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Alessandro Manzoni
COSTRUISCE LA SCENOGRAFIA E L'AZIONE DE
I PROMESSI SPOSI

di Reno Bromuro

Nella categoria: HOME | TOURismi letterari

Biografia
I Promessi sposi
La genesi del romanzo
Storicità dei personaggi
L'umorismo

"Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno… "

BIOGRAFIA

Alessandro Manzoni, uno dei più grandi scrittori non solo del Diciannovesimo secolo, ma della letteratura europea, nasce a Milano il 7 marzo 1785, dal conte Pietro, un benestante proprietario terriero originario di Barzio in Valsassina, e da Giulia Beccaria figlia di Cesare Beccaria, il celebre illuminista autore dell'opera Dei delitti e delle pene, contro la tortura e la pena di morte.
Quando Giulia sposa Pietro Manzoni ha vent'anni e lui quarantasei, due più del suocero. È un matrimonio combinato, al quale la giovane acconsente malvolentieri e che subisce con insofferenza. Così quando nasce Alessandro, i soliti pettegoli danno per certo che la paternità del bambino sia da attribuirsi a Giovanni Verri. Pietro Manzoni, però, riconosce il figlio e lo affida ad una balia, dal carattere dolce e allegro, che abita alla cascina Costa, tra Malgrate e Mozzate, nei dintorni di Lecco.
L'interno dell'abitato di Malgrate é ancora quello che ha visto crescere il piccolo Alessandro: primitivo, con la case addossate costruite alla vecchia maniera ed i sottoportici oscuri persi nella ragnatela di vicoli stretti, pavimentati con porfido posato alla romana;
Secondo la legge Alessandro resta con il padre. A sei anni entra nel collegio dei padri Somaschi, prima a Merate e poi, nel 1796, a Lugano. Qui conosce padre Carlo Felice Soave autore fra l'altro di Novelle morali per l'infanzia, un uomo rigido ma di grande prestigio e dirittura morale, l'unico tra i suoi insegnanti che ricorderà con stima. Due anni dopo eccolo a Milano, nel collegio dei Nobili, gestito dai Barnabiti: dieci anni in tutto, durante i quali riceve una buona educazione classica, a giudicare da come traduce Virgilio e Orazio. Esce dalla scuola esasperato e ribelle, forse anche amareggiato dalla sua situazione familiare, ma gratificato da alcune amicizie che dureranno tutta la vita, come quella di Ermes Visconti. I genitori si interessano poco di lui; già dal 1792 Giulia Beccaria, che nel frattempo, aveva conosciuto il nobile e ricco Carlo Imbonati, col quale si stabilisce prima a Londra e poi a Parigi, dove è accolta favorevolmente anche grazie alla fama del padre, finché nel 1805 il nobile muore improvvisamente lasciandola erede di una cospicua fortuna.
L'adolescente Alessandro, è, in sostanza, abbandonato dalla madre, ed ha scarsi contatti umani con il padre, che in lui vede l'immagine del suo fallimento matrimoniale e di una donna che non era stato capace di amare e conquistare, anche a causa di un carattere irresoluto e incline a una spiritualità umana e religiosa di maniere fatta di apparenze più che di sostanza.
Ama il teatro, va a giocare al Ridotto della Scala, conosce il poeta Vincenzo Monti che gli sembra un'immagine autorevole da imitare, ammira le idee che diffonde Napoleone in tutta Europa, anche se il personaggio lo lascia perplesso. La vocazione poetica del sedicenne Manzoni si manifesta con un sonetto autobiografico, un Autoritratto, in cui si presenta: "Capel bruno; alta fronte; occhio loquace..." e poi, per quanto riguarda il carattere, ammette di essere "Duro di modi, ma di cor gentile", anche se confessa, alla fine, di essere un po' confuso circa il giudizio da dare di se stesso, "Poco noto ad altrui, poco a me stesso. / Gli uomini e gli anni mi diran chi sono". Ma non è altro che un adolescente in cerca della propria identità; ecco perché il sonetto riecheggia lo stile di Vittorio Alfieri che, per i giovani del tempo, è un idolo di cui si ammira la generosità, l'insofferenza per ogni forma di ipocrisia, il carattere ribelle, l'incarnazione del genio incompreso, in lotta contro ogni forma di mediocrità.
In questi anni, incoraggiato dai consensi e dall'amicizia di poeti come Ugo Foscolo ed Ermes Visconti scrive l'ode Qual su le Cinzie cime, in cui si sente l'influsso della poesia del Parini e del Foscolo, l'idillio Adda, una sorta di invito al Monti perché sia suo ospite nella villa paterna del Caleotto, sul lago di Como, e i quattro Sermoni, in cui, alla maniera di Orazio, elabora una satira sferzante contro il malcostume del tempo.

