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ARTICOLO

Umberto Saba
La vetrina (1938)

di Francesca Ciucci

Nella categoria: HOME | Analisi testuali

  Sono a letto, ammalato. E gli occhi intorno
giro per la mia stanza. Oltre i lucenti
vetri un mobile antico a sé li chiama,
alle cose ch'esposte in lui si stanno
5 Bianche stoviglie, ove son navi in blu
dipinte, un porto, affaccendate genti
intorno a quelle. Altre vi sono cose
ch'erano già nella materna casa,
cui guardo con rimorso oggi ed affanno,
10 e così lieto le guardavo un giorno,
che di nuove acquistarne avevo brama.
Ciascuna d'esse a un tempo mi richiama
che fu sì dolce, che per me non fu
tempo, che ancor non ero nato, ancora
15 non dovevo morire. Ed anche in parte
ero già nato, era negli avi miei
il mio dolore d'oggi. E in un m'accora
strano pensiero, che mi dico: Ahi, quanta
pace al mondo prima ch'io nascessi;
20 e l'ho turbata io solo. Ed è un mendace
sogno; è questo il delirio, amiche cose.
   
  Quanto un giorno v'ho amate, belle cose,
che siete là nella vetrina, e altrove
siete, nell'ombra e nel sole, ed oh quale
25 ho nostalgia di lasciarvi! Nel buio,
tornar nel buio dell'alvo materno,
nel duro sonno, onde più nulla smuove,
non pur l'amore, soave tormento
sì, ma a me fatto intollerando. È il letto
30 questo in cui venni da quel caro buio
molto piangendo, alla luce, alle cose
ond'ebber gioia i miei occhi. E mortale
non so più quel dì deprechi. E male
non ho che m'impauri, o è solo interno.
35 Come ogni notte, quando il lume spengo,
che agli occhi miei gravi di sonno apporta
essa fastidio, e metto il capo sotto
la coltre, e tutto a me stesso rinvengo,
tutto in me mi rannicchio, or sì vorrei
40 fare, e che più per me non fosse giorno!
E sì tutto m'arride. Anche la gloria
viene; il suo bacio, ancor che tardo, io sento.
   
  Del divino per me milleottocento
Amate figlie, qui dalla lontana
45 Inghilterra venute, di voi dico,
pinte tazzine, vasellame usato
dagli avi miei laboriosi, al tempo
che la vita più degna era e più umana,
e molto prima che nascessi, io so
50 la vostra istoria, che ai vecchi la chiese
il poeta ch'è pio verso il passato.
Approdava ogni mese un bastimento
A questo porto di traffici amico,
con di voi sì gran copia che il mendico
55 come il ricco ne aveva. Aveva il tempo
fornito appena atroce guerra, e pace
era sui mari, ma non mai nel cuore
dell'uomo. Or voi nella vetrina state
che v'è coetanea, semplice, capace
60 di molte e belle forme. Ed io a guardarvi
non so, nel mio dolore, altro che morte
non so invocarmi. Non vissuto invano,
più d'esser nato la sventura sento.

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Analisi testuale

Parafrasi:

Sono a letto ammalato e rivolgo lo sguardo alla mia stanza. Un'antica vetrina attrae l'attenzione dei miei occhi (li chiama) a guardare le stoviglie, gli oggetti che in essa sono esposti. Stoviglie bianche (porcellane), con su dipinte delle navi blu, un porto e delle persone tutte indaffarate intorno ad esse.

(Nella vetrina) Vi sono altre cose che erano già presenti nella casa di mia madre (prima che io nascessi); guardo a quelle cose con rimorso e con pena (perché mi ricordano mia madre, ormai morta), mentre c'è stato un tempo in cui quando le guardavo mi procuravano una tale gioia che avevo una gran voglia di acquistarne delle altre. Ogni oggetto della vetrina mi ricorda un tempo dolce, che per me non ha storia (non fu tempo) perché non ero ancora nato, e perciò non dovevo morire. Era già nato solo il dolore dovuto alla mia condizione umana, ereditato dai miei avi. Quel dolore mi affligge il cuore con uno strano pensiero, tanto che mi dico: quanta pace c'era nel mondo prima della mia nascita;e quest'armonia, quest'equilibrio l'ho guastato proprio io, solo io. Un sogno menzognero: questo è il turbamento che mi provocano questi oggetti, che mi provocate voi, amiche cose.

