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di Reno
Bromuro
«È l'alba: si chiudono
i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova»
Giovanni
Pascoli nacque a San Mauro di Romagna,
l’abbiamo già detto commentando «Arano».
Gli assassinarono il padre quando aveva solo dodici anni. Con la morte
del padre iniziano le tragedie in casa Pascoli, tra cui la morte della
madre, che influenzano profondamente la vita di Giovani e la sua visione
del mondo, nonché la poetica.
Si laurea a Bologna e dopo la laurea, si avvicina
a gruppi anarchici e socialisti, è arrestato e,in seguito all’esperienza
del carcere che lo segnerà fortemente, abbandona la politica attiva.Decide
di dedicarsi all'insegnamento non tralasciando mai la sua unica passione:
la poesia. Come prima destinazione ha Matera,
per insegnare latino e greco nel locale Liceo Ginnasio. Giunge a Matera
il 7 ottobre del 1882. Era molto legato alle sorelle Ida
e Maria, cui scriveva spesso. Riporto alcuni brani:
«Sono a Matera sin dalle ore prime
antimeridiane del 7. Arrivai all'una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar
di vettura, per via selvagge, attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente,
sinistramente belli. (…) Una città abbastanza bella, sebbene
un poco lercia».
«I contadini vanno vestiti nel
loro simpatico ed antiquato costume e stanno tutto il giorno, specialmente
oggi che è domenica, girelloni per la piazza. Hanno corti i brachieri
e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino
di cotone bianco e sopra un cappello tondo. Sembrano che si siano buttati
giù dal letto in fretta e furia, e si sian messi per distrazione
il cappello sopra il berretto da notte».
Da una lettera del 19 ottobre 1882:
«...ma in generale sto bene a Matera…
sai di una cosa mi lagno: qui è troppo caro il vivere e l'alloggio
e tira quasi sempre scirocco (…)»
Il 5 ottobre dell’anno successivo scrive
Giosuè Carducci:
«Non c'è un libro qua, da
vent'anni che c'è un Liceo a Matera, nessuno v'è uscito
con tanta cultura da sentire il bisogno d'un qualche libro; i professori
pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa; e perciò di libri
non s'è n'è comprati. Ci vorrebbe forse un sussidio del
governo, ma il Governo probabilmente non ne vorrà saper nulla».
Ed
ora una lettera del 1902 al Preside del Liceo di Matera Vincenzo
Di Paolo:
«Come mi giova, dopo una vita così
torba tornare a cotesta serenità di pensiero e di parole, che avrei
dovuto prendere da lei in quella povera città di trogloditi, in
cui vissi così felice, sebbene così pensoso! Sì:
delle città in cui sono stato, Matera è quella che mi sorride
di più, quella che vedo meglio ancora, attraverso un velo di poesia
e di malinconia»
A ricordo della permanenza di Giovanni
Pascoli a Matera è presente
una lapide in suo onore, apposta sulla facciata della Prefettura
in Piazza Vittorio Veneto, a sinistra della chiesa di San
Domenico.
La sua produzione poetica, vasta ed eclettica, s’incammina sopra
il binario di una ricerca metrica e formale su temi vari, che gli costa
un incessante sforzo. La sua ricerca più impegnativa si riversa
sul gusto per le piccole cose, viste con gli occhi del bambino; il torbido,
il nascosto; il bisogno ansioso di quiete, di un «nido» in
cui regnano gli affetti sereni; il simbolismo; la propria celebrazione,
delle ultime opere.
Uomo straordinariamente erudito, Pascoli, capace, costante nella sua opera
di rinnovamento, di frantumare il discorso poetico in lampi d’impressioni
fugaci, affascinato dalla classicità del periodo della decadenza,
fino a comporre i "Carmina" in lingua
latina, per la quale gli è assegnato il «Premio
Amsterdam» per la poesia latina.

IL PENSIERO DI
PASCOLI
Giovanni
Pascoli ha una concezione dolorosa della vita, sulla quale s’imperniano:
la tragedia familiare e la crisi di fine ottocento.