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I PROMESSI SPOSI

I promessi sposi è un romanzo storico e rappresenta il primo esempio di questo genere in Italia. Il modello è il romanziere inglese Walter Scott, da cui Manzoni si discosta affidando alla storia un ruolo più centrale, creando situazioni e personaggi totalmente verosimili, ben inseriti nel contesto storico che l'autore ricostruisce rigorosamente su testi e documenti. La struttura dell'intero romanzo è basata su una finzione: Manzoni immagina, infatti, di aver trovato un manoscritto risalente al 1600 in cui un anonimo afferma di aver ascoltato la storia direttamente da Renzo.
Il romanzo racconta la vicenda di Renzo e Lucia che giunti nell'imminenza delle nozze, vedono il loro matrimonio impedito dalla prepotenza del corrotto, don Rodrigo. La viltà di don Abbondio consente al malvagio di mandare a buon fine il suo proposito. Le umili vicende dei due promessi si intrecciano con quelle più grandi della guerra dei Trent'anni e dei suoi riflessi in Italia, la calata dei Lanzichenecchi e la conseguente pestilenza del 1630. La vicenda si conclude finalmente col matrimonio celebrato proprio da don Abbondio.
L'azione ha inizio sul lago di Como e si svolge, evolvendosi, tra Monza, Lecco, Milano ed altri luoghi della Brianza.
E' incantevole come la narrativa manzoniana riesca a far partecipe il lettore della vicenda e fargli vedere i luoghi dove si svolge, la storia narrata. Abbiamo visto che siamo sulle alture del lago di Como, Don Abbondio sale affannosamente l'erta via sterrata quando alla sommità, da dove si può ammirare tutta la bellezza del panorama, incontra "due figuri" (il Griso e il Nibbio) che gli impongono: "questo matrimonio non sa da fare".

Siamo tra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo, la seta comincia a diffondersi in Lombardia, e viene introdotta anche a Como. Si tratta all'inizio di una produzione marginale, ma già verso la fine del Cinquecento e poi nel corso del Seicento le prime fasi del ciclo della produzione serica si affermano in tutto il territorio rurale, provocando anche massicce trasformazioni nel paesaggio agrario.
E' un sistema di imprese in grado di garantire lavorazioni e prodotti qualificati e tali da soddisfare ogni esigenza. Scorrendo queste pagine avete la certezza di trovarvi, appunto, in un sito turistico-culturale.

"Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti…"
L'origine del Lago di Como, come quella di molti laghi subalpini italiani, è glaciale.
Abitato fin dall'epoca preistorica, il Lago di Como ha sempre avuto una grande importanza come via di comunicazione tra le regioni del Nord e la Pianura Padana. Dopo i Galli vi si stabilirono i Romani, che ne fecero un punto strategico aprendo sulla sponda occidentale la via che collega il "Larius" con la Rezia.
In seguito, con la dominazione longobarda, questa strada, che porta ancor oggi il nome "Regina", è riaperta e riadattata dalla regina Teodolinda, data l'importanza strategica del lago, che permette di raggiungere i passi del Maloja e dello Spluga, la zona è stata soggetta per secoli ad invasioni e dominazioni. Il primo paese che s'incontra aggirando il lago, è situato proprio sulle sponde del ramo comasco del Lario; il comune è formato da due nuclei distinti di Urio e di Carate Lario, uniti dal 1927 come amministrazione. Urio, è ricca di ville residenziali, è situata in bella posizione panoramica su un pendio rivolto al lago. Un tempo vi sorgeva un imponente castello, i cui resti sono stati incorporati nella villa ottocentesca,attualmente sede del Centro Internazionale di Studi dell'Opus Dei. Carate Lario, in posizione meno panoramica, non è stata molto toccata dalla urbanizzazione e presenta una struttura particolare con vicoli a scalinate e vecchie case. Le origini di entrambi i centri sono molto antiche; nella zona sono state ritrovate tombe galliche e resti della civiltà romana.
Camminando in cerchio intorno al lago incontriamo Cernobbio paese di antiche origini, che dopo varie vicissitudini riesce ad ottenere nel Tredicesimo secolo privilegi e statuti propri. Ha poi un periodo di decadenza nel Sedicesimo secolo con l'invasione e il saccheggio da parte degli Spagnoli. Nel secolo scorso è già un luogo di villeggiatura molto conosciuto. Famosa per le sue ville e i suoi alberghi, Cernobbio è anche un importante centro industriale. Qui è nato uno dei primi stabilimenti a carattere industriale per la lavorazione della seta. Passando per Moltrasio, non si può rinunciare di visitare "Villa Passalacqua", detta anche Palazzo di Moltrasio, le mura delle cantine sono parte del monastero degli Umiliati. La prima parte della villa è costruita dalla famiglia Odescalchi, poi ceduta al conte Andrea Passalacqua, che affida i lavori di ampliamento all'architetto Felice Soave. Tra gli affreschi, tutti di fattura geniale, c'è una Madonna con Bambino attribuita ad Andrea Appiani. Ricordiamo anche che qui Vincenzo Bellini compose La Straniera e parte de La Sonnambula. Accanto alla villa, la chiesetta romanica di Sant'Agata che fu adibita a lazzaretto durante la peste del Seicento. Di cui parla Manzoni ne I Promessi sposi, ha un campanile con decorazioni ad archetti, bifore e trifore. E poi uno allacciato all'altro s'incontrano: Laglio e Torreggia, Brienno, Argeno, Colonno, Sala Comacina, Tremezo seguiti da altri paesi lungo il cerchio che circonda il Lago.

