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Ugo Niccolò Foscolo
"Universale segreta armonia delle grotte azzurre di Zante"

di Reno Bromuro

"Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar, da cui vergine nacque
Venere, e fea quell'isole feconde
col suo primo sorriso…"

Nella categoria: HOME | TOURismi letterari

Biografia
L'opera: A Zacinto
Critica
Il luogo
Bibliografia

BIOGRAFIA

Niccolò Ugo Foscolo nacque a Zante (Zacinto), isoletta del mare Ionio dal medico veneziano Andrea e dalla greca Diamantina Spathis, il 6 febbraio 1778. Ha ricevuto la sua prima educazione a Spalato dove il padre è stato nominato direttore di quell'ospedale, frequenta gli studi nel seminario, ma alunno ribelle, ne è scacciato. In seguito alla morte del padre, avvenuta nel 1788, la ve­dova torna a Zante con i figli, dove si stabilisce in una catapecchia le cui finestre non avevano vetri. Ugo, che ha definitivamente rinunciato al suo primo nome, prende a frequentare caffè e circoli letterari tra cui quello della contessa Isabella Teotochi, amica di Pindemonte, che lo inizia capricciosamente ai segreti dell'amore e che gli è amante per cinque giorni, ma amica per tutta la vita. In quel periodo d’inquieta maturazione, il giovane poeta non sogna soltanto le Muse e le donne, ma si proclama rivoluzionario accostandosi alle idee di Robespierre, Rousseau e di Alfieri. Contemporaneamente frequenta saltuariamente l'Università di Padova dove i consigli del Cesarotti gli rivelano per primi la cupa teatraggine dell'Ossian e dello Young. Maggiore di sei figli, Ugo sente la responsabilità della “paternità fanciulla”. A diciannove anni scrive la sua prima tragedia, "Tieste" che, dopo nove rappresentazioni consecutive a clamor di pubblico, è consacrato autore di successo.
Contemporaneamente,comincia il suo percorso politico all'insegna del giacobinismo, nel momento in cui Napoleone inizia ad esportare in Europa le idee della rivoluzione francese. Sempre nel 1797, in onore al popolo di Reggio Emilia che per primo ha accettato le idee rivoluzionarie, scrive l'ode "A Bonaparte liberatore" che gli procurerà i primi fastidi politici, tanto che deve fuggire a Milano all'indomani del trattato di Campoformio. Da quell'evento nasce la diffidenza, che lo accompagnerà poi per tutta la vita, verso la politica di Bonaparte.
Abolito il governo della Serenissima, a Venezia si fonda una municipalità provvisoria, Foscolo crede suo dovere ritornare nella sua patria di elezione, ricoprendo incarichi di governo, ma trovandosi spesso a protestare contro gli "ipocriti della libertà" tra cui mette lo stesso Alfieri.
Venezia è ceduta all'Austria e Foscolo raggiunge Milano, dove diviene redattore del "Monitore italiano" e stringe amicizia con Vincenzo Monti, che ha conosciuto a Bologna. Nell'aprile di quell'anno 1798 il "Monitore" è soppresso e Foscolo perseguitato dalla polizia anche per aver fondato immediatamente l'"Italico", che il governo lascia vivere soltanto pochi mesi. Il bisogno economico lo porta nuovamente a Bologna, con un misero impiego, dove affida all'editore Marsigli una prima versione de "Le ultime lettere di Jacopo Ortis", poi completata dall'editore stesso, che ricorre al mediocre redattore Angelo Sassoli, per affrettarne l'uscita.
Sono gli anni di un’intensa maturazione personale e letteraria: del 1800 è l'ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo", del 1802 l'ode "All'amica risanata" e le "Poesie",che comprendono le due odi più dodici sonetti, tra cui i famosissimi "Alla sera", "A Zacinto", "In morte del fratello Giovanni". All'attività letteraria affianca l'impegno di combattente: al seguito del generale Macdonald è alla Trebbia; nel giugno del 1799, con le milizie cisalpine e francesi, è a Firenze, dove conosce il Niccolini; poi è a Genova, Nizza e di nuovo a Milano. In questi anni continua a dedicarsi all'Ortis, un libro-chiave, specchio di un'intera generazione, e che è più volte stampato e modificato nel corso degli anni.
Dal 1804 al 1806, è in Francia al seguito dell'armata che sta progettando l'invasione dell'Inghilterra; inizia a tradurre "Il viaggio sentimentale" di Sterne. Nel 1807 vedono la luce i "Sepolcri"; nell'anno successivo ottiene la Cattedra di Eloquenza all'Università di Pavia, ma la cattedra è presto soppressa per motivi politici. Nel 1809 rappresenta l'"Aiace" alla Scala, tragedia che è definita dalle autorità: antinapoleonica. A Foscolo non resta che ricominciare la sua carriera di perseguitato politico nell'impero Napoleonico che ha tradito i suoi ideali. Nel 1812 scrive il suo ultimo capolavoro "Le Grazie", e segue le alterne vicende dell'impero fino a Waterloo. L'Austria, ottenuto il Lombardo-Veneto, chiede agli ex ufficiali napoleonici il giuramento di fedeltà, Foscolo si rifiuta di prestarlo e abbandona per sempre l'Italia, rifugiandosi prima in Svizzera e poi in Inghilterra.
Comincia così il periodo più difficile della sua vita, nel corso del quale riscrive "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" e vari saggi di letteratura italiana per riviste inglesi, unico modo, insieme ad alcune lezioni private di Italiano, per contrastare le avversità economiche che gli costano persino l'arresto per debiti, nel 1824. La morte lo colse il 10 settembre 1827, nei pressi di Londra, a Turnham Green ed è sepolto nel cimitero di Chiswick, da dove nel 1871, i resti sono trasportati a Firenze in Santa Croce.
Pensare che vent’anni prima aveva scritto:

"Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura".

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L’OPERA
A ZACINTO

Il Poeta rievoca la sua Patria, indugiando tra i ricordi del mito, poi china il capo con infinita tristezza pensando che, a differenza di Ulisse, egli non trova sepoltura nella terra che lo vide nascere. Fa parte dei dodici sonetti cui i più famosi sono: In morte del fratello Giovanni, A Zacinto, Alla Sera. Il primo parla del suicidio del fratello e dell'importanza delle tombe. Il terzo parla della sera, che simile alla morte dà un senso di pace. Il secondo, "A Zacinto", parla della Patria lontana, poiché lui è in esilio e ricorda Ulisse, che rappresenta l'uomo esule lontano dalla Patria, in sintesi è la figura dell'eroe romantico; in quest'ultimo sonetto si parla già dell'importanza del Sepolcro, della tomba illacrimata che se lontana dalla Patria non è confortata dal pianto dei parenti.
Il sonetto è dedicato all’isola in cui il poeta è nato e il tema principale è quindi la lontananza dalla patria. Ed è attraverso immagini classiche che Foscolo inneggia alla sua isola esprimendo di poterle dedicare solo il proprio canto dal momento che l’esilio gli ha prescritto un’illacrimata sepoltura in terra straniera dove nessuno potrà piangere sulla sua tomba. Da questo sonetto emerge l’immagine del Foscolo che, sentendosi sradicato da una società in cui non si riconosce, ama rappresentarsi miticamente come un’esule, un estraneo al mondo, condannato alla sconfitta, alla infelicità e ad un perenne vagabondare.