La tragedia familiare inizia il 10 agosto del 1867 quando gli è
ucciso il padre. Alla morte del padre seguono quella della madre, della
sorella maggiore, Margherita, e dei fratelli Luigi
e Giacomo. Questi lutti gli lasciano un dolore profondo
e gli ispirarono «il mito del "nido" familiare da
ricostruire, del quale fanno parte i vivi e idealmente i morti, legati
ai vivi dai fili di una misteriosa presenza. In una società sconvolta
dalla violenza e in una condizione umana di dolore e d’angoscia
esistenziale, la casa è il rifugio nel quale i dolori e le ansie
si placano».
Un altro elemento, però, influenza il pensiero di Pascoli: la crisi
che si verifica verso la fine dell'Ottocento e travolge i miti suoi più
celebrati: dalla scienza liberatrice e dal progresso. Nonostante fosse
un seguace delle dottrine positivistiche, non solo riconosce «l'impotenza
della scienza nella risoluzione dei problemi umani e sociali, ma l'accusa
anche di aver reso più infelice l'uomo, distruggendogli la fede
in Dio e nell'immortalità dell'anima, che sono da secoli il suo
conforto»:
«...tu sei fallita, o scienza: ed
è bene: ma sii maledetta che hai rischiato di far fallire l'altra.
La felicità tu non l'hai data e non la potevi dare: ebbene, se
non hai distrutta, hai attenuata oscurata amareggiata quella che ci dava
la fede...»
Perduta la fede nella forza liberatrice della
scienza, il Poeta fa oggetto della sua meditazione proprio ciò
che il positivismo rifiuta di indagare, il mondo che sta di là
dalla realtà fenomenica, il mondo dell'ignoto e dell'infinito,
il problema dell'angoscia dell'uomo, del significato e del fine della
vita; perciò conclude «che tutto il mistero nell'universo
è che gli uomini sono creature fragili ed effimere, soggette al
dolore e alla morte, vittime di un destino oscuro ed imperscrutabile».
Intanto esorta gli uomini a bandire l'egoismo, la violenza, la guerra,
ad unirsi e ad amarsi come fratelli nell'ambito della famiglia, della
nazione e dell'umanità. Soltanto con la solidarietà e la
comprensione reciproca possono vincere il male e il destino di dolore
che incombe su di loro e sentirsi fratelli, figli dello stesso Padre.
Pascoli rappresenta la condizione umana nella poesia I due
fanciulli, in cui si parla di due fratellini, che, dopo
essersi picchiati, messi a letto dalla madre, nel buio che li avvolge,
simbolo del mistero, dimenticano l'odio che li aveva divisi e aizzati
l'uno contro l'altro; allora, alla fioca luce della candela che proietta
sul muro ombre gigantesche, impauriti si abbracciano, trovando l'uno nell'altro
un senso di conforto e di protezione, così che quando la madre
torna nella stanza, li vede dormire l'uno accanto all'altro e rincalza
il letto con un sorriso.

L’OPERA
Il gelsomino notturno
E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E' l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
COMMENTO E CRITICA
Giovanni
Pascoli usa forme classiche come il sonetto,
gli endecasillabi o le
terzine, ma la sua poesia costituisce la prima reale rottura con
la tradizione. Infatti, oltre l’apparente semplicità,
è dalla poesia di Pascoli che nasce buona parte della poesia del
Novecento. Le numerose pause all'interno del verso spezzato,
oppure le rime sdrucciole,
frequenti e insidiose, che producono accelerazione; l'uso delle onomatopee,
di parole ricavate dalla lingua dei contadini così come da quella
dei colti, l'inserimento di temi rifiutati dai poeti importanti, concorre
a produrre una poesia rivoluzionaria nella sostanza e nelle intenzioni
più che nella forma. Poeta, per Pascoli, è colui
che è «capace di ascoltare e dar voce alla sensibilità
infantile che ognuno continua a portare dentro di sé pur diventando
adulto». La poesia scopre rapporti che non sono quelli logici
della razionalità e attribuisce ad ogni cosa il suo nome, senza
proporsi direttamente scopi umanitari e morali, «porta ad abolire
l'odio, a sentirsi fratelli e a contentarsi di poco, come avviene nei
fanciulli».
