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Intervista a Paola Cordone,
direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura a Belgrado

di Anna Lattanzi

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Devo ammettere che avere a che fare con le Istituzioni è per me, da sempre, fonte di una certa inquietudine, ma avere a che fare con Paola Cordone è tutt'altra storia. Direttrice dell'Istituto Italiano di Cultura a Belgrado, mi riserva un'accoglienza degna della nostra italianità, che aggiunge un importante tassello all'umanità e all'affabilità, che incontro ovunque io vada a Belgrado. Attraverso le sue parole, vi racconto della promozione della cultura italiana in Serbia.

 

Organizzate corsi di lingua italiana. Chi si avvicina a questo tipo d'iniziativa?

I corsi di lingua costituiscono una peculiarità di diversi Istituti in giro per il mondo. Possiamo senz'altro affermare che la lingua italiana, sia per cultura, che per la sua musicalità, è studiata proprio perché piace e la gente, spesso, si appassiona alla sua bellezza. Tra gli studenti, abbiamo anche chi si avvicina per le proprie passioni, come chi vuole imparare per ascoltare l'Opera. Un altro motivo per cui a Belgrado ci si avvicina alla nostra lingua è quello lavorativo, perché in Serbia ci sono tante aziende italiane e a volte abbiamo richieste di adesione ai corsi proprio per motivi di lavoro. Li organizziamo appositamente per le ditte che ne fanno richiesta, vi mandiamo i nostri insegnanti. Possono essere aziende italiane, oppure serbe, che operano in collaborazione con l'Italia. Pertanto, sì, qui l'italiano si parla anche per motivi di lavoro. Abbiamo una media di ottocento iscrizioni l'anno, naturalmente, facendo i conti pre-covid. Molte richieste sono relative ai corsi organizzati per i bambini. Questi ultimi sono stati istituiti circa quattro anni fa, sotto la gerenza del precedente direttore e quasi per sfida, provocando lo scetticismo e la riluttanza di molti. In realtà, funzionano molto bene e hanno un più che discreto successo. I motivi per cui ci si iscrive sono svariati: quello più diffuso è fare in modo che i bimbi imparino un'altra lingua, oltre l'inglese che studiano a scuola. Ne abbiamo tanti di corsi e tra gli iscritti si possono annoverare anche persone di una certa età, anche se la maggioranza è costituita da giovani.

 

Organizzate anche diversi eventi per promuovere la cultura italiana, da quelli cinematografici, a quelli librari e fotografici. Le chiedo, parlando proprio terra terra, quali sono gli argomenti che vanno di più? Quelli che attirano di più l'attenzione?

La cultura italiana parte sempre con una marcia in più rispetto alle altre, perché, che sia giusto o sia sbagliato, per svariati motivi, tutti ci adorano. Anche in Serbia succede di essere molto amati e apprezzati. Non abbiamo bisogno di fare molta pubblicità per i nostri eventi, basta informare e l'adesione è sempre altissima. La cosa a cui più teniamo è collaborare con le istituzioni culturali locali. Non ci interessa di fare la vetrina "di quanto tutto è bello da noi, ve lo facciamo vedere e basta", perché questo è un modo di fare decisamente superato. Preferiamo concordare con le istituzioni locali la possibilità di fare qualcosa che sia in collaborazione, per esempio, tra gli artisti italiani e quelli serbi. Mi viene in mente una mostra di arte contemporanea organizzata due anni fa, con un artista molto bravo, Nicola Saporì, la cui esposizione in coordinamento con quella di un collega serbo e di un collega bosniaco si è rivelata un autentico successo. Queste sono le cose che ci piace fare. Abbiamo concluso, proprio la settimana scorsa, uno dei pochissimi eventi che siamo riusciti a fare quest'anno in presenza, il Festival del Cinema Italo-Serbo, durante il quale abbiamo presentato pellicole italiane, ma la collaborazione tra produttori italiani e produttori serbi è stata fortissima. La nostra linea guida è "collaboriamo". L'anno scorso abbiamo organizzato un evento interessante con i rappresentanti del Club di Roma italiano e il Club di Roma Serbia sulle tematiche ambientali. Quello che ci guida è il mettere insieme, il far collaborare, il far parlare e trovare sempre un interscambio.

 

Riuscite sempre a trovare collaborazione o incontrate qualche difficoltà?

La troviamo sempre. Come accennavo prima, in Serbia troviamo sempre le porte aperte. Poi, certo, abbiamo altri tipi di problemi, perché, per esempio, in questo Paese la cultura è finanziata prevalentemente dallo Stato, mentre i contributi privati sono pochi. Possono quindi esserci problemi di fondi, ma la volontà di collaborare c'è sempre.

