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"Amore e Psiche" e Antonio Canova

di Reno Bromuro

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Antonio Canova
La vocazione alla scultura

Lo scultore Antonio Canova si configura come uno dei massimi protagonisti della stagione neoclassica. Tuttavia nella valutazione artistica canoviana, all'entusiastico consenso dei suoi contemporanei fanno riscontro le stroncature o l'apprezzamento soltanto parziale di molta parte della critica otto-novecentesca: in particolare, anche in tempi recenti, si è attribuita un'eccessiva rilevanza ai bozzetti rispetto alle opere finite. Compì l'apprendistato di scultore tra Asolo e Venezia; qui ebbe modo di conoscere da vicino la prestigiosa collezione di calchi in gesso raccolti dall'abate Filippo Farsetti, che gli consentirono un primo approccio, seppur mediato con le opere dell' antichità.

Tra i maggiori artisti del Neoclassicismo europeo ebbe il favore dei papi e di Napoleone ed esercitò un grande ascendente sulla scultura del tempo. Le opere dei suoi primi studi sono l' "Orfeo ed Euridice" del 1773, il "Dedalo e Icaro" nel 1799 esposto nel Museo del Correr a Venezia, e l' "Apollo" del 1799 opere che risentono moltissimo dell'influsso berniniano.
Nel 1779 si recò a Roma e vi si stabilì, nel 1783 eseguì il monumento a "Clemente XIV" nei Santi Apostoli di Roma, fu la prima opera di impronta neoclassica, nella quale ridusse il movimentato insieme berniniano in uno schema geometrico che applicò anche nel monumento a "Clemente XIII" a San Pietro ultimato nel 1792.
Contemporaneamente scolpì l'"Amore e psiche" del 1787-93 ora al Louvre di Parigi che documenta un sempre maggiore interesse dell'artista per l'antico, espresso anche nelle opere successive "Monumento Emo" del 1792 ora nel Museo Navale di Venezia, "Adone e Venere" del 1795 ora a Ginevra in villa Fabre.
Nel 1802 si recò a Parigi per scolpire il "Ritratto di Napoleone" e nel 1805 iniziò "Paolina Borghese raffigurata come Venere vincitrice" del 1808 esposta a Roma nella Galleria Borghese.
Nel 1813 terminò la "Venere italica" ora a Firenze a Palazzo Pitti e il "gesso delle Tre grazie" il marmo invece è di tre anni dopo ora nell'Ermitage di S. Pietroburgo, dove l'arte canoviana raggiunge il massimo di astrazione formale e di voluta freddezza.

A mio avviso nessun altro avrebbe avuto il dono dell'immedesimazione, nello scolpire "Amore e Psiche" aveva, senza dubbio, ne sono certo, nella mente e nel cuore la narrazione di Apuleio, vedeva davanti a lui Psiche (l'anima) che danzando rincorreva Eros e alla fine non gli par vero di aver trasfigurato in Arte il suo pensiero impossessato dalla favola di Apuleio, ecco perché Eros è raffigurato con le ali e Psiche in riposo che attende il suo arrivo.

Antonio Canova nacque a Possagno (Treviso), a circa 80 km da Venezia, il primo novembre 1757: aveva quattro anni quando rimase orfano del padre, Pietro; la madre, Angela Zardo, si risposò poco dopo con Francesco Sartori e si trasferì nel vicino paese di Crespano, ma Antonio rimase a Possagno, con il nonno Pasino Canova, tagliapietre e scultore locale di discreta fama. Questi eventi segnarono la sensibilità di Antonio Canova per tutta la vita.
Possagno è un piccolo Comune in Provincia di Treviso, ai piedi del Monte Grappa, nella parte occidentale della Valcavasia: sopra una superficie è di dodici chilometri quadrati, per circa duemila abitanti. Solo un terzo del territorio possagnese è formato da terreno semipiano, mentre due terzi è montuoso; l'altitudine massima è di metri 1601, il monte Meate nel Massiccio del Grappa, mentre il punto più basso è a sud dell'abitato, lungo l'alveo del torrente Musile che scorre ai piedi delle colline Coe, a soli duecentoventi metri sul livello del mare.
Possagno, che è attraversato dalla Provinciale 26, è collegato da comode strade con la statale Feltrino, a Est, nel Comune di Pederobba, da cui si può proseguire per Treviso-Venezia oppure per Feltre-Belluno o, infine, per Valdobbiadene-Vittorio Veneto, da cui si può proseguire per Trento-Bolzano oppure per Vicenza-Verona e con la bella cittadina di Asolo a Sud, da dove si può proseguire per Castelfranco Veneto, Padova, Ferrara. Il clima è temperato, rare le nevicate, le piogge sono più frequenti in primavera e in autunno; l'aria è in genere asciutta; pressoché assente la nebbia.
La vegetazione è molto varia, a seconda dell'altitudine: vi domina il castagno, ma si trovano anche l'acacia, il faggio, il frassino, l'olmo e il nocciòlo. Sopra i novecento metri di altitudine, boschi di faggi e di pini allietano gli amanti delle passeggiate naturalistiche; sulle cime, infine, vasti prati erbosi offrono l'alimento alle mandrie che d'estate salgono nelle malghe per l'alpeggio. L'abitato è tutto concentrato nell'area pianeggiante, fino al Tempio Canoviano, sopra del quale la montagna è stata conservata pressoché intatta; tra le case, raccolte in contrade secolari, detti colmelli, sorgono orti e alberi da frutto; i colmelli più caratteristici sono Masiere, Cuniàl, Vardànega, Fornaci, Pastega, Marconi, Bironi: in ognuno di essi, il visitatore troverà la piazzetta con la fontana, la chiesetta del borgo, una vita rustica e semplice come molti anni fa. Una fiorente industria del laterizio, sviluppata nella parte meridionale del paese, lunga la linea delle Coe, fa di Possagno il più importante centro italiano per la produzione di coppi, esportati anche all'estero e ben apprezzati per la loro resistenza e la loro bellezza.

