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Giovanni Pascoli
Il gelsomino notturno

Intro
Il pensiero di Pascoli
L'opera: Il gelsomino notturno
Commento e critica
Il luogo: Castelvecchio

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di Reno Bromuro

«È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova»

Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna, l’abbiamo già detto commentando «Arano». Gli assassinarono il padre quando aveva solo dodici anni. Con la morte del padre iniziano le tragedie in casa Pascoli, tra cui la morte della madre, che influenzano profondamente la vita di Giovani e la sua visione del mondo, nonché la poetica.
Si laurea a Bologna e dopo la laurea, si avvicina a gruppi anarchici e socialisti, è arrestato e,in seguito all’esperienza del carcere che lo segnerà fortemente, abbandona la politica attiva.Decide di dedicarsi all'insegnamento non tralasciando mai la sua unica passione: la poesia. Come prima destinazione ha Matera, per insegnare latino e greco nel locale Liceo Ginnasio. Giunge a Matera il 7 ottobre del 1882. Era molto legato alle sorelle Ida e Maria, cui scriveva spesso. Riporto alcuni brani:

«Sono a Matera sin dalle ore prime antimeridiane del 7. Arrivai all'una dopo mezzanotte, dopo molto trabalzar di vettura, per via selvagge, attraverso luoghi che io ho intravisto notturnamente, sinistramente belli. (…) Una città abbastanza bella, sebbene un poco lercia».

«I contadini vanno vestiti nel loro simpatico ed antiquato costume e stanno tutto il giorno, specialmente oggi che è domenica, girelloni per la piazza. Hanno corti i brachieri e scarponi grossi senza tacco, una giacca corta e in testa un berrettino di cotone bianco e sopra un cappello tondo. Sembrano che si siano buttati giù dal letto in fretta e furia, e si sian messi per distrazione il cappello sopra il berretto da notte».

Da una lettera del 19 ottobre 1882:

«...ma in generale sto bene a Matera… sai di una cosa mi lagno: qui è troppo caro il vivere e l'alloggio e tira quasi sempre scirocco (…)»

Il 5 ottobre dell’anno successivo scrive Giosuè Carducci:

«Non c'è un libro qua, da vent'anni che c'è un Liceo a Matera, nessuno v'è uscito con tanta cultura da sentire il bisogno d'un qualche libro; i professori pare che abbiano avuto tutti la scienza infusa; e perciò di libri non s'è n'è comprati. Ci vorrebbe forse un sussidio del governo, ma il Governo probabilmente non ne vorrà saper nulla».

Ed ora una lettera del 1902 al Preside del Liceo di Matera Vincenzo Di Paolo:

«Come mi giova, dopo una vita così torba tornare a cotesta serenità di pensiero e di parole, che avrei dovuto prendere da lei in quella povera città di trogloditi, in cui vissi così felice, sebbene così pensoso! Sì: delle città in cui sono stato, Matera è quella che mi sorride di più, quella che vedo meglio ancora, attraverso un velo di poesia e di malinconia»

A ricordo della permanenza di Giovanni Pascoli a Matera è presente una lapide in suo onore, apposta sulla facciata della Prefettura in Piazza Vittorio Veneto, a sinistra della chiesa di San Domenico.
La sua produzione poetica, vasta ed eclettica, s’incammina sopra il binario di una ricerca metrica e formale su temi vari, che gli costa un incessante sforzo. La sua ricerca più impegnativa si riversa sul gusto per le piccole cose, viste con gli occhi del bambino; il torbido, il nascosto; il bisogno ansioso di quiete, di un «nido» in cui regnano gli affetti sereni; il simbolismo; la propria celebrazione, delle ultime opere.
Uomo straordinariamente erudito, Pascoli, capace, costante nella sua opera di rinnovamento, di frantumare il discorso poetico in lampi d’impressioni fugaci, affascinato dalla classicità del periodo della decadenza, fino a comporre i "Carmina" in lingua latina, per la quale gli è assegnato il «Premio Amsterdam» per la poesia latina.

