Il Blog di Rosario Frasca

Le opinioni di un Clown, ovvero: Il mito di Er

La carezza nell’anima

Aug 072020

(racconto breve tratto da "La Tensione di Eva" di Giuliana Mangione")

In questo racconto breve di Giuliana Mangione, è trattato, con la particolare angolazione del sogno, il tema della "memoria affettiva" con cui Renè Girard spiega e sostiene le dinamiche antropologiche del desiderio mimetico.

 

 

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Ho fatto un sogno.

Davanti a me una corda sottilissima scende dall’alto, una voce mi sprona a salire. “Dai vieni, ce la puoi fare se vuoi, non è così difficile.”
E’ troppo sottile, non reggerà il peso, si spezzerà e mi schianterò a terra!
Ma decido di provarci. Una mano dietro l’altra fino a raggiungere la cima, fino a raggiungere la voce.


Sorride la voce quando finalmente con il fiato corto e le mani sanguinanti le dico: “ciao, quanto tempo eh?! Sei sempre uguale”.
“Anche tu… non è vero, volevo essere gentile ma devo dire che un po’, solo un pochino ma sei invecchiata!”
Mi viene da ridere, certo che sono invecchiata. Quanti anni sono passati? Quindici, sedici quasi, chiaro che io sia invecchiata!
Mi siedo, sono stanca. La voce mi guarda, poi inaspettatamente mi carezza il volto. Mi ritraggo istintivamente. Non sono abituata a ricevere né tanto meno a fare smancerie. Anzi, non che io non riceva o non faccia carezze, ma violento me stessa per farle e riceverle. Violento me stessa.

Ed è in questo momento, che dopo anni di pensieri logorroici, di domande senza risposte ho il coraggio di chiederle “perché era così difficile per te farmi una carezza? Intendo prima, prima che io crescessi del tutto, quando bambina imbronciata e battagliera cercavo di attirare l’attenzione senza fare la carina, troppo facile fare carezze alle bambine carine! Io non lo ero, anche da adolescente non ero carina. Ero provocatoria nei confronti del mondo, di quel mondo in cui non mi riconoscevo, in cui non mi riconosco tuttora.”
Non è addolorata la voce quando guardandomi negli occhi risponde “ma tu sei proprio sicura che io non ti abbia mai fatto una carezza? Prova a pensare ai momenti passati assieme, dai prova."

E allora vado indietro nel tempo. Mi vedo accanto a lei seduta sul prato. Fumiamo una sigaretta e ci godiamo il sole. Bello il sole che ti scalda la pelle. Bello. Ho gli occhi chiusi. Un rumore strano e fastidioso me li fa riaprire. Sopra di noi una nuvola nera. Sono api che seguono il corteo nuziale della loro regina. Sono tantissime ed io ho il terrore delle api. Ma la voce mi tranquillizza, mi dice di cogliere la meraviglia del momento. Sarà difficile che capiti un’altra volta, è uno spettacolo da vedere e depositare nel cuore. In effetti, rimango affascinata, terrorizzata e affascinata.

Mi rivedo nel tempo ancora con lei. Ho in braccio mio figlio, sto cercando di addormentarlo con una ninna nanna che è solo nostra.
La voce mi osserva e inizia a canticchiare “per te che di mattina svegli il tuo bambino e poi, lo alzi e lo accompagni a scuola e al tuo lavoro vai...” Battisti, come mai ti è venuta in mente questa canzone di Battisti?. “Ogni volta che l’ascolto mi fa venire in mente te. A quanto devi essere stanca dell’occuparti di tutto. Vero?”
Vero.

Torno al presente, la voce sorride. Sorrido anch’io ora. Carezze. “Stai cercando di dirmi che quello era il tuo modo di carezzarmi?” Rifletto. Sì dopo tutto è anche il mio modo di fare carezze.


La voce, la tua voce che mi scalda il cuore che dice “non vi è un solo modo di abbracciare, baciare, accarezzare le persone a cui vuoi bene. Non vi è solo il gesto. Ci sono anche e soprattutto le carezze nell’anima. La carezza nell’anima è qualcosa di poco tangibile nell’immediato, ma rimane lì e torna a sfiorarti ogni volta che ricordi. Basta volerlo!”
Sì, ricordare e volere.

Ora è tardi, devo scendere. Ma prima di andare voglio abbracciare la voce. Mi avvicino, la stringo forte forte, sento il suo profumo, poi le sussurro “grazie mamma di tutto quello che mi hai dato.”
E mi porto dietro il suo sorriso, l’ultima carezza del nostro breve incontro.

