Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

LE VIRTÙ SOCIALI TRA NATURA E CULTURA

dic 282023

di Jimmy Kwizera

Lord of Flies - 

Il Film - Il signore delle mosche Peter Brook, versione italiana 1963, tratto da un romanzo scritto nel 1952 dal premio Nobel per la letteratura, William Golding, e pubblicato nel 1954 con 14 milioni di copie vendute nei soli paesi anglofoni.
Viene descritta passo dopo passo la discesa nella barbarie di un gruppetto di studenti ordinari e dei membri di un coro musicale abbandonati a se stessi in un luogo paradisiaco totalmente isolato dalla moderna civiltà.

 

 LORD OF FLIES: LE VIRTÙ SOCIALI TRA NATURA E CULTURA

Riflessione  di Jimmy Kwizera

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In questa breve riflessione, vorremmo partire dal film Lord of the Flies (1963) ispirato dal romanzo di William Golding (1954) per abbordare il tema delle virtù sociali nell’intento di cogliere il rapporto tra la natura e la cultura. Nella vicenda narrata nel Film, troviamo un accenno a quasi tutte le tendenze e virtù relazionali quali Pietas, Observantia, Honor, Obbedientia, Gratitudo, Veracitas, Vindicatio, Liberalitas, Affabilitas, ecc. (Pietà, Osservanza, Onore, Obbedienza, Gratitudine, Verità, Rivendicazione, Liberalità, Affabilità, ecc)

L’analisi di queste tendenze sociali evidenziano che l’essere umano agisce liberamente senza che la sua libertà sia in contraddizione con i condizionamenti dell’ambiente in cui vive. In questo ordine di considerazioni intendiamo cogliere per analogia il rapporto tra la natura e la cultura mettendo in risalto quello tra la libertà e la tradizione in quanto contesto vitale nel quale la libertà umana viene espressa e esercitata.

1. Le tendenze e virtù relazionali nella vicenda narrata nel film

Già sin dall’inizio del film, si riscontra nell’attegiamento e nelle parole dei ragazzi un certo desiderio e una nostalgia dei genitori e di tornare a casa. Fanno di tutto perché possa venire qualcuno a salvarli affinché possano tornare a casa. Il fuoco che hanno acceso ne era un segnale. Si riscontra anche da parte loro il riconoscimento dell’apparteneza ad una terra quando esprimono la bravura britannica. Ben più, in mezzo alle difficoltà avvertono la nostalgia di una personna adulta che sarebbe più ragionevole di loro. Ciò dà da pensare che il fallimento della loro organizzazione sia stata dovuta ad un certo spaesamento nella misura in cui non hanno più nessun modello che poteva fungere da punto di riferimento. Questo rispecchia la tendenza che perfeziona la virtù della Pietas.

Dal primo momento del loro arrivo sull’isola, i ragazzi confermano il fatto che in qualsiasi gruppo c’è sempre uno che funge da capo. La prima cosa a cui hanno pensato è stato di eleggere il capo. Confermano anche il fatto che in ogni gruppo c’è qualcuno che spicca per certe qualità e ciò fa sì che egli sia spontaneamente rispettato dagli altri. Le figure di Ralph e Jack fanno vedere delle persone che hanno certe qualità che spingono gli altri a lasciarsi commandare da loro.

Viene confermata anche la tendenza di fondare ogni organizzazione su certe regole che tutti devono rispettare. Tutti i ragazzi sono d’accordo che per soppravivere ci vuole una condotta regolata dalle norme. Ma si vede anche che quando cominciano a non obbedire alle regole, allora nascono problemi nel gruppo. Anche nel gruppo di Jack che appare come un gruppo di delinquenti, egli voleva stabilire delle regole e voleva che gli altri le rispettassero. La figura di Pigy quanto ad essa rimanda al riconoscimento del capo e delle regole. Piggy ha stima per Ralph e vuole che gli altri facciano lo stesso. Egli stesso vuole essere stimato dagli altri anche se il gruppo non lo vuole accettare. Vediamo qui rispecchiate le tendenze che modellano le virtù di observantia, honor e obbedientia.

Si riscontra un ugualmente, benché implicito, un accenno alla virtù della gratitudo quando Jack vuole che Ralph non sia più il capo del gruppo. I ragazzi non erano d’accordo perché provavano una sorta di debito riguardo a quello che faceva Ralph per loro. Anche dopo la condivisione delle banane, qualcuno ringrazia il ragazzo che le aveva procurate. Invece, la tendenza che si vede esplicitamente è quella della reazione di fronte alla morte di Simone. Anche se Pigy cerca di tranquilizzare Ralph, egli piange e si sente colpevole affermando che avrebbe potuto fare qualcosa.

Allo stesso modo, tutti i ragazzi avevano un certo rimorso quando si sono accorti che non avevano ucciso il mostro ma Simone il loro compagno. Questo accenna à la virtù della vindicatio nel senso di una tendenza a voler riparare il male commesso ma anche della veracitas nel senso di sincerità e di accettazione della verità così come è. La veracità si rispecchia anche nella figura di Simone che praticamente non era interessato a quello che facevano gli altri ragazzi ma era piuttosto impegnato a scoprire la verità sul mostro. La figura di Pigy dà anche prova di veracità. Egli esprime le cose così come sono e cerca sempre di esprimere ciò che pensa anche se a volte gli altri non lo ascoltano.

In fine, la virtù della liberalitas si riscontra chiaramente nella vicenda del film. Tutta la vita dei ragazzi è stata una vita di condivisione: acqua, frutta, carne…. La formazione del gruppo dei cacciatori attorno a Jack rispecchia un certo scambio dei beni che ha a che vedere con la tendenza che perfeziona la liberalitas.

2. Le radici antropologiche della socialità

Nell’ambito dell’antropologia relazionale, c’è una serie di virtù che costituiscono le cosiddette radici antropologiche della socialità. Nel film che stiamo analizzando emergono principalmente quelle di observantia e di honor. La virtù dell’observantia si presenta come una virtù che modella e perfeziona la tendeza a riconoscere e a rispettare l’eccellenza altrui. L’observantia si può tradurre con rispetto, ossequio, osservanza. Cicerone la definisce come la virtù per la quale quelli che spiccano per una certa dignità sono degni di culto e di onore. La dignità di cui parla può derivare da tanti fattori: l’abilità in un certo ambito, la sapienza, l’esperienza, ecc. Perciò sono i destinatari del rispetto le persone famose, gli anziani, i maestri, le autorità, i santi, gli eroi, ecc.

La virtù dell’observantia è necessaria per orientare al bene e cioè al perfezionamento del soggetto e della società la tendenza spontanea a rispettare chi spicca per certe caratteristiche personali. La virtù brilla quindi nel distinguere chi è davvero meritevole di ossequio o chi non lo è, e nel tributare il rispetto nella giusta misura. L’observantia non è in contrasto con la libertà al contrario di quanto si può pensare. Anzi, è segno della natura sociale dell’uomo visto che quando molti individui sono assieme ordinati ad un unico fine, c’è sempre qualcuno che è capo e guida. In un gruppo di individui, c’è sempre qualcuno che spicca per determinate qualità e i propri simili hanno spontaneamente tendenza a rispettarlo. In alcuni autori delle correnti anarchisti si riscontra la conferma di questa tendenza. Gli autori come Bakunin, Proudhon e Kropotkin confermano questa tendenza quando propugnano l’abolizione di ogni autorità statale o coercitiva affinché possa esplicarsi la tendenza naturale all’ordine sociale.

Quanto all’onore, essa è secondo San Tommaso una parte dell’observantia. La tendenza a riconoscere il merito di chi è migliore in qualche ambito porta spontaneamente ad onorarlo. Così la virtù dell’onore perfeziona la tendenza ad onorare chi è meritevole ma anche a desiderare di essere stimato, di eccellere, di migliorare sé stesso. Secondo Aristotele, la virtù dell’onore viene congiunta alla magnanimità giacché tutti cercano l’onore non tanto per le qualità innate ma per quelle acquisite per il proprio impegno.

Come distinguere l’observantia e l’onore tradotto con i termini di dulia in greco e honor in latino? L’observantia ha un’estensione più ampia e include sia la disposizione interiore chele azioni da essa ispirate mentre l’onore riguarda principalmente i gesti che hanno una finalità
onorifica e sono cercati per sé o compiuti verso un altro. San Tommaso quanto a lui dice che l’observantia rispetto all’onore funge da principio e da movente che spinge ad onorare, poichè si è spinto ad onorare una persona per il rispetto che si ha verso di essa. Ma essa funge anche da fine poichè si onora una persona affinché gli altri ne abbiano rispetto.

Anche se naturalmente, l’uomo è portato a manifestare una certa sudditanza verso qualcuno, la virtù dell’onore è necessaria per il perfezionamento morale di questa tendenza naturale per non cadere in comportamenti quali l’adulazione o la vanagloria e per non covare nel proprio cuore l’invidia che ne è anch’essa una deviazione poichè se non si riconosce il giusto merito altrui, non si è in grado neanche di rivendicare fondatamente i propri meriti.

La virtù dell’onore richiama anche la consapevolezza del diritto alla buona reputazione e alla fama di ognuno poichè è giusto riconoscere l’onorabilità altrui. E secondo Max Scheller, l’attrazione assiologica di un individuo esemplare è indispensabile per la crescita
dell’autotrascendenza e la crescita personale, ciò che è un accenno pure implicito alla virtù dell’onore.

Come traspare nel film, il fatto che la prima cosa a cui i ragazzi hanno pensato è stato eleggere il capo ma anche il fatto che le figure di Ralph e Jack spingono spontaneamente gli altri ragazzi a lasciarsi comandare da loro rende l’idea della tendenza e della virtù
dell’observantia. La figura di Pigy quanto ad essa rimanda all’onore verso chi spicca per merito e a farlo onorare. Piggy stimava Ralph e voleva che gli altri facciano altrettanto. Perciò illustra bene la tendenza e la virtù dell’honor. Nel film si riscontra soprattutto da parte di Jack, i vizi opposti alle virtù dell’observantia e dell’honor che sono l’invidia e la vanagloria.

3. La virtù dell’amicizia

Un’altra virtù che traspare nel film che ci occupa e quella dell’amicizia. Nella questio 114 della della Summa Theologiae (IIa-IIae), San Tommaso tratta dell’amicizia in due articoli. Si chiede prima se l’amicizia sia una virtù speciale e poi si chiede se sia una parte (potenziale) della giustizia.

