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Incontro con Elio Ria

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Elio Ria è nato a Tuglie (Lecce) nel 1958. Si occupa di letteratura francese e di poesia contemporanea. Poeta, scrittore e saggista, è l'ideatore e curatore della rassegna culturale “Allo Scoperto”. Collabora con: Fondazione di Terra d’Otranto, Sitosophia, Le quattro del mattino, Terra d’ulivi edizioni, Versante Ripido. Già redattore della rivista L’altraFaccia. È direttore della collana saggistica Asterischi (Terra d’ulivi edizioni). È stato socio fondatore e vicepresidente dell’Associazione culturale “Amici della Biblioteca” (Tuglie).
Su Letteratour gestisce il blog "Spighe di poesia", in cui propone ogni settimana una poesia di cui dà una breve lettura.

La raccolta di Elio Ria è significativamente sottotitolata: "Un estremo tentativo di capirci qualcosa", un sottotitolo piuttosto insolito per un libro di poesie. Soprattutto quando, sfogliandone le pagine e leggendole, ci si accorge che i temi sono molteplici, e si intrecciano tra loro, così come gli stili e i modi, e le numerose reminiscenze di altri poeti. Su tutti, prevale il tema della solitudine di un'anima che non si rispecchia nella vita diurna dei suoi compaesani, ma si chiude spesso nel tempo notturno dell'insonnia e della meditazione.

Strascico passi per le stanze bianche
con acini d'uva, cosa devo fare?
Precipiterò fuori con il sonno ebbro,
giocherò a scacchi con la luna
fintantoché un rintocco di campana
all'alba non mi darà più il benvenuto.

In questo rinchiudersi nella notte insonne, pur vivendo una condizione di isolamento che per certi aspetti è anche preludio di un presagio di morte, vi è un senso di liberazione per un'anima che rifugge da una comunità involgarita da una perdita generale di valori, e impoverita da un senso del tempo che passa senza lasciare niente di concreto e sincero alle sue spalle:

Questo paese che è tutto passato nei suoi scarni palazzi (...)
è il simbolo degli orologi falsi e del tempo sfacciato.

E' un paese che diventa emblema di tutta la società umana, persa dietro falsi miti la cui vanità ha falsato anche la natura stessa della poesia. Lungo tutta questa raccolta, non si risparmiano infatti le critiche alla vita mondana, e quotidiana, di questa umanità che vive con il "culto dell'inutilità", per cui anche "la letteratura ha la sua malavita con scrittori / faccendieri, maledetti, e poetesse puttane". Ma, ci avverte presto l'autore: "La letteratura non si piega al tempo: è regina". Questo monito non vale solo per gli altri: è anche il poeta che deve sottrarsi alle sue paure e recuperare una dimensione che ha perso: "Dovrei tornare ad essere bambino per ricominciare meglio e bene la mia vita" suggerisce, più a se stesso che al lettore.

Si introduce così un intento preciso da parte del poeta, che si evidenza a sprazzi qua e là nella raccolta, in varie forme, e cioè il desiderio di avvicinare la natura, coglierne l'essenza in modo semplice e umile, con brevi passaggi di pura descrizione. Così, tra le notti passate in solitaria a guardare la luna e maledire l'ipocrisia di una comunità vuota e fasulla, trovano spazio piccoli idilli in cui la natura viene celebrata nelle sue forme più fuggevoli (gli uccelli, i petali che cadono...), nel tentativo di recuperare una dimensione più vera dell'esistenza.

E sulle ceneri del Tempo bruciato che odora di resina di autunno nelle terre dei pini garbati e sfrondati dal vento del Salento, coglierò un altro Tempo fatto di giorni della Terra degli ulivi.

Ma questa raccolta non è un rinchiudersi su se stessi e il titolo rende bene esplicito questo concetto: gli "arrembaggi" riecheggiano immagini di abbordaggi, richiamano echi di combattimento; l'autore alla fin fine si butta nel mondo che sente per certi versi avversario e tenta di rovesciarlo a modo suo: rovesciando cliché che ci si attende, incalzando il lettore di domande, denunciando apertamente le proprie ed altrui mancanze. Anche la natura, dove presente, si fa specchio di una ricerca, di una domanda esistenziale. E tra domande, esclamazioni, laconici abbandoni, smarrimenti e ritrovamenti... ecco che si fa parola il suo "estremo tentativo di capirci qualcosa", e una finale esortazione:

Canta poeta, canta...
mostrati nudo, se hai coraggio,
togliti le bende, guardati negli occhi.

