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...ogni viaggio tracciato in anticipo ne cela un altro nascosto entro i suoi confini.

Jeannette Winterson
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Di Andrea (del 26/03/2010 @ 13:18:55, in Varie, linkato 400 volte)
Mi scuso con i miei abituali lettori di “cose mediterranee”, di racconti e storie più o meno inventate: mi ero ripromesso di non entrare direttamente in temi, che pur mi sono cari, come la politica o la società, per conservare una distanza dalla realtà stretta, e restare così su temi più universali.

Quello che scriverò esula strettamente dal tema mediterraneo ma in fondo gli appartiene comunque, se vediamo nel Mediterraneo, per come è stato trattato fin'ora, un discorso sulla libertà e sull'uomo. Chiedo dunque scusa se affrontando questo tema in maniera “saggistica” lo spoglio di un certo interesse e lo privo del suo alito di universalità.

***

[...]Ho imparato che chi comanda non solo non si ferma
davanti a ciò che noi definiamo assurdità, ma se ne serve
per intorpidire le coscienze e annullare la ragione[...]


Questa frase è tratta da Saggio sulla lucidità di José Saramago ed ha fatto saltare il tappo ad una botte da lungo tempo in ebollizione e, restando sulla metafora, sappiamo che se il vino bolle troppo è aceto che diventa.

Nei tempi che stiamo vivendo mi sembra importante rilanciare un discorso, un'analisi troppo spesso assopita dal marketing della democrazia: un discorso sul senso stesso della democrazia e sui rapporti di potere.

Partiamo dalle parole, base, al contempo, di ogni inganno e di ogni verità: democrazia, letteralmente "governo del popolo"; ma per come viene esercitata oggi dovremo dire piuttosto “maggioranzocrazia”, è infatti un governo di maggioranza eletto da una maggioranza di cittadini che esercita il potere. E la minoranza che fa? Ci viene detto che il suo ruolo fondamentale, sale stesso della democrazia, è quello di controllo del potere. Vorrei però distinguere tra due piani per quanto concerne il rapporto maggioranza-minoranza: un piano politico e uno sociale.
Politicamente abbiamo una maggioranza ed una minoranza ben identificabili nel parlamento. Socialmente la popolazione si potrebbe dividere in due: quelli che hanno votato per la maggioranza e quelli che hanno votato per la minoranza.
Tra questi due piani c'è la stessa differenza che abbiamo tra il secchio ed il suo contenuto (ecco un'altra metafora!): il secchio può contenere liquidi diversi ma sempre secchio è, anche se il liquido cambia. Un po' di liquido passa da un secchio all'altro, uno si svuota e l'altro si riempie ma sempre degli stessi secchi si tratta (fine metafora). Ora i bacini elettorali cambiano ma il potere è cristallizzato ed esercitato più o meno dalle stesse persone. Quando si ha un cambiamento questo gradito al potere stesso. Ciò pone un primo problema e richiederebbe una costante ricerca e messa in discussione del concetto stesso di democrazia. Questo non viene fatto.

A questo punto è logico domandarsi come sia possibile che una così importante questione venga elusa non solo dal potere, questo è concepibile, ma dalla società civile stessa. Penso che la risposta vada cercata alle radici della politica stessa: nella parola.
La falsa democrazia in cui viviamo ha adottato il linguaggio del marketing, le sue semplificazioni, la sua mancanza di contenuto. La parola “democrazia” ci viene ripetuta in continuazione, il fatto che viviamo in una “democrazia” ci viene ricordato ad ogni pié sospinto, non esiste telegiornale che non ci abbia ricordato che le “grandi democrazie occidentali” sono baluardi contro la barbarie. Il tutto senza mai soffermarci sul senso, senza pesare le parole, senza analizzare il contenuto di quel contenitore vuoto che è diventato la parola “democrazia”.

Nei discorsi dei politici le parole stesse hanno perso il loro significato ed il loro peso. Sono diventate eteree, leggere come l'elio, sono contenitori vuoti che possono essere caricati di volta in volta col significato più opportuno. Questo permette un meccanismo vizioso: nessuno risponde di quello che dice. Tutti possono dire tutto e l'indomani il contrario: nessuno ne chiederà conto.
In questa maniera la politica stessa si svuota di significato, le parole del politico non hanno più un senso logico ma agiscono solo a livello di emozione che, come sappiamo, ha vita e memoria breve. Il politico utilizza cioè il linguaggio del marketing e della pubblicità. Ciò potrà sembrare marginale comparato agli enormi problemi pratici che stiamo vivendo ma penso che sia uno dei padri dell'attuale crisi delle politica e quindi della società civile.

Questo ci porta dritti dritti alla frase di Saramago già citata, l'assurdo è usato come un'arma per annientare le ragione per svilirne la forza. Quando un politico si permette da un palco, televisivo o meno, di dire cose palesemente assurde ed in pieno contrasto con la realtà e nessuno dice niente, neanche e sopratutto i sostenitori stessi del politico in questione, allora poi tutto diventa possibile. Si è oltrepassata una linea che difficilmente riattraverseremo in senso contrario.

In Italia questa linea è stata oltrepassata ormai da tanti anni e non solo non siamo tornati indietro ma stiamo avanzando ostinatamente nella stessa direzione.

 
Di Andrea (del 03/03/2010 @ 10:30:39, in Racconti, linkato 353 volte)

 E' già un mese che ho smesso di nascondermi, almeno durante il giorno. Sono uscito allo scoperto, ormai ho imparato. Ora la giornata comincia presto, mi muovo intorpidito dalla notte, raduno la mia roba e la metto in posto sicuro. Esco in strada, l'andatura è resa goffa dal vestito lungo, bianco come il mio viso. Che ironia: assomiglia a quelli che nel mio paese la gente porta tutti i giorni. Mi sembra di vedermi dall'alto: vestito di ridicolo e pitturato di bianco. Questa pasta puzza di sintetico, ma mi hanno detto che così con colori chiari si dispone meglio la gente. Ed ho imparato che è vero.