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IL PENSIERO DI PASCOLI

Giovanni Pascoli ha una concezione dolorosa della vita, sulla quale s’imperniano: la tragedia familiare e la crisi di fine ottocento.
La tragedia familiare inizia il 10 agosto del 1867 quando gli è ucciso il padre. Alla morte del padre seguono quella della madre, della sorella maggiore, Margherita, e dei fratelli Luigi e Giacomo. Questi lutti gli lasciano un dolore profondo e gli ispirarono «il mito del "nido" familiare da ricostruire, del quale fanno parte i vivi e idealmente i morti, legati ai vivi dai fili di una misteriosa presenza. In una società sconvolta dalla violenza e in una condizione umana di dolore e d’angoscia esistenziale, la casa è il rifugio nel quale i dolori e le ansie si placano».
Un altro elemento, però, influenza il pensiero di Pascoli: la crisi che si verifica verso la fine dell'Ottocento e travolge i miti suoi più celebrati: dalla scienza liberatrice e dal progresso. Nonostante fosse un seguace delle dottrine positivistiche, non solo riconosce «l'impotenza della scienza nella risoluzione dei problemi umani e sociali, ma l'accusa anche di aver reso più infelice l'uomo, distruggendogli la fede in Dio e nell'immortalità dell'anima, che sono da secoli il suo conforto»:

«...tu sei fallita, o scienza: ed è bene: ma sii maledetta che hai rischiato di far fallire l'altra. La felicità tu non l'hai data e non la potevi dare: ebbene, se non hai distrutta, hai attenuata oscurata amareggiata quella che ci dava la fede...»

Perduta la fede nella forza liberatrice della scienza, il Poeta fa oggetto della sua meditazione proprio ciò che il positivismo rifiuta di indagare, il mondo che sta di là dalla realtà fenomenica, il mondo dell'ignoto e dell'infinito, il problema dell'angoscia dell'uomo, del significato e del fine della vita; perciò conclude «che tutto il mistero nell'universo è che gli uomini sono creature fragili ed effimere, soggette al dolore e alla morte, vittime di un destino oscuro ed imperscrutabile». Intanto esorta gli uomini a bandire l'egoismo, la violenza, la guerra, ad unirsi e ad amarsi come fratelli nell'ambito della famiglia, della nazione e dell'umanità. Soltanto con la solidarietà e la comprensione reciproca possono vincere il male e il destino di dolore che incombe su di loro e sentirsi fratelli, figli dello stesso Padre.
Pascoli rappresenta la condizione umana nella poesia I due fanciulli, in cui si parla di due fratellini, che, dopo essersi picchiati, messi a letto dalla madre, nel buio che li avvolge, simbolo del mistero, dimenticano l'odio che li aveva divisi e aizzati l'uno contro l'altro; allora, alla fioca luce della candela che proietta sul muro ombre gigantesche, impauriti si abbracciano, trovando l'uno nell'altro un senso di conforto e di protezione, così che quando la madre torna nella stanza, li vede dormire l'uno accanto all'altro e rincalza il letto con un sorriso.

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L’OPERA
Il gelsomino notturno

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E' l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

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COMMENTO E CRITICA

Giovanni Pascoli usa forme classiche come il sonetto, gli endecasillabi o le terzine, ma la sua poesia costituisce la prima reale rottura con la tradizione. Infatti, oltre l’apparente semplicità, è dalla poesia di Pascoli che nasce buona parte della poesia del Novecento. Le numerose pause all'interno del verso spezzato, oppure le rime sdrucciole, frequenti e insidiose, che producono accelerazione; l'uso delle onomatopee, di parole ricavate dalla lingua dei contadini così come da quella dei colti, l'inserimento di temi rifiutati dai poeti importanti, concorre a produrre una poesia rivoluzionaria nella sostanza e nelle intenzioni più che nella forma. Poeta, per Pascoli, è colui che è «capace di ascoltare e dar voce alla sensibilità infantile che ognuno continua a portare dentro di sé pur diventando adulto». La poesia scopre rapporti che non sono quelli logici della razionalità e attribuisce ad ogni cosa il suo nome, senza proporsi direttamente scopi umanitari e morali, «porta ad abolire l'odio, a sentirsi fratelli e a contentarsi di poco, come avviene nei fanciulli».

