|
di Raffaella
Di Meglio
5
10
15
|
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
m entre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. |

Analisi testuale
Metrica:
tre quartine e una strofa di cinque versi
comprendenti endecasillabi, decasillabi e novenari. La prima e la terza
strofa sono in rima baciata (AABB), la seconda in rima alternata con v.7
ipermetro (CDCD), ultima strofa con rima alternata e consonanze, ad eccezione
del v. 15 irrelato.
Analisi:
Meriggiare pallido e assorto è
uno dei primi componimenti di Montale, appartenente alla prima raccolta,
Ossi di seppia, pubblicata nel 1925. Vi compare il motivo predominante
della raccolta, quello del paesaggio arido e scarnificato.
Qui è un orto battuto dal sole nelle ore più calde del giorno,
un luogo come sospeso in un’eternità senza tempo,
fermato in una fissità che lo assolutizza.
Il poeta stesso, assorto in questo spazio chiuso, gravato dalla calura,
quasi scompare in esso diventando un’entità impersonale,
indeterminata, senza spazio e senza tempo, quasi cosa tra le cose, come
suggerisce l’uso dell’infinito ripetuto nelle quattro strofe
in posizione metrica forte («meriggiare», «ascoltare»,
«spiar», «osservare», «sentire»).
Manca quel «tu» di molte altre liriche, a ribadire il carattere
universalistico, esemplare della situazione vissuta che tende a porsi
al di là di riferimenti biografici e storici (la storia personale
del poeta prevale invece nelle raccolte successive).
Ad una prima lettura si avvertono echi del panismo di D’Annunzio
(già dal titolo, che richiama Meriggio
di Alcyone) e dell’orchestrazione fonica della
poesia pascoliana, ma subito ci
si accorge che la natura ha perso la sensuale, dolce musicalità
dannunziana e il simbolismo allusivo pascoliano. Non c’è
più quella inebriante, vitalistica identificazione: non più
«il mio nome è Meriggio» (D’Annunzio,
Meriggio, vv. 106-107), ma il «meriggiare»,
un’esistenza disseccata come quella dell’orto. Né
lo sguardo del poeta è più quello alogico, puro del fanciullino.
Sembra preclusa ogni possibilità di contatto, di comunicazione,
di apertura tra l’uomo e il paesaggio, che non
è interiorizzato, ma esteriorizzato e oggettivato nelle
sue concrete apparenze.
L’orto assume la fisionomia di un paesaggio desertico («rovente
muro», «i pruni e gli sterpi», «crepe del suolo»,
i «calvi picchi», il «sole che abbaglia») e ostile,
dove tuttavia sopravvivono delle umili forme di vita:
i pruni, gli sterpi, i merli, i serpi, le formiche, le cicale.
Il poeta è teso ad ascoltarne i secchi rumori («schiocchi
di merli, frusci di serpi», «tremuli scricchi di cicale»),
a spiarne i rapidi, improvvisi movimenti («frusci di serpi»,
«le file di rosse formiche ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano»,
«il palpitare lontano di scaglie di mare»). Ma sono voci,
movimenti quasi irreali, che non turbano il silenzio e l’immobilità
in cui sono immersi.
Egli si limita a registrare quasi in una sorta di elenco queste dimesse
ma inquietanti presenze che non rimandano ad altro che a se stesse, con
un linguaggio preciso, quasi tecnico («veccia»,
«biche», «schiocchi di merli», «si levano
tremuli scricchi di cicale») di ascendenza pascoliana e di forte
suggestione fonosimbolica. Registra le percezioni visive e uditive che
ne riceve attraverso immagini
sinestetiche («ascoltare frusci di serpi», «il
palpitare lontano di scaglie di mare», «tremuli scricchi di
cicale» che si levano dai picchi), attraverso la fitta trama
musicale che percorre tutto il componimento, affidata alle allitterazioni,
all’iterazione delle
consonanti liquida /r/ e della sibilante /s/ in unione con altre consonanti
(da notare in particolare il v.3 e il v.12, dove compare l’allitterazione
della /c/), o delle vocali (la /a/ al v.10 e la /i/ al v.12), alle assonanze
interne ai versi («merli»/«serpi» al v.4, «pruni»
al v.3 cui si richiama per assonanza «frusci» al verso successivo
e «aguzzi» del penultimo verso, «file»/«formiche»
al v.6, «sentire»/«triste» al v.14), alle rime
(una interna al v.9), rime che si intrecciano alle consonanze nell’ultima
strofa («abbaglia»/ «meraviglia»/ «travaglio»/
«muraglia»/ «bottiglia»).
