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Intervista a Diana Kastrati

di Anna Lattanzi

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Incontro Diana Kastrati a Tirana, presso il QSPA-Qendra e Studimeve dhe Publikimeve për Arbëreshët, il Centro per pubblicazioni e studi Arbëreshë, istituito dal Ministro della Diaspora Albanese, Pandeli Majko, che Diana, docente universitaria, stimata italianista, figlia di Jup Kastrati, uno tra i più celebri studiosi di Girolamo De Rada e di letteratura arbëreshe, è stata chiamata a dirigere.

Prima d'inziare il nostro incontro, Diana mi chiede i motivi della mia visita, del mio viaggio, si interessa di quello che faccio e così si apre un lungo, stimolante e arricchente colloquio. Ringrazio Diana Kastrati, perché dopo la sua conoscenza mi si è aperto un mondo che in parte ignoravo e per avermi dato modo di comprendere la sua determinazione, la sua schiettezza e la sua voglia di fare.

 

Chiacchieriamo...

Io sono di origini scuterine, esattamente di Scutari, la prima città a Nord dell'Albania. Una città importante per il sapere albanese, epicentro e irradiazione della cultura in genere, che ha sempre fornito a tutta l'Albania dai tempi dei tempi, una buona letteratura e una discreta infarinatura di tutte le arti. Quello che è ancora più apprezzabile, è il senso dello humor, che da sempre la caratterizza. Non si può prescindere dall'ironia, è il nocciolo e il punto focale della vita e della necessità di sdrammatizzare. Scutari, come tutto il nord dell'Albania, è stata duramente colpita dall'influenza del regime. Proprio come spesso succede, la cultura ha costituito l'elemento basilare, affinché la località diventasse oggetto d'interesse del regime, ma al contrario, come soggetto da distruggere. Io ho studiato a Tirana e con il passare del tempo ho realizzato che quello che manca, è proprio il senso dello humor appartenente alla mia città. Quel sarcasmo impossibile da trovare qui, non solo in quanto capitale, ma anche mistura delle più disparate provenienze. Da non trascurare che l'ironia è anche una virtù abbastanza rara da trovare. Quella capacità di minimizzare, quel modo di dare calore, quell'etica nel rivolgersi all'altro, quella delicatezza di non dire mai l'ultima parola, secondo me si lega a un alto senso di civiltà.

 

La diffusione della letteratura albanese...

Mi fa molto piacere che tu sia qui. Io conosco Livio Muci da diverso tempo e l'ho pubblicamente definito un missionario della cultura albanese, perché chi riesce a rendere pubblica una letteratura, ha compiuto una grande missione. É una devozione la sua, non solo nei confronti dell'Albania, ma della cultura a livello internazionale. Io non sono legata alla teoria del destino, ma bisogna ammettere che il destino dei piccoli  Paesi è proprio questo. Sono, in qualche modo, costretti a vivere all'ombra delle nazioni più grandi. Oserei dire che sono obbligati a sottostare a questa sorta di fato. Lo sono già in fatto di storia e questo ce lo raccontano gli stessi numeri e le stesse statistiche: la letteratura ne risente necessariamente di riflesso. Personalmente non sono mai stata dell'idea di suddividere la letteratura grande da quella piccola, come troppo spesso si fa.  Non riesco ad accettare questa differenza. Il concetto è errato. Parliamo di letteratura buona e letteratura meno buona, questo sì, ma non di grande e piccola.

 L'Albania ha avuto una sfortuna storica, quella di trovarsi in una posizione strategica e d'altro canto, la fortuna di essere stata vittima di grandi crisi e quando ci sono gravi scompensi, secondo me, si produce anche grande letteratura. Non è semplicemente un giudizio personale e soggettivo il mio. I grandi traumi vissuti dalla popolazione o dalla comunità, danno vita a una buona cultura e noi, a cui le crisi non sono certo mancate, abbiamo prodotto tantissimo. Le difficoltà sono sempre nate dal fattore lingua. L'albanese, infatti, rientra nelle lingue indoeuropee, ma di un gruppo a parte. Non c'entra con le lingue slave, ma è proprio a sé. Facendo parte di una serie differente, la diffusione è ed è stata nettamente inferiore. Se ci aggiungiamo i fattori storici, se ci aggiungiamo la piccola popolazione, allora possiamo parlare di una grave penalizzazione, che ci ha accompagnati per tutta la nostra storia. Uno degli elementi fondamentali che ha costituito il nostro battistrada, sia in occidente che all'estero in generale, della diffusione della lingua albanese tramite la letteratura, è stata l'opera di Kadare, riconosciuto inizialmente in Francia e poi in Italia. Sono stata invitata due anni fa in un piccolo centro dell'Emilia Romagna, presso la biblioteca civica del paese, che ospita un gruppo di persone dedito alla lettura di libri e autori non conosciuti, tra cui anche i nostri. Mi hanno invitata per parlare della conoscenza della letteratura albanese. Ho parlato di Kadare, cercando di attirare l'attenzione su un fatto molto importante. Kadare è una rappresentanza nostra, in Italia, però la sua letteratura è arrivata tradotta dal francese e questo ha costituito una grave perdita. Io nella vita faccio la traduttrice e ritengo un grave errore interpretare un autore da una lingua non sua. Già partendo dalla lingua d'origine, si rischiano delle perdite, figuriamoci passando da una seconda lingua. Ho, pertanto, raccolto diverse sfumature che sfuggivano a questi lettori straordinari e tramite loro ho capito anche la percezione che esiste dell'opera di Kadare in Italia.