Afferma nella prefazione a «Primi poemetti» del 1897:

«... io vorrei trasfondere in voi, nel modo rapido che si conviene alla poesia, qualche sentimento e pensiero mio non cattivo. [...] Vorrei che pensaste con me che il mistero, nella vita, è grande, e che il meglio che ci sia da fare, è quello di stare stretti più che si possa agli altri, cui il medesimo mistero affanna e spaura. E vorrei invitarvi alla campagna».

Myricae è una raccolta di liriche di argomento semplice e modesto, come dice lo stesso Poeta, ispiratosi per lo più a temi familiari e campestri. Il titolo è dato dal nome latino delle tamerici «non omnes arbusta iuvant humilesque Myricae», che nella traduzione letterale significa: non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici, umili pianticelle prese a simbolo di una poesia senza pretese, legata alle piccole cose quotidiane e agli affetti più intimi.
Insieme con i Canti di Castelvecchio sono liriche che la critica ha definito del «Pascoli migliore», poeta impressionista e fondatore del frammento: «Son frulli di uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane», scrive il poeta stesso nella Prefazione del 1894.
La poesia di Giovanni Pascoli è dunque fatta di piccole cose, inerenti per lo più alla vita della campagna, di quadretti rapidissimi, conclusi nel giro di pochi versi impressionistici, dove le cose sono definite con esattezza, col loro nome proprio. Vi compaiono anche poesie Novembre, Arano in cui le cose si caricano di una responsabilità simbolica e già si affaccia il tema dei morti, sottolineando una visione della vita che tende a corrodere i confini del reale. Nella raccolta, cresciuta nel tempo dalle ventidue poesie della prima edizione alle centocinquantacinque dell'ultima, tolti pochi componimenti rimasti a sé, le poesie si ordinano per temi, corrispondenti ai cicli annuali della vita in campagna. La raccolta si apre con Il giorno dei morti, il giorno in cui il poeta si reca al camposanto che

«oggi ti vedo
tutto sempiterni
e crisantemi. A ogni croce roggia
pende come abbracciata una ghirlanda
donde gocciano lagrime di pioggia».

Nella raccolta Canti di Castelvecchio del 1903 sono compresi e approfonditi i temi di Myricae ma ha approfondimento particolare il tema del nido familiare e delle memorie autobiografiche, suffragate da parecchi componimenti poetici narrativi; finito il vagabondaggio per la campagna di Myricae ne inizia uno nuovo: ma questo è un viaggio attorno al suo giardino, dentro i cancelli e dentro il suo orto.
Il senso del mistero, unito al dolore della vita e all’angoscia della morte, si traduce in allucinazioni, nel ricordo dei morti, come ad esempio «La tessitrice»:

«Mi son seduto in una panchetta
come una volta...
quanti anni fa?
Ella, come una volta s’è stretta sulla panchetta»

Oppure, nell’ascolto dei richiami impercettibili, e non udibili all’uomo comune, non al Poeta, che tratteggia nella lirica Le rane :

«... mi chiamano le canapine
coi lunghi lor gemiti uguali»

ora scavalca la realtà, sconfinando nei ricordi, forse suggeriti dal suono delle campane, ai limiti del preconscio e che chiarisce ne «La mia sera»:

«Mi sembrano canti di culla
che fanno ch’io tori com’era
Sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera».

