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Sylvia Plath - Poesia, Filosofia, Scienza

di Ciro Sorrentino

Nella categoria: HOME | Analisi testuali

ULTIME PAROLE

Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago
con striature di tigre e una faccia dipinta
tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.
Voglio sembrare che li guardo quando verranno
a scavarmi fra ottusi minerali e radici.
Già li vedo - pallide facce, a una distanza astrale.
Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.
Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.
Si domanderanno se io sia stata importante.
Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!
Il mio specchio si appanna -
ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.
I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi.
Non posso fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.
Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,
da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.
Se avrò freddo alle piante dei piedi,
mi consolerà l'occhio azzurro del mio turchese.
Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio
mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.
Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore
sotto i miei piedi in un bel pacchettino.
Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,
ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il viso di Ishtar.

Sylvia Plath

Analisi testuale

IL VISO DI ISHTAR

Siamo convinti che, nei versi di "Ultime parole", Sylvia Plath abbia concentrato, in estrema sintesi, tutta la sua tensione meditativa e lirica sulla vita e sulla morte. Immergendoci nelle correnti di questi suoi versi, possiamo sondare i fondali sommersi e riemergere per ritrovarla "seduta su uno scoglio in Cornovaglia" ("Lesbo"), come una sirena che nel canto si rivela. Restando alla nostra tesi iniziale, "Ultime parole" è documento della sua coscienza, onesto e lucido racconto del suo essere e riconoscersi nel mondo, nella vita terrena e in quella eterna. La prima intuizione/percezione "empatica" ci guida ad isolare alcuni simboli mitici: "un sarcofago", "una distanza astrale", "gli dei primigeni", lo "spirituale. (che) sguscia via come vapore", "l'occhio azzurro del mio turchese", "le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio", "il mio cuore sotto i miei piedi", "il viso di Ishtar". In questa sede, rendiamo oggetto della nostra attenzione proprio la locuzione "il viso di Ishtar", il cui richiamo alle culture antiche è posto volutamente in chiusura di tutta la poesia, quasi a stigmatizzare l'immagine soprannaturale e la considerazione che Sylvia Plath ha di se stessa.
La dea Ishtar - figlia di Sin, dio della luna, e sorella di Shamash, dio del sole -, considerata "regina della luce", simboleggia il pianeta Venere e anche la stella a otto punte, rappresentata nelle iconografie della Vergine Maria. Il riferimento ad Ishtar è diretta identificazione con la divinità che tutto vede e comprende, la dea che scaglierà le sue folgori quando "sarà tutto buio". Riteniamo opportuno ricordare che Ishtar nella mitologia è ritenuta anche dea della guerra, ed è per questo motivo che Sylvia Plath afferma "ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il viso di Ishtar". Ma si faccia attenzione all'intero periodo, perché il "fulgore", anche se meno "dolce" rispetto a quello degli "oggetti", sarà più ferreo, quasi un rumoroso scintillio di spade.

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L'OSSIMORO MORTE/VITA

"Sarà tutto buio": la preveggenza di Sylvia Plath si materializza a tal punto nei versi che la vediamo scrutare l'orizzonte oscuro in una fredda e silenziosa notte d'inverno. Lo scenario, dunque, è quello di una vastità taciturna, smisurata vastità che avvolge il suo essere, rendendola partecipe di ciò che, in principio, non le era manifesto e tangibile. In virtù di questa affermazione, si capisce che Sylvia Plath presupponga una realtà non percepibile dai cinque sensi, una dimensione altra rispetto alle categorie spazio - tempo. D'altra parte, dire "già li vedo - pallide facce, a una distanza astrale" equivale a ribadire la tesi che, per la sua divina comprensione, le leggi della fisica non hanno consistenza e che, nel suo multi-universo, il tutto o il nulla girano secondo una differente armonia di suoni, luci e colori. L'ossimoro tutto/nulla, morte/vita apre le porte di una nuova dimensione imponderabile, della quale Sylvia Plath rappresenta un'armonia "in progress", che ancora cerca la sua ultima cupola, la cuspide piramidale per ricondursi alla verità primordiale. Da quelle altezze, Sylvia Plath, la dea che domina la luce e il buio, vede la terra come una distesa desolata che vaga negli abissi senza tempo, né ragione. Così, nella coscienza d'essere stata come immobile e sospesa, coperta da fredde ceneri, si proietta nell'altrove per saggiarne la diversità; e, nell'estraniamento, acquisisce una pienezza che la assimila a Dio.

