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 Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila
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eloise
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584 Posts

Posted - 15/02/2013 :  18:12:25  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Ben ritrovati a tutti!!!
Eccoci approdati alla nostra sesta discussione, se non sbaglio! Affrontiamo così, di Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila.



Breve introduzione tratta da Wikipedia:

Iniziato già nel 1909, uscì solo nel 1926, prima sotto forma di romanzo a puntate edito in una rivista, la Fiera letteraria, e poi di volume. Questo romanzo, l'ultimo di Pirandello, riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo. L'autore stesso, in una lettera autobiografica, lo definisce come il romanzo "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita"

A chi l'inizio della discussione?

Eloise
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Tiziano
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152 Posts

Posted - 17/02/2013 :  16:20:54  Show Profile
A quanto pare tocca a me...
Allora: in tutti i libri di testo si parla della categoria dei romanzi umoristici di Pirandello: Il fu Mattia Pascal, Uno, nessuno e centomila, I quaderni di Serafino Gubbio operatore; io preferisco il primo, perché è più leggero, un po' picaresco, mentre gli altri sono versioni pesanti dell'insostenibile leggerezza dell'essere, molto concettosi, spesso arzigogolii peseudofilosofici e narrativi intessuti intorno ad un sofisma (e che Pirandello costruisse storie intorno a sofismi lo affermò Contini). Cosicché, dato che mi tocca parlare del losco figuro Vitangelo, almeno parto da Mattia. Parto dal suo occhio strabico, poi arriverò al naso storto di Vitangelo. Perché mi pare che nessun critico si sia accorto del vero assunto di quel romanzo: Mattia, divenuto Adriano, si fa operare l'occhio (ed è proprio durante la sua convalescenza che il grande filosofo Paleari gli spiega la lanterninosofia), ma alla fine l'occhio ritorna storto. Ovvero: quando si parla di crisi di identità si sta parlando di un'astrazione, ma il corpo è sempre irrimediabilmente lo stesso, sta lì a dispetto di tutti i voli pindarici, le dimenticanze filosofiche e i gost of machine. E anche in Uno nessuno e centomila ogni tanto il corpo ritorna,come in incubo da cui non ci si può risvegliare; ad esempio le mani che paiono vivere di vita propria quando Vitangelo fruga nei cassetti dello studio del padre morto.
Io credo che si potrebbero interpretare queste incursioni corporee come il freudiano "perturbante" (non che Freud mi piaccia granché, ma ha avuto notevoli intuizione utili allo studio letterario).

A voi la parola...

Tiziano
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Rosario
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Italy
375 Posts

Posted - 17/02/2013 :  21:40:19  Show Profile





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Rosario
Senior Member

Italy
375 Posts

Posted - 18/02/2013 :  17:58:10  Show Profile
quote:

"L'assessore collegiale Kovaliòv, una mattina qualunque, si guarda allo specchio e scopre di aver perso il suo naso."
(Il Naso - di Nikolaj V. Gogol').

Una delle mie prime letture adolescenziali che mi ha incantato.

Ciao Tiziano, e ciao a tutti. Ricominciamo a divertirci scambiandoci idee, collegamenti, parallelismi, comparazioni e differenziazioni, giochi linguistici ed approfondimenti sul romanzo che sintetizza tutta l'opera teatrale e letteraria di Pirandello: un vero e proprio compendio.

Consideriamo dunque le "incursioni del corpo" su Uno, nessuno e centomila.

Sono convinto che Tiziano ha perfettamente ragione nell'invitarci a considerare il corpo come l'elemento freudiano "perturbante". Non conosco Freud, ma presumo che quel perturbante sta ad indicare qualcosa che turba la nostra psiche. In effetti il nostro corpo è l'interfaccia tra il mondo interiore e quello esteriore; e quando non c'è coerenza e corrispondenza tra quello che siamo e quello che facciamo la "perturbazione" è certa.