Sono il tremore dell’animo e i simboli che lievitano frequentemente da note realistiche, espresse attraverso un discorso narrativo, come ne «Il gelsomino notturno»:

«E s’aprono i fiori notturni, nell’ora che penso ai miei cari
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari»

Si può dire che nei Canti di Castelnuovo sta il punto massimo della compenetrazione tra i due aspetti della poesia pascoliana: il simbolo e la realtà.
Pascoli usa un linguaggio della poesia lirica, con risonanze melodiche ottenute con ripetizioni di espressioni cantilenanti, arricchite di note impressionistiche e di frasi spesso ridotte all’essenziale. Il lessico è nuovo, con mescolanze di parole dotte e comuni ma sempre preciso quando nomina uccelli (cince, pettirossi, fringuelli, assiuoli...) o piante (viburni o biancospini, timo, gelsomini, tamerici...).
Nella realtà e nel simbolismo ricerca «nelle cose il loro sorriso», la loro anima, il loro significato nascosto e simbolico. Ecco perché la poesia pascoliana è sempre ricca di allusioni e di analogie simboliche. Per la sintassi preferisce periodi semplici, composti di una sola frase, o strutture paratattiche con frasi accostate mediante virgole o congiunzioni. L’aspetto metrico e fonico è classico e tradizionale innestato di forme e metri nuovi, adatti ad esprimere timbri nascosti, assonanze e allusioni; curata in particolare è la magia dei suoni, la trama sonora, gli effetti musicali di onomatopee espressive e di pause improvvise; cura molto la scelta delle espressioni per rendere le immagini più vive, qualche volta ama l’ellissi, eliminando congiunzioni e verbi, o fare accostamenti nuovi trasformando aggettivi e verbi in sostantivi, facendo risaltare nella lirica uno stile impressionistico e nuovo.

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IL LUOGO
CASTELVECCHIO

Castelvecchio è un antico borgo medievale, situato a centodieci metri sul livello del mare, costruito alla sommità di una collina, che dista dieci chilometri dal mare, lungo la valle del fiume Cesano, nel territorio del comune di Monte Porzio in provincia di Pesaro, che ha conservato intatte le caratteristiche architettoniche ed urbanistiche del Medio Evo. Il castello, da cui prende il nome, si erge al centro, sopraelevato sulla cerchia delle antiche mura ghibelline,circondato da una strada da cui si diramano come fili di ragnatela, vie e viuzze, detti cantoni, lungo i quali poi si è sviluppato il borgo dove si svolge la vita degli abitanti. Nel Medioevo la gente del luogo è tutta al servizio del feudatario; e svolge il tipico lavoro di cordaio o canapino, cioè di coloro che filano la canapa per fare le funi.
La chiesa parrocchiale di Castelvecchio, da quanto emerge dagli scritti dell’epoca, risale al 1290, allora era intitolata a San Cristoforo;nel 1526 fu dedicata a Sant’ Antonio di Padova ed il 30 agosto 1818, ormai in uno stato rovinoso, fu riedificata. Dello stile toscano rinascimentale, conserva ancora i tre altari della vecchia chiesa. Due tele sono oggetti d’arte inventariati dalla Sovraintendenza alla Galleria Nazionale di Urbino ed il quadro della Madonna della Misericordia, attribuito da alcuni a Giambattista Salvi detto il Sassoferrato, fu donato alla chiesa dalla principessa Maria Barberini nel 1826 appena completati i lavori di ristrutturazione.
Perciò la via è intitolata ai principi Barberini che, nel 1649, acquistarono la tenuta di Castelvecchio da Vittoria della Rovere e, fino agli Settanta circa, sono stati i proprietari del castello e delle terre che da Castelvecchio arrivano fino al mare.
Qui, in questi poderi, è possibile godere la natura e ammirare casolari che esistono solo in queste zone e che sono un interessante esempio di architettura rurale.
Afferma il Torri nella descrizione di Castelvecchio dei suoi tempi:

«Giace questo Castello tre piane sì, ma lunghe miglia lontano da Mondolfo, e del suo nome si fa credere antichissimo e si crede fosse assai maggiore prima, che fosse devastato dalle guerre: ora è ridotto a forma di borgo, spogliato di mura, composto da poche case, con una piccola abitazione ad uso del Vicario e Chiesa Parrocchiale, sotto la diocesi di Senigallia. La comunità e composta di contadini, poverissima, che in tal quale urgenza conviene vada questuando alle case, un volontario sussidio, godendo solamente due debolissimi proventi del macello e del forno, in somma di pochi Pavoli».

