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ARTICOLO

Sylvia Plath,
Ariel

di Ciro Sorrentino

Nella categoria: HOME | Analisi testuali

 

ARIEL

Stasi nel buio.
Poi l'insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.

Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! - La ruga

s'incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non posso serrare,

bacche
occhiodimoro oscuri,
lanciano ami -

boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos'altro

mi tira su nell'aria -
Cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.

Bianca
godiva, mi spoglio -
Morte mani, morte stringenze.

E adesso io
spumeggio al grano, scintillio di mari.
Il pianto del bambino

nel muro si liquefà.
E io sono la freccia,
la rugiada che vola suicida,

in una con la spinta
dentro il rosso
occhio, cratere del mattino.

Analisi testuale

Oltre il silenzio della non-vita

L'inizio della poesia introduce immediatamente all'immaginario poetico di Sylvia Plath, al suo mai pago bisogno di squarciare gli aspetti e i colori di una realtà troppo fredda ed oscura, una realtà che confonde con le sue imprendibili "distanze", sebbene le "vette" si protendano incessantemente per scrutare l'orizzonte. A tanto smarrimento fa da contrappunto il grido dell'animo, la "percezione" dell'io che si ripara dal dilagante gelo, rifugiandosi in una diversa considerazione degli aspetti più impercettibili, semplici ed attesi.

Contro lo scadere delle emozioni, Sylvia Plath sigilla la sua metafora, "Leonessa di Dio", e fa rinascere l'incanto del cambiamento e della trasformazione: "come in una ci evolviamo", liberandosi dell'avverso ed angosciante carico di inconsolabile gelo. Ad emergere sono "altre" atmosfere, è una piena di colori, luci e suoni che dissolve il freddo di una vita pietrificata.

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Istanze archetipiche

Quello che subito emerge con evidente chiarezza dalla lettura del testo è la caratterizzazione dei luoghi, che si scoprono, piuttosto che reali, spazi di una paradigmatica allegoria dell'universo di Sylvia Plath. Nello specifico, facciamo riferimento ai versi d'apertura, all'orizzonte annegato in un immobile silenzio, la "Stasi nel buio", che sembra fagocitare e assorbire in sé tutti gli elementi esistenti. Un vortice oscuro sospende e blocca sostanza e forma, è un vuoto vertiginoso nel quale le "distanze" si dilatano, proiettando le "vette" (leggi "vite") ai limiti d'ogni ipotizzabile realtà. L'altro luogo "fagocitante", deformato e deformante, lo ritroviamo nei versi di chiusura, laddove si legge "dentro il rosso occhio, cratere del mattino". È nel liquido fuoco della materia cosmica che confluiscono le "vette", le tre vite vissute ("Lady Lazarus") che sono momenti della progressiva scalata verso la montagna della saggezza - meditazione - ascesi.

La conferma di questa evoluzione e metamorfosi viene dall'inciso "E io sono la freccia, la rugiada che vola suicida", una rugiada che evapora schizzando come una freccia finalmente partita dal "bruno arco" verso il punto d'attrazione. E diciamo "attrazione" perché un'energia inarrestabile spinge Sylvia Plath verso un magnetico "oltre" (Dio/Eden) che a lei si mostra, attirandola a sé.

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Un pianto sacrificale

Sua è la rugiada che sorge e risale come "pianto del bambino", pianto dello spirito che straripa dal letto di pietra della vita e "muro" di una contingenza che uccide. Tale spirito è in lei, "angelo/donna" e simbolo del soprannaturale, per cui Sylvia Plath può sentirsi "Leonessa di Dio", può riconoscersi come essenza e fulcro del "tutto/nulla" che si espande all'infinito.

In questo imperituro doppio di "presenza/assenza", la vita versa alla morte, in un altalenante movimento, per il quale la "ruga" - segno del tempo - "s'incide e si cancella", liberando l'anima dalle zavorre che appesantiscono la coscienza, oscurando la meta. È una "ruga" paragonabile ad una "porta del tempo", perché le sue increspature si distendono, mostrando il fondo miracoloso e soprannaturale dell'essere al mondo.