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CRITICA

L'estetica, o meglio, la poetica di Foscolo nei sonetti, è rintracciabile nella metodologia implicita dei suoi scritti di critica letteraria. Egli accetta “come punto di partenza la nozione tradizionale che l'arte imita la natura, ma ne trae personali sviluppi. Tutte le arti di immaginazione nascono dal bisogno di creare oggetti di contemplazione che abbelliscono la triste realtà e rendono varia la monotonia della vita. Perciò l'imitazione artistica della natura non è una semplice copia, ma idealizzazione della realtà: il genio non si limita a cogliere il Vero, ma crea l'Ideale”. Nell'opera d'Arte Vero e Ideale devono fondersi in maniera perfetta. Solo quando un artista nel suo quotidiano conflitto tra creatività e razionalità è in equilibrio si ha l'opera d'arte "maggiore".
Il motivo teorico è la coscienza dei diritti dell'immaginazione creativa di fronte alla storia; il motivo psicologico sta nel sentimento dell'arte come rifugio e consolazione dalle noie e dai dolori della vita. Nel mondo ideale creato dall'arte si riflette quella "Universale secreta armonia" che esiste nel mondo reale.
Questa concezione dell'Arte è molto lontana dall'idea dei romantici italiani, e in particolare in Manzoni, ricorda le concezioni dei romantici stranieri che vedono nella poesia il mezzo per sfuggire ai limiti e ai contrasti della realtà per immergersi in una sfera di armonia e di serenità, al quale Foscolo non attribuisce tanto un significato metafisico-religioso, come i romantici, quanto un significato etico.
La Poesia è considerata come lo strumento migliore per esprimere queste illusioni. Nei “Sepolcri” l'illusione è l'elemento come centro di affetti familiari, simbolo di una corrispondenza d'amore che lega gli uomini attraverso il tempo; illusione della vittoria della vita sulla morte, sopravvivenza delle tradizioni civili di un popolo nella storia. Il mito della bellezza serenatrice, come bellezza eterna e incorruttibile e per i mortali è alternativa all'angoscia di vivere e dà la possibilità di raggiungere un superiore equilibrio. Il mito della poesia è il mezzo per tramandare alla generazioni successive i più grandi valori della civiltà umana. Poesia eternatrice dei valori più alti, che oltre a sfidare la morte, sfida anche il tempo.
Il sonetto di cui parliamo, inizia con una triplice negazione, che è una constatazione amara della perdita della sua patria, e termina con la sentenza definitiva del suo esilio e della sua illacrimata sepoltura in terra straniera. Tra questi due poli negativi è racchiusa, attraverso l'incatenamento di immagini la rappresentazione nostalgica e meravigliosa del mondo ideale dell'infanzia del poeta e la trasfigurazione mitica della propria esperienza dell'esilio che avviene attraverso all'analogia fra la sua figura è quella di Ulisse. Ulisse, "bello di fama e di sventura" rappresenta l'immagine del poeta, anch'egli esule magnanimo avversato dal destino e dagli uomini, ma rappresenta soprattutto il nuovo concetto dell'eroe romantico, grande per la forza e la dignità con cui sopporta le ingiurie della sventura: l'esito dell'esilio però, sarà diverso. “Foscolo a differenza di Ulisse sarà sepolto in terra straniera e nessuno verserà delle lacrime sulla sua tomba. Altre immagini mitiche sono presente nei versi, quella di Omero che rappresenta la poesia eterna dell'eroismo e dei valori più alti e Venere, nata secondo il mito dalla spuma del mare, simbolo della natura fecondatrice, della bellezza e dell'armonia, che con il suo sorriso ha reso fertile e rigogliosa la patria del poeta”.
Il ritmo del sonetto è dato dal sovrapposti di più piani: le rime, la struttura metrica degli endecasillabi, la non coincidenza tra enunciati e versi, la particolare struttura sintattica che vede sei proposizioni relative concatenate che collegano tra loro, come in una continuità inesauribile, le immagini scaturite dal ricordo infantile del poeta.
Linguaggio e sintassi della tradizione aulica, complesso nella costruzione e ricco di latinismi e termini letterari. Esempi di latinismi: vergine per giovane, diverso, che vaga di qua e di là. Oppure letterario: onde, illacrimata inclito, ove ecc…
L'esilio lo angoscia profondamente e da questa situazione egli si risolleva attenuando l'esigenza politica. Tuttavia, la riflessione autocritica è fatta nell'ambito della mera soggettività, con l'intenzione di rinunciare a quegli ideali o per lo meno alla loro realizzazione nel breve periodo. Il sonetto non solo chiude un capitolo dell'impegno politico del Poeta,ma non lascia spazio a una possibile ripresa, più realista e disincantata, di quell'impegno. La delusione viene avvertita in maniera traumatica nella produzione letteraria successiva ai sonetti. In poche parole sul piano tematico, Foscolo non ha fatto altro che ripetersi.