L’interno della chiesa è ammirevole, proprio come tutta l’arte toscana: la navata centrale con l’alta cupola, che abbraccia lo spazio antistante l’altare maggiore, dà un senso d’elevata spiritualità perché sembra che lo volta stringa i fedeli in un unico abbraccio d’amore e di pace. La volta semicircolare che si ha di fronte, proprio sull’altare maggiore, è piena di rosoni con immagini che parlano di cristianità, senza nulla togliere alla pregevolezza dell’Arte. E’ tanto bella che le parole, anche arricchite di singolari aggettivi, non dà la realtà di quello che gli occhi vedono sul luogo.
In alcune case del paese, così come sopra il maestoso ingresso del castello, è ancora possibile osservare il simbolo araldico dei principi Barberini costituito da un’ape.
Si ricorda che, probabilmente, il nome Castelvecchio derivi dalla sua vecchia Rocca o Castello, più volte restaurata o trasformata. Sotto il ducato di Francesco Maria II della Rovere, Castelvecchio fu incamerato con Mondolfo, e da quel comune dipendeva sia in campo amministrativo che giudiziario. La lontananza da Mondolfo creava non pochi disagi tanto da costringere i castelvecchiesi a ribellarsi e, pur nell’autonomia, di unirsi a Monte Porzio. Infatti, dai documenti di due distinti consigli comunali di Mondolfo si legge che, il Podestà, Giudice anche di Castelvecchio, prendeva atto che i cittadini di tale borgo «…. Non volevano più star soggetti, come lo devono, al Tribunale di Mondolfo…». Così scrive Gaetano Torri nel 1733 nel suo manoscritto «Memorie antiche e notizie moderne di Mondolfo e Castelvecchio»:

«... Al presente detto Castello si rende celebre per il frequente accesso dei Principi Barberini, che vi hanno un nobile palazzo, con una quasi immensa Tenuta di Poderi venticinque, ove vi governano tante genti, che potriano formare un notabile Squadrone: E per la raccolta de’ grani, ad altro a detta Casa Eccellentissima. Barberini fabbricato in detto palazzo uno spazioso magazeno distinto in più ordini, con scale tanto comode che sino al più alto Palco vi vanno agevolmente Animali carichi; Opera al certo degna d’esser veduta, e considerata anche da Architetti di stima per loro Esemplare in simili Edifici spettanti ad una provvida economia…».

Durante il secondo conflitto mondiale, alcune case del centro storico furono distrutte da devastanti bombardamenti e non più ricostruite.
Le notizie sul castello, invece, sono piuttosto frammentarie, comunque, Castelvecchio è nominato per la prima volta tra le carte di Fonte Avellana in un documento dell’Aprile 1143. Come castello si svilupperà più tardi, nei secoli Dodici e Tredicesimo. Prima del 1400 è accertato fosse sotto la giurisdizione monastica dei Benedettini di San Lorenzo in Campo. Nel 1398 abate di San Lorenzo in Campo è Ugone Nucciolo dei Conti di Montevecchio. Questi, nel 1428, dona alcuni castelli, tra cui Castelvecchio, a suo nipote Guido da Montevecchio. Alla morte di quest’ultimo, il borgo passa a Pietro di Cante di Montevecchio e poi ad altri eredi.
In origine, il Castello si presenta a pianta quadrangolare con fossato, torri angolari poligonali, forti scarpature, beccatelli e merlature, bocche da fuoco circolari, mentre oggi ha un aspetto meno guerriero dopo la trasformazione degli ultimi secoli, quando i Barberini ne hanno fatto il fulcro dell'estesa proprietà agraria ed affiancarono al castello un ampio magazzino. L'interno del palazzo si compone di diverse parti. La residenza nobiliare vera e propria si sviluppa su due piani, con numerose stanze, talune con volte affrescate, e servizi organizzati intorno ai cortili, il principale dei quali con cisterna, l'altro più ridotto. Interessante lo studio, dove si conservano numerosi volumi e documenti di famiglia. Alle pareti due piante della proprietà: una del 1696 l'altra indica i confini, le varie colture, le dimore rurali, i tiponimi, gli edifici più rappresentativi dell'ampio territorio sul Cesano di pertinenza dei principi Barberini. Di grande interesse anche l'archivio con i numerosi registri dell'amministrazione agraria.
Castelvecchio, come ho accennato, si trova lungo la valle del fiume Cesano a circa dieci chilometri dalla foce. Il fiume, dal punto di vista geografico, delimita il confine tra le province di Pesaro-Urbino ed Ancona e, come ogni corso d’acqua, ha un suo fascino e la sua presenza svolge un ruolo insostituibile sul territorio.
Il fiume Cesano nasce dal maestoso massiccio del Catria che domina la vallata, la quale, prende il nome dal suo fiume, perciò è detta «Valle del Cesano». Il suo breve corso, di circa sessanta chilometri su un terreno di origine carsica, è a carattere torrentizio. I maggiori affluenti sono: il Cinisco, il Nievola, il Rio Grande, il Rio Freddo ed il Rio Maggio. Questi appellativi riportano al pensiero paesaggi suggestivi e pittoreschi come, in realtà, lo sono. Nel passato il fiume, oltre ad irrigare la valle, era anche ricco di pesce e chi viveva lungo le sue sponde si dedicava non solo all’agricoltura ed alla pastorizia, ma anche alla pesca. Nelle sue acque era riversato il legname, tagliato nei boschi dell’interno e poi usato per costruire case, per riscaldarsi o come merce di scambio.