Quanto vi ho amato belle stoviglie che state là nella vetrina e altrove, esposte e visibili o celate alla vista, e quale sentimento malinconico mi coglie al pensiero di lasciarvi.

(Vorrei) Tornare nel buio del ventre materno, in quello stato di sonno senza sogni (duro sogno), dove nulla più si muove, neanche l'amore, dolce tormento ma in grado di non poter essere tollerato da me. Questo è il letto in cui io venni al mondo (mia madre mi diede alla luce), in cui uscii dal ventre materno piangendo alla vista lieta delle cose. E nascendo sono diventato mortale e non so cosa maledire di più di quel giorno. E non ho nessun male (fisico, malattia) che mi inquieti, o questo male è solo interno. Come ogni notte, quando spengo la luce perché disturba i miei occhi pesanti di sonno e metto la testa sotto la coperta e mi chiudo di nuovo in me stesso (tutto a me stesso rinvengo), mi raggomitolo tutto e ora sì, è in questo momento che vorrei non rivedere più la luce del giorno (vorrei morire). E così ogni cosa mi sorride. Mi raggiunge anche la gloria e benché giunga tardi sento il suo bacio.

Tazzine dipinte, prodotto (figlie) di quel milleottocento che io amo, importate dalla lontana Inghilterra (giunte sin qui dalla lontana Inghilterra), parlo di voi, vasellame usato dai miei avi operosi, nel tempo in cui (quando) la vita era più virtuosa e apparteneva all'uomo, e conosco la vostra storia che il poeta, che è rispettoso del passato, si fece raccontare dai vecchi, molto prima che io nascessi. Ogni mese una grossa nave mercantile attraccava in questo porto favorevole ai commerci trasportandovi in così grande quantità che vi possedevano sia i mendicanti che i ricchi.

Era appena finita la terribile guerra, e la pace regnava sui mari, giammai nel cuore degli uomini. Adesso voi state nella vetrina antica quanto voi, che è semplice e che contiene tanti begli oggetti. Ed io guardandovi, nella mia sofferenza, non so far altro che chiamare a me la morte. Sento più il rimorso di essere nato e non di essere vissuto inutilmente.

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Analisi

La lirica è suddivisa in tre lunghe e dense strofe regolari di tutti endecasillabi. Il numero tre nella suddivisione strofica è ricorrente in Saba a denotare la volontà di conferire all'intera opera una profonda armonia strutturale: la bellezza del Canzoniere è data da armonie, strutture, versi che ritornano, infondendogli continuità, forza e omogeneità.

Ogni strofa è a sua volta composta da ventuno (multiplo di tre) versi; questa ossessiva ripetizione del numero tre è "dantesca" e denota la formazione profondamente classica di Saba. La superficie metrica rivela una grande complessità. Di particolare rilievo è l'artificio che collega con una rima, spesso perfetta, l'ultimo verso di ogni strofa con il primo di quella successiva: troviamo "cose" (v.21), "cose" (v.22); "sento" (v.42), "milleottocento" (v.43), rima a sua volta ripresa nel verso finale "sento" (v.63). Risulta complesso ricostruire la fitta maglia di rime, allitterazioni, omofonie, assonanze... le quali, creando dei legami anche fra parole tra loro lontane, conferiscono al componimento una sorta di compattezza fonica, seppur non riconducibile ad uno schema puntuale, e ne garantiscono la varietà. Nella prima strofa sono legate da rima "lucenti" (v.2), "genti" (v.6); "blu" (v.5), "fu" (v.13); "cose" (v.7), "casa" (v.8) sono legate da una forte consonanza; importante è poi la rima "chiama" (v.3), "brama" (v.11), "richiama" (v.12): dove "brama", posta alla fine del verso, assume il ruolo di parola chiave (e più avanti si vedrà in che misura); "ancora" (v.14), "accora" (v.17), e ancora, nella seconda strofa troviamo "altrove" (v.23), "smuove" (v.27); "dur" (v.27), "pur" (v.28); "mortale" (v.32), "male" (v.33); "mortale" inoltre è graficamente connesso all' "apporta" del verso 36; per concludere con le rime dell'ultima strofa: "lontana" (v.44); "umana" (v.48); "usato" (v. 46), "passato" (v. 51); "amico" (v.53), "mendico" (v.54); "pace" (v.56), "capace" (v.59) e la rima fortissima "sento" (v.42), "milleottocento" (v.43), "bastimento" (v.52) e ancora "sento" (v.63), e in quasi-rima con "spengo" (v.35), "rinvengo" (v.38), "tempo" (v.47) e "tempo" (v.55).

