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Entro piano nella casa del folle;
Analisi testuale Soggetti linguistici Che cos'è la ragione? È questa la domanda cruciale, la domanda che ci inchioda davanti alla pagina della poesia e ci costringe volenti o nolenti a porci con la poetessa il medesimo quesito: cos'è la ragione? In questo testo l'autrice, Cristina Annino,
parla della follia eppure la domanda che ci pone è "la ragione
cos'è?". Innanzi tutto quale valore ha questa domanda
nel testo? Chi la pone? A chi la si pone? È sostanziale
rispondere subito a queste domande affinché si possa esaminare
la poesia con più tranquillità. A chi la pone? La risposta sarebbe complessa, ma semplificando si potrebbe dire che un testo esegue o adempie al suo compito non quando è capito, non quando è interpretato o analizzato, ma quando è letto. Se ne deduce che destinatario del testo è colui che lo legge e che quindi se nel testo appare una domanda questa sia posta dal testo al lettore. Si potrebbe obiettare che il testo non pensa e che quindi non può porre domande, perché non è vivo, non parla, non respira, non gli batte un cuore nel petto e che quindi, in definitiva, sia l'autrice quella a cui va attribuita la domanda, eppure qui l'autrice non c'è: o meglio lei ha scelto un modo strano per rivelarsi, per apparire; ha indossato un volto fatto di parole, si è nascosta dietro al testo. È vero ciò che si pensa che il testo è un oggetto inanimato? È vero che è inanimato, ma è altrettanto vero che non è neppure un oggetto. Tecnicamente esso è più vicino a qualcosa di concettuale: è un concetto e chi potrebbe dire che i concetti siano inanimati, quando questi tutti i giorni subiscono una trasformazione nella nostra testa? Il motivo per cui tanti studiosi discutono sui testi è che questi sono assimilabili a concetti, hanno l'anima di chi li crea per la prima volta e l'anima di tutti coloro che li rielaborano, li criticano, li recepiscono. Non l'autrice ma il testo. E qual è l'importanza di questa domanda nel testo? È la domanda chiave della poesia. A chiarirlo il fatto che essa è unica, e posizionata tra periodi assertivi ben delimitati da punti, identificati in tutto il brano perché tutti simili: ogni preposizione del testo comincia con una prima persona singolare del presente indicativo. Questa domanda si presenta fin dalla prima lettura come un' anomalia, un centro, di tutta l'opera. Temi principali Tema dell'opera è la follia, il contrasto di questa con la ragione, la compassione per un individuo diverso che si trasforma in una celebrazione delle analogie tra la pazzia e la sofferenza della poetessa che vive uno stato di depauperazione dei sentimenti, uno stato di dolore che si propaga in tutta l'anima. Se si legge bene infatti si vedrà quanto il personaggio che entra in scena fin dall'inizio, il folle appunto (da notare quanto questo termine sia elevato sul registro linguistico in luogo di pazzo, o di matto), subisca, quasi, una continua compassione da parte dell'autrice: basti ricordare il riserbo che gli riserva nei momenti iniziali, quando entra "piano", quando non apre le finestre per timore che il mondo, l'aria del mattino, possa offuscare, rechi fastidio ad occhi tanto sensibili al dolore: tra l'altro questo è il primo punto in cui entra in scena il dolore nella poesia "occhi di dolente marrone pallido". Sono rilevanti nella poesia alcuni punti che permettono una lettura diversa dell'intero componimento. Innanzi tutto le frequenti litoti con cui si designano le azioni della protagonista: "non apro, non tolgo, cerco di non affollarlo" o del folle che "non sente" che se da una parte mettono in luce le molteplici possibilità di definire l'azione, e in particolar modo designano una azione precisa in non apro le persiane, che indica un'azione esatta che esprime rispetto nella sua riservatezza; d'altra parte agisce qui una sorta di retorica della negatività che mira a rovesciare i rapporti positivi in negativi, appunto, vedendo in questo quasi un atteggiamento mistico. Si potrebbe anche dire che qui si sia in presenza di una non definizione della follia, poiché fino alla fine essa è vista in contrasto con un sistema razionale che domina fino alla domanda cruciale di "la ragione che cos'è?". Qui la follia è malattia, dolore, solitudine, sofferenza; ha un aspetto umano, non divino, ed anzi si direbbe che proprio questa sua caratteristica accomuna la poetessa al folle. È importante notare poi un altro elemento. Si parla di folle per tutta la poesia, ma fin dall'inizio dell'opera l'autrice sembra attenta a fare una specificazione essenziale nel titolo e nella ripresa di questo nel primo verso: "la casa del folle". Con questa metafora si vuole semplicemente esplicitare la follia: la casa del folle vale per la follia del folle. Soggetto vero