e proprio ma illusione: è desiderare un qualcosa che non esiste, una vacuità impalpabile e volatile: è desiderare il nulla assoluto, in senso oggettivo.

Il gesto di scrivere e di leggere un testo letterario equivale al dire e ascoltare una testimonianza verbale. In questa logica dell'equivalenza va intesa la lettura della chat che segue, scritta da due persone in cui tutti possiamo identificarci. 

 

La maschera

Nella chat, sono riportati i passaggi verbali di una conoscenza virtuale e della sua ineluttabile morte nella vacuità quotidiana. È taciuta tutta la prima fase del dialogo, fatta di saluti e convenevoli di presentazione che, seppur importanti per i dialoganti, nulla aggiungono all'argomento qui trattato: ho estrapolato solo il corpo centrale e la fase di sospensione finale, del dialogo "amoroso". Nel susseguirsi dei brevi messaggi si evidenziano necessità, bisogni e menzogne che, secondo un'interpretazione del tutto personale, ho cercato di sintetizzare nei titoli introduttivi delle varie fasi, ordinate in sequenza temporale.

Da un punto di vista educativo, la trascrizione della chat è solo un esempio, uno dei tanti modelli comunicativi di una classica "bidonata" (come la chiamerebbe Gabriel, lo zio di "Zazie nel metrò") in cui necessità e bisogni dichiarati, mascherano e nascondono una realtà che si rivelerà - teatralmente inaspettata -  diversa da quanto dichiarato come verità nei messaggi. In fin dei conti, qualsiasi chat è una maschera comunicativa.

In un certo modo, i due dialoganti chatt-attori interpretano un ruolo: è il gioco shakesperiano tra l'essere e il non essere, o quello pirandelliano tra l'essere e l'apparire; un gioco in cui gli attori riflettono perfettamente loro stessi, le loro personalità; e agiscono entro le dinamiche del desiderio mimetico girardiano, dove la menzogna romantica delle parole viene puntualmente smascherata dalla verità romanzesca dei fatti. Un ultima stranezza coincidente è rappresentata dalla data: 25 dicembre: sarà forse la nascita di un amore... virtuale? 

 

 La chat

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Nota di lettura: la lettura  chat potrà rusultare difficoltosa perchè l'interlocutrice  (o l'interlocutore) non è italiana/o e, probabilmente, usa un programma di traduzione non esperto del linguaggio italiano. I miei interventi sono scritti in corsivo.

 

 L'inizio

Lei [25/12, 20:08]:

ok buona sera tesoro, buon viaggio a te; hai fatto un lungo viaggio; e poi c'erano ingorghi che ti hanno impedito di andare veloce.

Lui:

Buonasera, sei anche tu a casa?

Lei [25/12, 20:12]:

si tesoro, com'è andata la festa con i bambini?

Lui:

Bene, molto bene. Erano felici e rapiti dalle magiche atmosfere di Babbo Natale....e dai regali

 

L'invito

Lei [25/12, 20:16]:

ok tesoro, è fantastico ma non ho nessuno che mi inviti in un ristorante per un caffè; sogno che un giorno sarai tu tesoro

Lui:

Non sei mai stata invitata in un ristorante per un caffè? Come è possibile? quanti anni hai? Quando lavoravi come cuoca, non hai mai ricevuto inviti?

 

La famiglia

Lei [25/12, 20:33]:

quando ero con il mio ex tesoro andavamo spesso al ristorante per prendere un po' di caffè; tu mi conosci, sto cercando un uomo che mi amerà per quello che sono, perché io voglio amare un uomo per quello che è e non per quello che ha. Sai, nella mia vita ho sempre avuto qualcosa in mente, ho sempre pensato che il il vero lusso è avere una famiglia felice.

Lui:

E tu non ci vai più in Francia? Sei sempre a Roma? Magari vai in giro per il mondo e dimentichi ogni tanto di fermarti, di riposare e respirare la vita vera, la famiglia, l'amore. Certo, sei bella ma si deve essere belli anche dentro per scoprire l'amore e non lasciarsi intristire dalla solitudine.

Lei [25/12, 20:54]:

Dicono che sono bella ma vorrei sedurre un uomo con il mio cuore più che con la mia bellezza; la vera bellezza conta ma il cuore è la cosa più importante; e penso che, se ami qualcuno per quello che ha, la relazione non durerà; e quando vuoi amare devi amare e... questo: non guardare l'altro ma guardare con lui nella stessa direzione.

Lui:

Si, hai ragione il tuo sorriso è autentico e vero; non dubito della tua bellezza interiore, ma il vortice degli impegni di lavoro può causare, nella solitudine, vuoti interiori e desiderio di pienezza che non troverai mai nei soldi e nel successo. La pienezza interiore si raggiunge con l'umiltà, la purezza, la serenità, l'abbandono all'abbraccio di un uomo. Proprio come tu hai scritto in qualche post precedente.