Inoltre copro il colore olivastro della mia pelle, non voglio dare nell'occhio anche se i lineamenti parlano chiaro.

Comincio a mettermi ordinatamente in posa, tra gli schiamazzi sguaiati delle cotorras sulla Rambla, insieme a colleghi che cambiano quasi tutti i giorni e che non conosco ancora. La prima volta pensai che me l'avrebbero fatta pagare per essermi preso il posto sotto questo platano senza chiedere a nessuno... Avranno dei protettori?

Lo avrei scoperto presto...

Ma col passare dei giorni, tutto è ancora tranquillo, la Rambla scorre e non si cura di me, forse mi sono sopravvalutato; ho imparato a restare calmo, immobile: è il mio lavoro, quando un poliziotto si avvicina anche se dentro lo stomaco fermenta, anche se le budella si scuotono con la forza dell'alveare resto immobile, i muscoli sono fermi, col tempo ho imparato ad allentare la tensione.. adesso non c'è più tremore, una statua di carne, passiva ed inoffensiva, quello che il paese si aspetta da me .

E così pronti via, un giorno qualunque ho cominciato aprendo il mio bagaglio di sogni e tirandoli fuori, uno per uno, una volta per tutte. All'improvviso.


Posa, scatto destro, sguardo serio...immobile

La gente guarda, ride poi è distratta dagli altri...

Io no, non posso, e poi non ho niente da ridere, no non è il mio personaggio, lui non ride come me.

Passa un bimbo, un cane, un venditore ambulante.

Monetina-DING


Scatto su, cambio espressione, suono il campanello, pedalo,

torno triste sguardo fisso...

Le palpebre restano a lungo spalancate, gli occhi fanno già male, si seccano.

Ne è valsa la pena, a Ceuta non si può vivere troppo a lungo in attesa del grande salto. A sud del muro metallico la foresta di Mesnana è un campo di attesa di gente esasperata che comincia la guerra dei poveri:i trafficanti vogliono i loro clienti così; non conta chi arriva prima, non c'è una lista di attesa. Conta quanti soldi hai  e quanti in più te ne puoi procurare, allora quelli tornano a batter cassa chiedendo l'anticipo, istigandoti a trovarli con ogni mezzo. Così capita che nel mezzo della notte qualcuno si alzi di scatto e cominci a correre, mentre tutti si tastano per capire se con i soldi sono partite anche le speranze oppure esplodono risse per un gesto male interpretato. Non puoi fidarti di nessuno a lungo là, quindi meglio tentare di fare da soli, almeno per scavalcare il muro..

Sì, mi è andata bene, anche se adesso non ho più documenti: se li sono tenuti quelli del barcone, quelli che mi hanno rovesciato in mare prima di arrivare sulle spiagge. Ma ora così conciato non mi cerca più nessuno, almeno durante il giorno. Eppure sono nella parte centrale, nella piazza, mi vedono in faccia migliaia di persone ogni giorno ed anche loro, gli sbirri della Securitat. Ho imparato a nascondermi pur essendo allo scoperto. Sono neve quando cercano il ghiaccio, acqua quando vogliono la neve, il buio nell'Alba, luce fioca al tramonto. Sono diventato quello che rappresento ogni giorno: un fantasma bianco, muto, un pezzo di arredo urbano.

Ma non ci distraiamo, dov'ero rimasto...ah sì, adesso il fischio, poi il palloncino che ho nel taschino,

ah, almeno passasse una bella ragazza ad allietare gli occhi che mi fanno male!.. La guarderei senza muovere né la testa né gli occhi, l'avrei davanti solo per il breve lasso di tempo che resterebbe nel mio campo visivo, come in un film senza il controllo della visuale: quando qualcosa esce dal campo visivo non esiste più. Non ci sono occhi che ruotano, non c'è testa che si giri, nulla, è la passività dello sguardo fisso. Ecco mi sono distratto di nuovo..

DING

sorriso forzato, sopracciglia che si muovono, bocca larga

Anche se non ho tutti i denti... al mio paese dentisti buoni non ce ne sono mai stati, sono andati tutti via. Anch'io l'ho fatto, ma ho dovuto scavalcare quel muro, prendermi le manganellate e poi scappare ancora spinto e confuso tra i corpi degli altri che mi ricadevano giù addosso.

Non so chi è passato oltre a me, ne ho perso ogni traccia, dove saranno Ahmed, Mustafha, Said?

DING

braccio destro che saluta, sorriso beffardo, mano sulla faccia

Mi tirano tutti i muscoli del collo, menomale che non c'è da parlare...

Ancora non so quello che combino. Il primo giorno appena passata mezz'ora a mala pena, avevo già capito che è difficile, maledettamente difficile essere un clandestino e fare il mimo di strada...

Non lo credevo, ma ho imparato.

Vorrei dirlo a mio padre. Anzi, appena posso mi farò sentire: gli racconterò che vivo mascherato...

DING-DING

gonfio il palloncino, mentre soffio gli occhi mi strabuzzano e dolgono,poi lo lascio sgonfiare trattenendolo tra pollice e indice, al rumore tutti ridono... E se ne vanno

Con la maschera ho imparato che per loro sono quello che vende sogni. Quei sogni che erano anche miei adesso li posso solo vendere: sono invecchiati di colpo, forse proprio con quella botta nel momento in cui sono ricaduto giù dal muro. Sono scaduti, ma forse saranno buoni per qualcun altro. Per vivere ho dovuto vendere quello che mi ero portato dietro: l'acqua nel deserto, un raggio di sole nella mattina buia, lo zucchero filato alla fiera.