Io ho avuto la fortuna di vedere una delle ultime esibizioni di Eduardo De Filippo che ha messo in scena e interpretato in un teatro romano "Il berretto a sonagli" di Pirandello in lingua italonapoletana. Non so se voi conoscete l'opera, ma vi assicuro che è stato uno spettacolo eccezionale e gli argomenti trattati in scena erano proprio quelli che ho trovato nella lettura di Uno, nessuno e centomila: il dualismo tra essere e apparire, personaggio e ruolo, pensiero e azione in altri termini: ipocrisia; la stessa ipocrisia dei "sepolcri imbiancati" condannati da Gesù in un'invettiva contro i sacerdoti divenuta famosa e che rimane attuale in qualsiasi tempo.

Tornando alle "incursioni del corpo", possiamo considerare che il nostro corpo ha le stesse funzioni di una maschera teatrale con il suo lato interno (essere) e quello esterno (apparire). Il corpo (come la maschera) è l'elemento di separazione tra il mondo interno e quello esterno e sconta e sopporta tutta la tensione differenziale.

Il corpo ovvero, come dice Tiziano, l’incubo identitario di Vitangelo Moscarda che lo accompagna nella sua ricerca esistenziale, dopo varie peregrinazioni svanisce nel risolutivo finale del romanzo:

Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.

La maschera si è dissolta. Vitangelo Moscarda è quel nessuno che tutti volevano. Non ha più il problema di essere uno per tutti i suoi centomila. Il suo essere interiore non esiste più ovvero non è più diverso da ciò appare perché è solo apparenza in ogni cosa fuori.

E' proprio nel dualismo tra essere (mondo interiore) e apparire (mondo esteriore) che Pirandello ha voluto focalizzare in questo romanzo-compendio di tutta la sua opera teatrale e letteraria.

Queste le sue parole in una intervista che ha preceduto l'uscita del romanzo:

"In Uno, nessuno e centomila è studiato il dualismo dell’essere e del parere, la scomposizione della realtà e della personalità, il bisogno che l’essere ha dell’accadere infinito che si finisce nelle forme temporanee: il giuoco delle apparenze a cui noi diamo valore di realtà."









RF
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eloise
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Posted - 18/02/2013 :  20:04:55  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Ciao Tiziano e ciao Rosario,
grazie per questo inizio!
Io comincio con piccole osservazioni a punti, un po' come al mio solito...

1) La citazione che ho messo di Wikipedia parla di un testo che "riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo". In realtà, a me sembra che il testo sia una moltiplicazione e diramazione fin nei suoi più remoti rami di un unico concetto fondamentale; più che una sintesi dunque, un approfondimento.

2) Anche a me come a Tiziano questo testo pesa un po' con la sua intensa speculazione cerebrale, a danno del contesto narrativo. Anch'io preferisco il Fu Mattia perché mi sembra che ci sia più equilibrio tra il concetto da esprimere e la narrazione che la esprime.

3) Mi ha colpita, qua e là, la presenza di spiragli verso la natura e gli elementi naturali, che rappresentano nel testo gli unici elementi che "si salvano" - potrei dire - e infatti è lì che alla fine si ritrova il protagonista. Mi ha colpita perché in un testo così pesante, pesante nei concetti che approfondisce e - scusate - pesante anche nel tipo di concetto che porta avanti, mi sembra quasi infantile trovare quest'aria fresca che l'autore fa entrare nelle pagine con qualche parola dedicata alla natura, alla campagna, eccetera.
Scusate non mi sono espressa al meglio, ma avevo già scritto tutto poi mi si è cancellato il testo e ho dovuto riscriverlo, e non l'ho fatto molto bene!...

Eloise
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Rosella
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309 Posts

Posted - 19/02/2013 :  12:15:43  Show Profile
Ciao a tutti.

Questo è solo un piccolo post per scusarmi del ritardo, ma sono stata dal dentista... ahi ahi!

Mi tolgo però la soddisfazione di stupire Tiziano: anch'io, fra i romanzi di Pirandello, preferisco "Il fu Mattia Pascal".

Trovo che Eloise abbia centrato il bersaglio, con i suo "3 punti". Ora devo scappare, ma riprenderò certo da lì.

BYE

Rosella - Gwendydd

"di uno storico parziale, prevenuto e ignorante"
Jane Austen - La storia d'Inghilterra
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Rosella
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309 Posts

Posted - 19/02/2013 :  17:21:26  Show Profile
quote:


1) La citazione che ho messo di Wikipedia parla di un testo che "riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo". In realtà, a me sembra che il testo sia una moltiplicazione e diramazione fin nei suoi più remoti rami di un unico concetto fondamentale; più che una sintesi dunque, un approfondimento.

