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Introduzione all'analisi narratologica: Gérard Genette

 

Nella categoria: HOME | Strumenti di critica

Definizione di racconto
Il racconto e i suoi tempi
A) Tempo
B) Modo
C) Voce

Il complesso delle opere di critica di Gérard Genette pongono le basi della moderna analisi narratologica. In questo articolo presentiamo in particolare il "Discours du récit", testo pubblicato nel 1972, in cui lo studioso definisce numerosi aspetti della narratologia, circoscrivendone le maggiori problematiche.

Definizione di racconto

Il primo aspetto trattato è la nozione di racconto. Secondo Genette, esso racchiude nell'uso comune tre significati distinti:

1. Racconto come enunciato narrativo.
È l'accezione più utilizzata del termine, secondo cui il racconto «designa l'enunciato narrativo, il discorso orale o scritto che assume la relazione di un avvenimento o di una serie di avvenimenti: così si chiamerà racconto d'Ulisse il discorso tenuto dall'eroe nei canti dall'IX al XII dell'Odissea, e dunque questi stessi quattro canti, cioè il segmento del testo omerico che pretende esserne la trascrizione fedele».
Questa accezione del termine viene chiamata in maniera appropriata "racconto" da Genette.

2. Racconto come contenuto di avvenimenti dell'enunciato narrativo.
Il racconto designa la successione di avvenimenti, reali o fittizi, che fanno l'oggetto del discorso narrativo e le loro diverse relazioni di concatenamento, opposizione, ripetizione, ecc. Secondo questa definizione, l' "analisi del racconto" è «lo studio di un insieme di azioni e di situazioni considerate in se stesse, fattane astrazione del loro canale mediatico, linguistico o altro, che ce ne dà conoscenza: ossia, nel nostro caso, le avventure vissute da Ulisse dalla caduta di Troia fino al suo arrivo da Calipso».
Questa accezione del termine viene chiamata in maniera appropriata "storia" da Genette.

3. Racconto come enunciazione narrativa.
Il "racconto" designa qui un avvenimento: «però non quello che si racconta, ma quello che consiste nel fatto che qualcuno racconta qualcosa: l'atto del narrare preso in se stesso».
Questa accezione del termine viene chiamata in maniera appropriata "narrazione" da Genette.

Per concludere, per Genette il racconto vero e proprio è il significante, il discorso o il testo narrativo; la storia è il significato, o il contenuto narrativo; la narrazione è l'atto narrativo che produce il racconto e, per estensione, l'insieme della situazione reale o fittizia nella quale ha luogo.

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Il racconto e i suoi tempi

L'analisi della storia e della narrazione, così come le intende lo studioso, non possono quindi derivare che dall'analisi del racconto. Ogni analisi testuale è dunque essenzialmente «l'analisi delle relazioni tra racconto e storia, tra racconto e narrazione, e (...) tra storia e narrazione».
Tra i maggiori problemi che si devono affrontare nello studio del racconto si trovano i problemi legati alla coordinata temporale. Essi si dividono in tre categorie (cfr. Todorov, "Littérature et signification", 1967; "Qu'est-ce que le structuralisme", 1968), tutte riconducibili alla sfera dei tempi verbali: questioni di tempo, questioni di modo e questioni di voce.

Le questioni di tempo riguardano tutte le relazioni temporali tra la storia (o diegesi) e il racconto (cioè il discorso narrativo). Si trovano in questa categoria, ad esempio, tutti i casi in cui un segmento "anteriore" della storia è preso in conto "dopo" nel racconto, oppure in tutti quei casi dove un numero considerevole di anni della vita del protagonista sono riassunti in una singola frase narrativa.

Le questioni di modo riguardano le modalità (forme e gradi) della "rappresentazione" narrativa, ad esempio nel caso di una narrazione più o meno dettagliata, o che si svolge attraverso tale o tal'altro punto di vista.

Le questioni di voce riguardano la maniera in cui l'istanza narrativa (colui che racconta) si trova espressa nella narrazione, ad esempio la situazione in cui si trova l'istanza narrativa rispetto al contenuto della narrazione.