E ho anche capito, offrendo i miei e guardando negli occhi della gente, che spesso i sogni di chi ti guarda non sono i tuoi: nei loro occhi c'è un'immagine di me che non mi appartiene, come un riflesso beffardo nella sala degli specchi. Io non parlo, dietro la maschera che mi consente di essere quello che tutto vede e tutto sente ma non è visto.

Dietro la maschera, la mente galoppa per mano ai sentimenti che alimentano altri sogni.

DING- movimento

Ho imparato a continuare a sognare, a non smettere né dopo il risveglio, né dopo avere venduto quello che non sogno più.

Io sarò il Vento per il Mare, il Fiore per l'Ape... Io la Ruota per il Carro, io sono il Sonno per il Sogno; sono il Passato per il Presente, la Terra per il Piede, sono lo Spazio per la Fantasia e la Fantasia per la Parola. Dio mio, sto delirando!

Ho imparato che quando scende la sera sulla Rambla, diminuiscono i DING e la luce non è più buona per le fotografie.

Allora è il momento: la maschera si abbassa, tolgo le ali, scendo dallo sgabello, il sipario si chiude. Torna la parola, io riappaio, scompaiono le licenze di sogno e in un attimo si materializzano nella realtà inversa......

Sulla strada per quella che adesso chiamo casa ho imparato ad essere solo a lasciare un po' di sogni dentro al baule,per domani: solo notte, solo cane, solo freddo, solo sonno, solo.

....Dove saranno Ahmed, Mustafha, Said...

 
Di Matteo (del 23/02/2009 @ 15:50:23, in Racconti, linkato 2263 volte)

Come ombre nei sogni di Timea



“Alla vostra destra potete vedere la statua del Santo protettore di Dubrovnik, Sveti Vlaho”.

Si cominciava sempre così, alle 4 e sotto il sole, indicando e facendo guardare una sporgenza dal lato alto delle mura di Dubrovnik.

Timea,faccia appiattita e zigomi alti , si faceva trovare lì, cappellino bianco e larghi occhiali da sole, da quei gruppi di persone che si radunavano all'appuntamento;lì, per fare il lavoro che gli piaceva:raccontare la sua città alla gente, nelle lingue che aveva imparato con lo studio. L'Inglese ai tempi della scuola, lo Spagnolo all'Università e con gli amici ebrei del sestiere, l'Italiano a scuola sì, ma anche in Italia, nel periodo in cui era scappata dalla sua città durante la guerra.


E in qualsiasi lingua le prime parole erano per lui: “ Sveti Vlaho,è il protettore della gola. Come infatti avrete già notato la città è tutta costruita con queste rocce bianche:è calcare proveniente dai monti circostanti, che nel momento dell'estrazione e della lavorazione rilascia nell'aria quella polvere pericolosa da respirare. Così proteggere la gola per gli abitanti di Dubrovnik è sempre stato importante” “ Le nonne in cuor loro affidano al Santo anche il compito di proteggere le tenere gole dei bimbi dalle dure e infide lische di pesce, da sempre alimento molto comune anche per i più piccoli”

E pensava - in fondo lo è pure per me importante, che con la gola e la voce lavoro, raccontando tutto questo a voi.

Poi, prima di cominciare a camminare, diceva loro esortandoli: “Avete una guida in carne ed ossa,ed è meglio del girare con gli auricolari che vi raccontano la storia...A me potete fare domande, siete fortunati!!”

“Se mi seguite adesso cominciamo a camminare sulle mura che circondano la città, cercando di ripercorrerne la storia..prego da questa parte”.

E proprio durante il camminare, quando lei non parlava quasi apposta per permettere alla gente di osservare , fare foto e riflettere, cominciavano già le domande.


Quelle in inglese, fatte dagli Americani, potevano essere paragonate in tenore a quelle di un ragazzetto, impertinente ed immaturo, di quelle che indispongono e ti mettono in difficoltà perché bisogna avere pazienza per rispondere... ancora non è pronto a sentirsi dire la “cruda verità”. Solo che questi non erano bambini, erano uomini e donne, sicuramente già con un'educazione alle spalle, una professione ed un lavoro che gli permettevano di avere dei soldi in tasca,da spendere. Per comprare notizie.

E arrivavano come bombe, anche quelle: “Come mai i serbi hanno bombardato Dubrovnik?” “ E' vero che i serbi vi odiano?”

Troppo lunga la risposta, troppo lungo il respiro che bisognava prendere per cominciare a parlare, troppo ebete lo sguardo di chi aveva posto la domanda per cercare di scalfirlo con una risposta articolata...

“Sì, purtroppo è vero” rispondeva dandola vinta

e nel frattempo aggiungeva pensando a voce alta “ il problema non è chi odia chi, ma chi vuole cosa

“ Se adesso guardate qui sotto....”


Incontri come questi riempivano i pomeriggi di Timea nelle lunghe estati dalmatine, che però non erano fatte solo di questo:era anche il periodo in cui la città era più godibile, soprattutto nelle sere, col tramonto, con gli amici con le giornate lunghe e piene di bevute, di incontri. Ma certo quel lavoro, quello che la portava ad attendere quotidianamente l'appuntamento pomeridiano, era quello che emotivamente la impegnava maggiormente, la faceva sentire frizzante, anche importante perchè tutti la stavano a sentire; si sentiva addosso il compito di rappresentare la sua città, di far parlare i muri, le pietre, il cielo ed il mare che ospitavano quelle orde discendenti dalle navi da crociera a gruppi di 6500 persone. Com'erano buffi! Colonie di individui che si muovevano tutti insieme come una macchia colorata, ma tutti divisi: ognuno con un colore determinato, bianco, rosso,blu o verde ed un proprio numero sul petto. Ed ognuno, così catalogato ed individuabile, sceso da quella nave per porre domande dalle risposte semplici, monosillabiche; non articolate, ma precise e concise come il loro numero ed il loro colore.