Lo sguardo del poeta (un osservare che è nello stesso tempo un
ascoltare) si allarga spostandosi dal basso verso l’alto (la seconda,
terza e quarta strofa si chiudono con immagini di alture: «minuscole
biche», «calvi picchi», «muraglia»), dalle
crepe del suolo ai calvi picchi fino al «sole che abbaglia»
ed impedisce di vedere oltre.
È il limite della conoscenza: verso il poeta che
spia la natura (dove l’uso del verbo «spiar»
tradisce la ricerca di un segreto), questa resta chiusa, indifferente,
ed egli non arriva a capire, può solo «sentire» che
la vita è un «seguitare una muraglia che ha in cima cocci
aguzzi di bottiglia».
È proprio il percorso del suo sguardo indagatore («ascoltare»,
«spiar», «osservare») ad unire le quattro strofe
e a segnare il passaggio dal piano della percezione fisica e fenomenologica
(«ascoltare», «spiar», «osservare»)
delle prime tre a quello della riflessione esistenziale («sentire»)
dell’ultima (continuità sottolineata dalla congiunzione «e»).
Solo adesso capiamo che tutto è metafora
e che l’atmosfera allucinata descritta nei versi precedenti è
quella dei «[…] silenzi in cui le cose/s’abbandonano
e sembrano vicine/a tradire il loro ultimo segreto […]» (I
limoni, vv. 22-24).
In una lettura a ritroso gli oggetti si caricano di un
nuovo senso, trasformandosi in proiezioni delle intuizioni del poeta,
in emblemi di un’esistenza desolata. Così
le formiche rosse diventano il correlativo oggettivo
della paradossale condizione umana: il loro instancabile, quasi
caotico quanto insensato lavoro «a sommo di minuscole biche»
in condizioni così sfavorevoli pare tradurre il monotono «travaglio»
quotidiano, il vano affaccendarsi dell’uomo nella società
di massa.
Si scoprono allora corrispondenze e richiami tra il paesaggio
‘reale’ delle prime tre quartine e quello metaforico dell’ultima
strofa: la «muraglia» del penultimo verso riprende il «rovente
muro d’orto» del secondo, in posizione quasi simmetrica e
in rilievo in clausola, i «cocci aguzzi di bottiglia» (v.
17) sono i «pruni» (v. 3) spinosi di questo paesaggio figurato
(la corrispondenza è suggerita anche dall’assonanza già
individuata tra «aguzzi» e «pruni») e si contrappongono
alle «scaglie di mare» del v.10 (dove l’iterazione della
vocale /a/ comunica un senso di vastità, di apertura), quasi l’unico
spiraglio di vita (il «palpitare» dell’acqua), di colore,
(oltre alle «rosse formiche»), ma «lontano», escluso
dal muro dell’orto.
Il poeta è giunto così ad una «triste meraviglia»;
è evidente la distanza dalla «serena meraviglia» con
cui il fanciullino pascoliano contemplava le cose. Ora il poeta è
un «fanciullo invecchiato». La sua meravigliosa e triste sensazione
si traduce ancora in immagini di oggetti concreti, comuni, in un tono
quasi prosastico in cui il piano metaforico si fa esplicito: la
«muraglia» è l’emblema della prigione della vita
umana, i «cocci aguzzi di bottiglia» delle sue sofferenze
e difficoltà.
Anche per l’uomo non c’è acqua in un mondo
prosciugato di valori e di certezze. Un’epifania estiva
prepara dunque un’epifania infernale: è una condanna da Inferno
dantesco “attualizzata” quella racchiusa nell’immagine
finale. Numerose infatti sono le suggestioni che Montale deriva da Dante:
anche la poesia montaliana può essere vista come una sorta di viaggio
nell’al di là; sarebbe stato il poeta stesso a definirla
una «poesia metafisica», che vuole squarciare
il velo di Maya delle apparenze, cercare la profondità della (e
dalla) superficie, andare verso il sole che abbaglia, una poesia che rifiuta
le illusioni, gli ingenui ottimismi e le facili consolazioni, anche se
nella sua inquieta ricerca laica e razionale non raggiunge risposte definitive,
certezze, ma si ferma ad una conoscenza in negativo, all’oscurità
di un oltre che rimane tale.
In questo scontro tra una poesia indagatrice, razionale e l’irrazionale
della realtà il Montale maturo avrebbe riconosciuto l’originalità
e la peculiarità della sua poesia rispetto a quella realistica,
romantica e decadente.
Il poeta si riappropria del proprio corpo, della fisicità delle
cose; esse lo ossessionano nella ricerca di un varco
che resta irraggiungibile. Solo a questo punto, secondo le parole dello
stesso Montale, «la poesia esiste, lascia un’eco, un’ossessione
di sé. Talora vive per proprio conto e l’autore stesso non
la riconosce più: poco importa».