Per San Tommaso, l’amicizia è una virtù speciale nella misura in cui la virtù essendo ordinato al bene, laddove si riscontra un bene speciale da compiere, là è necessaria che ci siaanche una virtù speciale che ordina a quel bene. L’amicizia è quindi la virtù che conserva
l’ordine a cui l’uomo deve essere ordinato nel rapporto con gli altri in modo da trattargli secondo il dovuto.
L’amicizia di cui parla qui San Tommaso è da distinguere da quella che consiste nell’affetto reciproco che è legato alla virtù della carità ed è pertanto un corollario di tutte le virtù. L’amicizia come affabilitas di cui parla qui San Tommaso è quella che si limita alle parole e ai fatti esterni in quanto uno si comporta bene, in un modo conveniente verso le persone con cui tratta. Questa amicizia che si dimostra anche agli sconosciuti mica è una simulazione. Anzi, esprime l’amore che ogni creatura ha naturalmente verso il suo simile. Ben
più, l’amicizia tende a procurare piacere alle persone verso cui si indirizza. Tuttavia, per un bene da conseguire o per un male da escludere essa non esita a rattristare le stesse persone.

Tutto sommato, l’amicizia mira ad un rapporto giusto, conveniente e piacevole della persona rispetto agli altri.
Per quello, l’amicizia è una parte potenziale della giustizia in quanto si affianca ad essa come alla rispettiva virtù cardinale. L’amicizia ha in comune con la giustizia la relatività ad altri. Tuttavia, alla differenza della giustizia, il debito a cui riferisce non è né legale né
proporzionalmente reciproco ma si limita a sodisfare un debito di onestà dovuto più alla persona virtuoso che a quanti ne sono l’oggetto facendo sì che tale persona faccia agli altri ciò che conviene che ella faccia.

Il compito che si ha per amicizia di convivere piacevolmente con gli altri si collega alla giustizia in quanto l’uomo come essere sociale è tenuto moralmente a vivere in veracità.

Ora l’uomo non può vivere senza soddisfazioni. Pertanto è un debito di onestà e quindi di giustizia che sia tenuto a vivere piacevolmente con gli altri a meno che per un motivo utile sia necessario vivere diversamente. E poi l’amicizia non vuol dire che tutte le persone vanno trattate allo stesso modo indistintamente. Vuol dire piuttosto che proporzionalmente si deve trattare ciascuno nella maniera che a lui conviene.

La virtù dell’amicizia si trova rispecchiata nella vicenda narrata nel film. Fin dall’inizio del film, si vede che i ragazzi avevano il desiderio di stare bene insieme. La condivisione della carne, della frutta ma anche il giocare insieme dei ragazzi danno prova di una certa amicizia. La figura di Ralph e di Pigy è anche esplicita. Loro cercavano sempre di rapportarsi agli altri in un modo conveniente anche se l’attitudine degli altri nei loro confronti dava a volte prova del contrario. Dalla parte di Jack invece, si vede il vizio contrarioall’amicizia: il litigio. Egli cercava sempre di contrariare Ralph. In definitiva, si vede che la virtù dell’amicizia era palese all’inizio del film ma va svanendo man mano che i ragazzi perdono il senso delle regole e dell’osservanza e pervertono la loro natura.

4. Il rapporto natura e cultura

Il discorso fino ad ora tenuto ci porta a tentare una riflessione sul rapporto tra la natura e la cultura. A dire il vero, non si potrebbe mai cogliere meglio il rapporto tra la natura che mettendole in stretta relazione in modo imprescindibile. Infatti, partendo dalla libertà umana
in rapporto all’ambiente condizionale (si potrebbe anche chiamare tradizione) nel quale essa viene esercitata, ci si può accorgere che, allo stesso modo, l’idea di natura umana è inscindibile da quella di cultura.
Già derivato dal verbo latino colere, il termine cultura, giacché rinvia al mondo dell’agricoltura, è inseparabile dall’idea di natura. Cicerone parlando della Filosofia come cultura animi e Bacon come georgica dell’animo, tutti accennano all’anima come un campo da coltivare. Lo stesso Gadamer parla di Bildung che include le idee di riproduzione e di modello ma anche di coltivazione delle disposizioni naturali. Così segue Hegel che afferma
che l’individuo singolo nello svilupparsi si trova necessariamente sulla via della cultura trovando nella lingua, costumi e istituzioni del suo popolo come una sostanza preesistente che deve far propria. Quindi per svilupparsi, l’individuo deve già superare la propria naturalità in quanto il modo in cui si sviluppa è formato dall’uomo nella lingua e nei costumi. Nella
cultura, l’individuo si dà una forma portando alla luce ciò che è in sé stesso.

Arendt quanto a lei mette a fuoco l’idea di cultura presente dai latini per sottolineare due elementi fondamentali: il trasformare la natura in un luogo adatto alla dimora di un popolo e il prendersi cura dei monumenti del passato. Secondo lei, la dimensione culturale si forma alla base di ciò che è dato originariamente e che l’individuo assume, trasforma e incrementa tramite la sua libertà. Poi dal sentirsi legato ad una storia di cui si è parte, le acquisizioni
culturali si continuano e si trasmettono.

Così si può prolungare la tradizione in cui si è innestato rinnovandola in una dialettica di ricettività e creatività. Ricevendo dagli altri, si può allora innovare e assumere iniziative.

Quando ci si inserisce nella tradizione facendosene erede operante e accettandola come patrimonio da conservare, da preservare e da interpretare, allora la si può innovare. Pertanto èimpossibile individuare uno stato di natura precedente alla cultura giacché, come l’afferma Hegel, è proprio l’emergere della cultura che permette di riconoscere la specificità dell’essere umano.
In definitiva, si può dire che natura e cultura sono inseparabili e in continuità. La cultura è la trasformazione o personalizzazione della natura grazie alla libertà che è l’appannaggio della natura umana. Tramite la libertà propria alla natura umana, quest’ultima viene personalizzata dalla cultura.
Nel film in questione, si vede che i ragazzi quando si sono trovati sull’isola, hanno cercato di organizzarsi secondo un modello culturale che già avevano. Ma alla fine, la mancanza di ogni riferimento culturale ha fatto che si pervertisse la natura dei ragazzi che si sono finalmente comportati in modo meno umano. Si può dire che ad un certo momento la loro natura e quindi la loro libertà non hanno trovato un contesto culturale nel quale svilupparsi il che fa capire che la natura umana non viene personalizzata se manca il contesto culturale che inquadra la libertà individuale.

Conclusione

Incorniciare le varie tendenze e virtù sociali nel film Lord of the Flies ci ha aiutato a evidenziare in modo chiaro e palese il rapporto tra la natura e la cultura. Così come la libertà individuale non può prescindere dal contesto in cui viene espressa e esercitata, neanche la cultura umana può prescindere dalla natura che le serve da sostrato.

Le tendenze e virtù sociali evidenziate nel film in questione fanno vedere l’indole che emerge dall’uomo che pur agendo liberamente non può fare a meno dell’interazione con gli altri ma anche è necessariamente condizionato non soltanto dalla relazionalità ma anche dalle circostanze e dall’ambiente vitale.

Questo ci porta a ribadire la nostra tesi di partenza che libertà e tradizione sono inscindibili esattamente come cultura e natura lo sono. E le radici antropologiche della socialità fungono da ponte tra la natura in quanto sono naturali e la cultura in quanto sono frutto di un agire libero ma "ambientato" in un determinato "contesto".

Jimmy Kwizera

 

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ratio imitarum naturam

 

 

Il Gattopardo e il sonno degli dei

mar 102023

Chi è Il Gattopardo? 

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Il Gattopardo è l'autore - Guseppe Tomasi di Lampedusa, nobile, letterato e scrittore, divenuto silenziosamente famoso per aver romanzato gli avvenimenti che hanno caratterizzato, in Sicilia e in Italia il "passaggio storico e culturale" dal vecchio ordine feudale tardo-medioevale, al disordine "borghese, patriottico e insurrezionale sulle ali romantiche di una fallace promessa di libertà.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, duca di Palma e Principe di Lampedusa, nato nel 1896 e morto nel 1957, si formò su scritti illuministici e raccolte di relazioni militari. Divenne narratore solo nella seconda parte della sua vita, privo di contatti con gli ambienti letterari. Compose un solo romanzo, Il Gattopardo, che, rifiutato da due grandi case editrici, fu pubblicato da Feltrinelli nel 1958 ed ebbe immediato grandissimo consenso di pubblico e critica.

 

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Il Gattopardo è lo stemma di una delle più importanti famiglie dell'aristocrazia siciliana cui Giuseppe Tomasi apparteneva. Da questa posizione di appartenenza nobiliare, poco prima di abbandonare il mondo, Tomasi ha completato il romanzo, trasferendo in quelle pagine una lucida e puntuale raffigurazione della società e dell'ambiente siciliano offrendo ampi spazi di lettura dell'ambiente, della politica e del vivere quotidiano. Il punto di vista narrativo è quello dell'autore stesso, cioè, quello di un nobile rassegnato e costretto dai tempi a passare testimone al nuovo che avanza ovvero agli ennesimi dominatori stranieri portatori di civiltà lontane ed estranee al comune sentire del popolo siciliano. Per voce dello stesso Tomasi, il punto di vista corrisponde a quello del protagonista del romanzo: Don Fabrizio, Principe di Salina, ultimo Gattopardo e monumentale testimone di una sicilianità fiera e orgogliosa, seppur  sopita dietro un vivere quotidiano distaccato e silenzioso. 

L'opera non fu prontamente capita da importanti editori, (Mondatori, Einaudi), che ne rifiutarono la pubblicazione; questo ostracismo culturale procurò profonda delusione e tristezza all'autore che non riuscì a vedere la pubblicazione del suo romanzo prima della sua morte che sopraggiunse nel 1957. L'opera uscì con Feltrinelli nel 1958 ed ebbe immediato successo; confermato qualche anno dopo dal magnifico film omonimo di Luchino Visconti.

   

 

           

Trama del film

1860 - Garibaldi con le sue camicie rosse invade la Sicilia. Nonostanmte lo sconvolgimento politico, l'aristocratico don Fabrizio, Principe di Salina, compie egualmente con la sua famiglia il viaggiuo annuale verso la residenza di campagna di Donnafugata. Qui il Principe viene a sapere da padre Pirrone che Concetta, sua figlia, ama Tancredi, il nipote prediletto di don Fabrizio. Ma le speranze di Concetta sfioriscono rapidamente quando appare la figlia del Sindaco, Angelica Sedara. Don Fabrizio si rende conto che questo connubio tra la nuova borghesia e la declinante aristocrazia è uno dei muitamenti che deve essere accettato. Questa intesa verrà consacrata durante un grandioso ballo al termine del quale il Principe si allontana meditando sul significato dei nuovi eventi che richiamano la sua attenzione ad un sofferto bilancio della propria vita.