Ma aldilà delle rime sono fortissimi i legami creati dalla ripetizione puntuale di nessi consonantici: ad esempio notevole è l'effetto della ripetizione delle consonanti "st" ai versi 4-5 "esposte", "stanno", "stoviglie, e della sibilante palatale che troviamo in: "essa" (v.37), "stessa" (v.38) (dove ritorna anche il suono "st") e "fosse" (v.40); della consonanza "fatto", "intollerando", "letto" (v.29); come ai versi 9-10-11 dove troviamo "già", "oggi", "giorno", che a loro volta sono fortemente legati ai "già" (v.16) "oggi" (v.17), "guardo", "guardavo" e questo legame non è più soltanto fonico, ma anche fortemente semantico.

Assumono un efficacissimo rilievo unico l'uso del metaling: parole che riprendono altre parole, e talvolta sono dei periodi, quasi a verificarne il senso e la presenza di forti risonanze analogiche: parole o periodi ripresi con funzioni diverse.

Si può individuare una sorta di struttura speculare che ritorna e si ripete in ogni strofa. I legami non sono soltanto fonici ma anche di valore semantico: il "rimorso oggi ed affanno" (v.9) è lo stesso "dolore d'oggi" del verso 17; allo stesso modo "così lieto" (v.10) e "sì dolce" (v.13).

Inoltre alcune di queste strutture frequenti ritornano occupando una determinata posizione: ad esempio "tempo" del verso 12 ritorna al verso 14 in posizione iniziale così come "siete" (v.23) è posto all'inizio del verso 24 e "non so" viene ripetuto in due versi consecutivi in posizione iniziale (61-62) (anafora); si segnala inoltre l'anadiplosi al verso 55: "...aveva. Aveva..."

Ma avviene anche che vengano riprese intere frasi con significato simile "e mortale non so" (v.32-33) " e male non ho" (v.33-34) o addirittura opposto: "non ero nato" (v.14) "ero già stato" (v.16).

Ma lo stratagemma fonico che più colpisce l'orecchio del lettore è quello dei versi 26-28-29. Si può quasi parlare di punto culminante di un "climax fonico" inaugurato con ritmo ascendente dalla ripetizione del suono "st" culminando (nel momento di massima angoscia della lirica) con l'uso di vocaboli estremamente complessi (dal punto di vista fonico), difficili da articolare ( sui quali il lettore è costretto a soffermarsi) "tornar", "materno" (v.26), "tormento" (v.28), "intollerando" (v.29) dove "materno" e "tormento", posti entrambi a fine verso hanno un legame fortissimo, sembrano quasi anagrammati (ed è significativo che il vocabolo "tormento" abbia questa connessione con "materno", quasi a rievocare quel sentimento affettivo, quel rapporto angoscioso che legava Saba alla madre). E questa parabola musicale decresce e va a sfumare con la ripetizione, come si è già detto, delle consonanti "ss"

(v. 37-39-40), e ritorna nell'enfatica chiusa finale: "so" (v.61 e ripetuto al v.62), "vissuto" (v.62), "esser" (v.63) "sento" (v.63), quasi a voler stabilire un equilibrio a livello emotivo dopo quel momento di Spannung, quasi che il poeta voglia comunicare al lettore un preciso stato d'animo che ritorna, uguale a sé stesso alla fine della lirica.

Degni di nota anche i frequenti rilanci sintattici degli enjambements, struttura metrica usata larghissimamente da Saba: il componimento risulta avere una solida compattezza fonica ma lo schema ritmico elude continuamente uno schema regolare. Lo ritroviamo già in apertura: "intorno//giro" (vv.1-2), "lucenti//vetri" (vv. 2-3); "blu//dipinte" (vv. 5-6); "cose//ch'erano" (vv.7-8); "fu//tempo" (vv.13-14); "ancora // non" (vv. 14-15) e via di seguito...

Di particolare rilievo è forse l'enjambement dei versi 60-61 "guardarvi//non" e dei versi 61 e 62 "morte//non". Questa tendenza all'articolazione ellittica della frase è avvalorata dall'uso, straordinariamente frequente, della congiunzione "e" immediatamente dopo un punto fermo:

v.1: "...ammalato. E...",

v.15: "...morire. Ed..."

v.17: "...d'oggi. E..."

v.20: "...io solo. Ed..."

v.32: "...occhi. E..."

v.33: "...deprechi. E..."

v.41: "...un giorno! E..."

v.60: "...forme. Ed..."

