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Incontro con Carole Bernardo

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Intervista a Carole Bernardo, autrice della fiaba per bambini "U Raccamo", edito da Letteratour: una piccola fiaba popolare da sempre raccontata oralmente da madre in figlia, o da nonna a nipote, viene adesso raccontata ai bambini attraverso questo piccolo libro, con uso del dialetto siciliano mescolato all'italiano.

Carole Bernardo nasce a Marsiglia il 20 marzo 1972. Lì compie gli studi elementari. Nel 1983 con la famiglia rimpatria a Pantelleria. Iscritta al corso di Laurea in Filosofia, sta preparando la tesi su Simone Weil. Insegna presso il circolo didattico "A. D'Aletti" Pantelleria. Ha organizzato e anima l'unica biblioteca per bambini dell'isola, la "Bimblioteca". Fin da piccolina il suo sogno era diventare una grande scrittrice.

E: "U Raccamo" è il tuo nuovo libro, un piccolo racconto appartenente alla tua tradizione familiare che hai voluto immortalare sulla pagina scritta, un tributo a tua nonna. Che cosa rappresenta per te esattamente?

C: Rappresenta momenti di gioia; ricordi festosi di salti e danze cantando con "Mémé".

E: La tua scelta stilistica di scrivere mescolando l'italiano e il dialetto siciliano sicuramente rappresenta un modo efficace per separare i due livelli della narrazione, quello in cui parla il narratore, e quello dei personaggi, e influisce sulla "resa" tradizionale e al contempo comica del racconto. Puoi commentare questa osservazione?

C: Mémé era pantesca, e vivevamo a Marsiglia. Lei non parlava bene il francese, si rifiutava di impararlo. Aveva un linguaggio tutto suo, che chiamavamo "sciarabià", e che mi faceva tanto ridere. Le favole me le raccontava in pantesco-sciarabià . Se "U raccamo" fosse tutto in italiano non sarebbe comico. Il dialetto pantesco scivola molto, e rende la comicità immediata. Provate a cantare in italiano la frase centrale della favola! Non suona! Mi piace sentire le parole scivolare. Ricordo che sono riuscita ad apprezzare Alessandro Manzoni solo al tempo dell'università. Lessi i Promessi Sposi in tre giorni, e mi accorsi che la sua prosa scivolava. Una bella lezione di stile.

E: "U Raccamo" non è il primo libricino che scrivi. Qual è il tuo primo racconto e quali sono i rapporti con questo?

C: La mia prima favola è "Puma d'oro", sono legate entrambe alla figura di Mémé. Le lega anche un "panaro" di arance su una tavola rotonda. Entrambe racchiudono la speranza del risveglio verso i valori della tradizione contadina.

E: Bella questa osservazione. Parli di "tradizione contadina" e in effetti il racconto comico, talvolta triviale, ci riporta a una dimensione dell'esistenza molto diversa da quella moderna e anche molto più vicina al mondo dei bambini. Quali sono i valori contadini per te e come potremmo pensare che possano darci qualcosa oggi?

C: Per me questi valori sono: Generosità, ospitalità, onestà. Fino a qualche tempo fa, c'era la beata ignoranza, e si poteva cantare: "la cultura cia cia cia". Oggi l'ignoranza non fa più beati, ti rende preda dei furbi. E' proprio la mancanza di questi valori contadini, maturata attraverso il disprezzo della vita agricola, che ha portato alla crisi attuale. Non è puntando sull'economia che si risolverà, ma facendo leva in noi stessi.

E: Parlaci delle ragioni della pubblicazione. Sulla quarta di copertina si rammenta il progetto "BIMBLIOBUS", di cosa si tratta esattamente?

C: Dal 23 aprile 2007, in seno all'associazione "Birillo", ho organizzato la" Bimblioteca". Una biblioteca in cui il gioco si mischia alla lettura. E' nata una compagnia di bambini affiatati: "la compagnia dei calameonti", che tuttora animo. Purtroppo i bambini che stanno nelle contrade, più di un centinaio, ne sono tagliati fuori. Così è nata l'idea del bibliobus, una biblioteca, ludoteca viaggiante.

E: Il 27 agosto hai presentato il libro al Castello di Pantelleria. Raccontaci qualcosa di questa occasione importante in cui hai avuto un faccia a faccia diretto con i tuoi lettori - e magari anche con i bambini a cui è dedicato il libro.

C: Ero molto emozionata, e come succede in questi momenti, ti senti piccola piccola. L'atrio del Castello era pieno, c'erano anche molti genitori. I bambini hanno ascoltato felici "U raccamo", e si sono tutti messi a ridere, alla frase centrale della favola, anche se io, timida, non ho ballato, saltato e cantato, come faceva Mémé. A dire la verità, è stato molto più bello raccontarla un giorno, in una classe di terza elementare. I bambini partecipavano, e mentre raccontavo si discuteva. E quando è arrivata l'ora di ballare, e cantare, non li fermavo più. L'ambiente Castello è suggestivo, ma emoziona, tanto da far perdere naturalezza.

E: Qual è la realtà culturale dell'isola di Pantelleria; quale il ruolo della biblioteca?