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IL RESPIRO DELL'ARABA FENICE

Vibrante l'immagine di Sylvia Plath che è simbolo di un cielo ignoto ed eterno, un cielo le cui distanze lei, vergine voce dell'infinito, copre e supera con i suoi luminosi raggi. È suo il viso del divino candore, nel quale si leva un senso d'assoluto, il bisogno di sciogliersi nella forma di un bene superiore ed indissolubile, nell'istante di uno sguardo, "già li vedo - pallide facce, a una distanza astrale". Il suo sguardo è forgiato nel fuoco di Dio, in una fiamma imperitura dalla quale gli uomini potranno attingere scintille di vita, amore e conoscenza. Gli azzurri occhi di Sylvia sono frammenti di diamante, rappresentano l'indissolubile solidità soprannaturale contro la sterilità della storia e l'aridità dei sentimenti. Il suo splendore, "l'occhio azzurro del mio turchese", non impallidisce nemmeno quando le ombre notturne calano sul sipario della vita, in una realtà dove tutti si affollano e inutilmente si affannano. La donna/eroina, l'angelo/dea incarna un soffio divino che rinverdisce il cuore stanco, è suo il respiro dell'araba fenice che libera l'energia e il vigore di una giovinezza remota.

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MEMORIA E RAGIONE

"Voglio sembrare che li guardo quando verranno a scavarmi fra ottusi minerali e radici": la frase esprime una condizione psicologica particolare che spinge Sylvia Plath a lasciare un'icona del suo estremo bisogno di indagare e scoprire. Tra epifania e contemplazione, è già fuori dal tempo e dallo spazio, in una dimensione altra e sconosciuta, laddove le è possibile guardare al passato con un cannocchiale rovesciato, come per distaccare le esperienze e valutarne con imparzialità valenze e risultati. Suggestiva la successiva immagine, "Il mio specchio si appanna - ancora qualche fiato e non specchierò più niente del tutto. I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo". L'intero periodo rappresenta la purezza dell'anima, un'anima fresca e pronta a decifrare e sottoporre al vaglio del suo giudizio la sua stessa storia, gli eventi, i fatti, gli affetti vissuti. La magnificenza del verso si condensa in quel "ancora qualche fiato", come a dire un soffio di vento, alito umido, naturale e divino: è questa la condizione per poter svagarsi e abbandonarsi felice e leggera all'immenso, laddove la sua anima ancora e sempre può saltare e correre con semplicità e smisurato stupore. La conoscenza, la saggezza, la logica sono questi i termini assoluti cui è pervenuto l'esercizio intellettuale ed ontologico di Sylvia Plath. La capacità di guardare nelle sfere del cosmo le consente di accettare che il distacco, la fine, l'addio, sono elementi sostanziali di questa vita e costituiscono l'essenza dell'anima. Giunta a tale saggezza, è superfluo ogni rimpianto: ciò che rimane non è il corpo, ma lo spirito, lo slancio vitale che viene da Dio e che a Dio vuole ricongiungersi. Sylvia Plath stringe le sue memorie, "Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!", del suo trascorso di vita vuole recuperare quanto di bello è stato, prima che suoni l'ultimo rintocco della sua vita terrena. Senza rimpianti, per le rinunce fatte e le occasioni perdute, Sylvia afferra ogni odioso riflesso di risentimento e lo abbandona, versandolo sul margine della strada che ancora deve percorrere: niente può scuotere e turbare la purezza della sua anima.

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IL SENTIMENTO DELLA VITA

La frase "Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago con striature di tigre e una faccia dipinta tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su" fornisce una prima "chiave" di lettura della situazione emotiva e psicologica. Sylvia Plath si ritrova a riflettere e a raccontare di sé: la vita scivola davanti ai suoi occhi come un "documento" che le fornisce spunti e riferimenti per determinarsi nel presente e disporsi ad affrontare il futuro. C'è un tempo, dunque, un tempo "sezionato" sul quale Sylvia Plath esercita un'operazione di misura: dalla sua "lontananza", da un'angolazione mutata, cerca un'alternativa per sottrarsi al disfacimento della sua sostanza fisica. Il riferimento alle tombe egizie dei faraoni non è casuale, Sylvia vuole essere ricordata e la conferma viene dal suo dire "Si domanderanno se io sia stata importante". Come scossa da un impercettibile mormorio che la raggiunge dalla sua "distanza astrale", la vediamo distogliersi da una condizione di isolamento ed alienazione: ed è così che si desta da un lungo sonno di morte e si accorge di essere vera, di possedere una voce per farsi sentire, e la usa per farsi ascoltare. Suo è il grido del dolore e dell'amarezza, suo la voglia di raccogliere i bricioli e le schegge della sua esistenza, lungamente rimasta assediata, come in una trincea, fin quando il nemico non è riuscito a travolgere le ultime difese. Subito viene da porsi una domanda, "chi è il nemico?". Ma la vita stessa, signori miei, la realtà o questa miserevole parvenza di oggettività nella quale siamo costretti a trascinarci senza poter scoprire nulla, nulla e null'altro che il nulla. E di fronte a questa insormontabile mostruosità che soffoca l'umana esistenza, Sylvia Plath si spinge così oltre i limiti, si disfa delle catene che opprimono e feriscono la dignità umana, e dice tutto quello che è represso nella sua coscienza: è un'energia la sua che vuole uscire, scagliarsi in ogni direzione per raggiungere un obiettivo, uno scopo, una ragion d'essere.

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