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ARTICOLO

Alberto Patanè,
Poesia

 

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La macelleria è turchina come la fata
di Ankara che affetta i libri ed affida
recensioni ad una postina bizantina.
Uso l'inchiostro grasso e il macellaio
dice: Oh! lardo grave e greve il suo!
non si riveste con pelle di Leopardo.
Che sia la rima brutta, ed a me sciocca,
tuttavia mi disse faresti più poesia
con la tua bocca, sebbene il professor
scortese avesse già una gran corte
di ranocchie dalle grandi orecchie
volendo percepire il doppio. Oh il critico
che critica! e diononvoglia imiti gli smettici
che smettono i troppi abiti di cui hanno
(finanche) una pessima opinione.
Ma tu pocheta, su Giove! su Giove!
Quante poesie con sedici lune
o tutte perlomeno nuove.

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Analisi testuale

Titolo e struttura:

La poesia non ha titolo, e si presenta immediatamente al lettore in un solo blocco di testo. È una poesia moderna, anche dal punto di vista tipografico, nel senso che probabilmente non è nata manoscritta ma è stata direttamente battuta a macchina (o al computer). Essa dà subito un'impressione visiva ben definita al lettore, e anche il fatto che non ha titolo accentua questo impatto: mentre di solito il primo sguardo del lettore si posa sul titolo di un testo, qui l'attenzione cade sulla formattazione del testo, sul suo essere giustificato centralmente. L'attenzione cade direttamente sul corpo della poesia.

Analisi passo per passo:

1. "La macelleria è turchina come la fata / di Ankara che affetta i libri ed affida / recensioni ad una postina bizantina."

L'argomento principale della prima frase è una macelleria (non male come inizio di una poesia!). Ci si può chiedere in che modo una macelleria diventa l'oggetto di un testo poetico; certo non ha niente di poetico in sé. Di questa macelleria non si sa niente, se non che nella mente del poeta è una realtà definita (è la macelleria, e non una macelleria qualunque), e che è turchina. Di solito il colore associato alle macellerie è il rosso, o perlomeno il rosso e il bianco. Questa, invece, è blu, anzi turchina, quindi di un colore al contempo sereno, vivace e smagliante.
Ma perché è turchina? Perché assomiglia alla fata di Ankara. Ovviamente, a una fata turchina, personaggio conosciuto da tutti in tutto il mondo e a tutte le età, quindi in un certo senso universale; ma qui la fata è di Ankara. Ankara, città turca, è la città dell'angora, e la mitologia vuole che sia stata fondata dal re Mida. Non è facile capire perché il poeta aggiunge questa precisazione geografica, e forse è solo per una questione fonica: Ankara si lega infatti alla parte precedente della frase con una assonanza in a (la fata di Ankara) e alla relativa successiva per la ripetizione del suono in k (Ankara che).
E cosa fa questa fata? Due cose. Innanzitutto "affetta i libri". E' una macellaia dunque! La macelleria assomiglia alla fata perché è turchina, ma viceversa la fata richiama la macelleria perché affetta. È comunque una macellaia particolare, perché non affetta della carne ma dei libri. Strano modo di trattare il materiale cartaceo. Questi libri, comunque, sono molto probabilmente libri di letteratura. Ecco dunque che la poesia rivela il suo argomento principale: non si tratta di una macelleria, ma di qualcosa che ha a che fare con la letteratura. Pensandoci bene, chi nella vita reale tratta la letteratura, grosso modo, proprio come questa fata? Gli scrittori no, perché anzi loro sono quelli che, con la loro creatività, formano i libri. I lettori nemmeno; di solito chi apre un libro lo fa per sfogliarlo, per ascoltarlo, per scorrerne le pagine cercando di prenderne l'unità, e non di farlo a pezzi. In realtà chi fa a pezzi la letteratura e i libri sono i critici: anch'io, in questo momento, sto facendo a pezzi questo testo poetico per analizzarlo. Sono una macellaia come la fata turchina, e con me, in modo assai più proprio, in generale tutta la critica letteraria istituzionale.
Ecco che abbiamo trovato il vero soggetto della poesia: niente fate o macellerie, ma la critica letteraria. Vediamo se il resto della poesia ci conferma questa ipotesi.
La fata, come ho detto, fa anche un'altra cosa: "affida recensioni ad una postina bizantina". È davvero una fata particolare! Assomiglia sempre più ai critici, effettivamente i soli a scrivere recensioni. Queste recensioni sono affidate ad una postina bizantina. Altro personaggio femminile bizzarro, ma molto grazioso con la sua rima interna in -tina. La postina, nella vita, ha una funzione ben precisa: portare un messaggio scritto al suo destinatario. Il messaggio in questione in questo caso è una recensione; la postina dunque è colei che porta ad un certo destinatario il lavoro dei critici. Si può pensare ad un giornale, sul quale vengono pubblicati, appunto, le recensioni; in maniera più circoscritta, ad una rivista letteraria. Ma ci sono comunque più possibilità: l'istituzione universitaria è un altro ottimo esempio di luogo in cui non solo si producono, ma anche si diffondono recensioni o, più in generale, saggi critici. Un fatto comunque rimane: si tratta pur sempre di qualcosa legato alla critica e alla pubblicazione della critica. L'aggettivo bizantina, infine, richiama il nome di Ankara: il tutto sembra essere ambientato in oriente.

