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I Balcani, un pezzo di terra gentile

Arrivederci Belgrado

di Anna Lattanzi

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Potrei scrivere tante cose, potrei parlare all'infinito delle emozioni e delle più vive sensazioni, che la capitale serba mi ha donato, ma nessuna delle parole che userei, rappresenterebbe pienamente quello che Belgrado ha significato per me. Allora, dico solo arrivederci a questa meravigliosa città e alle persone che lascio qui e che mi hanno dato tanto, chi in un modo e chi nell'altro.

 

Virgjil Muçi... il ritorno

Una breve parentesi per tutti gli amici che mi hanno scritto, preoccupati dell'assenza dell'amico Virgjil dai miei scritti. Nessun litigio, nessun allontanamento, semplicemente questioni di vita quotidiana che ci hanno tenuti distanti. Ed è con Virgjil e l'incantevole Oli, che mi reco presso una magica fortezza.

 

Il Castello di Golubac

Fa freddo a Belgrado e c'è nebbia quando iniziamo il nostro viaggio verso Golubac, un villaggio e una municipalità del distretto di Braničevo, nel nord-est della Serbia centrale. La piccola località dista circa un'ora e quaranta da Belgrado e il viaggio in compagnia è piacevole, permettendo di non concentrarsi unicamente sulla noiosa, se pur ben tenuta autostrada. La mia mancata meditazione sul percorso si ridesta, quando mi rendo conto che abbiamo lasciato la grigia grande via, per immetterci su un tragitto circondato dal verde e piuttosto pianeggiante. Mi perdo in questo spazio, cerco di toccare con lo sguardo quel pezzetto di verde che sembra essere la linea di confine tra la terra e il cielo.

Qui in estate ci sono campi interi di girasoli.

La voce di Oli mi risveglia dai ricordi e dalla mia immaginazione. Quel magnifico paesaggio mi attrae, non solo perché sono innamorata della Serbia, ma anche perché richiama alla mia mente la parte più pianeggiante dell'amata Emilia, con i suoi profumi, il suo buon cibo, la sua bella gente. Ed è mentre sono persa in questi pensieri, che vedo alla mia sinistra una magnifica vista sul Danubio.

Sembra un lago, non un fiume.

Sì, ha ragione Virgjil. Non siamo lontani dalla fortezza e qui il superbo paesaggio stringe in un caldo abbraccio il risplendente Danubio, tanto da fargli assumere la forma tondeggiante di uno specchio d'acqua. Nessun uomo, nemmeno il più geniale, ha mai avuto e mai avrà la prodezza della natura, capace di stupire con il più semplice dei suoi spettacoli. Ed è con questa immagine impressa nello sguardo e nella mente, che arriviamo alla Fortezza di Golubac.
Il castello è immerso nel verde e si compone di tre cinte murarie e dieci torrioni, per la maggior parte a sezione quadrangolare, successivamente rinforzati durante l'epoca delle armi da fuoco. Si divide in due sezioni principali: la parte alta, con la torre più alta e la fortificazione esterna, che è la più vecchia, mentre quella più bassa e la fortificazione interna, sono più recenti. Sono quattro i percorsi proposti ai turisti: verde, blu, rosso e nero, a seconda delle difficoltà di percorribilità del sentiero. Essendo arroccata, la fortezza non si presenta come una normale costruzione, facilmente  visitabile. Tutt'altro. Le scale sono anche esterne e non sempre semplici da percorrere, per cui scarpe comode e tanta tenacia si rendono necessarie.

La fortezza di Golubac ha avuto un passato tumultuoso ed è incerta l'attribuzione della sua costruzione: francamente a me sembra antecedente il periodo medievale. La fortezza fu oggetto di contese tra il Regno d'Ungheria e l'Impero ottomano. A partire dal 1867 è divenuto possedimento della Serbia in pianta stabile.