Afferma nella prefazione a «Primi poemetti»
del 1897:
«... io vorrei trasfondere in voi, nel modo rapido
che si conviene alla poesia, qualche sentimento e pensiero mio non cattivo.
[...] Vorrei che pensaste con me che il mistero, nella vita, è
grande, e che il meglio che ci sia da fare, è quello di stare stretti
più che si possa agli altri, cui il medesimo mistero affanna e
spaura. E vorrei invitarvi alla campagna».
Myricae è una raccolta
di liriche di argomento semplice e modesto, come dice lo stesso Poeta,
ispiratosi per lo più a temi familiari e campestri. Il titolo è
dato dal nome latino delle tamerici «non omnes arbusta iuvant
humilesque Myricae», che nella traduzione letterale significa:
non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici, umili
pianticelle prese a simbolo di una poesia senza pretese, legata alle piccole
cose quotidiane e agli affetti più intimi.
Insieme con i Canti di Castelvecchio sono liriche
che la critica ha definito del «Pascoli migliore», poeta
impressionista e fondatore del frammento: «Son frulli
di uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane»,
scrive il poeta stesso nella Prefazione del 1894.
La poesia di Giovanni Pascoli è dunque fatta di piccole cose, inerenti
per lo più alla vita della campagna, di quadretti rapidissimi,
conclusi nel giro di pochi versi impressionistici, dove le cose sono definite
con esattezza, col loro nome proprio. Vi compaiono anche poesie Novembre,
Arano in cui
le cose si caricano di una responsabilità simbolica e già
si affaccia il tema dei morti, sottolineando una visione della vita che
tende a corrodere i confini del reale. Nella raccolta, cresciuta nel tempo
dalle ventidue poesie della prima edizione alle centocinquantacinque dell'ultima,
tolti pochi componimenti rimasti a sé, le poesie si ordinano per
temi, corrispondenti ai cicli annuali della vita in campagna. La raccolta
si apre con Il giorno dei morti, il giorno in
cui il poeta si reca al camposanto che
«oggi ti vedo
tutto sempiterni
e crisantemi. A ogni croce roggia
pende come abbracciata una ghirlanda
donde gocciano lagrime di pioggia».
Nella raccolta Canti di Castelvecchio
del 1903 sono compresi e approfonditi i temi di Myricae
ma ha approfondimento particolare il tema del nido familiare e delle memorie
autobiografiche, suffragate da parecchi componimenti poetici narrativi;
finito il vagabondaggio per la campagna di Myricae
ne inizia uno nuovo: ma questo è un viaggio attorno al suo giardino,
dentro i cancelli e dentro il suo orto.
Il senso del mistero, unito al dolore della vita e all’angoscia
della morte, si traduce in allucinazioni, nel ricordo dei morti, come
ad esempio «La tessitrice»:
«Mi son seduto in una panchetta
come una volta...
quanti anni fa?
Ella, come una volta s’è stretta sulla panchetta»
Oppure, nell’ascolto dei richiami impercettibili,
e non udibili all’uomo comune, non al Poeta, che tratteggia nella
lirica Le rane :
«... mi chiamano le canapine
coi lunghi lor gemiti uguali»
ora scavalca la realtà, sconfinando nei ricordi,
forse suggeriti dal suono delle campane, ai limiti del preconscio e che
chiarisce ne «La mia sera»:
«Mi sembrano canti di culla
che fanno ch’io tori com’era
Sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera».
Sono il tremore dell’animo e i simboli che lievitano
frequentemente da note realistiche, espresse attraverso un discorso narrativo,
come ne «Il gelsomino notturno»:
«E s’aprono i fiori notturni, nell’ora
che penso ai miei cari
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari»
Si può dire che nei Canti di Castelnuovo
sta il punto massimo della compenetrazione tra i due aspetti della poesia
pascoliana: il simbolo e la realtà.
Pascoli usa un linguaggio della poesia lirica, con risonanze melodiche
ottenute con ripetizioni di espressioni cantilenanti, arricchite di note
impressionistiche e di frasi spesso ridotte all’essenziale. Il lessico
è nuovo, con mescolanze di parole dotte e comuni ma sempre preciso
quando nomina uccelli (cince, pettirossi, fringuelli, assiuoli...) o piante
(viburni o biancospini, timo, gelsomini, tamerici...).