2) Anche a me come a Tiziano questo testo pesa un po' con la sua intensa speculazione cerebrale, a danno del contesto narrativo. Anch'io preferisco il Fu Mattia perché mi sembra che ci sia più equilibrio tra il concetto da esprimere e la narrazione che la esprime.

3) Mi ha colpita, qua e là, la presenza di spiragli verso la natura e gli elementi naturali, che rappresentano nel testo gli unici elementi che "si salvano" - potrei dire - e infatti è lì che alla fine si ritrova il protagonista. Mi ha colpita perché in un testo così pesante, pesante nei concetti che approfondisce e - scusate - pesante anche nel tipo di concetto che porta avanti, mi sembra quasi infantile trovare quest'aria fresca che l'autore fa entrare nelle pagine con qualche parola dedicata alla natura, alla campagna, eccetera.





Cerco di rispondere ai punti di Eloise, ma prima una mia personale osservazione.
In genere, preferisco Pirandello come autore di teatro e di racconti, piuttosto che di romanzi, perché trovo che tenda a ripetere, declinandolo e coniugandolo all’infinito, sempre lo stesso concetto: solitudine ed incomunicabilità. Però, caspita, come lo fa bene! Nonostante tutto, NON stanca, e si legge e rilegge sempre volentieri.

Ed ecco che siamo al punto
1) Sì, concordo: il dramma esistenziale viene iniziato, elaborato, approfondito, portato agli estremi. Il finale è quasi assurdo, fatto non raro nell’opera pirandelliana. Quasi a ribadire che una soluzione NON C’E’.

2) “Mattia” è senz’altro più romanzo: c’è una trama, dei colpi di scena, un senso logico alla vicenda. Lì il protagonista vuole fuggire da una esistenza che non gli dà nulla, per farsi “una nuova vita” come diciamo oggi. Il tentativo andrà fallito, perché questo è il pensiero dell’autore. Qui, invece, si parte da un naso storto (una sciocchezza) e ci si addentra nella psiche in modo decisamente freudiano. E’ un romanzo introspettivo, anzi, a ben vedere del “romanzo” ha ben poco. Però la ritengo comunque una “narrazione”; cervellotica forse, ma con un suo scopo ben preciso.

3) A mio modo di vedere, la natura, descritta in modo quasi elegiaco, viene contrapposta all’umanità, vista come insieme disgregato di esseri che tra loro poco o nulla hanno in comune, benché credano di averlo. Per ora preferisco fermarmi qui, perché la ricerca di ciò che tale contrapposizione vuole o vorrebbe rappresentare mi sembra non risolvibile in poche parole.

Chiedo scusa anticipatamente perché so di non aver espresso al meglio il mio pensiero, ma penso che avremo modo di analizzarci e analizzare il testo poco alla volta; ritengo sia un lavoro da fare senza fretta. Pirandello è un autore complesso, ci sono esperti che studiano solo lui, frase per frase; noi proviamo a fare ciò che rientra nelle nostre capacità.

A Tiziano e Roasrio chiedo un poco di pazienza... vi rileggo con calma, e poi vedremo dove ci porteranno tutte queste riflessioni.

CIAO

Rosella - Gwendydd

"di uno storico parziale, prevenuto e ignorante"
Jane Austen - La storia d'Inghilterra
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ombra
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Posted - 19/02/2013 :  17:46:46  Show Profile  Visit ombra's Homepage
Ragazzi, un saluto a tutti... ho letto le vostre riflessioni è sono ricche di spunti. Ho una settimana lavorativa assurda. Spero nel fine settimana di aver modo di sintetizzare i miei pensieri e postarli.
Questo era solo un saluto per farvi comprendere che ci sarò...
un bacio

Marta

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eloise
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Posted - 20/02/2013 :  18:47:02  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Sì, è bello ritrovarvi tutti :)
In questo universo di incertezze sempre più diffuse (a proposito, questo w-end si vota.........) mi ha colpito una frase che mi ha detto un mio amico carissimo su questo gruppo di lettura: pensare che ancora e nonostante tutto si trovano persone che hanno volgia di mettersi lì a discutere apertamente e liberamente sui libri è una cosa che mette ottimismo, più o meno è quello che mi ha detto, e che giro anche a voi.