 

Faccio l'avvocato del diavolo. Le riporto una frase che ho sentito dire in questi giorni, sia da parte di diversi italiani, che da parte di qualche serbo. "L'Istituto non fa granché per la diffusione della cultura italiana in Serbia." Le chiedo, perché questa affermazione, secondo lei?

Io sono qui da quattro anni, anche se in realtà sono reggente dell'Istituto da un anno, ruolo che prima è stato di un altro direttore, di cui io sono stata vice. Mettendo da parte quest'anno gestito unicamente dal covid, in cui per ovvie motivazioni non si è fatto molto dal vivo, posso dire che in questi tre anni è stato fatto davvero tanto. Non escludo che ci sia anche qui la tendenza a vedere l'Istituzione statale come nulla facente, cosa che viene data per scontata, anche se sappiamo molto bene che spesso non è così. Non so come rispondere a questa domanda. Forse, gli italiani all'estero hanno più la sensazione che l'Istituto di Cultura abbia come missione quella di creare eventi o di creare momenti di aggregazione dedicati unicamente agli italiani. Certo, questa può essere mera supposizione, ma può essere che alcuni vedano l'Istituto come punto di ritrovo con eventi che puntino a riunire la comunità italiana. In verità, l'Istituto di Cultura aveva questo ruolo sessant'anni fa. Oggi è necessario e benefico aprirsi alla cultura locale, collaborare con le Istituzioni locali, proprio per creare quei momenti di incontro e di scambio che sono fondamentali e per vivere un mondo più giusto. In fondo è questa la via per creare dei veri e propri legami. Per esempio, bisognerebbe puntare a incrementare le borse di studio, perché se un ragazzo serbo studia in Italia, è possibile che ami la Nazione e magari al suo rientro vorrà ancora collaborare con gli italiani, o magari diventerà un imprenditore. I rapporti si creano in questo modo. Non so se è questo il caso, ma a volte, per esempio, un convegno in cui possono esserci italiani, serbi e altri dei Balcani, appare meno importante a un italiano, che magari vorrebbe vedere un film interamente del Bel Paese. Poi penso che prima di muovere critiche, bisognerebbe impegnarsi un po' di più. Noi abbiamo una newsletter, che ha proprio lo scopo d'informare su quello che facciamo e abbiamo in programma. Può essere che non ci si iscriva e sicuramente significa non avere a che fare con un grande nostro canale informativo. Sempre in epoca pre-covid, noi abbiamo organizzato tanti eventi, dai concerti, alle mostre, sino ad arrivare a crearne uno incentrato sulla cucina italiana, con tanto di degustazione, confrontando la tradizione culinaria di entrambi i Paesi. In collaborazione con la cineteca jugoslava, vengono proiettati film in continuazione e anche qui, la nostra partecipazione è molto attiva. Abbiamo fatto mostre e devo ammettere che spesso non ho visto tanta adesione da parte della comunità italiana.

 

Con questa sua ultima affermazione, ha preceduto la mia domanda. Le avrei appunto chiesto se nella partecipazione ai vostri eventi, la bilancia pende di più dalla parte italiana o da quella serba.

Ai nostri eventi partecipano molti più serbi che italiani. Devo ammettere che questa cosa non mi stupisce per niente. La comunità italiana è costituita sia da coppie miste, quindi italiani sposati con serbe o viceversa, ma anche da imprenditori, persone che sono in Serbia per lavoro. Tanti vivono in Italia, vengono qui per lavoro e poi vanno via. In virtù di questo, è abbastanza normale che non si veda tanta partecipazione italiana ai nostri eventi. Bisognerebbe davvero capire bene cosa risiede alla base di questo potenziale malcontento.

 

La comunità italiana è ben integrata in Serbia?

Alcuni di loro sì, ma prevalentemente chi fa parte di una coppia mista, altrimenti parliamo molto spesso di pendolari e non residenti stabili. Numerosi dei nostri docenti di lingua italiana si trovano a Belgrado perché sono sposati a un serbo o a una serba.

 

Cosa significa diventare soci dell'Istituto di Cultura Italiana?

Ci si può associare per usufruire dei servizi della biblioteca, che a oggi conta quindicimila volumi di libri italiani, disponibili al prestito. Per cui basta venire qui da noi, associarsi con un minimo contributo e si possono avere tutti i libri richiesti.

 

Anna Lattanzi (classe 1970) è nata a Bari, dove ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia. La passione per i libri e la scrittura hanno da sempre guidato il suo percorso di vita e professionale. E' amante dei viaggi e delle passeggiate nella natura, prediligendo su tutto la montagna, che sembra permetterle di toccare il cielo con un dito.

 

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