Nella realtà e nel simbolismo ricerca «nelle cose il loro
sorriso», la loro anima, il loro significato nascosto e simbolico.
Ecco perché la poesia pascoliana è sempre ricca di allusioni
e di analogie simboliche. Per la sintassi preferisce
periodi semplici, composti di una sola frase, o strutture
paratattiche con frasi accostate mediante virgole o congiunzioni.
L’aspetto metrico e fonico è classico e tradizionale innestato
di forme e metri nuovi, adatti ad esprimere timbri nascosti, assonanze
e allusioni; curata in particolare è la magia dei suoni, la trama
sonora, gli effetti musicali di onomatopee espressive e di pause improvvise;
cura molto la scelta delle espressioni per rendere le immagini più
vive, qualche volta ama l’ellissi, eliminando congiunzioni e verbi,
o fare accostamenti nuovi trasformando aggettivi e verbi in sostantivi,
facendo risaltare nella lirica uno stile impressionistico e nuovo.

IL LUOGO
CASTELVECCHIO
Castelvecchio
è un antico borgo medievale, situato a centodieci metri sul livello
del mare, costruito alla sommità di una collina, che dista dieci
chilometri dal mare, lungo la valle del fiume Cesano,
nel territorio del comune di Monte Porzio in
provincia di Pesaro, che ha conservato intatte
le caratteristiche architettoniche ed urbanistiche del Medio Evo. Il castello,
da cui prende il nome, si erge al centro, sopraelevato sulla cerchia delle
antiche mura ghibelline,circondato da una strada da cui si diramano come
fili di ragnatela, vie e viuzze, detti cantoni, lungo i quali poi si è
sviluppato il borgo dove si svolge la vita degli abitanti. Nel Medioevo
la gente del luogo è tutta al servizio del feudatario; e svolge
il tipico lavoro di cordaio o canapino, cioè di coloro che filano
la canapa per fare le funi.
La chiesa parrocchiale di Castelvecchio, da
quanto emerge dagli scritti dell’epoca, risale al 1290, allora era
intitolata a San Cristoforo;nel 1526 fu dedicata
a Sant’ Antonio di Padova ed il 30 agosto
1818, ormai in uno stato rovinoso, fu riedificata. Dello stile toscano
rinascimentale, conserva ancora i tre altari della vecchia chiesa. Due
tele sono oggetti d’arte inventariati dalla Sovraintendenza
alla Galleria Nazionale di Urbino ed il quadro della Madonna
della Misericordia, attribuito da alcuni a Giambattista
Salvi detto il Sassoferrato, fu donato alla chiesa dalla principessa
Maria Barberini nel 1826 appena completati i lavori di
ristrutturazione.
Perciò la via è intitolata ai principi Barberini che, nel
1649, acquistarono la tenuta di Castelvecchio da Vittoria della
Rovere e, fino agli Settanta circa, sono stati i proprietari
del castello e delle terre che da Castelvecchio arrivano fino al mare.
Qui, in questi poderi, è possibile godere la natura e ammirare
casolari che esistono solo in queste zone e che sono un interessante esempio
di architettura rurale.
Afferma
il Torri nella descrizione di Castelvecchio dei suoi
tempi:
«Giace questo Castello tre piane sì, ma
lunghe miglia lontano da Mondolfo, e del suo nome si fa credere antichissimo
e si crede fosse assai maggiore prima, che fosse devastato dalle guerre:
ora è ridotto a forma di borgo, spogliato di mura, composto da
poche case, con una piccola abitazione ad uso del Vicario e Chiesa Parrocchiale,
sotto la diocesi di Senigallia. La comunità e composta di contadini,
poverissima, che in tal quale urgenza conviene vada questuando alle case,
un volontario sussidio, godendo solamente due debolissimi proventi del
macello e del forno, in somma di pochi Pavoli».