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Girardiana

La memoria affettiva

Le “cristallizzazioni" di immagini letterarie consolidate nel suo bagaglio culturale dell'autore, si riflettono nella narrazione. In alcuni esseri la vita metafisica prospera a tal punto da riapparire nelle circostanze più avverse. Essa peraltro può sfociare in forme alquanto mostruose." (Renè Girard - Menzogna romantica e verità romanzesca)

Già nell'incipit brevissimo, "Ho fatto un sogno.", l'autore si distacca dal soggetto del racconto, e assegna un particolare peso al tempo e all'immagine: due categorie che codificano il concetto di "memoria affettiva". Prepara così il lettore a ricevere immagini e situazioni che possono apparire assurde, surreali.

Davanti a me una corda sottilissima scende dall’alto, una voce mi sprona a salire. “Dai vieni, ce la puoi fare se vuoi, non è così difficile.”
E’ troppo sottile, non reggerà il peso, si spezzerà e mi schianterò a terra!
Ma decido di provarci. Una mano dietro l’altra fino a raggiungere la cima, fino a raggiungere la voce.

 

La nozione di trascendenza deviata verso l’umano illumina la poetica dello scrittore: gli permette di dissipare la confusione che sussiste nella reminiscenza del ricordo. Ciò che viene rivissuto, nel contatto sensibile con una reliquia del passato, è la qualità trascendente del desiderio di un tempo. Il ricordo attualizzato, non è più avvelenato, come lo era il desiderio, dal desiderio rivale. “Ogni persona che ci fa soffrire può essere da noi ricondotta a una divinità di cui è solo un riflesso frammentario… divinità (Idea) la cui contemplazione ci dà attualmente gioia, in cambio della sofferenza che avevamo un tempo.

La memoria affettiva ritrova lo slancio verso il sacro e tale slancio è puro godimento poiché non è più infranto dal mediatore-rivale, (divenuto rivale nel desiderio). La piccola madeleine simboleggia una vera e propria comunione; possiede tutte le virtù di un sacramento.

La memoria dissocia gli elementi contraddittori del desiderio. Il sacro emana il suo profumo mentre l’intelligenza, attenta e staccata, può ora riconoscere l’ostacolo nel quale urtava; ci fa comprendere la funzione del mediatore e ci svela il meccanismo infernale del desiderio.

La memoria affettiva reca dunque in sé la condanna del desiderio originale. I critici parlano a riguardo di contraddizione in quanto viene ripudiata l’esperienza che, a conti fatti, procura felicità. È vero. Ma la contraddizione non è nello scrittore, è insita nel desiderio metafisico. Cogliere il desiderio significa in realtà cogliere il mediatore nella sua duplice funzione malefica e sacra. L’estasi del ricordo e la condanna del desiderio di un tempo si implicano vicendevolmente come il rovescio e il diritto. La psicologia del romanziere è un tutt’uno indivisibile con la rivelazione mistica: ne è l’altra faccia. Non costituisce, come oggi si afferma, una seconda impresa letteraria di interesse alquanto mediocre.

La memoria affettiva è il Giudizio universale dell’esistenza dello scrittore. Essa separa il grano dal loglio; ma il loglio deve figurare nell’opera romanzata perché il romanzo è il passato. La memoria affettiva è il focolare di tutta l’opera dello scrittore. È fonte di verità e fonte di sacro; da essa scaturiscono le metafore religiose; essa svela la funzione divina e demoniaca del mediatore. Non bisogna limitarne gli effetti ai ricordi più antichi e felici. Mai il vivo ricordo è più necessario che nei periodi di angoscia, perché dissipa la nebbia dell’odio. La memoria affettiva è in gioco in tutta la successione temporale. Chiarisce altrettanto bene sia l’inferno che il paradiso.

La memoria è la salvezza dello scrittore e dell’uomo. Noi lettori indietreggiamo dinanzi al messaggio trasparente del romanzo salvifico dello scrittore. Il nostro romanticismo tollera la salvezza soltanto se immaginaria; tollera la verità soltanto se disperante. La memoria affettiva è estasi, ma è anche conoscenza. Se trasfigurasse l’oggetto, come spesso viene ripetuto, il romanzo ci descriverebbe non tanto l’illusione vissuta al momento del desiderio, ma una nuova illusione, frutto di questa trasfigurazione. Non vi sarebbe realismo del desiderio, né del desiderare.

Resurrection

Aug 032020

 La maschera si colloca all’equivoco confine tra l’umano e il divino, tra l’ordine differenziato che sta disgregandosi e il suo aldilà indifferenziato che è anche la riserva di ogni differenza, la totalità mostruosa dalla quale verrà fuori un ordine rinnovato. Non c’è da interrogarsi sulla natura della maschera; è nella sua natura di non averne alcuna, poiché le ha tutte. (René Girard)

 

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Poco più di un anno è passato da quel giorno che ho accarezzato per l'ultima volta il volto di mia moglie; ora non ho più bisogno di accarezzare la carne perché lo spirito è perennemente presente in me e in tutto ciò che mi circonda e che vivo.