Virgjil Muçi fa sempre degno sfoggio delle sue conoscenze storiche e io faccio segretamente sfoggio della mia sana invidia per questo. Sta per iniziare il percorso, ma qualcosa mi spinge a girarmi e a guardare dietro di me. Quello che stiamo per visitare non è un castello, ma una fortezza. Qui gli uomini non erano tali, ma solo mezzi di difesa. La loro attenzione era rivolta verso quel fiume che oggi sembra voler trattenere turpi segreti e magnifiche soavità, come la più sensuale e passionale delle donne e che a loro nulla ha donato, se non la tensione dettata dalle forze nemiche. Mi chiedo se siano state vite sprecate, sacrificate al nulla, se non a quel folle potere della mente del singolo o di chi ha voluto assurdi spargimenti di sangue ed esistenze annullate, in nome del dominio e della magnificenza. Eppure la fortezza e il suo circondario, vestono prepotentemente i panni del romanticismo, quasi a voler cercare disperatamente una forma di riscatto. L'atmosfera profuma di  pace e tranquillità e a dispetto di quello che era, oggi sembra essere la culla dell'amore.

Andiamo?

Sì andiamo. La visita è mozzafiato. Sali, scendi, torri, panorama, ogni angolo è colmo di storia, ogni singolo passo che faccio ripercorre un fatto accaduto centinaia di anni fa. Ogni piccolo pezzo del mio cammino nella fortezza, lo hanno fatto altri uomini, tanti anni or sono. La vista sul Danubio è impagabile, ovunque saliamo, ovunque entriamo, qualsiasi percorso facciamo, il fiume ci guarda in tutto il suo splendore. Impeccabile l'organizzazione, la fortezza è tenuta benissimo e in ogni punto ci sono le guide pronte a rispondere a ogni domanda.

Vedi, qui i soldati usavano bere e buttare nel fiume calici e bottiglie.

Alla divertente battuta di Virgjil, si aggancia con simpatia Dejan, una delle guide a disposizione e con un ottimo italiano racconta di come

I soldati andavano a prendere le donne di fronte, perché erano più belle.

Per "di fronte" Dejan intende la Romania. Si instaura così un simpatico siparietto tra i due uomini, che ci fa sorridere e divertire. Ormai l'iralità è padrona del nostro momento e così parte tutta una amabile, quanto gradevole diatriba, sulle palle del cannone.

Come si chiamano? dice Virgjil
Non lo so, avranno un nome dico io
Ma sono palle dice Oli
Sì sono le palle di cannone dice Virgjil
Ma figurati se si chiamano palle dico io! Affermazione prontamente sbugiardata dalla mia stessa ricerca internet, che attribuisce alle sfere di pietra, il nome di palle di cannone.

E chissà come e chissà perché si pensa a quanto potesse essere tutto sommato noiosa la vita dei soldati dell'epoca e chissà perché, sempre ammirando le sfere, viene fuori la frase "dove sono finiti gli uomini di una volta". La cultura passa anche dal saper ironizzare e condividere il piacevole sarcasmo.

La visita alla Fortezza mi lascia tante emozioni. Vive sensazioni legate a un pezzo di storia che mi sta a cuore, con tutti i limiti e la scarsità di chiarezza che da sempre la contraddistingue; riflessioni sulla vita degli uomini che furono e su quelli che sono stati i loro pensieri, mentre attendevano l'attacco del nemico o che terminassero le tenebre della notte, per poter rivedere il giorno. Figli, amori, amanti, rancore, affetto, saranno appartenuti anche a loro e mi chiedo quanto tutto questo sia stato nella mente e quanto sia rimasto impresso nella loro anima, per poi finire nella vita eterna. Un edificio maestoso la fortezza, laddove a pochi metri il fiume separa la Serbia dalla Romania, curata e restaurata e ancora nelle mani di chi si dedica alla salute della cultura con amore e passione. Troneggia il castello, come a voler indicare il cielo, che oggi è la casa di chi lo abitò e ci piace pensare che guardi da lassù. Anche da questo posto, porto via un pezzo di Serbia, a cui non dico addio, perché dove lasci il cuore, necessariamente poi tornerai.