della poesia è qui dunque la pazzia, non già il folle. Si capisce ciò pure da un'altra metafora che invero si potrebbe definire tautologica e intenderla quasi come una definizione: "il suo corpo vuoto è una stanza" laddove per assimilazione dei componenti della metafora si può intendere "stanza vuota" nella cui materializzazione poetica ritorna l'iniziale collegamento con la casa. Ora se il corpo del pazzo è una stanza e la stanza è dentro la casa, se ne deduce che il folle sta alla follia come la stanza alla casa, dunque la casa è la pazzia. L'esperienza poetica Chiariti questi elementi si passi ora a esaminare l'intera poesia alla luce dell'esperienza che racconta. Quest'opera si pone come tipica del paesaggio lirico per costruzione e tematica visto che essa racconta l'esperienza dell'autrice che diviene personaggio lei stessa. Qual è il valore dell'esperienza in questo caso? A me sembra di poter dire che in questo frangente essa abbia valore d'esempio, oppure, se si accetta la spiegazione della metafora della casa del folle come follia, la poesia è semplicemente costruita intorno a questa metafora, giocando con ogni elemento che va logicamente messo in relazione con la metafora iniziale. Questo sembra possibile, visto che tra l'altro la poesia non è costruita secondo canoni narratologici, tuttavia risulta poco convincente. L'esperienza raccontata parla di qualcuno, che noi identifichiamo facilmente con la poetessa perché parla alla prima persona singolare, ma non ci sono elementi che mettano in luce se chi parla sia maschio o femmina, cosa che ci libera dall'obbligo di identificare strettamente la poetessa col protagonista della lirica, qualcuno che una mattina entra nella casa di un folle, e si reca nella sua stanza trovandolo ancora addormentato; si siede accanto e lo osserva, quindi si siede ai piedi del suo letto e si lascia contagiare da una sensazione. Questa è l'esperienza, raccontata con un minimalismo che è tutto apparenza. Durante tutta la poesia si parla di follia pur se questa non è mai esplicitamente presente. Essa si dà solo intuitivamente e l'autrice utilizza una serie di processi retorici tra i più complicati per esprimerla, come le metafore del verso 1 "entro piano nella casa del folle" o del verso 12: "il suo corpo vuoto è una stanza" oppure tenta di definirla ma attraverso costruzioni ossimoriche o sinestetiche: si veda al verso 17 la "bianca, stanca, atroce vitalità". Generalmente l'ossimoro è utilizzato in poesia quando si vuole concentrare in uno stesso sintagma una molteplicità opposta di presenze semantiche, cioè quando si vuole accogliere una molteplicità di significati che si escludono a vicenda e ciò per esprimere l'inesprimibile. L'ineffabilità della follia
come esperienza personale: questo in definitiva il tema della
poesia, perché Annino non sta definendo la follia in generale,
ma la sua esperienza, una sensazione, qualcosa che ha toccato la sua esistenza
prima che la sua ragione, qualcosa che sente prima che pensare; le dà
quindi espressione attraverso procedimenti retorici consolidati e tutta
la poesia è dominata da questo non dire ma voler far sentire, esprimere
non attraverso concetti precisi, ma far intuire mediante rassomiglianze
con altre esperienze: così quella insensibilità del folle
è espressa mediante l'iperbole "non sente
neppure il pigiama" che indica l'intangibilità del pazzo nei
confronti del mondo esterno, così estraneo che egli non sente neppure
quello che lo tocca da vicino; o, sempre per esprimere il medesimo concetto,
"la nuca rigida" che richiama già qualcosa del cadavere,
la sua freddezza, e la tensione spasmodica del pazzo concentrato tutto
su se stesso in contrasto con l'insensibilità agli oggetti esterni;
il folle non sente neppure il protagonista, l'io, che viene per raccontargli
ciò che succede fuori della sua casa, che viene per portargli l'asfalto,
appunto, insieme metonimia per la città, e metafora
che esprime il mondo esterno attraverso le sue vie, attraverso una vita
che si muove, si agita, pulsa; ma quest'asfalto è ripulito, sceverato
degli elementi che potrebbero agitare ulteriormente il suo muto interlocutore. Tutta la poesia è costruita, sintatticamente,
come un fascio di coordinate paratattiche attraverso
le quali non sembra doversi ricercare un processo logico, quanto piuttosto
un accumulo di azioni secche, semplici, lontane dal trasporto
emotivo fino a un crescendo negli ultimi tre versi in cui la
blanda colloquialità del resto della poesia sembra lasciar spazio
a uno sfogo sottolineato pure dai suoni che vi si avvertono
(abbondanza di vibranti "entra dentro", "atroce",
e di richiami a quell'elettrica che contiene insieme" r"
e "ca" che fa quindi da trait d'union tra i primi elementi
e le rime successive).
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