Certo, “ogni domanda posta dai turisti non è stupida”, gli avevano insegnato al corso di preparazione per le guide.... ma a lei sembrava come un tranello di quelle società stesse che li plasmavano,per quel sistema di per poter mettere le mani avanti ed accettare di legittimare la stupidità della risposta ad una domanda di uguale tenore....e allora ne approfittava “si certo è vero ci odiano” per levarsi dall'imbarazzo di una risposta troppo lunga, articolata, che la avrebbe portata fuori strada, a non rispettare i tempi del giro di mura, a non rispettare la scaletta degli appunti

Ma quanto avrebbe voluto rispondere sul serio, dio quanto avrebbe voluto! Quanto avrebbe voluto avere un colloquio umano.... invece era come trovarsi a dover scegliere una delle risposte multiple davanti a un test in cui la risposta giusta non c'è, perché non ci sta nella casella.


In realtà quello che la appassionava di più di quel lavoro era proprio avere l'occasione di potere parlare liberamente di sè, della sua terra, del suo mare, dei suoi pensieri, della storia del mondo vista da lì, da Dubrovnik, dal balcone di casa sua, con negli occhi il mare ed il sole che al tramonto batte in faccia, spingendo l'ombra alle spalle, a volte sulla parete di camera sua, altre su quella del Buca Bar, sotto le mura, dove si trovava con qualche amico a bere e a fare il bagno, anche la sera.

Queste le sue principali prospettive da cui guardava il quotidiano scorrere della vita.

....Non intendeva quel tipo di domande però....

Ma tutto sommato gli Americani erano quelli che ascoltavano di più, forse,i più disciplinati e quelli che lasciavano le mance migliori,...nonché i più prodigi di “consigli” alla fine del tour, o feedback come li chiamavano loro.

“ Grazie, Questa città è bellissima!” “ It's really cool!” - quante volte al giorno lo sentiva dire con quella cantilena americana, con la quale si poteva indicare come “really cool” le rovine di una città antica, un vestito, il gusto di un gelato, una luce, una nave moderna- e infatti...

“Peccato per il pavimento così scivoloso...voi che siete guide, non potreste chiedere al vostro comune di rifarlo più camminabile con l'asfalto per la sicurezza dei vostri turisti??”

Ne riceveva tanti di suggerimenti dagli Americani: i bagni più grandi, meno piccioni, i caffè più lunghi, anche il sole meno scottante.....tutti così creativi, così lontani e futuristi e così idioti in fin dei conti.

Voleva aggiungere dei commenti, ma poi no... gli Americani non erano pronti per risposte articolate!


Con gli Spagnoli, questi delle crociere, sicuro era più facile: venivano per ascoltare interessati principalmente alla “ricostruzione” che nel loro paese era stata così tanto sottolineata dal governo, come impegno civile così importante per la nuova posizione mondiale della società spagnola; una dimostrazione di benessere,insomma, potere aiutare i vicini in difficoltà, così come dimostrazione di benessere era aprirsi anche a viaggiare per turismo. E infatti le crociere che partivano da Barcellona e Valencia facevano sempre tappa a Dubrovnik, per poter mostrare ciò che il popolo spagnolo aveva contribuito a riportare a splendere. Ma ignoravano che ciò che si era ricostruito era anche stato distrutto a proposito: non lo sapevano ancora che la ricostruzione fosse un obiettivo della distruzione, e dispiaceva dirglielo a freddo.

Così con loro si perdeva nel far notare quei tetti più rossi degli altri, segno di una ricostruzione recente, dall'alto della Minceta a farglieli contare e a snocciolare dei numeri, anche un po' a caso, divertendosi a provocare le loro espressioni di esclamazione: “Jovà!” ,”Jolìn!



Poi c'erano gli Italiani. Solo con gli Italiani abbandonava qualsiasi schema da seguire, e puntava ad intrattenersi di più a parlare,a giocare con il loro generale scetticismo.

Quelli che venivano in crociera erano per lo più pensionati, benestanti del Nord in gran parte veneti partiti da Venezia, ma c'erano a volte anche coppie giovani, magari appena sposati, o intere famiglie principalmente del Sud imbarcatesi a Bari e portate in nave dal capofamiglia, coi figli adolescenti annoiati; per loro il padre, magari un ex operaio, aveva speso, per quella settimana e per quei discorsi fatti da lei, gran parte dei soldi risparmiati: tredicesime spese in buona fede in nome della “cultura”, per sé e per i suoi figli; in quella scelta c'era tutto il suo amore per la famiglia e la sua buona ingenuità.

Sì, che pena. Era triste vedere l'Italia da lì,e gli Italiani,quegli Italiani, qui in un loro momento drammatico.

Loro, di là, avevano solo polizia, manganelli, mafia e P2 al governo. Vista da ciò che era stata la Jugoslavia era un ribaltone, doppio per lei ed incredibilmente amaro

Perchè lei, ragazza dalmatina scappata dalla guerra, si era rifugiata ad Ancona,al tempo, avendo per lo meno avuto la possibilità di vedere quella guerra da altre prospettive.........per poi scappare anche dall'Italia, appena aveva potuto tornare alla sua città.

E adesso, da questa sponda dell'Adriatico aveva l'impressione di vedere l'Italia disgregarsi dall'altra parte e pensava che ancora una volta era andata via in tempo, fuggendo da quell'ombra amara che la seguiva.


Alla vista delle famiglie italiane le arrivava in mente quando si rifugiava lassù sul Conero a guardare il mare. Sapeva che oltre il mare c'era casa sua, la sua città , la sua di famiglie e gli amici, rimasti là. Si faceva trasportare dal volo di un gabbiano di là e allora riusciva a vederli, a sentirli vicini.