Detto questo, ora farò un elenco (parziale) di autori che mentre leggevo Pirandello mi sono venuti in mente, giusto per mettere in cantiere altre riflessioni:
- Maupassant:
quote:
Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non cosí, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no.»
E mi fissai d’allora in poi in questo proposito disperato: d’andare inseguendo quell’estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva

- Proust:
quote:
presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà

- Henri James:
quote:
Ma voglio dirvi prima, almeno in succinto, le pazzie che cominciai a fare per scoprire tutti quegli altri Moscarda che vivevano nei miei piú vicini conoscenti, e distruggerli a uno a uno

- Kafka:
quote:
Uno scarafaggio non ben sicuro sulle zampe sbucò in quel punto di sotto lo scaffale, diretto verso la finestra. Vi fui subito sopra col piede e lo schiacciai


Eloise
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eloise
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584 Posts

Posted - 20/02/2013 :  19:48:21  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Un altro passo che mi è sembrato degno di nota è il seguente:
quote:
Ah, finalmente! Eccolo là!
Chi era?
Niente era. Nessuno. Un povero corpo mortificato, in attesa che qualcuno se lo prendesse



Si evidenziano qui molte cose interessanti. Innanzitutto, e qui mi ricollego a quanto evidenziato da Tiziano sul dualismo corpo/persona, c'è l'assunzione che senza una persona che lo "anima", il corpo non vive, proprio come una marionetta. L'individuo dunque non è la risultante di un contenuto nel suo contenitore, ma effettivamente è il contenuto puro, che non si riconosce nel suo contenitore.
Questo ci avvicina al tema del teatro. Non si può non ricollegarsi al tema dei Personaggi in cerca d'autore. Ma mentre là i personaggi vivono NONOSTANTE l'autore, qui il corpo NON vive senza la persona che lo anima. Dualismo, schizofrenia, peggio che nel teatro. Il teatro è più vero che la realtà di ognuno di noi. Nel teatro storia e personaggio sono incollati a meraviglia; nella realtà dove viviamo noi persone, assolutamente no.

Eloise
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Tiziano
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Posted - 24/02/2013 :  18:10:47  Show Profile
L'avete voluto voi!
Dopo l'occhio di Mattia il naso storto di Vitangelo.
La dissoluzione della personalità di V. comincia da quella banalissima scoperta: ha il naso storto (a proposito: anch'io; correrò qualche paranoico rischi?). Domanda: ma non se n'era mai accorto specchiandosi? Domanda apparentemente banale d invece inquietante: perché l'occhio vede l'asimmetria e il cervello riceve gli stimoli nervosi, quindi si deve rilevare una incoerenza tra percezione e cognizione? Possiamo dire che gli manca la consapevolezza? Diciamolo, ma allora ci si squaderna davanti un enigma: chi non è consapevole?
Ecco che ci troviamo impelagati nel dilemma corpo/mente. Gli occhi e il cervello sono il corpo, il corpo non è la persona, tanto meno la personalità. Io direi che la persona è una emergenzadel corpo, una sorta di suo ologramma. Perciò Foucault distingue (non ricordo dove) tra individualità somatica e individuo: il soma esiste, c'è nel mondo, l'individuo ne consegue come soggetto alla fine di un labirintico percorso percettivo, cognitivo e rappresentativo. Ecco perché Foucault con quello che parrebbe un gioco di parole parla di "corpo assoggettato", che è rappresentato dal soggetto; questa rappresentazione tuttavia è ideale. Vitangelo scopre che il sé, la sua immagine ideale, non corrisponde alla realtà del corpo, perciò l'immagine progressivamente svanisce: il corpo non è più assoggettato, perde le propria unità e idealità per mutarsi nell'incubo di un'altra immagine prismatica.
Finirà che tutto il mondo (mundus, ciò che ci circonda) è risucchiato in quest'incubo. Dopo che non c'è più il soggetto non ci sarà più neanche il reale.