C: La realtà dell'isola di Pantelleria? Ne scriverei un trattato! Quando sono arrivata da Marsiglia, frequentavo la prima media. Una delle prime cose che ho chiesto a mia madre è stat a : "dov'è la biblioteca?". Quando ho capito che non c'era, che i libri qui erano visti come superflui, mi è venuta l'angoscia: per una settimana una pallina in gola che non scendeva giù. Ero angosciata dal panorama culturale che mi si offriva: la scuola vissuta come un obbligo, nessun piacere di apprendere. Mi sono sentita sola. Sono comunque riuscita ad integrarmi lentamente, e ho scoperto i tanti bei valori di questa terra. Ma ahimé, senza cultura, senza lettura, questi valori saranno inghiottiti dal sistema turistico, che sta esplodendo in questi anni. Se i grandi non leggono, se non hanno imparato a leggere, non è giusto privare i bambini di un loro diritto: la biblioteca. I bambini sono il futuro su cui investire e non i soldi vincolati nelle banche! Dico così, perché se gli iscritti al prestito sono solo l'8% dei bambini dell'isola è anche perché costa € 20 l'anno. Intanto i soldi che i bambini ricevono in regalo nelle varie occasioni, sono serrati in banca!

E: Pensi che questa "carenza culturale" - passami l'espressione - sia solo dell'isola oppure non piuttosto una realtà diffusa un po' ovunque? E in cosa, eventualmente e più esattamente, l'isola può essere diversa dal resto?

C: Le persone oggi sono convinte che guardare documentari in tv, sia acculturarsi. Io vedo la cultura sulla scia di Giordano Bruno: eroico furore, che ti toglie i paraocchi installati per farti essere un bravo consumatore di superfluo e menzogne. Pantelleria è un'isola, questo la rende diversa, è una miniera di opportunità, il suo territorio è affascinante, la sua storia e le sue tradizioni anche. La carenza culturale, non sta tanto nella mancanza di erudizione, quanto nella mancanza di consapevolezza verso le meraviglie dell'isola (e in senso allargato del Pianeta Terra). Tutto ciò sta portando ad un esagerato sfruttamento economico-turistico, con danni al paesaggio irrimediabili. Senza parlare del cambiamento nei rapporti sociali: quando si era contadini ci si voleva bene, le case erano aperte, i muretti bassi, la bottiglia di vino sempre pronta. Ora le case hanno le grate, i muri si sono alzati nascondendo paesaggi a te cari, e il moscato-passito costa parecchio se a produrlo è un vip! E i contadini? Arrivano i controlli e ti fanno tanto di verbale se provi a vendere il passito fatto in casa. Ti devi mettere in regola, ma le spese sono così tante, che sei costretto ad affittare il tuo terreno alle aziende agricole, o portare loro la tua uva. Così il vero moscato-passito è morto, insieme alla libertà del piccolo commercio agricolo. In questo modo fra turismo e industrializzazione Pantelleria sta perdendo la sua identità culturale, come è successo a buona parte dell'Italia. U raccamo cerca di contrastare questo annacquamento delle tradizioni a Pantelleria.

E: Il racconto è costellato di fotografie (tue) di scorci di Pantelleria: cosa rappresenta per te l'isola?

C: L'isola è il mio paradiso sulla terra. Il territorio è così cangiante, che ti sorprende sempre. Ci sono così legata, che negli ultimi cinque anni mi sono mossa solo per pratiche burocratiche, partendo la mattina e tornando la sera. L'isola è come una barca ancorata in mezzo al mare, sembra strano, ma mi infonde tanta libertà. Inoltre la sua posizione al centro del Mediterraneo, mi fa sentire legata a tutti i popoli che vi si affacciano. E bello girare su me stessa, braccia aperte e pensare a tutti: mi fa frullare nella mente mille propositi di pace.

E: Di nuovo esprimi un concetto molto bello, a mio parere. Si potrebbe pensare che lo stare in un'isola provochi un sentimento di chiusura - in tutti i sensi - e invece per te diventa quasi un proiettarsi in avanti, un andare incontro agli altri, un protendersi verso le rive, tutte le rive, del nostro mare Mediterraneo: un mare che nella realtà attuale (soprattutto dei telegiornali) diventa solo uno specchio di paura (le guerre, l'immigrazione) e che invece per secoli è stato la culla della nostra cultura. Forse dovremmo tutti prenderci un po' di tempo per visitare la tua isola, e vedere se infonde anche a noi lo stesso senso di apertura e pace.
Ma torniamo a noi. Oltre che della Biblioteca di Pantelleria ti occupi di altre iniziative culturali. Quali sono i tuoi progetti in questo senso?

C: Ho tanti progetti per la testa, ma sono una sola, e dovrei almeno " trillocarmi " per riuscire in tutto. Anche la biblioteca adulti sarebbe da mettere in moto. Potrei farlo, visto che il presidente del Centro culturale, dove è "depositata", mi ha dato le chiavi, lasciandomi una certa libertà. Ma per ora non me la sento. Per realizzare certi progetti ci vogliono squadre di persone che ci credono. Visto che gli adulti di oggi sono coloro che frequentavano la scuola assieme a me, si può solo immaginare quanto possa importare loro una biblioteca! Invece un bel progetto fattibile, a cui sto lavorando , è il locale di pubblico spettacolo "Kuddie Rosse", che possiedo con la mia famiglia. Questa estate riapre, dopo due anni di chiusura forzata. Sto preparando un bel programma di musica, spettacoli, mostre, incontri. cultura. Ma il problema è sempre lo stesso: le persone amano la cultura o la spazzatura?

E: Io credo che molto dipende dalla chiusura in cui viviamo: più ci rinchiudiamo nella nostra casa, più viviamo di spazzatura. (la televisione, i discorsi triti e ritriti.), mentre se usciamo di casa e cerchiamo di conoscere nuove realtà, con un approccio umile e aperto, viviamo - anche senza volerlo - di cultura. Per cui ben venga la tua iniziativa di creare uno spazio culturale e tanti auguri per la sua riuscita!

 





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