Poi si accendeva una sigaretta per compagnia e continuava a guardare, seppure stranita nell'essere rivolta verso il mare,ma con il sole che non tramontava là davanti. E lì di fronte, con il sole alle spalle, mentre la sigaretta si accorciava verso di lei c'era solo la sua ombra che si allungava e sembrava volere andare a toccare l'altra sponda, di là, ma poi scompariva inghiottita dal buio della sera prima di esservi giunta. In quel momento lei rimaneva da sé , tornava sola con la sua storia,e il suo futuro così determinatamente legato a quel momento nel presente e parte di un universo di presenti tutti a cavallo del mare.


“.......Dubrovnik non è il nome slavo della antica Ragusa,è una delle due parti della città, ancora riconoscibili e divise dallo Stradun

Gli Italiani per la storia che avevano studiato, dal loro punto di vista, arrivavano qui e si aspettavano Venezia,ma finivano per trovare Siracusa. Forse è per questo che preferivano chiamarla Ragusa come se fosse la traduzione italiana di Dubrovnik. Ignoravano che Ragusa e Dubrovnik erano due cose vive e diverse, ma complementari, che convivevano ancora “ Ragusa la parte sul mare di origine greca, sempre e ancora con vocazione commerciale. Dubrovnik la parte slava a monte dello Stradun, verso la Dubrava, la foresta”


E, nel suo giro con loro sulle mura, avrebbe avuto voglia di sentirsi fare in Italiano una domanda sul suo paese, sul recente passato e la guerra, per sviluppare un discorso proiettato nel futuro e per poter condividere quell'intreccio di destini e di popoli da una sponda all'altra del mare, per poter loro rispondere e dirgli così: “Immaginatevi che per 10 anni le televisioni siano sotto un unico padrone, che guida un manipolo di farabutti che anziché coltivare e salvaguardare le energie comuni e positive del loro popolo, non perdono occasione per rimarcare le differenze e le rivalità tra persone protagoniste di qualsiasi episodio, trasformandole così in odi. Tutto a loro indiretto vantaggio.”

E pensava nel mentre - per esempio quello che sta succedendo da voi -

“Dieci anni bastano, per trasformare la gente. Ma non è un processo unico, è a fasi. E se durante la prima fase solo alcune persone saranno già pronte alla guerra, ne rimarranno altre che saranno prese solo dopo , con la paura.

Al terzo stadio poi ci saranno ancora persone “resistenti”: sono quelle che cercheranno di andarsene prima che succeda tutto, appena lo intuiscono, cogliendo l'ultima occasione per uscire dalla trappola. - anch'io ho fatto così, quando mi sono resa conto che non c'era più niente da fare -

Poi ci saranno quelli che hanno capito di essere in trappola, ma quando tutto è pronto ancora resistono: quelle sono gli obiettivi delle violenze, non più mediatiche, ma fisiche a questo punto. E verranno eliminati” -come i miei nonni-


Sì, cari! Poteva succedere anche in Italia, anzi, sarebbe successo appena ci fosse stato il bisogno politico anche internazionale. Perché, l'Italia non si poteva anche ridividere facilmente, in quella che era stata prima del 1861?

Il Regno di Savoia: con il Piemonte, la Liguria e Venezia, Milano capitale nel mezzo. E tutta l'industria,i servizi di settore, le banche e il capitale adesso si sarebbero chiamati Padania, rivendicando a piacere le loro radici celtiche.

Poi l'Italia centrale, dalla Toscana e le Marche con la “sua Ancona”, governate dal Lazio e Roma che avrebbe tenuto insieme anche il resto della costa Adriatica fino al Molise e la Sardegna sul Tirreno, tutto il mondo latino, filosoficamente cementato intorno alla grandezza di Roma e degli Etruschi, ma..

non era ancora quello lo stato Pontificio? E anche la Chiesa era sistemata.

Infine l'Italia Meridionale, con la Puglia e la Campania che intrappolavano la Lucania, che sfugge al mare abbracciando la Calabria a Sud, e poi la Sicilia. Lo stato del Non-stato, quello delle cosche, delle mafie che finalmente potrebbero essere istituzionalizzate,come era avvenuto in Kosovo, ed avere il loro porto franco in mezzo al Mediterraneo . La mafia sì che capiva il Mediterraneo: lo avrebbe rivenduto poi a Roma e alla Padania. E gli affari cominciavano.

Certo qualche morto ci sarebbe scappato, perchè non sarebbe stato un processo istantaneo. E l'importante non era solo levare di mezzo i resistenti, ma piuttosto martirizzare qualcuno uguale ai rimanenti; qualcuno, insomma, buono, comune e che pur non credendo fortemente nella necessità della divisione era adatto a giocare sia il ruolo del boia sia quello della vittima. Bastava che ricevesse i giusti impulsi.

Una divisione politica di grossa portata non si fa senza creare un presupposto per il pubblico, dove nemmeno i morti devono essere casuali: martirizzare per poter costruire la nuova identità ed epica nazionale da dare in pasto infine a chi sopravvive.

Volete un esempio? Pensate da voi a tutti i terroni trasferitisi a Nord negli anni per fare andare avanti l'Italia che conta: per mano ignota all'improvviso qualcuno di loro sarebbe morto per una mitragliata, (finalmente, anziché schiacciato da una ruspa o tritato da un montacarichi) accusato di essere un nullafacente, un mangiapane a tradimento ed il responsabile di una crisi...allora i suoi compari sentendosi minacciati ed offesi, avrebbero protestato e, dopo che qualcuno avrebbe staccato la testa per il rancore accumulato in anni di soprusi subiti, a uno di quei padroni di fabbrichetta che da sempre gli negavano un aumento e li mortificavano, allora via, gli altri imprenditori avrebbero spinto per una espulsione di massa di tutti i terroni che si rivoltavano contro e minacciavano le loro famiglie..... insomma,via con la spirale che cominciava a fornire mediaticamente delle morti più degne e adatte per far identificare ognuno in un ruolo operaio o di piccolo imprenditore,separando e creando due nazioni nuove!