 

Arrivederci Beograd

Quello che più rende malinconici è il saluto. Che strano effetto: salutare è una cosa naturale, normale, un atto di educazione, che ha la capacità di trasformarsi in un'arma potentissima, tutta al negativo. Ed è così che saluto Vladimir, caro amico a Belgrado.

Ah solo a Belgrado? dice con una sonora risata.

No, non solo a Belgrado, ovunque vogliamo, del resto l'amicizia la porti ovunque vuoi. Grazie per essermi stato vicino e avermi fatto conoscere un pezzo di questa terra gentile, con i tuoi modi di essere.
Saluto Dimitar, che mi ha fatto rivivere il mio amore per i libri, con la cura e restituendo loro una vita.

Ti aspetto ancora, non capisco perché tu non rimanga, mi daresti una valida mano...

Sicuramente ci rivedremo Dimitar, abbi cura di te, delle tue mani e dei tuoi occhi, che avranno sempre luce.

No, nessun saluto. Noi ci sentiremo, ci rivedremo. Verrò io da te e tu puoi venire qui quando vuoi.

Rifiuta il saluto Ilir. Non vuole che ci lasciamo con l'idea della partenza, ma solo con un "ci sentiamo più tardi". Grazie Ilir, sei stato prezioso e lo sarai sempre, in una maniera o nell'altra. Un nuovo amico, una persona speciale, che nella sua riservatezza e nel suo silenzio, mi ha detto tante cose.

Il mio pensiero va a tutti coloro che ho incontrato, che ho conosciuto, per amicizia e per lavoro, a tutti quelli che ho incrociato per tanto o per poco, perché ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa che porterò sempre con me.
Ed è così che saluto anche Virgjil. Grazie, per essere stato per me il punto di riferimento in assoluto e la forza che mi ha spinto a intraprendere quest'avventura. Non è mai abbastanza un grazie rivolto a un'amicizia vera, a un'accoglienza sentita, alla condivisione di cose, emozioni e vita vissuta. Niente può contenere il significato di una sensazione legata a un distacco, racchiusa in un semplice e salvifico "ci sentiamo più tardi", ma ce la facciamo stare lo stesso.

La nebbia avvolge Belgrado, fa freddo, ma a me sembra straordinariamente bella. Ciao Beograd, grazie per avermi accolto, per avermi regalato momenti speciali, per avermi permesso di fotografare nella mente posti bellissimi, usanze e passeggiate rigeneranti. Grazie ai ragazzi di Pane Rosso, che ogni mattina mi hanno ospitato in un luogo che è diventato la mia seconda casa, regalandomi ogni giorno mezz'ora di felicità. Grazie perché la cultura passa da tutto questo. Passa dalla magnificenza dei posti, passa dall'amicizia, dalla cucina, dall'accoglienza e dalla riconoscenza. Parlerò ancora di te Belgrado e dei Balcani, farò tutto il possibile, affinché si disegni la vostra vera Anima, che non è fatta di guerra e distruzione, ma di tradizione, cultura e amorevolezza. Arrivederci Beograd.

 

L'Albania

Sei pronta per partire?
Certo, pronta!
Oli è venuta a prendermi: il viaggio sarà lungo, siamo dirette in Albania e non mi sembra ancora vero, che tra una manciata di ore, toccherò terra albanese, realizzando così uno dei miei sogni nel cassetto. Al prossimo speciale.

 

Anna Lattanzi (classe 1970) è nata a Bari, dove ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia. La passione per i libri e la scrittura hanno da sempre guidato il suo percorso di vita e professionale. E' amante dei viaggi e delle passeggiate nella natura, prediligendo su tutto la montagna, che sembra permetterle di toccare il cielo con un dito.

 

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  • Indossare una mascherina quando esci
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