L'inizio della lirica sembra riprendere i modi del racconto, ritagliando un episodio, un aneddoto, entro uno spazio specifico: "Sono a letto, ammalato"; questa rappresentazione spaziale puntuale, appartiene alla narrativa ed è forse per il poeta il mezzo migliore per dare voce all'io che si esprime nella forma dell'autoanalisi. C'è un rapporto tutto nuovo del poeta con gli oggetti: le figure, le persone, le cose assumono un valore emblematico, esercitano un potere evocativo. La vetrina è un oggetto cui rimane fortemente ancorata la memoria affettiva, "chiama a sé", e non attira ma proprio chiama a sé, gli occhi del poeta e alle stoviglie che in essa sono esposte: tazzine inglesi, stoviglie, porcellane... e ad ogni suo oggetto è legato un ricordo. Sono cose ricche di voci antiche, quindi il poeta non le guarda, ma le ode, parlano alla sua anima. Ecco che il presente tocca il passato e lo riaccende. Questo rapporto speciale di Saba con la vetrina e gli oggetti in essa riposti, in prospettiva freudiana può essere considerata una sorta di evasione regressiva nel conforto degli oggetti, tanto cari al poeta perché facenti parte della propria mitologia personale.

Saba assegna una particolare importanza alla struttura temporale che risalta nelle opposizioni presente-passato, e nelle localizzazioni spaziali, normalmente circoscritte all'uso dei deittici "questo" e "quello", tanto che si potrebbe parlare di una sorta di dialettica dei connotatori dimostrativi.

questo il delirio" (v.21)

"è il letto questo" (30)

"quel dì" (v. 33)

"questo porto" (v. 53)

A riprova del carattere narrativo della lirica è l'uso dell'avverbio deittico "là" (v.23), tipico della lingua parlata perché si presuppone che venga indicata una direzione.

Si viene a creare in questo modo una narrazione doppia, che riguarda il presente impetuoso quanto il passato.

Il linguaggio della lirica denota un illimpidimento della scrittura rispetto alle opere precedenti. Saba presta una diversa cura formale e una maggiore attenzione ai particolari stilistici;ricorre sempre meno a forme auliche, arcaiche ed antiquate a favore di un lessico del quotidiano. La parola "comune" e non per questo impoetica, viene isolata nel verso, assumendo così pieno valore.

Si semplifica il linguaggio ma non la sintassi: il ricorso semantico a inversioni stilistiche (iperbati, anastrofi...) è frequentissimo. "Altre vi sono cose" (v. 7) ne è un esempio.

Di particolare complessità è il verso 17: "E in un m'accora//strano pensiero", l'enjambement ostacola maggiormente la comprensione del verso. Degna di essere menzionata è anche la prassi stilistica seguita da Saba di utilizzare frequentemente l'avverbio di negazione "non", che conferisce particolari sfumature di attenuazione rispetto alla negazione assoluta.

 

La lirica permette di ritrovare i maggiori temi cari a Saba: l'amore per Trieste, il borgo, e la vita brulicante del porto (la descrizione delle "affaccendate genti" raffigurate sulle porcellane, è "triestina"), ma soprattutto il tema della casa, luogo altamente mitizzato, rifugio del corpo e dell'anima.

È proprio nella sua stanza, nella forzata staticità per la malattia, che il poeta ritrova dei ricordi lontani, semplicemente volgendo lo "sguardo intorno" e ascoltando le voci delle stoviglie riposte nell'antica vetrina. Da un'atmosfera mitica e sognante, si approda ben presto al turbamento profondo. "le care cose" del passato, gli infondono ben presto un senso di disagio che ben presto si trasforma in rimorso: il rimorso di essere nato. Eppure c'era stato un tempo in cui le belle tazzine lo rendevano felice e desideroso e impaziente di acquistarne altre: "e così lieto le guardavo un giorno, che di nuove acquistarne avevo brama". E questa brama altro non è che la causa della sofferenza umana, è la libido freudiana, la brama carnale, che "accompagna l'uomo dalla nascita alla morte, non gli dà pace né tregua"; a questo tema gravoso Saba dedicherà una lirica in questa stessa sezione di "vetrina", naturalmente intitolata "La brama": si nasce e si porta così il tema del male nella vita, il peccato dell'origine, ma anche la volontà di vivere, che si esprime nel desiderio della carne. La causa del male è la brama, ma nel contempo è anche la causa del bene, perché solo grazie alla brama il poeta vede "gente andare e venire,/ altre navi partire".