 

La verità

Lei [25/12, 21:00]:

So che ti sarà difficile capirmi o credermi ma questa la verità, quella che ti dico io; sono bella, forse, ma sappi che sono ancora più bella dentro di me e su questo che conto di trovare l'uomo della mia vita; sai che la fiducia in se stessi è il primo segreto del successo; e io ho fiducia in me stessa, nel carattere che ho, che potrei avere l'uomo con cui vivere con lui per eternity e per la vita; anche se quest'uomo è il più povero del mondo, anche se non può farmi dare figli e saperlo nutrire famiglia con questi elementi essenziali.

Lui:

La fiducia in se stessi è importante e necessaria per poter credere che la vita ha una destino nell'eternità, è infinita; solo così ha un senso irremovibile nel tempo e sicurezza nell'indicare all'altro il cammino dell'amore.

 

Il perdono

Lei [25/12, 21:29]:

perchè anche se ci sono problemi va sistemato tra due e non bisogna andare ognuno per la sua strada perchè la coppia non va più; ma anzi bisogna sedersi a discutere; e aspettare di riprendere in mano la vita insieme; e penso che è così che la coppia sarebbe ancora più solida sai che può esserci infedeltà ma in amore devi saper perdonare.

Lui:

Non ho mai incontrato una donna così pragmatica e sicura; e hai ragione mi trovo d'accordo in tutto quello che scrivi...e non è così scontato per il mio carattere; sono sempre molto attento a quel che si dice perché ho il gusto di contraddire e smontare i sogni di gloria che, di solito, sono castelli di carta che al primo soffio volano via.

 

L'eroismo

Lei [25/12, 21:40]:

Ecco perché ho deciso di dimenticare tutto e ora prendi il controllo della vita; qualunque sia la tua situazione, di' a te stesso che un giorno troverai quello che vuoi nella vita perché i nostri sogni siamo noi che li realizziamo e non dobbiamo sederci e aspettare che si avvera da solo ma devi lottare per realizzare il sogno di te stesso.. mi capisci spero.

Lui:

Si, ti capisco benissimo. In fin dei conti è un concetto antico come il mondo che ho sempre perseguito e predicato: devi essere sempre pronto a perdere tutto e ricominciare da zero. "Aspettando Godot" consumi la vita nell'attesa del nulla.

 

La fede

Lei [25/12, 22:03]:

Sai che sono qui in rete lo so perché perché mi dico che l'amore è ovunque dov'è e continuo a sperare di trovare un uomo che potrei conoscere e se ci fa piacere penso che verrà a prendermi o che io vado al suo posto; perché per me quando amiamo vogliamo e quando vogliamo possiamo fare di tutto per ottenerlo quindi credo nell'amore in queste cose incredibili che lui crea perché per me è sacro

Lui:

"L'amore è ovunque dov'è" - "Continuo a sperare" - "credo nell'amore" e in "queste cose incredibili che lui crea"- "Per me l'amore è sacro". Carissima più scrivi e più mi piaci.

 

L'amore

Lei [25/12, 22:21]:

perché non c'è niente di più bello che amare quando si deve amare; questi verissimi amori sono cose più belle ma anche peggiori quando ti si tradisce; qui sai un po' di più della mia vita e spero di conoscere te e chi lo sa perchè se la fortuna ci ha fatto incontrare penso che dobbiamo aspettare che il tempo faccia anche per lui così nessuno questa o quella fortuna sorriderà.

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Lui:

Il tradimento nasce sempre dalla falsità (dall'illusione). Tradire è voltare le spalle all'eternità; è voler vivere il presente solo per sé stesso senza un senso, una direzione uno scopo (eterno). Hai parlato di fedeltà ma la fedeltà non ammette il tradimento perché fedeltà è per eternità: non solo per il presente. Dichiarare amore eterno vuol dire avere fede e speranza. Purtroppo molti non credono nell'eterno quindi molti sono pronti a tradire. Saper riconoscere la verità e l'ipocrisia: è essenziale per vivere l'amore....ma non è facile, specialmente per chi ama senza se e senza ma.

 

La speranza

Lei [25/12, 22:57]:

qui spero che tu sia una persona sincera e seria il resto verrà con il tempo.

So cucinare molto bene; anche io sò molto di cucina; sono una donna molto seria, sincera, onesta, gentile, ma penso che non spetta a me dirtelo ma spetta a te saperlo questo il momento; vado spesso all'orfanotrofio per andare ad aiutare i cuochi lì perchè è una passione per me amo i bambini e se avessi i mezzi penso che li aiuterei perchè sono così simpatici ma ehi questi già bene cosa L'ho fatto perché li imparo bcp.

 

L'attesa

Lei:[3/1, 10:26]

ok non preoccuparti ma sai che non sono da sola la mia connessione internet sono sulla connessione del vicino.