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La primavera dell'essere

Riprendendo il discorso sulla "percezione" cui è pervenuta Sylvia Plath, le "zavorre che appesantiscono la coscienza" si materializzano nella forma di "Bacche occhiodimoro oscuri", che "lanciano ami", gli uncinanti ganci per arpionare l'anima, cercando di plagiarla, trattenerla, avvelenarla, così da dissolverla nel buio della "non-vita". Eppure, al di là delle "ombre", "Qualcos'altro mi tira su nell'aria", un richiamo d' "Assoluto" che si propaga nel vuoto, e che, esplodendo, come impalpabile, straordinario candore dell'anima, consente a Sylvia Plath di poter dire "Bianca godiva, mi spoglio" di ogni "incrostazione" che appesantisce e soffoca. Sylvia Plath è ormai svincolata dal corpo, l'inerte sostanza fatta di "morte stringenze", orrida zavorra di carne che "si squama", è libera di risorgere in un continuo "scintillio di mari", come nuovo grano, seme ed emblema di virtù e conoscenza.

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Istanze metafisiche ed ontologiche

Fatta salva la premessa, procediamo nella nostra analisi "empatica", circoscrivendo l'emozione e il pensiero che muovono i versi "metafisici" dell'opera. Inerte e nera la notte cede il passo ad un'eterea trasparenza luminosa: è una giovane chiarità che accoglie ricordi ("distanze") e pensieri ("vette"). Un tumulto donde, un fiume di energia scorre impetuoso, risalendo le pareti dell'abisso nel quale la coscienza giaceva come addormentata in un sonno eterno. Questo movimento genera sul piano "ontologico" una comprensione del "tutto/nulla" e la determinazione dell'essere.

Sylvia Plath si riconosce nel metallico riflesso azzurro, si alza spiccando un salto che dà velocità al suo volo. E la vediamo nella posa dell'angelo chiamato da Dio a raggiungere il cielo che è la sua casa. Ogni esperienza svanisce di fronte all'eterno: il corpo (la "ruga") e lo spirito ("il bruno arco") si riparano dagli ammiccamenti di una natura oscurata dalle azioni e dagli strumenti dell'uomo (gli "ami"). Oltre la seduzione di un mondo mascherato di grazia, la verità dell' "Assoluto" dà a Sylvia Plath la forza per levitare svincolata dai limiti terreni. "Qualcos'altro mi tira su nell'aria" è una conferma che il suo spirito sente d'essere attratto verso l'alto, mentre la sua forma umana "si squama" come imperfetta realtà.

Svestita del morto corpo, "Morte mani, morte stringenze", Sylvia Plath esplode felice "Bianca godiva" come immensa stella e va riempiendo di sé lo "scintillio di mari", le smisurate distese del "tutto/nulla". Sorgono così i suoi grani spumeggianti e freschi, le sue lacrime di gioia. È un pianto innocente che irrora i deserti campi della vita, un pianto leggero e puro come pura è "la rugiada" che si scioglie ("si liquefà"), attraversando il "muro", le pareti di una realtà che vela e nasconde il fuoco e la fiamma del giorno.

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L'epifania dell'oltre

Sylvia Plath s'apre come un fiore, mentre la "Stasi nel buio" - l'immobile nero silenzio della notte - lascia il posto all'eterea luce dell'alba, consentendo agli elementi di prendere forma nel "visibile". Allora la coscienza della sua natura angelica e i suoi passi diventano sicuri, evolvendo in una comprensione che è perfetta comprensione del "tutto/nulla": Sylvia Plath è ormai in un universo libero da ogni forma mistificata e mistificante ("I corrieri").

Dall'oscurità del corpo, si libera e la sua anima si ritrova a colloquio con Dio ("Specchio"). Una gioia indicibile avvolge e percorre il suo essere che vive, librandosi oltre la stretta dei vincoli e delle maschere che uccidono. Nel candore dell'innocenza e della purezza ritrovata, Sylvia Plath può germogliare come scintillanti spighe di grano, nell'oceano di ciò che in apertura della poesia ha definito "insostanziale azzurro versarsi di vette e distanze".

Un pianto di gioia - "Il pianto del bambino" - percorre il suo viso: sono lacrime che celebrano il suo oltrepassare le catene della "non-vita" e che s'inoltrano verso orizzonti luminosi, rapide e precise come saette che puntano il bersaglio. Sono stille d'amore che cercano una totale convergenza e la fusione tra emozione e ragione, così da porsi al di là di ogni obliqua e oscura determinazione dell'io profondo.