Quella notte, le accarezzavo la fronte con insistenza ossessiva, quasi a voler risucchiare in me tutta la sua persona; lei, come al solito, si lasciava accarezzare e si abbandonava alla mia ossessione tattile.

Volevo sentirla ancora, con il palmo della mano che lentamente le scivolava sulla sua fronte, percorrendola tutta, fino all'attaccatura dei capelli. Nell'accarezzarla, mi sentivo custodito e protetto in quel contatto fugace e, forte di questo, con la mente cercavo di carpire i suoi pensieri. Volevo mi raccontasse cosa vedeva e sentiva nell'intimità di quel momento; volevo sentire e conoscere con lei, il profumo dell'aldilà.

Ascoltavo il suo respiro. Tutta la nostra vita passava attraverso quelle ripetute carezze; il loro ritmo era accordato al soffio del respiro e scandiva inesorabile gli ultimi battiti del suo cuore pulsante; lei conosceva bene quelle carezze: le conosceva fin dalla fondazione del mondo; erano movimenti nell'anima, tramandati di generazione in generazione, fino a quell'ultimo letto che ospitava il suo corpo: le chiamava affettuosamente "le carezze nell'anima".

Ascoltavo il suo respiro: e sentivo con lei il profumo dell'aldilà. Mi cullavo con abbandono nei rivoli di un mondo sconosciuto e misterioso che tante volte aveva offerto rifugio e ai nostri pensieri peregrini; di quel mondo misterioso, ne gustavo intimamente il sapore divino trasmesso, incontaminato e incorrotto, in quelle silenziose carezze.

Gustavo il sapore dell'aldilà e osservavo il suo volto che sorgeva nitido e corposo, dalla massa informe e molle di un asettico e anonimo cuscino. Ho disegnato nella mia mente l'immagine di quel volto: era come disegnare la sua maschera ancestrale. Pian piano ho sentito montare in me, un prepotente bisogno di fissare quell’immagine su di un qualsiasi supporto, per conservarne traccia; ero in preda a un nebuloso timore di dimenticare.

Mi sono allontanato da lei per cercare qualcosa su cui abbozzare i contorni di quell’immagine, ormai ingombrante, che mi possedeva. Gettando lo sguardo intorno, ho fermato l’attenzione su un foglio di carta da imballaggio, ammucchiato e abbandonato sul tavolo d'appoggio della stanza-ripostiglio in cui ci avevano confinati; ne ho strappato un lembo; l’ho stirato e lisciato alla meno peggio per predisporlo a ricevere il mio disegno e, presa una matita tra i miei gingilli personali, mi sono riaccostato a lei per trovare il punto di osservazione corrispondente all'immagine che avevo in mente; i miei movimenti erano guardinghi e nascosti: non volevo importunare i parenti intorno a me: non volevo disturbare la loro situazione affettiva con lei, i loro pensieri, le memorie che galleggiavano nella loro mente. Il silenzio regnava in quella stanza ma, sicuramente, ciascuno aveva i suoi "rumori" interiori.

Ho tracciato velocemente e con molta approssimazione le poche righe essenziali e distintive di quella poderosa immagine, confidando nella mia memoria per poterla completare a tempo debito, in luogo deputato; senza interferenze estranee che avrebbero sminuito la potenza del ricordo ancora vivo e tranciante. Tracciata sul foglio, la bozza di quel volto dormiente, ho piegato accuratamente e riposto in tasca quel prezioso pezzo di carta, su cui era rimasta impressa la maschera ancestrale, a futura memoria di qualcuno.

 

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 La maschera ancestrale (Rosario Frasca)

 

Mi sono riaccostato a lei e ho alzato lo sguardo verso il monitor che, come un oracolo, restituiva inesorabile e impietoso, il lento processo di appiattimento delle residue funzioni vitali; ancora riuscivo ad ascoltare il soffio rantoloso del suo respiro. Per distogliermi da quell'incantesimo, ho scambiato qualche parola con qualcuno a me vicino, sulla sorprendente serenità che mi pervadeva e che acuiva la potenza titanica di quel transito di cui eravamo testimoni. Lei, mia moglie, la donna della mia vita, con il suo residuo soffio e con la sua maschera ancestrale, stava transitando da questo mondo all'altro mondo; dall'aldiqua all’aldilà; dall’ente apparente all’ente immateriale, spirituale e misterioso, in un aldilà sconosciuto.

Io ero con lei, disperso in lei; immersi in una placenta che ci univa; intorno a noi sentivamo un rumore osmotico, avvolgente, come il sussurro di una brezza leggera. Era la genesi della resurrezione, l'inizio di una nuova vita, uno dei miti della creazione

 

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Mammma (Martina Fortunato)

 

Il rito e la maschera 

Placenta. Diciotto racconti per piccoli e Grandi

Letteratura e... mito della creazione

La carezza nell'anima

 

Ratio imitarum naturam (I, 60, 5.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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