La parola poetica non può presumere di prescindere
dal reale e di attingere analogicamente l’assoluto (come in Ungaretti),
deve appoggiarsi alle cose, far parlare gli oggetti, senza allusioni
o elusioni; essa si sofferma con insistenza ed intensità a guardarli,
a interrogarli e a decifrarli. Ma il reale resta una barriera
insormontabile; il piano metafisico rimane intrappolato, nascosto in quello
reale in una dimensione purgatoriale, di sofferenza e di attesa.
Agisce nella memoria culturale di Montale, oltre a Dante, la coraggiosa,
lucida volontà conoscitiva del “vero” di Leopardi:
il «muro d’orto» ricorda la siepe dell’Infinito
(l’orto richiama anche il giardino del male descritto nello Zibaldone),
ma qui è un ostacolo che impedisce anche il piacere dell’immaginazione,
che preclude lo “sguardo” verso ogni possibilità di
salvezza, ogni speranza. Rispetto a Leopardi, egli rinuncia alla protesta,
alla ribellione, rimane in una condizione di perplessità,
di disorientamento e di impotenza.
Montale constata la crisi del ruolo dell’intellettuale
e respinge l’immagine di profeta e di poeta “laureato”
– letterato (Carducci, D’Annunzio), per dare solo «qualche
storta sillaba e secca» (Non chiederci la parola): da qui la rinuncia,
il rifiuto di toni alti, aulici, solenni, la scelta di parole
aspre, dure (ancora una volta agisce il ricordo di Dante), come,
in questa lirica, «sterpi», «scricchi», «serpi»,
equivalenti fonosimbolici di una vita disseccata.
Una poesia “povera” è la risposta
di Montale alla saturazione del linguaggio, alla pretesa sacralità
della parola, alle irrazionali ideologie di fronte alle quali
le presenze dell’orto diventano anche esempi di una stoica resistenza
al «male di vivere».
Aridità del paesaggio, dell’esistenza, aridità
della parola e del messaggio poetico, che è affidato al
tono dimesso e pacato dell’ultima strofa. La prosaicità è
cercata e ottenuta anche attraverso, una sintassi prevalentemente
ipotattica (ad eccezione della prima quartina, dove è
usata la paratassi asindetica) che dilata il ritmo cadenzato dalle rime:
«ch’ora si rompono» al v.7, «mentre si levano»
al v. 11, «com’è tutta la vita […]» dal
v.15 al v.17; da segnalare anche gli enjambement ai vv. 9-10, 11-12 e
l’assenza di pause nelle ultime tre strofe.
Una scelta originale e anticonformista che fin da questa prima raccolta
ha distinto Montale e ne ha fatto un “moderno classico” nella
sua ricerca di una sintesi linguistica tra la tradizione poetica,
non rinnegata, a differenza delle avanguardie, e la letteratura
del primo Novecento di cui il poeta ligure è una delle
voci più autentiche.
La stessa Meriggiare pallido e assorto offre un esempio di tale mescolanza
plurilinguistica, per cui termini preziosi e letterari (il dantesco
«pruni», l’arcaico e dannunziano «frondi»,
l’aggettivo pascoliano «tremuli») convivono accanto
a termini del linguaggio comune e quotidiano («cocci aguzzi di bottiglia»).
Né rinuncia Montale ai metri tradizionali (soprattutto all’endecasillabo
sciolto), alla rima, alla corrispondenza tra le strofe (in questo caso
tre quartine), pur servendosene con estrema libertà.
La poesia, pirandellianamente, “non conclude”:
la triste e sfiduciata scoperta finale, proprio nel suo tono dimesso,
tradisce la sua non assolutezza, la sua precarietà, e resta aperta,
sospesa, in attesa di una risposta non ancora trovata.
Il riferimento a Pirandello non è casuale: l’esperienza di
Montale si avvicina a quella del romanzo moderno nel testimoniare la crisi
dell’uomo contemporaneo.
Come il romanziere rinuncia all’onniscienza, all’onnipotenza
sul mondo che rappresenta, così il poeta rinuncia ad una funzione
celebrativa, profetizzante, non può far altro che analizzare, (ri)conoscere
la malattia dell’uomo moderno, evitando però i facili
vittimismi.
L’«ubriaco» di Montale (Forse un mattino andando
in un’aria di vetro, v. 4) «seguita la muraglia»
accanto al «sonnambulo» di Sbarbaro (Taci, anima stanca
di godere, v.16), all’uomo in crisi di Eliot (poeta al quale
si deve la definizione della tecnica del correlativo oggettivo),
all’inetto e al malato di Svevo (scrittore non a caso “scoperto”
proprio da Montale critico), al personaggio sdoppiato di Pirandello ed
è in sintonia con le esperienze europee di Kafka, Proust, Musil,
Joyce.

|
 |