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Il sacrificio di Cristo

Nella nostra ricostruzione "empatica" del pensiero plathiano, "Il pianto del bambino" che "nel muro si liquefà" rappresenta le lacrime del Cristo per un uomo chiuso nel "muro" del silenzio, incapace di rendersi partecipe dell' "Assoluto".

Sylvia Plath versa le stesse lacrime di Cristo, sono stille "sacrificali" che abbattono il "muro", la lastra di ghiaccio che ricopre la parola e il verbo di Dio. Un pianto salvifico, dunque, lacrime che presto diventano gocce di "rugiada", pura acqua di fonte "battesimale" che evapora nel luminoso fuoco di un aperto cielo.

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La metafora del viaggio

A confermare la nostra tesi del "mistico viaggio" sono i versi "Leonessa di Dio, come in una ci evolviamo" e "la rugiada che vola suicida, in una con la spinta", laddove il riferimento al divino è compreso nelle due analogie "in una ci evolviamo" e "in una con la spinta".

Dunque, c'è una "spinta", un'energia spirituale che prorompe dalle zone profonde della coscienza, un flusso di sangue che agita e muove Sylvia Plath ad intraprendere il suo prodigioso viaggio verso l' "Assoluto".

La magnificenza del verso reclama la citazione: "dentro il rosso occhio, cratere del mattino". È una chiara metafora che, nella primavera del giorno, - nell'approssimarsi e schiudersi di una nuova alba -, prevede e attende il miracolo della luminosa fiamma di Dio, sì che s'illumini il "cratere" della "Stasi nel buio".

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Un corollario poetico

A ben confrontare e misurare il significato dei termini, si riesce a individuare un'ulteriore similitudine tra "la rugiada che vola suicida" e "la ruga" che "s'incide e si cancella". Il parallelismo individuato costituisce un "assunto" plathiano, e, per esso, la vita segue una ciclicità senza tempo, nella quale ad ogni "fine" corrisponde un nuovo "inizio".

La vita svetta come una "freccia", lanciata dal "bruno arco del collo" (il pensiero), in un crescendo drammatico che nasce dal fissare, nei cristalli di uno specchio, il buio che apre alla vertigine del "tutto/nulla".

La consapevolezza d'essere parte di un universo "altro" emancipa Sylvia Plath, rendendola libera dai seducenti richiami di una "non-vita" così piena di afosi respiri, amare "boccate di un nero dolce sangue, ombre".

La consapevolezza dell' "estraneità" al mondo è, in definitiva, l'esaustiva risposta a quel "Qualcos'altro mi tira su nell'aria", un qualcosa che non lasciare dubbi sul "chi" o sul "cosa" spinge Sylvia Plath a tanto sofferto e doloroso canto: unico "artefice" di questo "movimento lirico" è l'io divino (il Cristo) che vuole riconoscersi nel suo unico ed assoluto Creatore, Dio.

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Proiezioni oniriche e salvifiche

Il desiderio irrefrenabile di liberare il proprio animo negli "elementi" di un universo "altro" è subito riconoscibile nel predicato "versarsi", come se la coscienza volesse sollevarsi dai margini di una sconcertante inamovibile oscurità.

E a ben intendere, questo sogno si ripete ogni volta che l'io si "estranea" alla realtà e trova nel proprio immaginario poetico il modo di raffigurarsi al di là di quell'impercettibile e "insostanziale azzurro versarsi di vette e distanze".

Proprio quando questo evento si autodetermina, sopravviene una "catarsi" e una forza primitiva, racchiusa in cuor di leone ("Leonessa di Dio"), è nuovamente pronta a scagliare i suoi dardi dalla "tesa" del "bruno arco".

Da "lontano", dai remoti angoli di un mondo interiore, che vuole "esplodere" e comunicarsi, "insorge" un impeto sopito che freme nei "calcagni e ginocchi" e spinge ad andare senza timore incontro all' "Altrove".

Sylvia Plath postula, dunque, la necessità di assumere una prospettiva diversa, una prospettiva che realizzi e percorra "una terza via" rispetto all'ossimoro morte - vita, una via che finalmente renda possibile una mediazione tra il "tutto/nulla".

In questa dimensione "altra" la vita potrà immergersi nelle acque trasparenti e pure di una "sorgente" inesauribile - "la terza via" - significata da quel "Qualcos'altro mi tira su nell'aria", che, in definitiva, è "proiezione" salvifica dello spirito stesso.