@Rosario: dunque è evidente che dissento su un punto da te; un punto solo ma essenziale: non è il corpo l'apparenza bensì l'Io

Tiziano
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Rosario
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Posted - 26/02/2013 :  20:03:35  Show Profile
Tiziano, il tuo non è un vero e proprio dissenso. L'apparenza resta tale sia che venga identificata con il corpo (esteriore), che con l'Io (interiore). E' una specie di gioco delle delle apparenze... o delle parti.
"Il gioco delle parti" è una commedia in tre atti di Luigi Pirandello scritta nel 1918.(Wk)

RF
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Rosario
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Posted - 27/02/2013 :  15:32:38  Show Profile
Ciao a tutti, inserisco alcune osservazioni stimolate-mi dal primo intervento di Eloise

Sulle citazioni e sulle sintesi

(Secondo me), le citazioni non possono mai esprimere compiutamente il nostro pensiero; possono, invece, servire a ispirarci nell’analisi, nella scrittura e/o a orientare chi legge verso una determinata chiave di lettura.

(Per Aristotele) “la sintesi è il rapporto che unisce il soggetto al predicato nella proposizione e l’atto stesso del pensiero che opera (appunto) sinteticamente.”

Per esempio, le parole dell’autore, rilasciate nell’intervista (che ha preceduto l'uscita del romanzo), esprimono compiutamente e sinteticamente il suo pensiero sul significato del romanzo. Parafrasando, ed elencando, l’autore dichiara che questo suo romanzo è uno studio su:

1. il dualismo tra essere e apparire;
2. la scomposizione della realtà e della personalità;
3. il bisogno d’infinito costretto nei limiti del tempo;
4. lo scambio valoriale tra apparenze e realtà

Quindi, mi riprometto di intervenire nella discussione sulla base di questa limpida dichiarazione dell'autore, oltre a rispondere quando sono chiamato in causa da qualcuno o da... Uno, nessuno e centomila.

RF
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Rosella
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Posted - 01/03/2013 :  00:39:24  Show Profile
Scusate, ho in capo un pensiero ingarbugliato che proverò ad esprimere, aiutandomi con i punti individuati da Rosario, ma non so nemmeno io cosa ne verrà fuori.

Dualismo.
Essere (in se stessi) ed apparire (per gli altri)
Concordo con questo assunto: io sono, per me stessa, un compendio di ricordi, esperienze, emozioni, che a nessuno di voi è dato conoscere. Al tempo stesso, l’immagine (apparire) che di me si è formata in Tiziano, è del tutto diversa da quella che hanno acquisito Rosario, Eloise, Ombra. E così è lo stesso per tutti noi, limitandoci a questo gruppo.

Tuttavia, il pensiero di Pirandello mi appare assai più ingarbugliato.
Il povero Vitangelo (con un nome così c’è da svenarsi subito) NON HA un suo IO interiore.
Lui deve annullarsi:

<>

E qui entra in gioco la Natura come Eloise ha sottolineato.
Vitangelo non ha un IO, lo cerca in ciò che apparentemente NON ha capacità di pensiero: un ramo, un sasso una foglia. Non è nemmeno un individuo, come ci indica Tiziano, perché il suo costante bisogno è quello di annullarsi. Corpo e Anima, tutto deve scomparire. (ricerca dell’infinito)

Siamo nel nucleo del pensiero che Pirandello cerca di trasmetterci, ma COSA veramente vuole dirci? Parla per enigmi, per paradossi, perché una vera realtà non esiste (scomposizione della realtà), neppure in noi stessi, ed è assurdo, inutile cercarla (scomposizione della personalità). Siamo scivolati dalla narrativa alla filosofia pura.

Io amo il surreale, la fantascienza, il fantasy, l’inventiva. Chi sa scrivere così, e scriverne bene, mi affascina, mi porta in un universi lontani, oltre l’apparenza conoscibile. (scambio di valori)

Trovarne un senso logico che li riporti alla realtà quotidiana, è tutt’altro discorso.