Una mattina del settembre 1970, il mio Capo Stazione, cosciente del mio amore sviscerato per la natura mi propose di viverla appieno e dopo qualche ora di macchina, mentre il sole iniziava ad illuminare di colori «che lingua mortal non potrà mai descrivere» nell’immensità del silenzio, non rotto neanche dallo scorrer delle acque, ebbi la gioia immensa di vedere le trote saltare come salmoni, sulle limpide acque di questo fiume protetto alle due sponde da altissimi pioppi. L’unica musica che sentivo era una dolce e forte sinfonia che la brezza mattutina suonava tra i rami degli alberi, con l’accompagnamento delle acque del Cesano.
«La foce del Cesano, mi raccontava il Capo Stazione, mentre combatteva col mulinello della canna da pesca, anticamente si trovava a circa un chilometro più all’interno, è stato un luogo importante per l’esportazione dei cereali e del legname. Allora il fiume si poteva risalire per alcuni chilometri con imbarcazioni di piccolo pescaggio. Proprio alla foce, gli antichi Greci costruirono un ripostiglio di merci da scambiare con le popolazioni dell’interno, in particolare con l’antica città di Suasa. Il fiume, oggi, ha mantenuto intatte le sue caratteristiche naturali e spontanee, non ha subìto quello impatto industriale, come è accaduto ad altri fiumi. Così la modesta pianura che si sviluppa lungo le sue sponde costituisce una fiorente risorsa agricola».
Lui parlava ed il mio sguardo spaziava lungo la valle, dove diverse aree floristiche protette, arricchiscono questo patrimonio naturale. Ed è molto bello sentire il cinguettio diverso di uccelli di varie specie che qui popolano il Cesano, specialmente alla foce, mentre lo sguardo si perde nell’immensità di verde.
«Qui, riprende il Capo Stazione, con il susseguirsi delle stagioni, vi sostano diverse varietà di volatili, per riposarsi indisturbate, durante le estenuanti migrazioni. Quest’ambiente naturale, diventa sempre più un luogo dove rilassarsi e respirare un’aria salubre».
Ci sono ritornato quattro cinque anni or sono con i ragazzi della mia Compagnia di Prosa, mentre ci recavamo a Sant’Arcangelo di Romagna, scoprimmo che molte associazioni di volontari, tutelano e curano tutto il comprensorio del fiume Cesano, facendovi sorgere oasi, campi ecologici, giardini botanici e piccoli parchi, come il «Parco della vita» che, nome più appropriato, non poteva avere.

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TOURismi: "Arano"

Analisi testuale: "Nebbia"


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