E una volta avviato il processo, questo si poteva autoalimentare, autosostenere mantenendosi indefinitamente, perchè le divisioni potevano andare avanti a non finire, se si voleva,ed ognuno in un'atmosfera modificata di panico e mantenuta artificialmente, avrebbe potuto prendere iniziative personali sempre alla ricerca delle rivendicazioni di proteggere identità che nel frattempo si erano ritrovate, da perdute e soffocate che erano: la paura aveva vinto.

Altro esempio concatenato? Pensate ai tedeschi dell'Alto Adige, che in una gabbia di matti non ci vorrebbero rimanere e chiederebbero subito di andare in Austria: sì, come la Slovenia, i primi ad essere riconosciuti internazionalmente e i primi a staccarsi dall'Italia a rotoli. Anzi, loro si sarebbero già staccati, magari insieme ai Valdostani che si sarebbero ritirati sui monti e aggiunti come Cantone alla Svizzera. Così gli slavi del Friuli avrebbero pensato “Meglio l'Europa in Slovenia” e i Francesi del Piemonte a implorare di essere protetti dalla Francia, in nome di libertà , uguaglianza, fraternità.

E a quel punto che dire dei Toscani,spiriti anarchici che si sarebbero trovati sulla nuova frontiera: si sarebbero sentiti intrappolati dalla Chiesa o protetti contro i Padani? E semmai Venezia,la Serenissima, senza problemi di gestione degli sghei con Milano? E Genova, la Superba, ancora porto di Torino o meglio sola, come ai tempi della repubblica Marinara? E tra le cosche di 'Ndrangheta e quelle di Mafia..chi l'avrebbe fatta da vero padrone?..Ecco perchè si chiamava Regno delle due Sicilie,un tempo,ora Regno delle due Cosche!


E mentre tutto si divide, per paura che la propria identità sia messa in discussione, ecco in quel momento si è perso di vista lo spazio comune, dove le identità non sono minacciate o messe in discussione, ma si alimentano vicendevolmente costruendo il vivere e l'identità comune, dal basso.

E invece tutto questo dividersi, permette a chi ha innescato il processo, che si autoalimenta, di potersi occupare nel frattempo di altri affari, quelli che hanno valso le divisioni,che intanto possono andare avanti fino a che un gruppo, il solito gruppo, dice basta così, spengendo le comunicazioni e riducendo gli impulsi.

In fondo nella sua Jugoslavia, nella sua Dubrovnik era successo: adesso c'era una nuova “patria” che si chiamava Croazia, con una nuova bandiera...ma cosa era tutto ciò? Cos'era questo vestito per la sua città? Bastava questo a giustificare tutti quei disastri? Era per questo che si era combattuto davvero?

Che si vedeva in fondo di diverso dalla finestra della sua camera per questo? E cosa succedeva a quel suo mare e il sole..come si era fatto a dare un confine e una bandiera a tutto ciò?

In quei giorni a guardare la Jugoslavia dal Conero, quando la sua ombra era inghiottita dal buio una risposta spesso balenava in mente: era così perchè

si era in un sistema monetario, che per alimentarsi doveva produrre divisioni e poi confini e quindi scarsezza e povertà. E la povertà ancora scarsezza, che a sua volta produceva confini e allora divisioni.... e in questo andirivieni ci stavano tutti i profitti per alcuni!


“Vedete che sarebbe tutto pronto anche da voi?”

A questo punto si immaginava che durante il suo monologo con quelle persone alcuni potessero reagire ai suoi discorsi istantaneamente, partecipando alla discussione quasi come svegliati da un torpore (quelli delle fasi tre e quattro); altri invece nel torpore vi rimanevano, confusi, il messaggio non gli arrivava, non si riconoscevano in questo ed erano annoiati, in fase uno; e la maggior parte di chi si era già chiuso gli orecchi per la noia aveva in più il terrore di sentire cose diverse da quelle che si aspettavano: era la fase due, la paura.


E infatti un discorso così forse non sarebbe mai venuto fuori: quella gente, tutti, volevano principalmente le date, la storia ufficiale, istituzionale, nazionale...non interessava a quella gente la storia vera, del presente, del comune, l'interpretazione sensoriale, soprattutto se detta da una che poteva essere loro figlia.

Così finiva per fare questi discorsi con gli amici dopo aver lasciato i gruppi, o meglio a volte da sola, quando era a casa, alla fine della giornata, in camera sua, quando rimaneva a parlarsi addosso tutto d'un fiato.

Ma era sicura che era questo, proprio questo che voleva comunicare a tutta quella gente che vedeva giornalmente....dire “Non lo vedete che apparteniamo tutti ad uno stesso mare,cultura e ad uno stesso destino?”



Invece ci si metteva all'inizio di mezzo Sveti Vlaho, e le conversazioni prendevano subito un altro cammino, un altro tenore, non ci sarebbero mai stati quei momenti, a far emergere il presente ed il futuro dalla storia.

Avrebbe voluto sorprendere i suoi turisti, avrebbe voluto conquistarli, non solo sbalordirli come lo era lei nei loro confronti quando li vedeva con i numeri colorati sul petto:li voleva conquistare con le parole, ma per questo forse non voleva nemmeno che fossero turisti, per un attimo; voleva che fossero ascoltatori e spettatori di un palcoscenico, come quelli della Magna Grecia o delle commedie di Marin Držić sul Mare...e allora li avrebbe fatti girare dicendo: “alle vostre spalle il Mare Adriatico, ovvero il Mediterraneo...”

magari con una piccola appendice per gli Americani, tipo : “Ecco Signori, quello che vedete alle vostre spalle non lo chiamate Oceano, come quello che ci separa...perché è un mare, e non uno qualunque: è il Mare senza confini, perché unisce! è il Mediterraneo....”.