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"Il Gattopardo" è un film unico ed emblematico: un capolavoro costruito su inusuali scelte iconografiche, scenografiche, ambientali e interpretative; sequenze che raccontano con vivacità, profondità e puntigliosa eleganza quel confuso periodo storico connotato sinteticamente come "Risorgimento": una sintesi dimentica delle ferite profonde lasciate dai drammatici eventi vissuti dal popolo e dall'aristocrazia siciliana; una guerra a tutto campo che vedeva i Savoia proiettati verso la conquista di quei territori dominati dai Borboni.

La fase storica

La fine del regno borbonico delle Due Sicilie, si articolò in una serie di momenti distinti successivi alla spedizione dei Mille, tra l'ottobre del 1860 e il marzo del 1861.

Formalmente, le Due Sicilie furono annesse a larga maggioranza al Piemonte-Sardegna dopo l'esito dei due plebisciti d'annessione tenutisi nelle province napoletane e nelle province siciliane il 21 ottobre 1860, i cui risultati furono formalizzati con i regi decreti 17 dicembre 1860, nn. 4498 e 4499 («Le province napoletane fanno parte del Regno d'Italia» e «Le province siciliane fanno parte del Regno d'Italia»).

La decisione dell'annessione immediata ed incondizionata delle Due Sicilie al Regno di Sardegna fu fortemente voluta dal primo ministro conte di Cavour, che, spaventato dalla prospettiva di un'affermazione democratico-popolare e repubblicana nei territori meridionali conquistati da Garibaldi, fece di tutto affinché la spedizione dei Mille non scivolasse cioè, verso una soluzione democratica, rivoluzionaria e incontrollabile.

"Annessione" voleva dire vaccinazione contro il rischio rivoluzionario, contro il "disordine sociale", perciò si cercò subito di stabilire delle intese con gli esponenti meno compromessi del vecchio regime e soprattutto si cercò di rassicurare il vecchio ceto agrario, il cui appoggio era indispensabile per il controllo politico del Mezzogiorno.

 L'obiettivo dei Savoia era l'annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno sabaudo sotto la bandiera tricolore. Questo ambizioso obiettivo venne raggiunto con l'aiuto di Garibaldi che, appoggiato dagli inglesi, guidò lo sbarco dei mille in Sicilia.

Con quella conquista, il nuovo Regno d'Italia potrà affacciarsi sul mediterraneo con tutte le sue coste; un'unica entità nazionale, nominalmente libera ma intimamente legata e vincolata alle altre nazioni europee che aspiravano a fruire di quelle coste per soddisfare le mire espansionistiche dei potentati economici verso nuovi mercati; coste e sponde che ora vedono e sostengono un flusso migratorio inverso: quello dei migranti che fuggono dalle loro terre per approdare a quell'Europa opulenta e colonizzatrice che fa fatica ad accoglierli. 

 

 undefinedEuropa

 

Il cuore del romanzo è nel confronto tra l'emissario piemontese Chevalley che espone la proposta dei Savoia a Don Fabrizio. Il Principe risponde con un intenso monologo, tanto orgoglioso  quanto rassegnato, rifiutando  la proposta di nomina a Senatore esponendone i motivi storici, ambientali ed esistenziali che caratterizzano il popolo siciliano e che renderebbero vano qualsiasi tentativo di dominio e governo delle anime; come ben esprime la frase che rappresenta l'icona indelebile del romanzo: 

 

«Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi»

(Tancredi Falconeri, nipote di don Fabrizio Corbera, Principe di Salina)

 

 

Il monologo

 

1 - La proposta

undefinedAppena seduto Chevalley espose la missione della quale era stato incaricato:

"Dopo la felice annessione, volevo dire dopo la fausta unione della Sicilia al Regno di Sardegna, è intenzione del governo di Torino di procedere alla nomina a Senatori del Regno ad alcuni illustri siciliani; le autorità provinciali son state incaricate di redigere una lista di personalità da proporre all'esame del governo centrale ed eventualmente, poi, alla nomina regia e, com'è ovvio, a Girgenti si è subito pensato al suo nome, Principe: un nome illustre per antichità, per il prestigio personale di chi lo porta, per i meriti scientifici, per l'attitudine dignitosa e liberale, anche, assunta durante i recenti avvenimenti."

Il discorsetto era stato preparato da tempo, anzi era stato oggetto di succinte note a matita sul canepino che adesso riposava nella tasca posteriore dei pantaloni di Chevalley. Don Fabrizio però non dava segno di vita, le palpebre pesanti lasciavano appena intravedere lo sguardo. Immobile la zampaccia dai peli biondastri ricopriva interamente la cupola di S. Pietro in alabastro che stava sul tavolo.

Ormai avvezzo alla sornioneria dei loquaci siciliani quando si propone loro qualcosa,Chevalley non si lasciò smontare:

"Prima di far pervenire la lista a Torino i miei superiori hanno creduto di dover informare lei stesso, e farle chiedere se questa proposta sarebbe stata di suo gradimento. Richiedere il suo assenso, nel quale le autorità sperano molto è stato l'oggetto della mia missione qui, missione che per altro mi ha valso l'onore e il piacere di conoscere Lei ed i suoi, questo magnifico palazzo e questa Donnafugata tanto pittoresca."

Le lusinghe scivolavano via dalla personalità del Principe come l'acqua dalle foglie delle ninfee: questo è uno dei vantaggi dei quali godono gli uomini che sono nello stesso tempo orgogliosi e abituati ad esserlo. "Adesso questo qui s'immagina di venire a farmi un grande onore a me, che sono quel che sono, tra l'altro anche Pari del Regno di Sicilia, il che dev'essere press'a poco come essere senatore. È vero che i doni bisogna valutarli in relazione a chi li offre: un contadino che mi dà il suo pezzo di pecorino mi fa un regalo più grande di Giulio Lascari quando m'invita a pranzo. Il guaio è che il pecorino mi dà la nausea; e così non resta che la gratitudine che non si vede e il naso arricciato dal disgusto che si vede fin troppo."

undefinedLe idee sue in fatto di Senato erano del resto vaghissime; malgrado ogni suo sforzo esse lo riconducevano sempre al Senato Romano, al senatore Papirio che aveva spezzato una bacchetta sulla testa di un Gallo maleducato, a un cavallo Incitatus che Caligola aveva fatto senatore, onore questo che soltanto suo figlio Paolo non avrebbe trovato eccessivo; lo infastidiva anche il riaffacciarsi insistente di una frase detta talvolta da Padre Pirrone: "Senatores boni viri, senatus autem mala bestia". Adesso vi era anche il Senato dell'Impero di Parigi, ma non era che un'assemblea di profittatori muniti di larghe prebende. Vi era o vi era stato un Senato anche a Palermo ma si era trattato soltanto di un comitato di amministratori civici, e di quali amministratori! Robetta per un Salina. Volle sincerarsi:

"Ma insomma, cavaliere, mi spieghi un po' che cosa è veramente essere senatori. La stampa della passata monarchia non lasciava passare notizie sul sistema costituzionale degli altri stati italiani, e un soggiorno di una settimana a Torino due anni fa non è stato sufficiente a illuminarmi. Cosa è? un semplice appellativo onorifico, una specie di decorazione? o bisogna svolgere funzioni legislative, deliberative?"

Il piemontese, il rappresentante del solo stato liberale italiano, s'inalberò:

"Ma, Principe, il Senato è la Camera Alta del Regno! In essa il fiore degli uomini politici del nostro paese, prescelti dalla saggezza del Sovrano, esaminano, discutono, approvano o respingono quelle leggi che il Governo o essi stessi propongono per il progresso del paese; esso funziona nello stesso tempo da sprone e da briglia, incita al ben fare, impedisce di strafare. Quando avrà accettato di prendervi posto, Lei rappresenterà la Sicilia alla pari dei deputati eletti, farà udire la voce di questa sua bellissima terra che si affaccia adesso al panorama del mondo moderno, con tante piaghe da sanare, con tanti giusti desideri da esaudire."

Chevalley avrebbe forse continuato a lungo su questo tono, se Bendicò non avesse da dietro la porta chiesto alla "saggezza del Sovrano" di essere ammesso; Don Fabrizio fece l'atto di alzarsi per aprire ma lo fece con tanta mollezza da dar tempo al Piemontese di lasciarlo entrare lui; Bendicò, meticoloso, fiutò a lungo i calzoni di Chevalley; dopo, persuaso di avere a che fare con un buon uomo si accovacciò sotto la finestyra e dormì.

 

2 - La risposta

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2.1 Il rifiuto

"Stia a sentirmi, Chevalley; se si fosse trattato di un segno di onore, di un semplice titolo da scrivere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto di accettare; trovo che in questo momento decisivo per il futuro dello stato italiano è dovere di ognuno dare la propria adesione, evitare l'impressione di screzi dinanzi a quegli stati esteri che ci guardano con un timore o con una speranza che si riveleranno ingiustificati ma che per ora esistono."

"Ma allora, principe, perchè non accettare?"

"Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si sfuggiva agli esattori bizantini, agli emiri berberi, ai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto 'adesione' non 'partecipazione'. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perchè adesso si possa chiedere a un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che parecchio sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che Lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi.

In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare'. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il 'la'; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d'Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso."

"Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista ma libera parte di un libero stato."

"L'intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra; Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s'impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia tra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto."

undefinedParlava ancora piano, ma la mano attorno a S. Pietro si stringeva; l'indomani la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata.

2.2 Il sonno

"Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto tra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è il desiderio di oblio, lo schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte; la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana.

Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l'incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto."

Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley; soprattutto gli riusciva oscura l'ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati da cavalli impennacchiati e denutriti, aveva sentito parlare del teatro di burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero vecchie tradizioni autentiche. Disse:

"Ma non le sembra di esagerare un po', principe? io stesso ho conosciuto a Torino dei Siciliani emigrati, Crispi, per nominarne uno, che mi sono sembrati tutt'altro che dei dormiglioni."

Il Principe si seccò:

"Siamo troppi perchè non vi siano delle eccezioni; ai nostri semi-desti, del resto, avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma Lei potrà forse vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso vaneggiare: lo fanno tutti. D'altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l'ambiente, il clima, il paesaggio.

Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gli incongrui stupri hanno formato l'animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l'inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina, ambedue fuor di misura, quindi pericolosi; questo clima che c'infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste;

questa nostra estate lunga e tetra quanto l'inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l'energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l'acqua che non c'è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora le piogge, sempre tempestose che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove una settimana prima le une e gli altri crepavano di sete.

Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perchè non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d'arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d'imposte spese poi altrove; tutte queste cose hanno formato il carattere nostro che rimane così condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità di animo."

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Pozzallo (la Torre Cabrera)

L'inferno ideologico evocato in quello studiolo sgomentò Chevalley più della rassegna sanguinosa della mattina. Volle dire qualche cosa, ma Don Fabrizio era troppo eccitato adesso per ascoltarlo.

"Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall'isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent'anni è già tardi; la crosta è già fatta, dopo: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori.

Ma mi scusi, Chevalley, mi sono lasciato trascinare e la ho probabilmente infastidito. Lei non è venuto fin qui per udire Ezechiele deprecare le sventure d'Israele. Ritorniamo al nostro vero argomento. Sono molto riconoscente al governo di aver pensato a me per il Senato e la prego di esprimere a chi di dovere questa mia sincera gratitudine; ma non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, e ad esso legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell'affetto. Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo tra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due.

Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d'illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà d'ingannare se stesso, questo requisito essenziale di chi voglia guidare gli altri?
Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest'ornatissimo catafalco. Voi adesso avete bisogno di giovani, di giovani svelti, con la mente aperta al come più che al perché e che siano abili a mascherare, a contemperare volevo dire, il loro preciso interesse particolare con le vaghe idealità politiche."

Tacque, lasciò in pace San Pietro. Continuò:

2.3 Il consiglio

"Posso dare a lei un consiglio da trasmettere ai suoi superiori?"

"Va da sè, principe; esso sarà certo ascoltato con ogni considerazione; ma voglio ancora sperare che invece di un consiglio vorrà darci un assenso."

"C'è un nome che vorrei suggerire per il Senato: quello di Calogero Sedara; egli ha più meriti di me per sedervi; il casato, mi è stato detto, è antico o finirà con esserlo; più che quel che Lei chiama il prestigio egli ha il potere; in mancanza dei meriti scientifici ne ha di pratici, eccezionali; la sua attitudine durante la crisi del Maggio scorso più che ineccepibile è stata utilissima; illusioni non credo che ne abbia più di me, ma è abbastanza svelto da sapere crearsele quando occorra. È l'individuo che fa per voi. Ma dovete far presto, perchè ho inteso dire che vuol porre la propria candidatura alla camera dei deputati." ...

 
Di Sedara si era parlato in Prefettura, le attività di lui quale sindaco e quale privato erano note; Chevalley sussultò: era un onest'uomo e la propria stima delle camere legislative era pari alla purità delle proprie intenzioni; per questo credette opportuno non fiatare, e fece bene a non compromettersi perché, infatti, dieci anni più tardi, l'ottimo don Calogero doveva ottenere il laticlavio.

Benchè onesto però Chevalley non era stupido; mancava di quella prontezza di spirito che in Sicilia usurpa il nome di intelligenza, ma si rendeva delle cose con lenta solidità, e poi non aveva la impenetrabilità meridionale agli affanni altrui. Comprese l'amarezza e lo sconforto di Don Fabrizio, rivide in un attimo lo spettacolo della miseria, di abiezione, di nera indifferenza del quale per un mese era stato testimonio; nelle ore passate aveva invidiato l'opulenza, la signorilità dei Salina, adesso ricordava con tenerezza la propria vignacciuola, il suo Monterzuolo vicino a Casale, brutto, mediocre ma sereno e vivente; ebbe pietà tanto del principe senza speranze come dei bimbi scalzi, delle donne malariche, delle non innocenti vittime i cui elenchi giungevano così spesso al suo ufficio; tutti eguali, in fondo, compagni di sventura segregati nel medesimo pozzo.

Volle fare un ultimo sforzo; e l'emozione conferiva pathos alla sua voce:

"Principe, ma è proprio sul serio che lei si rifiuta di fare il possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo? Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare; se gli uomini onesti si ritirano, la strada rimarrà libera alla gente senza scrupoli e senza prospettive, ai Sedara; e tutto sarà di nuovo come prima, per altri secoli. Ascolti la sua coscienza, principe, e non le orgogliose verità che ha detto. Collabori."

Don Fabrizio gli sorrideva, lo prese per la mano, lo fece sedere vicino a lui sul divano:

2.4 L'aneddoto

"Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: 'i Siciliani vorranno migliorare'. Le racconterò un aneddoto personale.

Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti un'idea chiara.

Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano dei giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall'altra, come ho tentato di fare a lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. 'They are coming to teach us good manners', risposi, 'but won't succeed, because we are gods.' 'Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perchè noi siamo dei.' Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono.

Così rispondo anche a lei caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi.

Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani musulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti vicerè spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perchè avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?

undefinedProudhon

Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è del feudalismo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalismo c'è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salima. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c'è niente da fare. Compiango; ma, in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi che non si possono fare ai Siciliani; ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male.

È tardi, Chevalley: dobbiamo andare a vestirci per il pranzo. Debbo recitare per qualche ora la parte di uomo civile."

 

2.5 Il commiato

L'indomani mattina ... Chevalley pensava:

"Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto."

Il Principe era depresso e pensava:

"Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli...; e dopo sarà diverso, ma peggiore.

Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra."


Si ringraziarono scambievolmente, si salutarono. Chevalley s'inerpicò sulla vettura di posta, issata su quattro ruote color di vomito. Il cavallo, tutto fame e piaghe, iniziò il lungo viaggio.

Era appena giorno; quel tanto di luce che riusciva a trapassare il coltrone di nuvole era di nuovo impedito dal sudiciume immemoriale del finestrino. Chevalley era solo; fra urti e scossoni si bagnò di saliva la punta dell'indice, ripulì un vetro per l'ampiezza di un occhio. Guardò; dinanzi a lui sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile.

 

Il monologo nel film di Luchino Visconti: otto minuti di grande intensità.

 

3 - Il Libro

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Retrocopertina:

Siamo in Sicilia, all'epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi (dall'anno dell'impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all'intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell'Ottocento. L'immagine della Sicilia che invece ci offre è un'immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica e politica contemporanea.

Tradotto in tutte le lingue, Il Gattopardo è ormai un classico della nostra letteratura.

GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA, duca di Palma e Principe di Lampedusa, nato nel 1986 e morto nel 1957, si formò su scritti illuministici e raccolte di relazioni militari. Divenne narratore solo nella seconda parte della sua vita, privo di contatti con gli ambienti letterari. Compose un solo romanzo, Il Gattopardo, che, rifiutato da due grandi case editrici, fu pubblicato da Feltrinelli nel 1958 su interessamento di Giorgio Bassani, ed ebbe immediato, grandissimo consenso di pubblico e critica (disponibile anche in audiolibro "Emons Feltrinelli", 2012). (...)

 

Il Gattopardo, Tomasi di Lampedusa, Audiolibro completo, Legge Toni Servillo:

 

link: podcast/audiolibri/il-gattopardo-di-giuseppe-tomasi-di-lampedusa.html

 

ratio imitarum naturam (I, 60, 5.)

Che Dio ci aiuti!

gen 232023

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I "fisici" e i "lirici"* erano unanimi: il film è profondamente umano, onesto, necessario: grazie all'autore! e ciascuno di coloro che intervenivano diceva: "Questo film parla di me". (Andrej Tarkovskij - Scolpire il Tempo)

 

Che Dio ci aiuti è una serie televisiva italiana, prodotta da Lux Vide e Rai Fiction, in onda su Rai 1 dal 15 dicembre 2011.

 


Suor Angela è una suora sui generis, scorretta e bizzarra, mamma insostituibile per le ragazze del convento, focolare domestico di una famiglia allargata e molto movimentata. Quando il convento viene trasformato in un convitto con tanto di bar, Suor Angela entra in contatto con persone di vario genere, dando loro una mano a scoprire verità e a risolvere i piccoli, grandi problemi quotidiani.  (RaiPlay)

Regia: Francesco Vicario, Isabella Leoni


Interpreti: Elena Sofia Ricci, Francesca Chillemi, Valeria Fabrizi, Pierpaolo Spollon, Fiorenza Pieri, Massimo Poggio, Lino Guanciale, Miriam Dalmazio, Serena Rossi, Laura Galvan, Diana Del Bufalo, Cristiano Caccamo, Erasmo Genzini

 

 

 

Marco Porta

Recensione pubblicata sulla rivista Studi Cattolici (Edizioni Ares) undefined

 Un cristiano dei nostri tempi, per lo sconforto di vedere intorno a sé una società sempre più secolarizzata, rischia di cedere alla “psicologia della tomba, che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo”.(1)
C’è però una suora televisiva che con la sua sola presenza può sollevare l’animo dal “grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa”.(2)
Ho preso a prestito, parafrasando un bel po’, il bel complimento con cui lo scrittore spagnolo Miguel Delibes rende omaggio a sua moglie nel pregevole romanzo Signora in rosso su fondo grigio.(3)
Ancorchè vestita di nero, Suor Angela è una simpaticissima figura che si staglia luminosa sullo sfondo multicolore delleintricate vicende che ruotano attorno al Convento degli Angeli, nella rinomata fiction Che Dio ci aiuti.(4)

 

Una storia semplice ma non scontata

 

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Suor Angela (Elena Sofia Ricci)

 

A colpi di vicinanza cordiale, di rimbrotti affettuosi, di abbracci materni, ma anche di avemarie e padrenostri, Suor Angela riesce a sciogliere i nodi delle più variegate vicissitudini esistenziali: crisi coniugali, gravidanze inattese, pene d’amore, incapacità di tanti uomini e donne di assumere le responsabilità di padri e madri, e un lungo eccetera.

Suor Angela scopre la vocazione in carcere, dove finisce giovanissima coinvolta, suo malgrado, in una rapina a mano armata con omicidio. Si innamora di Gesù e diventa una suora capace di dialogare con tutti. in primo luogo con il Crocifisso che presiede la cappella del Convento degli Angeli.

Dai colloqui-monologhi Suor Angela-Gesù s’impara a parlare con Dio a cuore aperto, per affidarsi, protestare, chiedere, aiuto, ringraziare.

Nel colloquio con il Crocifisso Suor Angela fa il pieno di quell’energia di amore che le consente di avvicinarsi agli altri con affettuosa comprensione per le fragilità e gli errori, senza complicità e senza fare sconti sui valori morali fondamentali. Fermamente convinta che anche le persone più sgangherate possono ritrovare la strada del bene, Suor Angela non esita a entrare nelle loro storie, senza mai arrendersi quando i primi tentativi falliscono.