Angoscianti diventano ora i toni della lirica: nascere è male, vivere è male, e male è conoscere il male.

Il poeta è ammaliato e insieme atterrito e aspira ad una "serena, disperata brama d'annullamento, quasi di ritorno al caldo sonno del buio prenatale".

Ha nostalgia di lasciare le belle cose amate e di tornare nel buio del non-essere.

In tutto questo c'è però una forte componente narcisistica, denotata da quei melodrammatici "io" (v.19) "io solo" (v.20), dal susseguirsi di "a me", "in me", "per me" (v.39), e dall'uso quasi esclusivo degli aggettivi possessivi referenti alla propria persona: "la mia stanza" (v.2), "avi miei" (v.16), seguito da "il mio dolore" (v.17), "i miei occhi" (v.32), "occhi miei", e ancora "avi miei" ( v.47), "mio dolore" (v.61). Tutto questo suona quasi come una formula religiosa che celebra la superiorità del poeta, il solo capace di intendere il male di cui egli stesso è la causa. Il male lacerante di cui parla è la consapevolezza della morte: meglio allora rimanere nel grembo materno, "in quel tempo sì dolce", "in quel caro buio", vivo ma ancora non-nato, inconsapevole e sereno, perché "ancora non ero nato, ancora non dovevo morire". La consapevolezza della morte si acquisisce quindi nascendo, venendo alla luce; venire alla luce significa dunque sapere. "I miei occhi" diventano allora lo strumento per guardarsi dentro, per attuare quel doloroso processo di scavo interiore, alla ricerca della nostra identità. La sera è il momento di massimo ripiegamento : "mi rannicchio e tutto a me stesso rinvengo" (dove l'azione del rannicchiarsi rappresenta il ripiegamento interiore ma anche il tentativo di assumere una posizione tipica dei feti nel grembo materno). Il poeta mettendo la testa sotto le coperte cerca di ritornare alla pace del "caro buio materno". La luce diventa metafora negativa: egli viene alla luce "molto piangendo", il lume "apporta fastidio"agli occhi del poeta "gravi di sonno".La luce è conoscenza e la conoscenza porta il dolore. Ecco che in questa prospettiva si potrebbe spiegare la misteriosa immagine presentata ai versi 24-25: "belle cose,/che siete là nella vetrina, e altrove/siete, nell'ombra e nel sole"

L'ombra ed il sole corrispondono al buio e alla luce, in una sorta di metafora rovesciata (comunemente la luce ha una connotazione positiva, e il buio estremamente negativa). In questo momento di annullamento, ecco che "anche la gloria viene". E cosa potrebbe significare quel "bacio tardo" apportato dalla gloria? Questa immagine ammette diverse interpretazioni che partono da un punto comune: questi sono gli anni in cui Saba intraprende la terapia psicanalitica (1928-29): il "male interno" che lo affligge potrebbe essere interpretato come il suo grave disagio psicologico, la sua nevrosi.

L'arrivo della gloria potrebbe essere allora il primo segnale del recupero del ricordo della nutrice che lo aveva cresciuto fino a tre anni, per tanto tempo rimosso e che riaffiorerà con prepotenza in seguito, com'è testimoniato nelle "Tre poesie alla balia", che fanno parte della sezione del Canzoniere intitolata "il piccolo Berto" (1929/31) dove, nell'opera Storia e Cronistoria del Canzoniere (1948), Saba, in funzione di critico di sé stesso afferma: "la figura della balia risorge, si rifà viva ed attuale". Ma tutto questo potrebbe anche essere interpretato come una conciliazione con l'immagine della madre dopo la sua morte: ecco spiegato allora il significato di quel "tardo bacio" (la riconciliazione sarebbe avvenuta solo dopo la morte della madre).

È comunque evidente in Saba il tentativo, doloroso ed estenuante, di liberarsi o sublimare il trauma infantile, quando venne strappato alle cure amorose della "madre di gioia", per andare a vivere con la "madre austera" che lo proietta in un mondo fatto di sofferenze e frustrazioni, facendolo crescere nel senso di colpa.

La lirica può essere quindi ricondotta a due sentimenti del poeta: il desiderio di annullarsi come coscienza, invocando la morte e la lucida accettazione del destino mortale dell'uomo.

Bibliografia
U. Saba, Il Canzoniere, 1921
U. Saba, Storia e Cronistoria del canzoniere, Milano 1948

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