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La terza via

Simbolica l'immagine utilizzata per raffigurare e mettere in evidenza "la terza via", il rapporto particolare tra la sostanza ("La ruga") e l'essenza (il "bruno arco"): "La terza via" sorge dalle sensazioni nascoste ed insolite dello spirito che si eleva oltre la storia e gli eventi (gli "ami"), che irretiscono e vietano ogni comprensione del "tutto/nulla".

Sui sentieri di un possibile Eden, Sylvia Plath "si sveste" d'ogni nero mantello ("Bianca godiva, mi spoglio"), ed è pronta a seguire le fresche brezze che la sollevano al di sopra delle pesanti catene dell'apparenza che tutto oblia e mortifica: questo il senso delle "Morte mani, morte stringenze", le "catene" che "riempiono" di sofferenza il volto bianco dell'anima.

L'elemento divino, l'intervento inatteso ("Il pianto del bambino nel muro si liquefà" ne è documento) ancora scopre la tensione morale e psicologica di Sylvia Plath, che, nella cosciente pienezza dell'essere, può innaffiare le aiuole dell'anima. Un brivido d'infinito la attraversa da parte a parte, per cui può dire "E adesso io spumeggio al grano, scintillio di mari".

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L'iconografia cristiana

Ritornando all'inciso "la rugiada che vola suicida", occorre dire che Sylvia Plath fa esplicito riferimento ad uno dei simboli del divino, la "rugiada" come grazia vivificante (la rugiada reca significati che si legano all'impenetrabilità del Mistero dell'universo stesso).

In questa prospettiva "mistica", le "visioni" di Sylvia Plath sono una presa d'atto di come la vita "si consumi" sui sentieri di una realtà frantumata, nella quale non è facile individuarsi come "entità".

È questa un'amara e dolente riflessione sul mondo, che si scopre come il palcoscenico dove tanti "Pierrot" si agitano, mostrando il viso sfigurato da una pena che schianta l'anima, un'anima affranta da una sorta di "alienazione" imperante e coercitiva.

"La freccia" diventa il mezzo che conduce l'anima "dentro il rosso occhio, cratere del mattino", nell'unica dimensione dove sia possibile liberarsi dalla sofferenza che segna il passato, il presente, il futuro.

Proprio in questo istante drammatico, Sylvia Plath prende atto di tanta desolazione e solitudine esistenziale, e si rende testimone di un evento soprannaturale: "in una con la spinta" della "freccia", il suo spirito si libera nella "rugiada", in stille d'acqua luminosa e pura.

Di fronte a tale mistero, quella "freccia" sibila come un tuono: Sylvia Plath vuole e desidera essere "ascoltata", sente la necessità di dichiarare il suo intimo e privato dolore, e volge a Dio, al "rosso occhio, cratere del mattino", ne invoca l'intervento che rassereni il suo animo tormentato da una realtà che accerchia e soffoca.
Alla luce di questa conferma "allegorica", si rileggano i versi delle strofe iniziali che svelano la natura di Dio:

"Stasi nel buio. // Poi l'insostanziale azzurro // versarsi di vette e distanze. // Leonessa di Dio, // come in una ci evolviamo, // perno di calcagni e ginocchi!"

Ed è sorprendentemente espressiva l'immagine di Dio che si desta dal suo sonno, in quella sua celata "dimora" per ascoltare il richiamo dell'anima che si rivolge a lui per declamare le sue ragioni e il dispiacere di sentirsi sola ed abbandonata. Ancora più forte e rappresentativa è la reazione di Dio:

"Qualcos'altro // mi tira su nell'aria - // Cosce, capelli; // dai miei calcagni si squama".

Nello sviluppo lirico - drammatico prende forma l' "Assoluto", quel "tutto/nulla" che è Dio, e che produce una sorta di grande sommovimento delle architravi dei cieli e dei mondi, per cui Sylvia Plath può dire: "E adesso io spumeggio al grano, scintillio di mari".

Le preghiere della "Leonessa di Dio" (in ebraico "Ariel") sono state raccolte, tanto che può affermare: "Bianca godiva, mi spoglio", e può aprirsi come una rosa, il fiore che trova molte affinità simboliche con la Rugiada della Redenzione e con il Santo Graal.

Ecco Sylvia Plath diventare leggera come una tiepida stilla di "rugiada" che s'invola nel "pianto del bambino" che "nel muro si liquefà", trasformandosi in acqua limpida e tersa, acqua che avvolge e salva dalle pene e dalle sofferenze umane.

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