 

Al centro c’è il Vangelo

 

Scene di vita quotidiana - Raffaello Sorbi

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C’è davvero molto Vangelo negli episodi di questa serie, che giunge ormai alla settima stagione mantenendo inalterato il consenso entusiasta di un vasto pubblico.
E c'è finalmente una presentazione credibile e attraente di valori umani e cristiani: la bellezza dell’amore umano e di una sessualità ben vissuta; un forte si alla vita, con inesauribile comprensione e vicinanza alle donne in difficoltà per una gravidanza sofferta; la difficile arte dell’educazione dei figli, della maternità e della paternità; il valore della giustizia, del rispetto per le leggi, che non si possono violare in nome di una buona intenzione. Solo sulle norme del codice stradale (sensi unici, limiti di velocità, semafori rossi, ecc.) Suor Angela, guidatrice un po’ disinvolta, sembra fare qualche eccezione: nessuno è perfetto.

Che Dio ci aiuti riesce a mostrare che la cifra del cristianesimo è l’Incarnazione. Il Vangelo è la lieta notizia che Dio si è fatto uomo, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi e si fa presente in tutte le dimensioni della vita umana, per dare senso al lavoro, alla famiglia, alle gioie e ai dolori, alla salute e alla malattia, alla “banalità quotidiana” e alle feste.

Nell’epoca della secolarizzazione si tende a vivere in una sorta di ateismo pratico, con un Dio ricacciato nel privato delle coscienze o nel buio di chiese desolatamente vuote. Invece negli episodi di Che Dio ci aiuti, Gesù è una presenza viva, seppur discreta e non invadente. Con lui è presente Sua Madre e spesso fa capolino anche l’angelo custode.
Nelle piacevoli storie di questa fiction è stata accolta la celebre esortazione di san Giovanni Paolo II: non abbiate paura, aprite le porte a Cristo! Come si ricorderà la riecheggiava anche Papa Benedetto XVI nell’omelia all’inizio del suo pontificato:
“Ancora una volta il Papa voleva dire: no! Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande, No! solo in questa amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”.

Se un piccolo appunto si può rivolgere alla validissima squadra di ideatori e sceneggiatori della Lux Vide, è quello di aver lasciato in ombra la dimensione sacramentale della fede cattolica, che è il proprium dell’agire salvifico di Cristo, vero Dio e vero uomo.

Gesù guariva corpi e anime “toccandole” con la sua Umanità. con le sue mani, la sua voce, i suoi gesti, persino con la sua saliva (puro con lo sputo). E continua a guarire anche oggi attraverso la mediazione dei sacramenti e pertanto attraverso il ministero sacerdotale.

Si può chiedere perdono a Dio anche fuori dal sacramento della confessione, ma solo il sacramento, ovviamente se ben vissuto, ci dà la consolante certezza di ascoltare le parole di Gesù: ti sono perdonati i tuoi peccati.

Come evangelizzatrice Suor Angela vale quattro don Matteo. Però a un malato grave non basta offrire il balsamo di una parola di consolazione, per quanto impregnata di Vangelo. Bisogna chiamare don Matteo ad amministrare al malato l’Unzione degli infermi e il Viatico. Dato che Spoleto e Assisi distano solo una quarantina di chilometri, perché non pensare almeno una volta a un episodio crossover tra le due fiction?

 

Un cast all’altezza

 

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Suor Angela (Elena Sofia Ricci) e Azzurra (Francesca Chillemi)

Bravissimi tutti gli attori, ma un encomio cum laude va ad Elena Sofia Ricci, che si è calata nel personaggio di suor Angela con tale maestria e sincerità da risultare sempre assolutamente naturale, spontanea, credibile.

Quando ho visto su un giornale la foto dell’attrice sono rimasto di stucco: perbacco, cosa ci fa suor Angela in pantaloni e tacco 10? Come ha potuto una suora così innamorata di Gesù abbandonare la vocazione?
Ormai sappiamo che nella settima stagione Elena Sofia Ricci si congederà dalla parte di Suor Angela, lasciando un po’ orfani i suoi fans. Come faranno milioni di telespettatori a fare a meno di questa eccellente madre e sorella che li ha edificati e divertiti in questi anni con il suo sorriso e la sua simpatia?

Per fortuna Suor Angela ha trovato a chi passare il testimone, accompagnando la più esuberante ed estroversa delle sue ragazze in un graduale cammino di scoperta della vocazione religiosa. Senza lasciarsi impressionare dalle sue vertiginose minigonne e dalla sua tumultuosa vita sentimentale, Suor Angela ha capito che Azzurra Leonardi ha un gran cuore, capace di amare e di servire.

Nella sesta stagione Azzurra, senza perdere la sua vivacità, è diventata una novizia saggia e affidabile, nella settima sembra che diventerà suora. Suor Angela ne è molto fiera e a chi le domandasse come è possibile che la siciliana Francesca Chillemi, Miss Italia 2003, si faccia suora, risponderebbe subito: a Dio nulla è impossibile. Vero è! Allora cara Azzurra, che Dio ci aiuti!

Marco Porta               

Note:

1 - Francesco, Evangelii Gaudium, n. 83
2 - Ibidem
3 - Passigli, 2001: “Una donna che con la sua sola presenza alleggeriva il peso del vivere” p. 11
4 - Produzione Lux Vide e Rai Fiction, la serie è uscita nel 2011 ed è giunta alla sesta stagione, raggiungendo in qualche puntata i sei milioni di spettatori. La serie è disponibile su RaiPlay. Dall’inizio del 2023 è in onda la settima stagione.

 

 Extra Stagione 7

 

ratio imitarum naturam

La Greppia di Natale

dic 102022

Racconto di Natale 2022

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Presepe Reggia di Caserta

 

Definizione

greppia ‹grép·pia›
s.f.
1 La rastrelliera per il foraggio, sovrastante la mangiatoia; estens. , la mangiatoia.
...
ETIMOLOGIA Dal gotico *kripa
DATA sec. XV.

C’era una volta,

in un paese lontano, una fanciulla di bell’aspetto di nome Ermione. Indossava sempre dei vestitini colorati e viveva in una casa fatta di legno che si trovava nel punto più alto della collina.

Tante leggende e racconti erano stati inventati riguardo al Confine, in quel un posto quasi magico, dove le piccole finestre della sua casa guardavano da una parte il paese delle genti e dall’altra aprivano lo sguardo sulle soglie del misterioso bosco di Aram.


Ogni mattina, la bella Ermione, scendeva dalla collina fino ad arrivare nella piazza del paese per vendere i suoi lavori fatti a mano, ma poi, quando la meridiana segnava le quattro del pomeriggio, tutta allegra, con passo svelto, amava ritornare sulla cima della collina e sedersi ai piedi del grande Abete Bianco e da lì ammirare il sole al tramonto. Il suoi pensieri e sogni erano sempre colorati di rosa e la vita scorreva serena.


Il bosco di Aram, che da alcuni era temuto e da tanti persino sconosciuto, era invece il suo giardino segreto. L’unica regola per entrare nel bosco di Aram era il silenzio. Per Ermione però non era un problema. Quando, la prima volta, chiese di entrare nel bosco, il grande Abete Bianco, che si trovava alle soglie del bosco e ne era il primo custode, le regalò un mantello di seta argentea, detto anche “il leggero mantello del silenzio”. Ogni volta che Ermione lo indossava, il mantello aveva il potere di aprire il suo cuore all’ascolto, le folle dei pensieri che le giravano dentro si calmavano e dopo poco sparivano completamente, lasciando il suo cuore in uno stato di serena pace con la quale poteva entrare nel bosco.

Sempre, in quelle occasioni, il suo sguardo si faceva vigile e il suo orecchio attento per scoprire le tante meraviglie nascoste negli angoli più remoti di quella selva incantata. Le varietà di alberi e gli animali che vi abitavano erano tantissime, ma non era sempre stato così. Nelle antiche leggende del paese, si raccontava che all’inizio, la collina era un enorme e sconfinato deserto. Ma poi, ci fu un tempo propizio, e venne un gran Signore che vista la profonda desolazione di quella terra, decise di porvi rimedio e mandò un editto a tutti gli angoli di quel regno che diceva
così:

“Nel deserto preparate la via al Signore.

Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Farò scaturire fiumi su brulle colline,
fontane in mezzo alle valli;
cambierò il deserto in un lago d'acqua,
la terra arida in zona di sorgenti.
Nel deserto pianterò cedri,
acacie, mirti e ulivi;
nella steppa porrò cipressi,
olmi e abeti;
perché vedano e sappiano,
considerino e comprendano a un tempo
che questo ha fatto la mano del Signore”.

 Nel giro di due decenni la terra brulla e abbandonata, iniziò ad essere lavorata, accudita, arata, vennero piantati alberi e così piovve. Si formarono ruscelli, fiumi e poi laghi e tutto divenne verde e rigoglioso.

Crebbe il Cedro del Libano che è pianta di frutto nobile, di legno incorruttibile, di odore soave: fecondo di opere, insigne per limpidezza di cuore, fragrante per nome e fama, che fiorisce di mirabile letizia. L’utile Biancospino, arbusto salutarmente pungente, abile a far siepi contro il cinghiale del bosco, costruttore di mura e restauratore di strade sicure. Il verdeggiante Mirto, pianta dalle proprietà sedative e moderanti; che fa ogni cosa con modestia e discrezione, senza voler apparire né troppo giusto né troppo arrendevole, così che il bene appaia nel moderato decoro delle cose. E v’è pure l’Olivo, l’albero della pietà e della pace, della gioia e della consolazione. Con l’olio della sua letizia illumina i volti di chi l’incontra e le sue opere di misericordia sono la consolazione dei piangenti. Suo amico è l’Olmo, perché quantunque questo non sia albero nobile per altezza e per frutto, è tuttavia sempre di sostegno per tutti e insegna come portare gli uni i pesi degli altri. C’è poi il simpatico Bosso, pianticella sapiente che non sale molto in alto ma che non perde mai il suo verde, sa cos’è il timore e vive nella sua umiltà, abbracciato alla terra, felice d’esistere. Ripete spesso:

“Non alzate la testa contro il cielo...chi si umilia sarà esaltato. Nessuno disprezzi o tenga in poco conto i ministeri esteriori e le opere umili, perché per lo più le cose che esteriormente appaiono più modeste, sono interiormente le più preziose”.