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IL LUOGO

L'isola di Zante è molto grande e se la si vuole girare tutta bisogna sapersi organizzare. Per questo motivo pensammo di organizzarci come se dovessimo fare un’escursione, in modo tale di poter vedere più posti nello stesso giorno, percorrendo la stessa strada. Visitare tutta l'isola è ovviamente impossibile, e noi non avevamo molto tempo a disposizione, ma volevamo lo stesso avere la possibilità di non perderci i posti più belli...
Partimmo la mattina molto presto e iniziammo dal Porto Vromi, in attesa della barca che ci avrebbe portato sulla spiaggia del Navajo, la più bella dell'isola per il biancore della sua sabbia e l'azzurro delle sue acque. Dio, ce l’ho ancora negli occhi quei colori! Di solito si rimane sull’isola non più di un'ora e mezza, il tempo per approfittare di fare colazione in uno dei caratteristici bar e a mezzogiorno pranzare nei ristorantini di Anafonitria, dove approfittammo di andare a visitare il Monastero. Nel pomeriggio avanzato andammo ad ammirare il Navajo dall'alto e aspettammo il tramonto. Lungo la strada che porta al bel vedere, ammirammo l'ulivo più grande di Zante. Le strade non erano ancora tutte asfaltate per cui raggiungere quei posti fu molto semplice, ma faticoso.
Il giorno successivo, sempre partendo la mattina presto, trascorremmo l'intera giornata a Porto Limniona, senza dubbio uno dei posti più belli e caratteristici dell'isola. Nel pomeriggio ci fermammo a Kampi, e godemmo del bellissimo panorama, meravigliati divedere una grande croce, alta dieci metri, messa lì in cima, in ricordo degli italiani che furono scaraventati dal pendio della montagna, in tempo di guerra. Il tramonto è tanto bello da far mancare il fiato.
Il giorno dopo, dal porto di Kerì, è facemmo una meravigliosa gita in barca. C’erano dei pescatori che organizzavano questa escursione, quindi non dovemmo far altro che munirci di una buona crema protettiva e partire. Visitammo le grotte di Kerì e sbarcammo sull'isolotto di Marathonisi, altra perla di quest’isola incantevole. Di solito la permanenza a Marathonisi durò l’intero pomeriggio, i pescatori ci consigliarono, seppure fosse solo maggio, di affittare un ombrellone, fare il rifornimento d’acqua e cibo perché l'isola è deserta.
Nel terzo giorno di permanenza sull’isola, partimmo dal porticciolo di Skinari per andare e vedere le famose “Grotte Azzurre” che si trovavano sulla punta nord dell'isola. Bellezza più… affascinante non videro più i miei occhi, anche se a prima vista mi ritrovai a Capri per pochi secondi, fino a quando non mi resi conto che la “Grotta azzurra” ha diverse caratteristiche e altro colore più argenteo, mentre queste di Skinari sono di un azzurro intenso e terso come il cielo primaverile del mezzogiorno d’Italia. La caratteristica azzurra del mare riesce a colorare di celeste qualsiasi cosa vi si immerga. Ecco perché, illanguidita e con lo sguardo nel vuoto, Valentie mi sussurrò all’orecchio: “ora sei tutto azzurro, mio principe!”; e guardando la foto che scattò la mia maglietta non era più bianca ma azzurra di un azzurro!… Finita la gita alle grotte, prima di pranzo, raggiungemmo la spiaggia di Makris Gialos. Nel pomeriggio, proseguimmo per Xighia, dove rimanemmo per un tempo interminabile a guardare quel mare misto ad acqua sulfurea. Ci promettemmo di ritornarci in luglio perché bagnarsi in quelle acque sicuramente sarebbe stato un toccasana per la pelle, ma... Valentina se ne andò, volò come una colomba e a Zante ci ritornai solo dopo dieci anni. Intanto c’era stato il terremoto, Zante era stata quasi completamente rasa al suolo. Quando giunsi la trovai completamente ricostruita ad immagine e somiglianza di quella che era la vecchia cittadina adottando però norme antisismiche molto severe.
La città di Zante la sera è diventata molto romantica e carina! Passeggiare sotto i portici del lungo mare, sul molo o nelle piazzette è riposante e culturalmente elevato. Sostare in Piazza Solomos, che si trova di fronte al porto ed è la piazza più grande della città e come passare la serata sulla Scalinata di Trinità de’ Monti a Roma, senza il mare. Al centro c'è la statua di Dionisio Solomos il poeta greco che ha scritto l'inno nazionale. Sempre a piedi, camminando lentamente giunsi in Piazza San Marco, e visitai la Chiesa omonima, piccola ma molto suggestiva ed è l'unica Chiesa cattolica di Zante.

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Bibliografia

F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Napoli, 1870;
A. Momigliano, Gusto neoclassico e poesia neoclassica, in “Leonardo”, 1941;
C. F. Goffis, Studi foscoliani, Firenze, 1942;
G. De Robertis, Saggi, Firenze, 1944;
R. Ramat, Itinerario ritmico foscoliano, Città di Castello, 1946;
P. Bigongiari, Il senso della lirica italiana, Firenze, 1952
; G. De Robertis, Foscolo, Sterne e Didimo, Firenze, 1952;
A. Vallone, Linee della poesia foscoliana, Firenze, 1957;
C. F. Goffis, Nuovi studi foscoliani, Firenze, 1958;
W. Binni, Foscolo e la critica, Firenze, 1963;
M. Fubini, Ortis e Didimo, Milano, 1963.

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