Così, si può dire che le categorie del tempo e della voce si riferiscono ai rapporti tra racconto e storia, mentre la categoria della voce si riferisce ai rapporti racconto/narrazione e storia/narrazione.

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A. Tempo

Il rapporto tra tempo della storia e tempo del racconto, come abbiamo visto, appartengono alle problematiche legate al tempo. Genette propone di studiarle seguendo tre determinazioni essenziali:

1. i rapporti tra l'ordine temporale della successione degli avvenimenti nella diegesi (o storia) e l'ordine temporale della loro disposizione nel racconto;

2. i rapporti tra la durata variabile dei segmenti dietetici e la pseudo-durata della loro relazione nel racconto (cioè la lunghezza del testo);

3. i rapporti di frequenza, cioè le relazioni tra le capacità di ripetizione della storia e quelle del racconto.

A1. Ordine

Con le parole di Genette, ecco una definizione dell'ordine: «Studiare l'ordine temporale di un racconto, è confrontare l'ordine di disposizione degli eventi o segmenti temporali nel discorso narrativo con quello di successione di quegli stessi eventi o segmenti temporali nella storia, dal momento in cui esso è implicitamente indicato dal racconto, o che lo si può inferire da tale o tale indizio indiretto».

In qualsiasi testo (tranne in casi estremi di sperimentazione, come il "Nouveau roman") ogni discordanza temporale tra l'ordine della storia e quello del racconto è essenziale al testo narrativo, e ne costituisce un carattere strutturale. Genette chiama questo fenomeno narrativo anacronia.

Esistono due tipi fondamentali di anacronia:
- la prolessi: ogni processo narrativo che consiste nel far precedere un elemento che nella storia si trova dopo; il racconto anticipa sulla storia.
Esempio: "Il principe, che un giorno sarebbe diventato re, cresceva a quel tempo sereno".
- l'analessi: ogni processo narrativo che consiste nel far seguire un elemento che nella storia è anteriore; il racconto torna indietro rispetto alla storia.
Esempio: "Il re, che un tempo era un principe sereno, aveva da far fronte a tanti problemi di governo".

A2. Durata

Più che di "durata" di un racconto (difficile da definire, in quanto toccherebbe questioni come: "Quanto tempo ci vuole a raccontare la storia?" oppure: "Quanto tempo ci vuole a leggere il libro?"), parliamo di velocità di un racconto. Essa si definisce come "il rapporto tra la durata della storia, misurata in secondi, minuti, ore, giorni, mesi e anni, e una lunghezza: quella del testo, misurata in righe e in pagine". Da questo punto di vista, possiamo chiamare isocrono quel racconto ideale (praticamente inesistente) che abbia una velocità "uguale", cioè che abbia un rapporto tra durata della storia e lunghezza del racconto sempre costante.

È possibile rendere conto di tutte le variazioni di velocità di un racconto (anisocronie), e dunque dei suoi effetti di ritmo, attraverso l'analisi dei due fattori TR (tempo del racconto) e TS (tempo della storia), e precisamente come segue (vedi a questo proposito anche l'articolo sul tempo in letteratura):

TR > TS (TR maggiore di TS): pausa nella narrazione
TR = TS (TR uguale a TS): scena (spesso dialogata)
TR < TS (TR minore di TS): riassunto
TR << TS (TR molto minore di TS): ellissi

A3. Frequenza

La frequenza riguarda le relazioni tra le capacità di ripetizione degli eventi narrati (della storia) degli enunciati narrativi (del racconto). Ci sono:
1. racconti che narrano 1 volta quello che è accaduto 1 volta (1R/1S) --> racconto singolativo
2. racconti che narrano n volte quello che è accaduto n volte (nR/nS) --> racconto anaforico
3. racconti che narrano n volte quello che è accaduto 1 volta (nR/1S) --> racconto ripetitivo
4. racconti che narrano 1 volta quello che è accaduto n volta (1R/nS) --> racconto iterativo

Esempi:
1. "Ieri sono andato a letto di buon'ora"
2. "Lunedì sono andato a letto di buon'ora, martedì sono andato a letto di buon'ora, ecc."
3. "Ieri sono andato a letto di buon'ora, ieri sono andato a letto di buon'ora, ecc."
4. "A lungo sono andato a letto di buon'ora"

Tradizionalmente, il racconto singolativo predomina sul racconto iterativo.