...e dai pensieri sul mare e dal suono delle onde del Mediterraneo cullata, con la testa sul cuscino e la Bonaccia che entrava dalla finestra era già addormentata, sognando: ancora per oggi aveva sulle spalle un giorno speso a raccontare la storia e davanti un altro in cui invece della storia avrebbe voluto raccontare il presente ed il futuro, a quelle crociere che arrivavano la mattina e vomitavano comitive che si sparpagliavano invadendo la città e poi si ritrovavano alle 4 precise nel punto convenuto, sotto Sv.Vlaho.

E in sogno tutto era più facile ...quando cominciava la giornata...

“ Buongiorno, prima di cominciare permettetemi di presentare il protagonista”

La gente già guardava la statua del Santo,espressioni autocompiaciute si dipingevano sulle facce dei più desiderosi di sentire la storia ufficiale, c'era chi bisbigliava all'orecchio del vicino o della moglie indicando la statua in alto.

“ Alle vostre spalle, il Signor Mediterraneo!”

Le ombre delle teste girate, colpite dal sole, si stagliavano sulle mura di Dubrovnik, sotto Sveti Vlaho.

Timea dormiva un sonno profondo.
 
Di Matteo (del 23/02/2009 @ 15:34:19, in Racconti, linkato 627 volte)
L'ODORE

 Sentii freddo alla schiena non appena seduto.
 “Da dove vieni?” mi domandò l'uomo che avevo di fronte, pronto a rovesciarmi addosso il primo catino d'acqua.
Non risposi a quella domanda, come un bambino che viene interrogato sulle sue malefatte nel momento in cui è lavato da un grande.
 Non avrei risposto a nessuna domanda postami; le uniche domande a cui avevo da rispondere erano le mie, che mi rimbalzavano in testa da troppe ore.
 La prima cosa era pensare di doversi levare di dosso quell'odore rancido che mi attanagliava le narici e affondava la psiche. Non ne potevo più, da due giorni, dall'ultimo villaggio in cui avevamo fatto campo.

Mi spostai al centro della stanza,per sdraiarmi sulla schiena. Schiusi un attimo gli occhi per vedere in faccia quell'uomo che adesso mi stava passando un panno insaponato lungo il corpo. Li richiusi immediatamente, la sua faccia si fissò per un po' nella mia testa...poi scomparve nel buio, soppiantata dalle solite immagini che affollavano la mia mente.

 Quell'odore di bruciato non mi si levava di dosso. Era davvero diverso da quello degli arrosti, dei Kebap, o del legname arso per scaldarsi ai bivacchi notturni durante i turni di guardia, che mi erano già toccati numerosi visto che mi ero arruolato volontario da poco.

 Era per riappropriarmi del mio odore che giacevo adesso sdraiato sulla pietra ombelicale di un Hammam facendomi lavare, con gli occhi chiusi per cercare di ricordare che odore avevo prima. I pensieri mi si accavallavano
Certo, quando spari col bazooka ad altezza d'uomo dentro un nascondiglio, una caverna, e poi entri a verificare il risultato non ti aspetti certo di trovare profumo di petali di rosa: questo lo sapevo anch'io, che col bazooka non avevo mai sparato prima.
Ma quell'odore no, non me lo aspettavo, mi aveva pervaso prima ancora che rinvenissi e ribaltassi quel corpo carbonizzato; uscendo avevo creduto di lasciarlo lì dentro, col suo odore,invece quello è venuto fuori con me.
 Era pelle altrui volatilizzata che mi si era appiccicata sulla mia e non mi lasciava, riportandomi continuamente a quell'attimo: l'esplosione, il rinculo del bazooka sulla mia spalla, il fumo, le sagome nel buio.
 La sera al campo allestito nel villaggio evacuato ho mangiato e ingollato senza sapere cosa buttavo giù. Poi sono andato a letto; anche altre volte sono andato a letto con addosso l'odore del montone o dell'agnello abbrustolito eppure la notte ho dormito bene, ma l'altra sera no, non avevo chiuso occhio per quell'odore, mi aveva tenuto sveglio. E il mio pensiero unico era: “Rivoglio il mio odore”,ma anche se mi concentravo non riuscivo a ricordare che odore avevo avuto prima di allora. Annusavo il sacco a pelo in cerca di quello; non mi ero mai annusato così avidamente prima. Era la prima volta che mi annusavo forse, così come la prima volta che uccidevo un uomo.....due prime volte in un giorno, quando per una vita può non succedere nulla, come al mio paese...c'è qualcosa che non va! Tutta la notte sveglio a chiedermi che odore avevo avuto prima. Chiedersi quale era stato il mio odore prima di allora era chiedersi chi ero prima: non lo ricordavo, non sapevo rispondere. Eppure mi sentivo di avere fatto il mio dovere, quello per cui mi ero presentato alla caserma ed ero poi stato mandato lì in Kurdistan.
 Aspettavo l'alba, non appena fu in piedi chiesi al comandante di potermi allontanare per qualche giorno; sarei ritornato, ma prima dovevo aiutare mia sorella malata con le cure mensili.

Cazzate...invece dopo una notte in autobus eccomi qui ad Iskenderun, il posto di mare più vicino al Kurdistan; ho avuto bisogno di respirare il mare, l'unica cosa che sono riuscito ad immaginare durante la notte insonne oltre a quel corpo nero, fissatosi in testa con l'odore. Ma io , che odore avevo prima?