 

La letteratura migratoria

Dopo, ce ne sono stati altri e sto parlando di scrittori che vivono o vivevano in territorio albanese, come Dritëro Agolli, per esempio. Prima che io avessi questo ruolo di direttrice del Centro Studi della Cultura Arbëreshë, sono stata capo Dipartimento d'Italianistica alla facoltà di Lingue straniere all'Università di Tirana. Due anni fa, ho partecipato a una tavola rotonda con i rappresentanti della cosiddetta letteratura migratoria in Italia. Seduti intorno al tavolo, c'erano alcuni scrittori che vivono in Italia, piuttosto conosciuti, e alcuni autori albanesi che vivono in Albania. Ne è nato un bel confronto, perché già di base, fare letteratura non è semplice, quando poi si cambia il codice, scatta un meccanismo piuttosto strano e molto curioso. Non si può prescindere dalle barriere psicologiche che ci sono ed è in quel momento che l'albanese e l'italiano fanno un po' crash. Diversi uomini scrivono di letteratura migratoria, ma anche molte donne, tra cui figure di spicco come Elvira Dones, che non vive in Italia.

Questo ha cambiato le sorti della letteratura albanese fuori dai nostri confini. Ha iniziato a esserci una maggiore diffusione, grazie ai nomi di una volta, tradotti in italiano, e grazie alla generazione di nuovi scrittori del dopo anni novanta, e non sono pochi, che sono riusciti a farsi strada in un mercato di qualità come quello della produzione libraria italiana. Del resto l'Italia, di qualità, in fatto di libri, ne ha da vendere e soprattutto è in possesso di quegli strumenti utili per comprendere i livelli di validità. Far parte di un mercato del genere, vuol dire che quanto meno si stanno conoscendo gli albori di un certo tipo di fermento. Da qui nasce il rischio dell'esotismo, dalla curiosità per qualcosa di differente, qualcosa di nuovo e di fresco per la letteratura italiana. Se c'è una cosa che non riesco a sopportare è proprio il paragonare la letteratura albanese a qualcosa di esotico. In tanti, purtroppo, hanno strumentalizzato questo termine, associandolo alla letteratura albanese che hanno voluto portare in Italia.

Cosa intendi esattamente, con quest'ultima affermazione?

Esiste una sostanziale differenza tra il competente della letteratura e chi è lettore all'occorrenza. Utilizzando i termini di Umberto Eco, si può affermare che esiste un lettore modello e un lettore empirico ed esiste anche una via di mezzo tra queste due tipologie. Differenze spiegate molto bene da Eco, nel suo "Sei passeggiate nei boschi narrativi". Il lettore modello fa una specie di accordo con l'autore e con il testo, un patto che avviene in modo automatico. Quello che fa il lettore empirico, è partire dalla propria personale esperienza, utilizzando il testo, come contenitore delle sue passioni. Purtroppo ce ne sono tanti di lettori, che si recano in libreria due volte l'anno, che già è tanto, per acquistare letteratura mediocre. Io sono aperta alle novità, sono disposta a captare e a far mio quello che è nuovo, però i classici sono la base, la pietra miliare per formare e plasmare un lettore. Senza un'approfondita conoscenza di determinati testi si può affermare che mancano le fondamenta per essere un buon lettore.