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B. Modo

Il "modo" del racconto, per analogia col "modo" verbale, riguarda le variazioni che intervengono nella regolazione dell'informazione narrativa: si può raccontare più o meno qualcosa, e raccontarlo a partire da tale o talaltro punto di vista. In altre parole, nella narrazione si possono fornire più o meno dettagli, e fornirli attraverso istanze narrative differenti (narratore interno, esterno, focalizzato, ecc.)
Perciò, la distanza e la prospettiva sono due elementi fondamentali del modo del racconto.

B1. Distanza

Recuperando l'antica riflessione platonica sul racconto, si può considerare il caso in cui il poeta "parla in nome proprio" e quello in cui "si sforza di dare l'illusione che non è lui a parlare". È il problema della mimesi. Questa opposizione si ritrova tale e quale nella riflessione moderna a partire da Henry James, come telling vs showing.

Le diverse modalità di racconto inerenti a questo problema sono illustrate nell'articolo sul rapporto tra narratore e personaggi.

B2. Prospettiva

Genette sottolinea come il problema della prospettiva sia relativo all'istanza narrativa che orienta la prospettiva del racconto, e non alla natura del narratore in sé. In altre parole, si tratta qui di rispondere alla domanda: "Qual è il personaggio il cui punto di vista orienta la narrazione?", e non: "Chi è il narratore?".

Chiarito questo punto, si possono individuare 3 tipi di racconto (vedi l'articolo sul rapporto tra narratore e personaggi):
1. racconto a focalizzazione zero (narratore > personaggio)
2. racconto a focalizzazione interna (narratore = personaggio)
3. racconto a focalizzazione esterna (narratore < personaggio)

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C. Voce

Si trovano sotto questa categoria tutti i problemi che riguardano i rapporti tra storia e narrazione e tra racconto e narrazione.

Innanzitutto, occorre determinare qual è la posizione temporale della voce (cioè dell'istanza narrativa) nella storia. Essa può essere:
1. ulteriore: posizione classica del racconto al passato
2. anteriore: racconto predittivo, generalmente al futuro
3. simultanea: racconto al presente contemporaneo dell'azione
4. intercalata: per es. nel racconto epistolare a più mani, in funzione della progressione dei momenti dell'azione

Si deve distinguere tra livelli narrativi diversi nel momento in cui si opera una variazione del grado della diegesi (per esempio nel caso di racconti nel racconto, come nelle "Mille e una notte"): il livello diegetico (racconto primario) e i livelli metadiegetici (racconti secondari). A questi livelli si deve aggiungere anche il concetto di livello extradiegetico, come il livello che si trova ad occupare ogni diegesi nel momento in cui contiene altri livelli metadiegetici.

Le relazioni tra diegesi e metadiegesi sono, secondo Genette, di tre tipi:
1. esplicativa (la metadiegesi funge da spiegazione per un elemento delle diegesi)
2. tematica (non vi è nessuna continuità spazio-temporale tra i due termini, ma solo una continuità tematica)
3. strutturale (non vi è nessun legame, né spazio-temporale né tematico, ma solo strutturale in quanto un testo è "fisicamente" inserito nell'altro)

Il passaggio da un sistema dietetico all'altro si chiama metalessi. Questo procedimento è molto più diffuso nella modernità, dove talvolta gli scarti tra diversi livelli della diegesi diventano il soggetto stesso della narrazione. Un esempio è "Jacques le fataliste" di Denis Diderot (1773-1775): in questo romanzo, si narra della conversazione tra Jacques e il suo padrone i quali, incontratisi per caso, vanno alla ventura a cavallo. Viaggiando, Jacques intrattiene il suo padrone col racconto dei suoi amori, ma viene continuamente interrotto da singolari contrattempi, dagli interventi del padrone, dalle digressioni dello stesso Jacques e persino dalle intromissioni del narratore esterno, facente le veci di Diderot.

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