Lui:

ok

Lei [3/1, 10:27] :

per favore invia 100 € ricaricherò la mia connessione internet tesoro

Lui:

No. Se vuoi e puoi chattare, bene; altrimenti, aspetta Godot

Lei: [3/1, 10:37]:

non mi mandi niente voglio ricaricare la mia connessione internet per poter chattare con te tutto il tempo.

Lui:  

Aspettando Godot - wikipedia

 

The End

 

 Conclusione morale

Il desiderio regna tra il sogno (Sogno di una notte di mezzaestate) e l'assurdo (Aspettando Godot), dimentico della realtà.

In termini girardiani Una chat chiamata desiderio è una:

menzogna romantica.

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Daniele Del Giudice, il nostro incontro

Oct 272021

 

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Per correr miglior acqua alza le vele

ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

 

e canterò di quel secondo regno,

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

(Purgatorio, Canto I - Dante Alighieri)

 

undefined L'incontro

 

Non lo conoscevo, non avevo letto niente di lui, non sapevo che era uno scrittore. Poi, un giorno, mi è stato proposto di partecipare a una discussione* su una sua opera e ho cominciato a cercarlo e a conoscerlo.

 

 

 

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Nel museo di Reims, l'opera che mi era stata proposta alla lettura, il romanzo breve (o racconto) di Daniele Del Giudice, non l'ho trovato. Nei scaffali, sui piani e ripiani di diverse librerie che ho visitato, non c'era, non era nei magazzini e non era previsto che arrivasse. Ho provato a cercare on-line e l'unica edizione disponibile era quella digitale; ho scaricato il file sul mio PowerBook e l'ho letto; ma la lettura in digitale non mi piace, non mi  soddisfa, non mi dà modo di approfondire, compendiare e comprendere il romanzo. Insomma cercavo un libro e volevo il libro, o almeno un'edizione su supporto cartaceo; desideravo sfogliare e sentire le pagine tra le dita: volevo il "mio" libro, le "mie" pagine di carta, pregiata in quanto materia corposa, eco della realtà oggettiva.

 

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Ho cercato nelle biblioteche e ho chiesto la disponibilità di questo fantomatico libro assente nelle librerie. Mi è bastata una telefonata; in poco tempo ho ricevuto la notizia che appagava la mia smania di possesso: una voce femminile, entusiasta e gioiosa, mi ha comunicato che aveva trovato quel che cercavo e che era disponibile in biblioteca. Sono andato in biblioteca e la voce vestita di donna, dopo le formalità amministrative, mi ha dato un libro ma era diverso da quello che cercavo: la donna, nel suo ruolo di bibliotecaria, riprende la scena e mi dice con suadente gentilezza che il libro che avevo chiesto non era nel  catalogo della biblioteca; però il titolo, Nel museo di Reims , era riportato nell'indice di quella raccolta di Racconti che avevo tra le mani.

 

Dunque, la ricerca di una sua opera, assente dagli scaffali delle librerie, è stato il mio incontro di conoscenza con l'autore, Daniele Del Giudice.

 

 

La conoscenza

L'incontro è conoscenza di due anime, autore e lettore che nella lettura s'incontrano; si specchiano e si riconoscono nell'eroe del romanzo.

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Nell'eroe romanzato brilla il riflesso della loro rispettiva maschera ancestrale spesso dimenticata, fin dalla fondazione del mondo. Ma è proprio lì, nell'atto originale, che vaga fluttuante quella maschera, pronta a posarsi e aderire con forza sul volto di chi la cerca; è proprio lì, nell'atto primordiale, che autore e lettore possono trovare e riconoscere il loro vero essere: il nocciolo, il nervo e il verbo della loro irriducibile umanità.

 

 

La memoria

undefinedLa memoria dissocia gli elementi contraddittori del desiderio. Il sacro emana il suo profumo mentre l'intelligenza attenta e staccata può ora riconoscere l'ostacolo contro il quale urtava; comprende la funzione del mediatore e ci svela il meccanismo infernale del desiderio. (René Girard - MRVR)

 

Il battesimo è l'incontro tra due memorie, l'abbraccio di due anime, la stretta di mano tra due persone nascoste e forse perdute nel sottosuolo del mondo. Due anime che cercano, vogliono conoscere; e lo possono fare solo togliendo quella maschera che le costringe a un ruolo che non capiscono, non comprendono e non sanno interpretare; perché da sempre sono concentrate nella loro soggettiva diversità e vogliono mostrarsi per come sono veramente; vogliono mostrare la vera presenza, l'essenza; vogliono esseree non solo apparire; vogliono conoscere la vera realtà perché quella che appare la sentono virtuale e sfuggente...come una lettura dell'edizione digitale di un libro. 

 

 

 Link: Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims

 

 

 

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