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2. "Uso l'inchiostro grasso e il macellaio / dice: Oh! lardo grave e greve il suo! / non si riveste con pelle di Leopardo."

La seconda frase introduce la voce parlante, l'IO: "[io] uso l'inchiostro". Di nuovo qualcosa che ha a che fare con la letteratura, o perlomeno con la scrittura: l'inchiostro. L'io è dunque un io-scrivente: uno scrittore.
L'inchiostro che egli usa è particolare: è grasso. Il senso di questo aggettivo ci viene spiegato subito dopo, grazie all'intromissione di un quarto personaggio*, il macellaio, che si esprime direttamente dando un giudizio da intenditore sull'inchiostro del poeta: è un "lardo grave e greve", cioè qualcosa che lui conosce bene, che entra a far parte del mondo della sua professione (il lardo).
Secondo il vocabolario Oli-Devoto, "grave" è qualcosa " di peso notevole e spesso implicante l'idea di ostilità o intollerabilità", di "duro, faticoso, molesto", "carico, pieno"; e "greve" qualcosa "che procura una insopportabile e durevole molestia specialmente per la pesantezza o la densità". Abbiamo qui molto materiale. Il lardo è frutto dell'uso dell'inchiostro da parte dell'io (in pratica è il risultato della scrittura del poeta, quindi la stessa poesia), ed è qualcosa di pesante, di fastidioso, di intollerabile agli occhi del macellaio. Perché? Chi è questo macellaio? Egli è colui che lavora in macelleria, è il marito di un personaggio che abbiamo già incontrato: la macellaia (la fata), che, come abbiamo visto, in realtà è la rappresentazione della critica letteraria. La macelleria è l'officina dei macellai, il luogo dove si affettano i libri; il macellaio è dunque anche lui coinvolto nel giro della critica letteraria, anche lui è un critico. Ed egli, come critico, critica appunto, e dà giudizi: "Oh! lardo grave e greve il suo!" esclama. Il frutto dello scrittore per lui è grave e greve, cioè intollerabilmente pesante e denso. In che senso? Ciò evidentemente significa che quello che è scritto dal poeta è, in senso figurato, pesante da tollerare e denso di significato, perciò anche difficile (da sopportare ma forse anche da capire).
Il macellaio-critico aggiunge anche che il lardo in questione "non si riveste con pelle di Leopardo". Questa frase è poco chiara; di essa si può solo tentare una interpretazione, se si vuole rimanere nel campo dell'evidenza. Vediamo di mettere assieme ogni elemento a poco a poco. Il leopardo è un felino conosciuto per la sua aggressività. La pelle di leopardo è pregiata; se ne fanno tappeti lussuosi. Tra l'altro, sia l'animale che, soprattutto, il carattere lussuoso dell'oggetto in sé (la pelle del leopardo) richiamano il gusto orientale, barocco e sontuoso. Il lardo, sembra voler dire il critico, non si riveste con pelle di Leopardo proprio perché è "grave e greve".
Mettendo un po' insieme tutte queste cose si può pensare che la poesia sembra al macellaio-critico tanto pesante (in tutti i sensi) da non poter essere rivestita con la pelle lussuosa del Leopardo. Quello che di solito viene rivestito, nel campo della scrittura, è il libro, con la rilegatura. Difatti una rilegatura in pelle è già di per sé lussuosa, figuriamoci una rilegatura in pelle di leopardo! Sarebbe il massimo del lusso. Le rilegature sontuose sono da sempre state riservate ai libri considerati più importanti, alle Bibbie, alle opere classiche per eccellenza. È chiaro che, invece, nel caso di opere letterarie pesanti o addirittura intollerabili (gravi e grevi) non si prevede nessun tipo di rilegatura particolare, quindi nessun tipo di attenzione particolare.

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3. "Che sia la rima brutta, ed a me sciocca, / tuttavia mi disse faresti più poesia / con la tua bocca, sebbene il professor / scortese avesse già una gran corte / di ranocchie dalle grandi orecchie / volendo percepire il doppio."

Il macellaio-critico continua a parlare al poeta, e il senso delle sue parole, alla luce di quanto già detto, è: "Se anche la tua poesia mi sembra brutta (scadente) e sciocca (priva di valore letterario), secondo me faresti meglio a non scriverne più, a limitarti a parlare solamente". Perché, per il macellaio, il poeta non deve più scrivere ma soltanto parlare? Forse perché secondo lui il poeta è più bravo ad esprimersi quando parla normalmente che quando tenta di scrivere poesie. La sua è quindi una esortazione alla "normalità", ad abbandonare la vena poetica.
La seconda parte della frase è più anodina. Si introduce la figura di un professor scortese, che non è così fuori luogo se si pensa all'istituzione universitaria come prima fonte di critiche e opere letterarie. La gran corte di ranocchie dalle grandi orecchie è, con tutta evidenza, lo sciame di studenti e ricercatori appesi alle labbra del professore, sommo sacerdote della cultura e dispensatore dall'alto del proprio sapere.
Ma quello che non si spiega è il nesso tra il macellaio e il professore. Forse il macellaio vorrebbe indurre il poeta a prendere parte alle lezioni impartite in aula dal professore, come a suggerire che, prima di diventare poeta, è necessario conoscerne bene il mestiere; ma, d'altro canto, al poeta appare l'incongruità di una tale ingiuzione, dato che il professore ha già la sua corte di ranocchie. Al professore non serve una rana in più, e del resto al poeta non serve imparare a parlare, a criticare, se ciò si riduce nell'imparare a gracchiare (come fanno, appunto, le rane).