L’interno della chiesa è ammirevole, proprio
come tutta l’arte toscana: la navata centrale con l’alta cupola,
che abbraccia lo spazio antistante l’altare maggiore, dà
un senso d’elevata spiritualità perché sembra che
lo volta stringa i fedeli in un unico abbraccio d’amore e di pace.
La volta semicircolare che si ha di fronte, proprio sull’altare
maggiore, è piena di rosoni con immagini che parlano di cristianità,
senza nulla togliere alla pregevolezza dell’Arte. E’ tanto
bella che le parole, anche arricchite di singolari aggettivi, non dà
la realtà di quello che gli occhi vedono sul luogo.
In alcune case del paese, così come sopra il maestoso ingresso
del castello, è ancora possibile osservare il simbolo araldico
dei principi Barberini costituito da un’ape.
Si ricorda che, probabilmente, il nome Castelvecchio
derivi dalla sua vecchia Rocca o Castello, più volte restaurata
o trasformata. Sotto il ducato di Francesco Maria II della Rovere,
Castelvecchio fu incamerato con Mondolfo, e
da quel comune dipendeva sia in campo amministrativo che giudiziario.
La lontananza da Mondolfo creava non pochi disagi tanto da costringere
i castelvecchiesi a ribellarsi e, pur nell’autonomia, di unirsi
a Monte Porzio. Infatti, dai documenti di due
distinti consigli comunali di Mondolfo si legge che, il Podestà,
Giudice anche di Castelvecchio, prendeva atto che i cittadini di tale
borgo «…. Non volevano più star soggetti, come
lo devono, al Tribunale di Mondolfo…». Così scrive
Gaetano Torri nel 1733 nel suo manoscritto «Memorie
antiche e notizie moderne di Mondolfo e Castelvecchio»:
«...
Al presente detto Castello si rende celebre per il frequente accesso dei
Principi Barberini, che vi hanno un nobile palazzo, con una quasi immensa
Tenuta di Poderi venticinque, ove vi governano tante genti, che potriano
formare un notabile Squadrone: E per la raccolta de’ grani, ad altro
a detta Casa Eccellentissima. Barberini fabbricato in detto palazzo uno
spazioso magazeno distinto in più ordini, con scale tanto comode
che sino al più alto Palco vi vanno agevolmente Animali carichi;
Opera al certo degna d’esser veduta, e considerata anche da Architetti
di stima per loro Esemplare in simili Edifici spettanti ad una provvida
economia…».
Durante il secondo conflitto mondiale, alcune case del
centro storico furono distrutte da devastanti bombardamenti e non più
ricostruite.
Le notizie sul castello, invece, sono piuttosto frammentarie, comunque,
Castelvecchio è nominato per la prima volta tra le carte di Fonte
Avellana in un documento dell’Aprile 1143. Come castello
si svilupperà più tardi, nei secoli Dodici e Tredicesimo.
Prima del 1400 è accertato fosse sotto la giurisdizione monastica
dei Benedettini di San Lorenzo in Campo. Nel
1398 abate di San Lorenzo in Campo è Ugone Nucciolo dei
Conti di Montevecchio. Questi, nel 1428, dona alcuni castelli,
tra cui Castelvecchio, a suo nipote Guido da Montevecchio.
Alla morte di quest’ultimo, il borgo passa a Pietro di Cante
di Montevecchio e poi ad altri eredi.
In origine, il Castello si presenta a pianta quadrangolare con fossato,
torri angolari poligonali, forti scarpature, beccatelli e merlature, bocche
da fuoco circolari, mentre oggi ha un aspetto meno guerriero dopo la trasformazione
degli ultimi secoli, quando i Barberini ne hanno fatto
il fulcro dell'estesa proprietà agraria ed affiancarono al castello
un ampio magazzino. L'interno del palazzo si compone di diverse parti.
La residenza nobiliare vera e propria si sviluppa su due piani, con numerose
stanze, talune con volte affrescate, e servizi organizzati intorno ai
cortili, il principale dei quali con cisterna, l'altro più ridotto.