Infine c’è il maestoso Abete Bianco, lì, sulla soglia del bosco. Slanciato nell’alto, denso di ombre e turgido di fronde, egli è porta d’accesso al bosco, è amante del bene e delle altissime verità. Guarda con benevolenza le cose della terra e con le sue alte cime penetra e contempla la bontà delle cose celesti.

 In quegli anni, la bella Ermione, aveva imparato tante cose da tutti i suoi amici alberi: la nobiltà d’animo e la dignità, la discreta sobrietà e la temperanza, la letizia e la pace, l’umiltà e la perseveranza, ma più di tutto aveva pian piano iniziato a distinguere le varie mozioni che si producono nell’anima e a diventar abile ad accogliere le ispirazioni buone e a respingere quelle cattive. Era anche nato in lei il desiderio di vivere tutta la vita orientata verso il bene, così da poter portare gioia ovunque andasse. Abete Bianco, il più saggio tra gli alberi, s’avvedeva dei progressi della fanciulla e decise che era venuto il tempo d’insegnarle non solo a distinguere tra bene e male,
ma anche come scegliere dov’è il meglio in ogni situazione, cioè il Magis.

Quel pomeriggio l’arrivo di Ermione al bosco fu repentino e con gioiosa effervescenza salutava tutti i suoi amici con grandi sorrisi, regalava caramelle e offriva acqua dolce a chiunque incontrava. Sembrava un funghetto delle foreste, così Abete Bianco, la fece chiamare e salutandola le domandò:

“Salve Ermione, ti vedo gioconda, qual buon vento ti rallegra?”

ed Ermione:

“Ma caro Abete, perché mi guardi interrogato ed hai quel libro in mano? Non è oggi il giorno d’andare al laghetto della memoria?”.

L’albero la guardò interdetto e disse:

“Oggi? Laghetto della memoria?”

ma pensando in cuor suo che era molto più importante spiegarle cose fosse il Magis e le raffinatezze degli inganni di Messer Gramigna, continuò:

“Beh...vediamo…”

e prese in mano un lungo calendario con numeri, date, nomi, luoghi. Il buon Abete per dissuaderla, fece come per scrutare in quella pergamena grandi segreti, dopo un po' alzò gli occhi e disse:

“E sia, ma non oggi...forse domani”.

E con voce solenne disse:

“E’ venuto il tempo, ed è questo, che tu possa iniziare a
distinguere, in ogni occasione, tra tanti beni qual è il meglio”.

Ermione rimase ferma, poi, comprese che quel lungo panegirico era un sostanzioso “no” e quindi iniziò a fare i capricci. Era scura in viso e si mise seduta vicino al Bosso che la compativa, poi passò dietro al Biancospino per nascondersi, così poter sgattaiolare via dal bosco, ma il buon Cedro con una tossettina, come a volersi schiarire la voce, prese a dire:

“Su, su, fanciulla...non vorrai fare i capricci?!? Lo sai che sei stata affidata a noi dalla Pietà Celeste, affinché tu possa imparare l’arte della vita e non venir sballottata qua e là da qualsiasi vento di dottrina, o presa nelle maglie di quella astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, sei qui per imparare a vivere secondo verità nella carità, per crescere bene in ogni cosa, e
infine per evitare gli inganni di Messer Gramigna e andare sempre avanti di bene in meglio”.

Ermione si arrese e andò a sedersi vicino ad Abete Bianco, che gli spiegò: cosa fosse la consolazione senza causa, di stare attenta alle illusioni, di studiare il corso dei suoi pensieri e vedere se il principio, il mezzo e il fine fossero tutti buoni, e ancora a considerare la disposizione della sua anima e infine dal giorno seguente avrebbe dovuto annotare ciò che poteva servirle come memorandum per poter scegliere sempre il meglio.

Sulla via del ritorno una ridda di pensieri le girava nella mente, aveva ascoltato con attenzione discorsi, parole e consigli, intuiva in essi una sconosciuta profondità, ma ne era al contempo spaventata; sembravano cose troppo difficili ed estranee, ma si consolò pensando che il giorno dopo, sarebbe finalmente andata al laghetto della memoria e lì avrebbe avuto modo per ricordare e comprendere tutto ciò che le era stato detto.

L’indomani, di buon mattino, s’avviò contenta per il sentiero che portava al laghetto della memoria. Mentre camminava un pensiero le ritornò in cuore, e suonava come un monito, una frase che Abete Bianco le aveva ripetuto più volte:

“Attende tibi!”, a dire: “Attenta a te stessa… a come vedi e ascolti la realtà”.

L’aria era leggera e fresca, Ermione, seduta sulla riva, guardava le nuvole che si specchiavano nell’acqua e prendevano le più strane e belle forme. Mentre stava lì s’accorse di una una figura che era comparsa vicino alla sua. Si girò di scatto per sapere chi fosse e rimase meravigliata al vedere una figura così bella. Era un albero nuovo, luminoso e dai modi gentili.

L’Albero Luminoso si presentò in modo affabile, le offrì dei frutti ed Ermione vedendo che erano buoni da mangiare, gradevoli agli occhi e anche desiderabili per acquistare saggezza, mise da parte i consigli di Abete Bianco, subito prese e ne mangiò. Ne fu estasiata e si trovò contenta per aver fatto questa nuova amicizia. Guardava l’Albero Luminoso con ammirazione, anche se mentre camminavano per uscire dal bosco, lei notò che diversamente da tutti gli altri, quest’albero aveva una pianta rampicante che saliva intorno al suo tronco fino al collo. Le sembrò una cosa strana, ma non volle ripagare tanta generosità con una diffidente paura.

Arrivarono alle soglie del bosco e lì si salutarono. Ermione diede un cenno di saluto anche ad Abete Bianco, che le lanciò uno sguardo di disapprovazione, Ermione non se ne avvide, pensò che a volte anche gli alberi posso essere stanchi ed irritati e così prese il sentiero che portava verso casa. Quasi arrivata al vialetto, si sentì vicino una presenza, volse lo sguardo indietro e vide Albero Luminoso che la seguiva. Si fermò, sorrise e l’albero non perse occasione per invitarsi a cena.

Quella sera, stettero a parlare nel giardinetto di Ermione per un bel po'. La fanciulla ripensava e raccontava la sua storia, quella del paese e del bosco, del miracolo dell’uomo che piantò gli alberi, dei suoi amici e dei progetti che aveva per il futuro. Desiderava custodire il Confine e far sì che il bosco di Aram diventasse sempre sereno e più rigoglioso. Albero Luminoso sorrideva ed esultava ad ogni progetto della fanciulla. Così mentre parlavano, questi le disse che per realizzare i suoi bellissimi sogni avrebbe dovuto diventare molto responsabile e mettersi a lavorare molto; solo questo avrebbe permesso al bosco e a tutto il paese di crescere e vivere molto meglio. Ermione concordò con quest’idea, fu così, che dallo spuntare dell’alba, iniziò a lavorare instancabilmente giorno e notte e confezionava abiti e vestiti.

Nel passare dei giorni il ritmo di lavoro divenne più serrato e si fece persuasa di scendere solo una volta a settimana in paese per vedere i suoi manufatti, per poi ritornare in fretta a casa per continuare a lavorare. Passarono così diverse settimane. Ermione era contenta del suo lavoro ed aveva comprato anche una scatola di ferro per conservare tutti i suoi guadagni.

Nei giorni in cui si sentiva venire meno le forze, s’incoraggiava ripetendo a se stessa che stava facendo tutto per il bene dei suoi amici. Intanto il bosco, in sua assenza, cominciò ad essere invaso dalle piante rampicanti di Messer Gramigna. L’acqua iniziò a scarseggiare, la terra divenne più brulla, gli alberi del bosco si domandavano il perché della prolungata assenza della fanciulla e iniziarono a temere per la loro vita.

Venne così un giorno in cui Olmo, Cedro, Mirto e Abete Bianco decisero di fare una spedizione segreta per vedere dove e come stesse la loro cara Ermione. Presero il sentiero del silenzio e dopo alcune ore di cammino, sul far del tramonto, arrivarono alla casetta della fanciulla. Da fuori si sentiva qualcuno che lavorava e parlottava tra sé, era proprio la loro amica Ermione. Bussarono, provarono a chiamarla, batterono con le fronde sulle finestre, ma la giovane era troppo intenta nel suo lavoro e non s’accorse di nulla. Desolati e vedendo che ormai stava scendendo la notte, gli alberi fecero ritorno nel bosco.

Passarono alcuni mesi e la fanciulla, sempre attesa nel bosco, non si vedeva mai arrivare. Gli alberi divennero tristi e cominciarono a perdere la loro lucentezza, contemporaneamente l’Albero Luminoso, conosciuto più comunemente come Messer Gramigna, aveva allargato il suo possesso nel bosco e tanti alberi erano stati soffocati dai lacci delle sue piante rampicanti e si erano ammalati. L’aria iniziò a cambiare, la pioggia tardava a venire, gli alberi iniziarono a seccare. La gente del paese discuteva nei crocicchi delle strade, per cercare una soluzione alla fame.

E arrivò un sabato ed Ermione di buon mattino scese in paese, ma invece del solito mercato, vi trovò gran trambusto, campane che suonavano, sirene che urlavano, uomini che correvano, bambini che piangevano: il bosco stava bruciando. Ermione, guardando dal fondo della vallata s’accorse di una linea di fuoco che contornava tutto il bosco. Spaventata e scossa diede un grido soffocato e scrollò la testa come di chi si risveglia da un lungo sonno, da un’illusione. Cosa stava succedendo? E tutto il suo lavoro? A cosa erano serviti tanti sacrifici, tante notti insonni, tanti risparmi? Eppure erano mesi che lavorava proprio per il bosco. Come era potuto accadere? Era basita e non sapeva cosa poter fare.

Mentre il trambusto del paese continuava, lei si sedette al bordo di una fontana nella piazza centrale. Il subbuglio continuava e dall’alto della collina una voce faceva l’eco di un nome, e come un passa parola generale, si sentiva ripete a volte forte a volte piano: Ermione, Ermione, Ermione… l’eco arrivò in tutte le botteghe del paese. A quel punto tutti i paesani: grandi e piccoli, giovani e anziani, donne e bambini si dispersero per il paese per trovare la fanciulla.