LA VOCAZIONE ALLA SCULTURA

Antonio Canova da giovanissimo, dimostrò una naturale inclinazione alla scultura: eseguiva piccole opere con l'argilla; si racconta che, all'età di sei o sette anni, durante una cena di nobili veneziani, in una villa di Asolo, abbia eseguito un leone di burro con tale bravura che tutti gli invitati ne rimasero meravigliati: il padrone di casa, il Senatore Giovanni Falier, intuì che la sua capacità artistica era una pura vocazione e lo volle avviare allo studio e alla formazione professionale.
A undici anni, comincia a lavorare nello studio della scultura dei Torretti, a Pagnano d'Asolo, poco distante da Possagno: quell'ambiente è per il piccolo Antonio, che tutti chiamano "Tonin" una vera e propria scuola d'arte. Sono i Torretti ad introdurlo nel mondo veneziano, ricco di tanti fermenti culturali e artistici. A Venezia, frequenta la Scuola di nudo all'Accademia e studia disegno traendo spunto dai calchi in gesso della Galleria di Filippo Farsetti. Dopo aver lasciato lo studio dei Torretti, avvia una bottega in proprio: esegue le prime opere che lo rendono famoso a Venezia e nel Veneto: nasce Orfeo e Euridice ed ha soli diciannove anni, dopo tre anni nasce Dedalo e Icaro.
Portato a termine la statua, compie il suo primo viaggio a Roma, dove produrrà le sue opere più belle, dalle "Grazie" ad "Amore e Psiche", dai Monumenti funebri dei Papi Clemente XIII e XIV e a Maria Cristina d'Austria ai numerosi soggetti mitologici, come Venere e Marte, Perseo vincitore della Medusa, Ettore e Aiace; e lavorerà per sovrani, principi, papi ed imperatori di tutto il mondo. A Roma, è ospite dell'ambasciatore veneto, a Palazzo Venezia, Gerolamo Zulian che è grande mecenate; ed è lo stesso Zulian che gli procura le prime commissioni a Roma e direttamente gli ordinò Teseo sul Minotauro e Psiche.
Nel frattempo conosce Domenica Volpato, figlia dell'incisore Giovanni, con la quale ha una amicizia travagliata; la sua fama cresce in Italia e all'estero: riceve sempre nuove e impegnative commissioni da ogni parte d'Europa. Ben presto, la sua arte, organizzata secondo la tecnica degli antichi greci, dal disegno all'argilla, dal gesso al marmo, sviluppa un lavoro formidabile e una vicinanza sempre più forte ai temi della mitologia classica: "lavoro tutto il giorno come una bestia", scrive al suo amico Cesarotti, "ma è vero altresì che quasi tutto il giorno ascolto a leggere i tomi sopra Omero".
Quando i Francesi occupano Roma, nel 1798, egli preferisce abbandonare la città e ritornare a Possagno dove si dedica alla pittura: in due anni, dipinge molte delle tele e quasi tutte le tempere che oggi sono custodite nella sua Casa natale di Possagno.
Nel 1800, torna a Roma dove la situazione si è fatta meno disordinata: lo accompagna il fratellastro Giovanni Battista Sartori che gli sarà fedele segretario per tutta la vita.
L'avvento di Napoleone sulla scena politica europea determinò un periodo fecondo della produzione artistica di Canova è questo il periodo in cui s'infiamma d'amore per la bellissima Paolina, già sposa al Borghese e contemporaneamente resiste alle lusinghe di diventare l'artista della Corte dell'imperatore francese; anzi, nel 1815, subito dopo la disfatta di Waterloo, è a Parigi, con il fratellastro Giovanni Battista Sartori: grazie ad un'abile azione diplomatica riesce a riportare in Italia numerose e preziose opere artistiche trafugate da Napoleone in Francia. Pio VII, per questa sua grande opera in difesa dell'arte italiana, gli conferisce il titolo di Marchese d'Ischia, con un vitalizio di tremila scudi, che Canova elargisce a sostegno delle accademie d'arte.
Nel luglio del 1819, è a Possagno per porre la prima pietra del Tempio che vuole progettare e donare alla sua comunità come chiesa parrocchiale: il maestoso edificio sarà completato solo dieci anni dopo la sua morte, avvenuta il 13 ottobre 1822, a Venezia, in casa dell'amico Francesconi. Il suo corpo, per volere del fratellastro, fu traslato prima nella vecchia parrocchia e, dal 1832, nel Tempio, che si erge alto sull'abitato di Possagno con la sua candida mole che si staglia netta su di uno sfondo ancora verde: il turista che arriva a Possagno, da qualunque direzione provenga, lo vede solenne, sopra di un colle, ai piedi dei monti.
Nella imponente costruzione neoclassica, si distinguono tre elementi ispiratori: il colonnato dorico (che si richiama al Partenone di Atene), il corpo centrale (simile al Pantheon romano) e l'abside in posizione elevata come nelle antiche basiliche cristiane.
Oggi, a Possagno, chi visita gli ambienti che furono di Antonio Canova, il Tinello, il Giardino, il Porticato, la grande "pignora" da lui piantata, la Scuderia, la Cucina, la "Torretta"... parlano ancora di lui, dei suoi ozi dediti alla pittura, delle feste semplici e rustiche che i compaesani gli dedicavano quando tornava da Roma o da Parigi o da Vienna e si immergeva nella pace della sua contrada e della sua Casa.

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