Interessante lo studio, dove si conservano numerosi volumi e documenti
di famiglia. Alle pareti due piante della proprietà: una del 1696
l'altra indica i confini, le varie colture, le dimore rurali, i tiponimi,
gli edifici più rappresentativi dell'ampio territorio sul Cesano
di pertinenza dei principi Barberini. Di grande interesse
anche l'archivio con i numerosi registri dell'amministrazione agraria.
Castelvecchio,
come ho accennato, si trova lungo la valle del fiume Cesano
a circa dieci chilometri dalla foce. Il fiume, dal punto di vista geografico,
delimita il confine tra le province di Pesaro-Urbino
ed Ancona e, come ogni corso d’acqua,
ha un suo fascino e la sua presenza svolge un ruolo insostituibile sul
territorio.
Il
fiume Cesano nasce dal maestoso massiccio del Catria
che domina la vallata, la quale, prende il nome dal suo fiume, perciò
è detta «Valle del Cesano».
Il suo breve corso, di circa sessanta chilometri su un terreno di origine
carsica, è a carattere torrentizio. I maggiori affluenti sono:
il Cinisco, il Nievola,
il Rio Grande, il Rio Freddo
ed il Rio Maggio. Questi appellativi riportano
al pensiero paesaggi suggestivi e pittoreschi come, in realtà,
lo sono. Nel passato il fiume, oltre ad irrigare la valle, era anche ricco
di pesce e chi viveva lungo le sue sponde si dedicava non solo all’agricoltura
ed alla pastorizia, ma anche alla pesca. Nelle sue acque era riversato
il legname, tagliato nei boschi dell’interno e poi usato per costruire
case, per riscaldarsi o come merce di scambio.
Una mattina del settembre 1970, il mio Capo Stazione,
cosciente del mio amore sviscerato per la natura mi propose di viverla
appieno e dopo qualche ora di macchina, mentre il sole iniziava ad illuminare
di colori «che lingua mortal non potrà mai descrivere»
nell’immensità del silenzio, non rotto neanche dallo scorrer
delle acque, ebbi la gioia immensa di vedere le trote saltare come salmoni,
sulle limpide acque di questo fiume protetto alle due sponde da altissimi
pioppi. L’unica musica che sentivo era una dolce e forte sinfonia
che la brezza mattutina suonava tra i rami degli alberi, con l’accompagnamento
delle acque del Cesano.
«La foce del Cesano, mi raccontava il Capo Stazione, mentre
combatteva col mulinello della canna da pesca, anticamente si trovava
a circa un chilometro più all’interno, è stato un
luogo importante per l’esportazione dei cereali e del legname. Allora
il fiume si poteva risalire per alcuni chilometri con imbarcazioni di
piccolo pescaggio. Proprio alla foce, gli antichi Greci
costruirono un ripostiglio di merci da scambiare con le popolazioni dell’interno,
in particolare con l’antica città di Suasa.
Il fiume, oggi, ha mantenuto intatte le sue caratteristiche naturali e
spontanee, non ha subìto quello impatto industriale, come è
accaduto ad altri fiumi. Così la modesta pianura che si sviluppa
lungo le sue sponde costituisce una fiorente risorsa agricola».
Lui
parlava ed il mio sguardo spaziava lungo la valle, dove diverse aree floristiche
protette, arricchiscono questo patrimonio naturale. Ed è molto
bello sentire il cinguettio diverso di uccelli di varie specie che qui
popolano il Cesano, specialmente alla foce, mentre lo sguardo si perde
nell’immensità di verde.
«Qui, riprende il Capo Stazione, con il susseguirsi delle stagioni,
vi sostano diverse varietà di volatili, per riposarsi indisturbate,
durante le estenuanti migrazioni. Quest’ambiente naturale, diventa
sempre più un luogo dove rilassarsi e respirare un’aria salubre».
Ci sono ritornato quattro cinque anni or sono con i ragazzi della mia
Compagnia di Prosa, mentre ci recavamo a Sant’Arcangelo
di Romagna, scoprimmo che molte associazioni di volontari,
tutelano e curano tutto il comprensorio del fiume Cesano, facendovi sorgere
oasi, campi ecologici, giardini botanici e piccoli parchi, come il «Parco
della vita» che, nome più appropriato, non
poteva avere.

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