Tra i tanti, anche un ragazzo muto dalla nascita, volle mettersi in cerca della fanciulla, ma sconfortato perché non poteva come gli altri ripetere quel nome, arrivato alla piazza centrale del paese si sedette al bordo della fontana vicino ad una taverna chiamata “L’albero Luminoso, da Messer Gramigna” e sospirò. Ermione riconobbe in quel sospiro il suo stesso stato d’animo e gli si avvicinò. Con i gesti il ragazzo cercò di farle capire che gli alberi della foresta avevano detto che l’unica che avrebbe potuto salvare il bosco (e quindi il paese), era la loro amica Ermione, la sua presenza sarebbe bastata per spegnere le fiamme e far guarire il bosco.

Ermione si rese conto che il ragazzo muto stava parlando proprio di lei e che Messer Gramigna vestendosi da Albero Luminoso l’aveva ingannata magistralmente. Ringraziò il giovane e risalì di corsa la collina fino alle soglie del bosco. C’erano fiamme e un grande fumo, in tanti portavano acqua e terra, ma l’incendio era troppo forte, nessuno riusciva a superare la barriera delle fiamme, neanche Ermione. La fanciulla guardò verso il cielo e sperò contro ogni speranza, pianse e poco dopo si sentì una voce che sul ritmo della pioggia recitava così:

 
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.


Il giorno dopo, Ermione tornò sulle soglie del bosco ed entrando con alcuni compaesani vide Abete Bianco semi bruciato e poi Ulivo annerito, Bosso assetato, Mirto e Olmo sfigurati, Cedro impaurito e Biancospino sfiorito. Che miserabile condizione … Ma non si perse d’animo e passò mesi a curare i suoi amici alberi. Comprese che il lavoro vero della vita non stava nello strafare ma nell’amare, che non è il tanto fare ma il gustare che conta...e che “il mal d’amore non si cura se non con la presenza e la figura”.Così tornò, come i tempi passati, ad andare tutti i giorni nel bosco, a curare i suoi amici, a custodire con attenzione le soglie del bosco.

Arrivò l’Avvento e il paese cominciò a vestirsi a festa per Natale. Ermione portò la buona notizia nel bosco, ma gli alberi si guardarono e vedendosi spogli e bruciacchiati, si dissero l’un l’altro che quell’anno non sarebbero potuti scendere a valle e quindi non ci sarebbero stati né alberi, né luci, né ghirlande, ma soprattutto non ci sarebbe stata la greppia per Gesù Bambino. Ermione allora si sedette da una parte, era silenziosa e triste e non sapeva cosa poter fare. In quel momento il piccolo Bosso disse: “Un passo per volta, un poco per uno”.

Tutti gli alberi si guardarono, compresero e dei grandi sorrisi si aprirono sui loro volti. Olmo prese i suoi attrezzi e ogni albero diede la parte migliore che gli era rimasta. Si mise così, come fine ebanista, a comporre, separare, limare e incastrare ciò che ognuno aveva donato di sé e ne uscì un bellissimo guscio a mandorla. A quel punto il buon Cedro s’avvicinò alla fanciulla e la invitò a regalare il proprio fiocco per abbellire la greppia. Ella era un po' intimorita, perché dopo tutto quello che era successo, si sentiva in colpa, così Abete Bianco disse:

“Cara Ermione, tutti possiamo fare errori, anche in buona fede, ma non è questo che ci determina. In queste situazioni, la cosa più importante è non restare caduti”.

La giovane, allora, si guardò intorno e incoraggiata dalla benevolenza dei suoi amici, riprese forza, si alzò, tolse dai capelli il suo fiocco e lo diede ad Olmo. Fu così, che anche quell’anno in paese ci fu una culla per Dio...e nella Notte Santa il balsamo della misericordia divina scese come rugiada su tutta la valle del Confine e sul preziosissimo bosco di Aram.

 

ratio imitarum naturam




 

Aspettando l'8 dicembre

nov 282022

 

Memoria di un callarello

Immigrato a Roma dalla Sicilia nel 1957, dopo pochi anni già ero immerso nelle tradizioni romane. Una di queste era quella di portare i fiori alla statua della Madonna, posta in cima all'obelisco di Piazza di Spagna.

A Roma è tradizione che l'8 dicembre, giorno della festa dell'Immacolata, le molteplici istituzioni cittadine, comunali, religiose e civili, rendano omaggio alla Madonna; l'Istituto Tata Giovanni, che mi ospitava, era una di queste.

Già da settembre ci preparavamo per la "marcia"…un due, un due, un due, passo o etc. Le divise le distribuivano a dicembre. Tutti aspettavamo l'otto dicembre con trepidazione, sufficienza, ansia, paura, gioia,… i più svariati sentimenti ci accomunavano nell'attesa di quel giorno. I tamburini rullavano, i tamburoni (grancasse) tuonavano, il mazziere roteava la mazza; ogni occasione era buona per guardare le nostre divise appese, lucidare le scarpe e immaginare le vie di Roma che rimbombavano al ritmo della marcia di cento "callarelli" che battevano il passo.

Ci chiamavano "i callarelli" perché la tradizione dice che Tata Giovanni (Giovanni Borgi), al "passo del Biscione" (a pochi metri da Campo dè fiori) cuoceva le minestre in un grosso callare in cui ribollivano i rimasugli del mercato e altre vivande che i bancarellari gli donavano; poi distribuiva la sbrodaglia calda ai suoi ragazzi radunati intorno al callare fumante.

 

undefined 8 dicembre 1961 - I callarelli dopo aver portato il callare di fiori alla Madonna 

 

Alla festa dell'Immacolata, l'8 dicembre di ogni anno, per tradizione, noi callarelli del Tata Giovanni portavamo l'omaggio floreale alla Madonna che svetta in cima all'obelisco di Piazza di Spagna; i fiori erano sistemati in un grosso callare di rame che veniva portato da due callarelli più grandicelli, e noi più piccoli marciavano dietro al callare e a una squadra di tamburini che scandivano il ritmo rullando la marcetta guidati dal mazziere. Tra i palazzi alti di via condotti il suono dei tamburi rimbombava forte; e noi callarelli, impettiti marciavamo emozionati perché tutti ci guardavano incuriositi e sbalorditi per la precisione con cui segnavamo il passo. Un due, un due, passoo, sbam!! 

  

undefinedGiovanni Borgi detto "Tatagiovanni"

Tata Giovanni - Soprannome dato in Roma (in romanesco tata significa babbo) a Giovanni Borgi (18 febbraio 1732-28 giugno 1798), l'umile muratore che fu il fondatore dell'Ospizio della SS. Assunta (detto comunemente di Tatagiovanni), per il ricovero e l'istituzione dei poveri orfani abbandonati.

Giovanni Borgi ha iniziato col raccogliere per le vie di Roma, ragazzi orfani o abbandonati; ospitava e manteneva questi ragazzi, nella sua povera abitazione; procurava loro lavoro; faceva in modo, pur nella sua ignoranza, che non mancasse loro una elementare istruzione di religione e di lettere, per opera di alcuni benefattori interessati alla sua causa.

Fu appunto uno di questi, mons. Di Pietro, poi cardinale, che, trovandosi il Borgi in maggiori ristrettezze per il cresciuto numero dei ricoverati nella sua casa di Via dei Cartari, generosamente affittò per essi un piano del palazzo Ruggia in via Giulia, dove nel 1786 si trasferì il primo nucleo di orfani, che, nella nuova sede assunse carattere di stabile istituzione.undefined

Ma col tempo, cominciando le elemosine a scarseggiare, il Borgi pare si recasse in persona dal pontefice Pio VI e gli facesse presente la sua impossibilità a procedere nella benefica iniziativa. Il pontefice la prese tanto a cuore che donò all'istituto l'intero palazzo Ruggia e la raccomandò definitivamente alla pubblica carità. Da allora il pio istituto non mancò più d'aiuti.

undefinedDopo la morte del Borgi le sedi variarono spesso. Nel convento degli agostiniani a S. Nicola da Tolentino fino al 1800; in un edificio annesso a S. Silvestro al Quirinale fino al 1809, quando ne dovette sloggiare per la confisca dei Francesi durante la seconda occupazione. L'istituto riparò allora provvisoriamente in locali presso la chiesa di S. Agata de' Goti trasferendosi, dopo qualche mese, al palazzo Ravenna all'Esquilino, dove rimase fino al 1816, quando il pontefice Pio VII, rientrato in Roma, gli concesse parte dell'ex-monastero delle salesiane a S. Anna de' Falegnami. Pio IX, che nei primi anni del sacerdozio era stato direttore dell'istituto, divenuto papa, ne amplificò la sede acquistando per esso la parte rimanente del monastero di S. Anna. Beneficenze, favore e protezione l'istituto ebbe sempre dai successivi pontefici e, dopo il 1870, anche dal governo italiano.

undefinedNel 1886 l'ospizio cambiò ancora di sede, dovendosi demolire il convento di S. Anna per l'apertura della nuova Via Arenula e si stabilì al palazzo Righetti in Piazza del Biscione, dove è rimasto fino al 1926, cioè fino all'attuale sua sistemazione al Viale di Porta Ardeatina, fuori Porta S. Paolo.

L'ospizio accoglie ora dai 130 ai 150 orfani, che vengono avviati ai varî mestieri dell'artigianato; ha un consiglio d'amministrazione composto di cinque membri e un direttore. Con r. decreto del 21 marzo 1935 è stato approvato il nuovo statuto organico con il quale, fra l'altro, l'ospizio viene ad assumere ufficialmente il titolo di Istituto della SS. Assunta.

Bibl.: A. C. L. Morichini, Di Giovanni Borgi mastro muratore detto Tatagiovanni e del suo ospizio per gli orfani abbandonati, Roma 1830; S. Fazzini, L'ospizio di Tata Giovanni, Roma 1932.

Un direttore importante

undefinedGiovanni Maria Mastai-Ferretti - Papa Pio IX

Giovanni Maria Mastai-Ferretti, dopo la caduta di Napoleone Bonaparte, tornò a Roma al seguito di Pio VII e frequentò l'Università romana. In questo periodo fu seminarista e si prodigò presso il "Tata Giovanni", un ospizio per i ragazzi abbandonati che ricevevano un'educazione, un'istruzione e imparavano un mestiere. Fu tra questi futuri falegnami, sarti, calzolai che cominciò il suo apostolato per i poveri che lo segnerà sempre nella sua vita.

 Il 5 gennaio 1817 prese gli ordini minori, il 20 dicembre 1818 venne ordinato suddiacono e il 6 marzo 1819 diacono. Il 10 aprile 1819 fu ordinato sacerdote dal cardinale Fabrizio Sceberras Testaferrata, vescovo di Senigallia. Celebrò la prima messa il giorno dopo, giorno della Pasqua, nella chiesa del "Tata Giovanni", sant'Anna dei Falegnami, tra i suoi poveri.