 

Da quando hai iniziato a scrivere poesie? Cosa ti ha portato a questa scelta?

È stata la poesia a cercarmi, a provocarmi, a insinuarsi dentro i miei sentimenti, a invitarmi alla meditazione, ma soprattutto a osservare i dettagli di tutte le cose che si presentano davanti ai miei occhi, anche quelli non visibili.
Non c’è una data certa del mio esercizio poetico: ho sempre ‘steso’ sul mio diario appunti che regolarmente ho ripreso per distillare un verso.

Elio, noi abbiamo dato la nostra interpretazione ai tuoi "arrembaggi"... Ma cosa rappresentano per te esattamente?

Arrembaggi vuol essere un monito alla stupidità umana, all’indifferenza e al nichilismo imperversanti nella nostra epoca. Siamo vulnerabili in tutto, pensiamo di costruire sistemi di sicurezza individuali e collettivi; in verità ci esponiamo sempre più al rischio con le conseguenze che tutti conosciamo e che ogni giorno si ripetono in un ciclo di ‘perversione’ e di assoluta irrazionalità in ogni ambito sociale e politico, alimentando false aspettative e la propensione a vivere il presente senza alcuna alternativa ad esso. Viviamo in un tempo ‘minore’, in sospensione,  appesi a egoismi, malaffare, corruzione, vigliacche spettacolarizzazioni della vita. Non vige il rispetto, l’educazione, l’agire per un bene comune. Pirati, dunque, che negli arrembaggi si impossessano dei beni altrui, al solo fine di addomesticare il piacere al  possesso e al consumo. Incombe, quindi, l’estremo tentativo di capirci qualcosa per non smarrire la via maestra, e porre in essere tutte le condizioni giuste per un nuovo inizio di civiltà. Abbiamo ingenti ‘debiti di dignità’ con noi stessi, con gli altri e con tutti coloro che verranno dopo di noi. Ce la faremo a pagare i nostri debiti? Il mondo è una casa. Mundus in latino è l’aggettivo che corrisponde all’ordine, ma è anche il termine specifico che indica la terra abitata e l’universo intero nella sua dimensione più remota e inaccessibile. Mundus, dunque, è non solo lo spazio che conosciamo e viviamo, ma persino il cielo e l’insieme dei suoi corpi celesti. Il termine greco che meglio traduce la complessità semantica di mundus è kosmos, che vuol dire armonia composta dalla perfetta combinazione di tutte le parti; tant’è che -  possiamo dire - che esso sia una città dotata di un perfetto equilibrio nelle sue componenti socio-politiche, una casa dell’umanità, di tutti, senza confini, in perfetta armonia con le leggi della Natura, ma soprattutto della Civiltà. Quale mondo noi oggi viviamo? Un mondo sopraffatto da interessi nazionali e nazionalistici, dominato dalla finanza e dall’abuso di tecnologia. Dobbiamo forse adoperarci ad ambientarci all’ultimo angolo di mondo finito?

Credi più in una visione intimista della poesia oppure pensi che essere poeta sia anche una vocazione, nel senso che l'intento della scrittura in questo caso debba essere quella di denunciare e sovvertire un ordine costituito?

Il poeta ha il dovere di non assoggettarsi alle mode, deve alimentare il vento che è contrario ai venti dell’accomodamento e dell’ipocrisia. Non sopporto la visione intimista della poesia che traduce in versi delusioni d’amore e disagi esistenziali comuni a tutti gli esseri umani. Il poeta deve ‘dire’ qualcosa di diverso con le forme scritturali migliori per colpire e provocare gli stati emozionali consueti e decrepiti. Deve denunciare le forme di assimilazione a un sistema produttivo di infelici e dannose illusioni, poiché oggi l’uomo ha smesso di riflettere sulla propria esistenza.