Torniamo al discorso dell'esotismo. Il nostro Paese dista circa un centinaio di chilometri in via aerea dall'Italia, con cui storicamente ha avuto una serie di legami di diversa natura, da quella diplomatica, a quella economica, culturale e comunque per cinquant'anni tutto quello che accade all'interno dell'Albania rimane sconosciuto. Con il passare del tempo, qualsiasi mistero diventa un mito e diventa esotico. Non parlo necessariamente di libri, ma di quell'esotismo che emana quel qualcosa di sconosciuto. Tra gli anni Novanta e il Duemila, ci si interessa a quegli elementi che fanno gola agli occidentali e uno di questi è il Kanun. Circa quattro anni fa sono stata invitata a un piccolo convegno che ogni anno viene organizzato all'Ambasciata Italiana a Tirana, tra i giovani albanesi laureati in Italia. Già quando mi arriva l'invito mi rendo conto che l'argomento di discussione è il Kanun e devo ammettere che questo non mi dispone sicuramente bene nei confronti dell'incontro. È indubbiamente un argomento interessante, infatti le due relatrici lo hanno spiegato molto bene dal punto di vista giuridico. Quello che proprio non accetto è che si renda conoscenza dell'Albania all'Europa attraverso il Kanun. Esiste anche tanta altra storia albanese. Il Kanun regnava nelle montagne ed è una forma di regolamento di conti a livello giuridico, culturale e famigliare. Le faide sono sempre esistite, ma non si dovrebbe più affiancare il Kanun alle vicende storiche albanesi. L'Albania si è sempre impegnata nel suo cammino verso l'Europa, ma ogni passo fatto, è sempre stato poi interrotto da qualcosa. Prima l'invasione turca, poi l'Indipendenza e poi la ripartenza dello Stato, ma il vero enigma lo hanno portato gli albanesi che sono scappati dall'Albania approdando in Puglia a bordo dei barconi. Sono loro, chi? "Loro" segna un confine. "Loro" definisce l'altro: non per cadere nell'ovvietà, ma è proprio così. L'altro incuriosisce e l'esotismo, secondo me, consiste anche nell'interesse verso le tematiche differenti che l'altro porta. Il comunismo non veniva percepito per quello che era e soprattutto per quello che era in Albania. La tematica del Kanun ha un peso notevole sulla letteratura, ma non può diventare il fulcro commerciale dell'esotismo.

 

QSPA-Qendra e Studimeve dhe Publikimeve për Arbëreshët

A Gennaio 2020 è stato fondato questo centro, che è sotto la bolla del Ministero della Diaspora. É la prima volta che lo stato albanese intraprende un'iniziativa del genere, creando un centro esclusivo per gli arbëreshë d'Italia. Io ho iniziato gestendo il tutto da sola a Gennaio, fino all'11 Marzo, quando avevamo già reclutato una parte dello staff e abbiamo cominciato a lavorare insieme. Poi è sopraggiunto il lockdown, per cui abbiamo iniziato a lavorare da casa, per poi riprendere a fine Aprile, quando siamo entrati in questi uffici. Posso sicuramente dire che sto vivendo una bellissima esperienza, che d'altro canto, però, mi ha esaurita. Fare tutto da zero significa intraprendere una sfida grandissima, ma a me piace ed è questo che conta. Abbiamo realizzato davvero tante cose. Gli  arbëreshë d'Italia sono un pezzo di museo antropologico culturale a cielo aperto, che difficilmente si può trovare altrove. Sugli arbëreshë si è fatto molto, anche prima di questo centro, e la storia narra che abbiano iniziato a parlarne molto tempo prima, gli albanesi di Albania. Hanno scritto in tanti su di loro, sia studiosi che vivono in Albania che fuori dal nostro Paese. Dopo il '45, per ragioni idiologiche, si è fatto molto sulla questione degli arbëreshë, sia dal punto di vista storico, che letterario; si è parlato di folklore e a farlo sono stati studiosi di diverso taglio e di diverso profilo. Interessati all'argomento, abbiamo albanologi sparsi in tutto il mondo, arbëreshë o non arbëreshë.

Il nostro è un progetto bellissimo, che sarà coronato dall'uscita di quattro libri. Due di questi sono testi di studi e gli altri due sono divulgativi, perché uno degli obiettivi del centro è quello di diffondere la cultura arbëreshë, verso la quale, negli ultimi tempi, non si è più sviluppato il giusto interesse per svariati fattori. Quando io frequentavo la scuola, i testi scolastici avevano una bella fetta di letteratura arbëreshë. Anche adesso è così, ma l'attenzione degli studiosi in tal senso è davvero molto, ma molto scarsa. Lo è, perché non è stata orchestrata in una strategia e questo centro nasce proprio per riportare l'interesse su questo importantissimo fattore. Speriamo che vada bene e speriamo di essere capaci di far andare tutto per il meglio. Noi siamo solo il seguito di quello che hanno fatto tutti gli altri e se riuscissimo a cogliere il buono, sarebbe un grande arricchimento. Se riuscissimo a lasciare una testimonianza scritta, a raccogliere tutto quanto c'è, sia qui che altrove, penso che avremmo dato un immenso contributo. Detto questo, non voglio cantare vittoria troppo presto, perché non si fa, non siamo nemmeno alla fine del primo anno di attività. Ci siamo impegnati tanto per organizzare un convegno, che avrebbe dovuto svolgersi in primavera, ma è stato rimandato a Novembre e poi adesso ancora rimandato. Era previsto l'intervento di circa quaranta studiosi, non solo esperti, ma anche attori della scena  arbëreshë.