Non sapevo perchè mi ero arruolato volontario, ma certo è che per me qualche soldo fa comodo, ed in più potevo dare una mano...così avevo detto a Safyia,la ragazza con cui uscivo al mio paese, prima di partire, il giorno dopo che mi aveva chiesto: “Ma tu cosa ne pensi dei Kurdi?”
 Ma anche al paese non ci voglio tornare, come faccio a tornare lì e rispondere a questa domanda... non posso mica dire che i Kurdi sanno di carne bruciata...e allora io?E poi chi lo ha ancora mai visto in faccia un Kurdo; a Kaymakli, il mio paese, non ce ne sono. E anche se volessi rispondere così, non posso...non voglio tornare a casa con una risposta per lei e nessuna per me: che odore avevo prima? No, non sarei tornato nemmeno al fronte senza una risposta per me. Poco importa se non mi pagavano, tanto erano solo 8 giorni che ero là: che ci posso mai fare con una manciata di lire turche? Non certo comprarmi una risposta. E la risposta voglio che salti fuori, e ora non uscirò di qui da questo dannato Hammam finchè il mio odore non mi saprà dare la risposta.

“Ehi, ragazzo! Avanti, dobbiamo chiudere...Tocca alle donne tra un'ora...dico, non sarai mica di quelli ?!?” Non dissi niente ancora, lentamente mi alzai, mi asciugai e ripresi i miei panni. Lo sapevo che non sarebbe bastato il tempo di apertura dell' Hammam perchè la risposta venisse fuori.

Decisi di andare al bazaar: non avevo bisogno di niente. Forse sì, un panino se mi veniva fame. Passai dal Bazaar delle spezie prima: affondavo le mani in tutto, poi mi annusavo. Con il cumino, la menta, i chiodi di garofano rimaneva ancora quell'odore..e quel ricordo; mentre nessun altro odore mi faceva ricordare il mio odore.
 Passai ai pesci, li toccavo tutti, facendo finta di essere interessato...” sì il pesce mi aiuterà , se non altro a coprire questo cazzo di odore che ho addosso” pensavo.
Mi era venuta anche fame a vedere tutte quelle cose: attraversata la strada verso il mare, chiesi all'ambulante un panino al pesce. Mentre lo aspettavo guardavo la carne chiara scurirsi abbrustolendo sulla brace....”..possibile che tutto ciò che vedo mi ricordi quello e niente ricordi il mio odore?”
 Andai a mangiarmi il panino in fondo al molo, in faccia al mare, con le gambe penzoloni di sotto. Sentii un gatto che si avvicinava, da dietro , attratto dall'odore del pesce...ed io percepii la sua presenza grazie al suo di odore...
“Ehi, ma ti rendi conto? Anche tu fottuto gatto rosso emani un tuo odore che io posso percepire, e io ti posso riconoscere tramite quello ma non posso più riconoscere il mio odore....perchè?” Il Gatto miagolò quasi beffardamente
“ E tu, gatto, lo senti il tuo odore? Forse il mio odore non me lo posso ricordare, perchè uno si abitua talmente tanto da non sentirlo nemmeno più...sì, forse è così...”
 Il gatto cominciò ad annusarmi,poi a strusciarsi.
 “Ma allora cosa vuol dire..che quando non sentirò più questo odore di bruciato...allora quello sarà diventato il mio odore?”

Lasciai la testa di pesce al gatto, mi alzai e mi incamminai verso la città; provai ad annusarmi il braccio per sentire l'odore di salsedine che forse il mare mi aveva lasciato.. invece ancora quel rancido...speravo che il Mediterraneo mi avesse lasciato un po' del suo odore prendendosi in cambio un po' di quello che mi portavo addosso io e che non riconoscevo come mio...ma niente, ancora niente, non una risposta per me.

 Sulla via dell' Otogar entrai in una bettola; la sera stava scendendo
 C'era ancora tempo di trangugiare qualcosa prima di risalire su un autobus, mentre i pensieri mi rodevano da dentro Non avevo ancora deciso dove sarei andato e se avessi rispettato l'orario di rientro in caserma
Mi misi a sedere, chiesi un tè per cominciare e per scaldarmi; poi una zuppa di cipolle con del pane: l'odore era forte e buono, mi ricordava quello di casa, ma non serviva a risuscitare il mio odore dietro a quello.
 I ragazzi che lavoravano nella bettola avevano gli occhi chiari, non li vedi così a Kaymakli. Uno armeggiava dietro ai fornelli, l'altro mi porgeva le cose che chiedevo.
 Sembravano indaffarati, aspettavano infatti un gruppetto di persone. Quando queste arrivarono si salutarono calorosamente,erano loro amici, io avevo quasi finito di mangiare e mi spostai per fare loro posto. Parlavano una lingua che non capivo, così non distratto dal significato delle parole rimasi un altro po' in attesa di una risposta da dentro di me.

 Rimasi a bere un altro tè, ma la risposta non arrivava e mi alzai per andarmene. Quando feci per pagare , il ragazzo più basso, quello che mi aveva servito, con un gesto della mano mi fece capire che non volevano nulla.
 Non so, forse il mio sguardo o i miei pensieri mi avevano dato l'aria meditabonda e sofferente; non dissi nulla ancora, ma li guardai negli occhi e tesi la mano..mi dicevano parole che non conoscevo, ed uscivano sincere dalla loro bocca sbattendo nei denti scuri. Le mie volevano essere altrettanto, ma rimasero in gola;
mi voltai e uscii, sorpreso e nemmeno sorridente, senza una risposta per loro, così come non la avevo ancora trovata per me.
 Mancava poco all'autobus per Kaymakli, un quarto d'ora...assalito dai pensieri rallentai per perderlo. Mezz'ora dopo partiva l'autobus di ritorno a Dyarbakir, presi quello. Mi misi in viaggio con due risposte per gli altri, nessuna per me: a Safyia potevo rispondere cosa ne pensavo dei Kurdi; anche al comandante che mi avrebbe punito per il ritardo sapevo cosa rispondere: “Tenetevi pure i soldi degli otto giorni,e questa divisa puzzolente... io non voglio più sparare!”
 

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Il treno
Autore: Andrea Biggi

Vincitore del concorso TOURISMI LETTERARI.

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04/02/2012 @ 18.29.24
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