Ti richiami spesso ad autori come Leopardi e Rimbaud. Tuttavia non erano autori particolarmente impegnati nel contesto sociale. Come ti poni rispetto a questi modelli?

Leopardi ha precorso il futuro e ha esaltato una letteratura che denuncia l’irrazionale della società e della natura, che svela il nulla. Con la letteratura ha rifiutato il presente, le false immagini di un’ideologia progressista che vuol far credere che il nostro mondo sia il migliore possibile. Ha sognato una civiltà cosciente dei limiti della condizione umana, attribuendo il più profondo significato rivoluzionario al ‘vero’ e alla conoscenza della natura e della società. Ha messo a nudo quel desiderio insopprimibile di felicità che può trovare sollievo solo nell’illusione. Le sue opere ci consigliano di conquistare una vita che vale la pena di essere vissuta respingendo falese ideologie.

Rimbaud è mio amico di letteratura e di vita. Ribelle ai canoni della letteratura e ai viziati e sporchi comportamenti sociali e politici. Un ragazzo dalla faccia pulita che ha preferito l’inferno al paradiso, per conoscere l’ignoto e capire qualcosa dell’eterna indefinibile espressione del significato della vita. Ha incendiato il suo corpo, dilaniandolo con le fiamme per purificarsi e accostarsi allo spirito che è essenza e materia della vita.

Leopardi e Rimbaud sono i miei modelli per fare una poesia ‘altra’, ‘vera’, priva di inutili fronzoli, che abbia un seme di grano buono per un pane giusto da consumare senza rischi.

Questa è una domanda che faccio spesso a chi scrive poesie... In un mondo sempre più espressione del proprio ego, dove talvolta esprimere se stessi sembra più importante che non ascoltare l'altro, come pensi che si collochi la letteratura e in particolare la poesia?

La poesia non si alloca da nessuna parte, non ha confini e comunque regge luoghi diversi in spazi infiniti. La poesia ‘buona’, nella sua accezione di qualità, di profumo di parola, di rigenerazione dello spirito, di distanza dalle inutilità, di sensibilità umana e umanistica, è dappertutto, ma non la si ascolta, si preferisce il rumore al silenzio di armonia dei versi. La poesia è il convento della parola del verbo che si spande oltre le mura fitte dell’indifferenza; ciò che conta è che il linguaggio di un poeta sia un linguaggio storicizzato che si oppone o si differenzia da altri linguaggi.
Il poeta non sta in nessun luogo, sta nella letteratura che è scrittura e voce del pensiero, a condizione che rispetti il principale dovere di un letterato: essere interessante, competente. Pare che oggigiorno il meraviglioso sia ovunque; ci rimane il banale da considerare, non in senso dispregiativo, ma nel suo significato di semplicità, di un ritorno al mondo delle piccole cose. In fondo, il meraviglioso com’è adesso non è che un’alchimia di cose messe insieme senza un criterio, purché diano un flash di meraviglia che susciti un’emozione di poco conto giustappunto per stimolare un’altra visione di meraviglia contraffatta.
Ecco, allora, che il banale, tende a far scoprire il bello,  la bontà, la sensibilità. Il dovere è di passare dallo straordinario all’ordinario, il quale è un mondo ancora tutto da riscoprire e da ricordare.

Su questo sito gestisci un blog interamente dedicato alla poesia, in cui proponi autori sempre diversi. Ma se dovessi consigliare a qualcuno di leggere una poesia - una sola - tra quelle scritte dai grandi poeti della letteratura mondiale, quale sceglieresti e perché?

SENSAZIONE (Sensation) di A. Rimbaud

Nelle estive sere blu, tra i sentieri io andrò,
pizzicato dal grano, a pestar l’erba minuta:
sognatore, sentirò il suo fresco ai miei piedi,
e lascerò che il vento bagni la mia testa nuda.

Io non parlerò, io non penserò a niente:
ma dentro me crescerà l’infinito amore,
e andrò lontano, molto lontano, vagabondo,
nella Natura, - fiorente come con una donna.


Il motivo? Non vi è nessun limite tra sogno e realtà, tra il vagabondare e il cammino precostituito che porta all’inferno. Una scelta di abbandono, ma di intenso desiderio di stare nella Natura – fiorente come una donna.


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