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4. "Oh il critico / che critica! e diononvoglia imiti gli smettici / che smettono i troppi abiti di cui hanno / (finanche) una pessima opinione."

L'esclamazione è da attribuirsi al poeta, che sbuffa sdegnato alle parole del macellaio-critico. Secondo lui il macellaio, invece di criticare e basta, dovrebbe stare attento a non cadere nello stesso errore degli smettici che smettono i troppi abiti di cui hanno una pessima opinione. Chi sono costoro? E quali sono gli abiti che smettono (che si tolgono)?
Innanzitutto apprezziamo il nome di costoro: gli smettici si chiamano così dall'azione che fanno. In altre parole, essi si definiscono attraverso il gesto che fanno di smettere gli abiti. Per capire chi sono è quindi fondamentale capire la metafora dei vestiti tolti.
A guidarci nell'interpretazione è lo stesso macellaio. Se egli compie lo stesso errore degli smettici, vuol dire che non si comporta in maniera del tutto diversa: gli smettici hanno quindi anche loro qualcosa a che fare con la critica. E difatti essi hanno, degli abiti, una opinione. Anzi: una pessima opinione. Sono pure loro dei critici, in negativo. I troppi abiti potrebbero essere gli oggetti della propria critica (le opere d'arte), oppure i suoi strumenti (la retorica, le stesse critiche altrui). Forse, effettivamente, gli abiti sono l'insieme delle nozioni acquisite con lo studio, l'insieme delle ricerche bibliografiche che un buon critico (secondo il sistema accademico) dovrebbe avere per poter esercitare dignitosamente il proprio mestiere.
Ma qualunque siano questi enigmatici abiti da smettere, l'essenza della frase è da cogliere nel desiderio che la critica non sia semplice critica d'imitazione e che non si riduca ad aspetti puramente negativi, decostruttivi.

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5. "Ma tu pocheta, su Giove! su Giove! / Quante poesie con sedici lune / o tutte perlomeno nuove"

L'espressione "Ma tu pocheta, su Giove! su Giove!" non è facile da interpretare alla lettera.
Nel Dizionario dei simboli** si legge di Giove che è il Dio supremo dei Romani, chiamato anche "Giove padre", dove "rappresenta l'ordine autoritario imposto dall'esterno che, certo del suo buon diritto e del suo potere di decisione, non ricerca né il dialogo né la persuasione: tuona".
Comunque sia, il finale ha chiaramente una funzione esortativa, volta a spronare a continuare per la strada intrapresa. Ma chi è il fruitore dell'esortazione? Qui il problema è delicato; noi suggeriamo due possibilità altrettanto valide e pure altrettanto ricche di significato:

- L'esortazione è rivolta allo stesso poeta: egli deve seguitare a scrivere poesie ignorando le critiche dei "macellai" o delle "ranocchie". L'immagine di chiusura, con le poesie dalle sedici lune, appare come l'unica a distogliersi dalle altre per ampiezza e portata: non si parla più del mondo crudele e materiale di una macelleria o di quello insulso e vuoto di un'aula universitaria, ma di una dimensione più elevata, non solo terrena o terrestre (vedi l'allusione a Giove, da intendere sia come dio che come pianeta, e alle lune, ai pianeti). Il poeta sprona se stesso a continuare ad elevarsi a una dimensione cosmica, che gli permetta di comporre poesie armoniose e autosufficienti come un sistema planetare, o perlomeno poesie nuove, non logorate dallo studio vano e dalle critiche inutili. Il verbo "pocheta" (da "pochetare"?) ha il significato di "continua a far roba da poco conto", continua a scrivere poesie considerate "da poco".

- L'esortazione è rivolta al macellaio o, peggio, al professor scortese. Questa interpretazione è forse più coerente col significato di Giove: come pianeta dagli innumerevoli satelliti, è la rappresentazione metaforica del professore attorniato dalla sua corte di studenti-ranocchie; come Dio-padre, è il principio dell'autorità accademica, indiscusso e col quale non si discute ma si ascolta soltanto (infatti le ranocchie sono dalle grandi orecchie volendo percepire il doppio). In questo caso "pocheta" sta per "continua a dire cose da poco conto", ma stavolta l'oggetto non sono le poesie ma le lezioni impartite in aula oppure i consigli critici del macellaio.

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* Il primo personaggio è la fata, il secondo la postina, il terzo l'io, il quarto (fino ad ora) il macellaio.
** J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1999.

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