Cosa significa attori? La realtà arbëreshë è estremamente complessa: loro si trovano a Cosenza principalmente, poi in Sicilia, in Molise, in Abruzzo. Sono suddivisi in piccole realtà, frammentate sia nella lingua, che nella cultura, unite da un comune denominatore: la conservazione dell'idioma o meglio, quella testardaggine albanese-balcanica, che vuole conservare tutte le radici così com'erano. Noi abbiamo contatti con la Federazione dell'Associazione Arbëreshë, con cui abbiamo fatto un protocollo d'intesa e loro hanno già procurato una buona parte di materiali che regaleranno al nostro centro. Oltre a questo luogo, abbiamo in mente un altro progetto che cercheremo di realizzare. É da mesi che pensiamo alla creazione di un altro spazio, interamente dedicato agli arbëreshë. Uno spazio fisico con tre destinazioni: una sezione ospiterebbe la biblioteca, con tutti i manoscritti inediti, oppure libri rari che si trovano, degli arbëreshë e sugli arbëreshë, che le comunità regaleranno molto presto al centro. La finalità è quella di rendere tale biblioteca di libero accesso agli studiosi albanologi e agli studenti. Una parte di questo spazio, invece, sarebbe dedicato all'archivio. Gli arbëreshë hanno preparato centinaia di foto e documenti appartenenti alle famiglie. Materiale, questo, proveniente da personaggi di cultura, ma anche da persone che nulla hanno a che vedere con il mondo intellettuale. Tutto questo deve essere conservato secondo le regole di un archivio, in maniera tale da creare, una volta per tutte, un catalogo arbëreshë. Il terzo spazio,sarebbe adibito a museo, in parte statico e in parte dedicato a mostre temporanee. In questo modo si darebbe un contributo enorme alla storia albanese. L'aspirazione degli arbëreshë è quella di essere la memoria dell'Albania, un continuo di quel tronco che non si è mai staccato dalla Madre Patria e questo centro è un seguito del tempo dei tempi, la cui chiave ci è stata consegnata adesso.

 Abbiamo raggiunto nei mesi scorsi un piccolo-grande obiettivo: siamo riusciti a convincere il consiglio comunale, dopo averne fatto regolare richiesta, che una delle strade di Tirana potesse prendere il nome di uno studioso, di uno degli  scrittori di spicco arbëreshë, dando cinque alternative. La richiesta è stata accettata, è stata fatta la delibera e una delle vie della città porterà il nome di un importante filologo e studioso. Insomma, l'impresa del centro è ardua e difficile, estremamente impegnativa, ma bella. Di collaborazione da parte degli esperti ne ho trovata tanta, sia dentro che fuori l'Albania, perché il nostro lavoro darà luce a un patrimonio storico immenso. Verranno dati alle stampe due libri, come dicevo, che saranno puramente divulgativi e faranno parte di una collana, essendo pubblicati come fossero un'enciclopedia, nella stessa edizione. I due volumi saranno destinati alle scuole e al lettore comune, come una specie di manuale, di guida verso le comunità, creato da un grande personaggio, oggi novantenne, ancora in vita, che tanto si è dedicato alla cultura arbëreshë. Attraverso queste pubblicazioni rendiamo omaggio anche a lui. Un altro libro, molto interessante, è stato redatto da una donna studiosa, una nostra collega, che ha creato un percorso etnografico, di costumi e di vestiti, che è una ricchezza enorme, perché spesso si cade negli errori di originalità o non originalità. Si tratta di andare a fondo e capire se si tratta di un vestito autentico, oppure no, oppure di un vestito preso in prestito, o di elementi che non appartengono a quel costume tradizionale di cui ci possono essere diverse tipologie.

 

Anna Lattanzi (classe 1970) è nata a Bari, dove ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia. La passione per i libri e la scrittura hanno da sempre guidato il suo percorso di vita e professionale. E' amante dei viaggi e delle passeggiate nella natura, prediligendo su tutto la montagna, che sembra permetterle di toccare il cielo con un dito.

 

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