Non sono molto soddisfatta di quanto ho scritto, ve lo propongo lo stesso, e vi spiegherò in seguito cos’è che disturba i miei ragionamenti


Rosella - Gwendydd

"di uno storico parziale, prevenuto e ignorante"
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eloise
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Posted - 01/03/2013 :  10:13:01  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Sarà anche poco coeso, ma il tuo post Rosella mi sembra ricchissimo di spunti e mi piace molto.

quote:

Dualismo.
Essere (in se stessi) ed apparire (per gli altri)
Concordo con questo assunto: io sono, per me stessa, un compendio di ricordi, esperienze, emozioni, che a nessuno di voi è dato conoscere. Al tempo stesso, l’immagine (apparire) che di me si è formata in Tiziano, è del tutto diversa da quella che hanno acquisito Rosario, Eloise, Ombra. E così è lo stesso per tutti noi, limitandoci a questo gruppo.

Tuttavia, il pensiero di Pirandello mi appare assai più ingarbugliato.
Il povero Vitangelo (con un nome così c’è da svenarsi subito) NON HA un suo IO interiore.


Una osservazione su questo. Il pensiero di Pirandello in effetti è più "ingarbugliato" (complesso, direi io) nel senso che rappresenta non soltanto la moltiplicazione dell'IO - fino ad allora considerato nella sua unicità - a seconda del soggetto cui si interfaccia, ma addirittura scisso e ri-moltiplicato anche a seconda del tempo, del momento in cui si esprime, in se stesso. E' qui che incontra Proust, che come sappiamo nella sua Recherche ha proprio parlato degli infiniti IO presenti in ognuno, così diversi ed irrimediabilmente persi, materia quanto mai scivolosa e inafferrabile, né in se stessi, né in altrui (da lì uno degli aspetti più drammatici del rapporto amoroso: l'impossibilità di veramente conoscere la persona che si ama). In Pirandello, anche se non è portato allo stesso livello di drammaticità, la questione è la stessa. Ma mentre il personaggio proustiano troverà una risposta a questa drammaticità dell'esistenza, a questo tempo che scorre e irrimediabilmente si porta via i nostri infiniti IO e quelli degli altri, tramite prima il recupero della memoria, poi il riscatto dell'arte, il personaggio pirandelliano non sembra trovare nessuna soluzione a una generale incomunicabilità dell'IO con gli altri e dell'IO con gli altri propri IO, come se logorato dai propri ragionamenti cerebrali, dai suoi perché e per come, il cervello a un certo punto fumasse andando in loop... Al che l'unica via d'uscita dallo stallo è rappresentata da una riformattazione (scusate se vado avanti con la similitudine informatica) ad opera della natura, sperando che anche lì il povero Vitangelo non ricaschi nei calcoli che surriscaldano la mente. Perché comunque il finale non mi convince, non mi soddisfa, è un non finale (lo dice del resto anche il titolo dell'ultimo capitolo), non ce lo vedo a stare tranquillo in campagna a guardare i fili d'erba e sentirsi rinascere attimo dopo attimo. Lo ritroveremmo suppongo a breve come Palomar a guardare la natura e cominciare a interrogarsi anche tra i rapporti tra i suoi io e la natura, il mondo esterno, ecc.

Eloise
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eloise
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Posted - 01/03/2013 :  10:27:47  Show Profile  Visit eloise's Homepage
Mi viene in mente rileggendomi anche un'altra cosa da mettere in luce. Questo stallo in cui incorre il personaggio pirandelliano rappresenta in un certo senso anche uno stallo per l'autore. Se Proust redime in qualche modo l'uomo e la sua stessa vita con l'idea dell'arte e della memoria salvatrice, e Calvino trova salvezza in un'autoironia fantastica, per Vitangelo, posto che la soluzione della natura non mi pare convincente, non c'è redenzione, non c'è salvezza. Da qui tiro fuori una visione autoriale puramente pessimistica della condizione dell'uomo. Mi viene in mente, a conferma di questo, una novella che se non ricordo male si intitola significativamente "La trappola" e che se anche non mi piace mostra però il lato più pessimista di Pirandello. La "trappola" sarebbe infatti la donna, che con il suo appeal intrappola appunto l'uomo e lo porta sulla via della procreazione, mentre - secondo il punto di vista del narratore - bisognerebbe impedire la nascita di altri esseri umani. Siamo al massimo del pessimismo.

Eloise
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