Si dedicò all'apostolato nella sua città natale e contemporaneamente fu direttore del "Tata Giovanni", a Roma.

 

ratio imitarum naturam (I, 60, 5.)

 

Date a Cesare

set 292022

Licet dare tributum Caesari an non? Dabimus an non dabimus?"

 

Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui.

Inseriamo anche la versione in latino, (così lo capisce anche Cesare)

Et mittunt ad eum quosdam ex pharisaeis et herodianis ut eum caperent in verbo. Qui venientes dicunt ei: "Magister, scimus quia verax es et non curas quemquam, nec enim vides in faciem hominum, sed in veritate viam Dei doces. Licet dare tributum Caesari an non? Dabimus an non dabimus?" Qui sciens versutiam eorum ait illis:"Quid me tentatis? Afferte mihi denarium, ut videam. Att illi attulerunt. Et ait illis:"Cuius est imago haec et inscriptio?"Illi autem dixerunt ei: "Caesaris". Jesus autem dixit illis:"Quae sunt Caesaris, reddite Caesari et quae sunt Dei, Deo". Et mirabantur super eo.



 Il nostro povero cuore, di carne, ama con un affetto umano che, se è unito all'amore di Cristo, è anche soprannaturale. Questa, non altra, è la carità che dobbiamo far crescere nell'anima, e che ci porterà a scoprire negli altri l'immagine del Signore. (San Josemaria Escrivà)

 

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"Sono un clown. Definizione ufficiale:

Attore comico, non pago tasse per nessuna Chiesa".

(Heinrich Boll - Opinioni di un clown)

 

La trappola mancata

La risposta di Gesù è un esempio magistrale di abilità comunicativa. Da buon "Maestro" accoglie la domanda insidiosa, schiva l'aggressività degli interlocutori e li costringe a riflettere e rispondere alla sua domanda di rimbalzo, molto più semplice e concreta. Cattura attenzione obbligandoli ad osservare la moneta che hanno tra le mani, a guardare l'effige e leggere l'iscrizione. I farisei son così costretti a distrarsi dall'intenzionalità maligna del tranello e a concentrarsi su come rispondere adeguatamente a Gesù; non hanno tempo per organizzare una risposta che mantenga in atto la malignità delle loro intenzioni: e la risposta è semplice, immediata e mette in mostra tutta la loro conoscenza e padronanza dell'argomento; facilitati anche dal fatto di avere la moneta tra le mani e possono vedere bene l'effige e l'iscrizione; così rispondono con sicurezza che la moneta è Di Cesare.

Con questa risposta, l'argomento del dialogo cambia: non si tratta più della liceità del dare o meno il tributo a Cesare ma di riconoscere l'intestatario, il proprietario della moneta. E su questa evidente e facile verità, dichiarata con prontezza dai farisei, Gesù risponde all'originaria domanda con parole semplici e chiare: "Rendete a Cesare quel che è di Cesare" e subito aggiunge: "...e a Dio ciò che è di Dio"; cioè, detto tra le righe: come la moneta è di Cesare, così la volontà è di Dio.

Farisei ed erodiani sono rimasti intrappolati nella loro cupidigia, nascosta dietro lo scudo della ribellione al dominio romano; e son costretti ad ammettere sia il potere imperiale di Cesare e sia all'onnipotenza di Dio. Per un patito di giustizia, - che viaggia sulla logica espressa dal motto "a ciascuno il suo" - la morale del dialogo è che non ci può essere giustizia (in tutte le declinazioni sociali: finanziaria, tributaria, lavorativa, ecc...) se non è illuminata dall'amore e finalizzata al bene comune, cioè a Dio (Deus caritas est).

La domanda trappola dei farisei potrebbe costringere un interlocutore emotivo a schierarsi pro o contro, una parte o l'altra; ma la risposta di Gesù è "divina", va oltre: non interviene direttamente  sulla questione materiale del dare o non dare il tributo, ma sposta le opzioni di scelta dal piano materiale e impositivo alla coscienza d'essere individuale e sociale; ovvero alla coscienza di classe. Detto in altri termini: dal dare qualcosa ad essere qualcuno; come dire: "Chi sei tu?... Se sei suddito paghi, se sei Cesare incassi. Dimmi chi sei e ti dirò che fai. L'aut aut, diventa soggettivo ovvero ha radici soggettive, è radicato nel soggetto.

L'oggetto del contendere perde valore perchè il nocciolo non è più materiale ma esistenziale: "chi si è" viene prima del "cosa si ha" (da dare); non siamo più nella relazione, siamo nella coscienza d'essere: oltre oltre delle parti; siamo nella realtà, nel logos dove tutto è perchè è; tutto è giustificato: Cesare, popolo e tributo.

Monoteismo... e Cesare?

Anche se per i romani il loro imperatore è quasi una divinità, per il popolo ebraico Dio è uno; e loro sono il "popolo eletto": farisei ed erodiani credono in un solo Dio... e in solo popolo: "Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all'infuori di me".

Jahvè è il solo Dio d'Israele: non solo è proibito il culto d'altri dei, ma altresì ogni raffigurazione della divinità.(Treccani)

 Per i farisei "Jahvè è il solo Dio d'Israele", cioè, di Abramo e della sua discendenza: non c'è posto per Cesare. I farisei ritengono, credono e sono convinti che i romani non sono discendenti di Abramo. Per Gesù, invece, è tutta un'altra storia: Dio è suo padre; lui stesso, in quanto uomo, è figlio di Dio; ovvero, generalizzando, tutti gli uomini sono figli di Dio*. In definitiva per Gesù Dio è padre anche di quell'uomo raffigurato nella moneta e chiamato Cesare.

Dunque, nella logica cristiana, tutti gli uomini, nel profondo della loro coscienza, trovano l'onnipotenza di Dio Padre e solo a Lui possono chiedere lumi se imporre o meno il tributo; e se darlo o meno a colui che lo impone perchè la "storia" lo ha messo al governo.

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In principio era l'etica

Gesù, perfetto uomo e perfetto Dio, ha dato la sua magistrale risposta ai farisei, in quella circostanza; ma la stessa risposta resta valida oggi e per sempre. La moneta è diventata un pre-testo per riordinare a Dio tutto il creato, tutta la società: Cesare, il popolo e il t ributo. "Dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è Dio", generalizzando, ieri come oggi, vuol dire che qualsiasi questione etica, con ricaduta sociale, politica e individuale, va esaminata, discussa e risolta secondo coscienza:

il principio etico non viene dal cielo ma è nella coscienza di ciascuno, illuminata dall'amore...che è Dio (Deus caritas est).

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Nota

(*) Dal Vangelo secondo Matteo: "Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo»."

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Libertà e libero arbitrio

"Libera Chiesa in libero Stato" - L'espressione venne utilizzata da Cavour in occasione del suo primo intervento al parlamento, fatto dopo la proclamazione del Regno d'Italia, il 17 marzo 1861, che portò alla proclamazione di Roma come capitale del regno. (Wikipedia)

 

Il rapporto tra Stato e Chiesa in Italia è stato sintetizzato da Cavour con il motto: "libera chiesa in libero stato”; ma il motto è ingannatore perchè Stato e Chiesa sono Istituzioni, entità astratte, persone giuridiche senza carne nè ossa: non sono persone umane e non possono essere ontologicamente "libere" così come semplifica solennemente il motto usato da Cavour.

Sarebbe come dire che Stato e Chiesa esistono da loro stesse, si son create e fatte da sole, sono da sempre e per sempre saranno; cioè possono crearsi, governarsi e servirsi senza l'intervento di qualcuno che sappia farlo: uomo, donna, re, regina, suddito o suddita non fa differenza.

Sappiamo tutti che non è e non può essere così: perché è sempre l’uomo che fa lo Stato o il Regno o la Chiesa o le altre forme di reggenza e governo della società, comunità, tribù, gruppi, ecc.; una qualsiasi forma astratta, immagine o ente "fai da te" non può esistere nè fare alcunchè senza l'uomo.

Stato laico e la Chiesa laica, come figure e/o forme, sono sì indipendenti tra loro; ma entrambe dipendono, dalla natura, dalla realtà; cioè, giuridicamente, dalle leggi della natura, da leggi di quel corpo iuris riconosciuto in tutti gli Stati, Regni e Nazioni del mondo, senza distinzioni di sesso, razza e religione.


Ogni uomo di responsabilità organizza il suo agire, il suo fare politico con atti ispirati dal corpo iuris naturale universale condiviso da tutta l'umanità.

Ritornando alla dinamica del dialogo evangelico della moneta, una considerazione che salta all'evidenza è che nelle dispute su questioni etiche, prima che politiche, l'abilità di "controllo" della situazione dialogica, sta nel non rispondere, istintivamente e precipitosamente, nei termini in cui spesso vengono poste le domande; ma digerirle, rifletterle e riformularle nei termini universalmente condivisi; tenendo presente che c'è un ordine sociale subordinato all’ordine naturale, che a sua volta risponde per fede, in fede e con fede al mistero soprannaturale inconoscibile.

Solo questo "misterioso" e immaginario "Ente" a cui ci si può accostare solo per fede, può garantire la libertà dell'uomo; di ogni uomo, in ogni momento e in ogni circostanza; questa libertà, per i cristiani è agìta nel mondo, alimentata ed ispirata dalla caritas, dall’amore, da Dio: Deus caritas est. Pertanto, la linfa del politico autentico non è la rivalità con il diverso o l'avversario di parte, ma è l'amore per il mondo e l'umanità, compreso il nemico. Per il cristiano questo amore è incarnato in Gesù, "perfetto uomo e perfetto Dio".

In ogni disputa, il cristiano si sforza di essere Cristo in persona; e prenderà prudentemente la decisione giusta ed eticamente corretta, rispetto a Dio, agli uomini e a se stesso: cioè, trasformerà in atto politico quella risposta che Gesù diede ai farisei oltre duemila anni fa; cioè, rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. E questo non vuol dire che Cesare e Dio abitano due mondi separati; sono, invece, due mondi compenetrati l'un l'altro nell'uomo, nel comportamento umano, senza soluzioni di continuità, secondo quel modello di perfezione umana e divina che è la persona di Gesù Cristo, "perfetto Uomo e perfetto Dio".

I politici, uomini e donne, dovrebbero essere così: "perfetti" ... o, almeno, umili quanto basta per provare ad imitarlo.

 

Et mirabantur super eo.

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ratio imitarum naturam

 

 

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