Da Como, Manzoni, fa addentrare i personaggi verso Lecco e dopo aver descritto l'ambiente, le mansioni, e i lavori sui vari tipi di culture illustra, come viene calcolato il salario del lavorante agricolo, come ed in quale casa egli vive con la sua famiglia, per conoscere così tutti gli stratagemmi che lo avrebbero aiutato a sbarcare il lunario. Il salario quello in danaro veniva calcolato sulle duemilacinquecento ore annue obbligatorie, così come recita lo Statuto del Patto Agrario e la paga è corrisposta alla seconda domenica di ogni mese. A San Martino, l'11 Novembre, data convenzionale in agricoltura per l'inizio e la fine di ogni contratto agricolo, il datore di lavoro tira le somme e provvede al conguaglio: dalla quota annuale vengono detratti l'affitto della casa, gli acconti anticipati e, per chi ne ha fatto richiesta, il supplemento di salario in natura, ovvero l'equivalente in danaro per le ore perse per malattia e permessi.
Il salario in natura fissato dal patto colonico, riferito a salariati compresi fra i 18 e i 65 anni, è di due quintali di frumento, cinque di granturco, due di riso, trecentosessanta cinque litri di latte e poi di trenta quintali di legna verde e cinque quintali di legna secca.
L'Autore ci descrive il sistema chiamato "Divisione e compartecipazione", ancora oggi praticato, specialmente nelle regioni meridionali.
La divisione, come dice chiaramente la parola, riguarda la spartizione del raccolto. Per prima si divide il mais. L'ampia area dell'aia è ravvivata dal giallo dorato del granturco frazionato in mucchi quanti sono i compartecipanti.
I mezzadri abitano in case fatiscenti, si vedono ancora nei cascinali abbandonati, poi nei paesi di campagna esistono ancora degli agglomerati rurali non ancora restaurati dai quali è possibile, avendo una parvenza architettonica, datare l'epoca della edificazione ma, queste case non hanno nulla a che vedere con quelle abitate dalla maggioranza dei salariati. Questi caseggiati annessi o nelle vicinanze della corte padronale, sono un ammasso informe di grossi sassi e mattoni tenuti insieme da chissà quale impasto, sono tozze costruzioni a due piani di epoca inconfondibile; in apparenza sembrano solide, ma solamente perché hanno i muri perimetrali dello spessore di ottanta centimetri.
Il piano inferiore ha il pavimento in terra battuta e si trova sotto il livello stradale, per evitarne l'allagamento è protetto dalle piogge torrenziali da un piccolo argine posto all'inizio del declivio che conduce alla porta d'ingresso. In caso di emergenza si provvede a rinforzare il piccolo argine con un cordone di letame di stalla, grasso ed impermeabile.
L'entrata, brutta e sproporzionata è chiusa da un uscio enorme, fatto di tavole chiodate sovrapposte e gira cigolante su grossi cardini aprendosi all'interno.
Il piano superiore, come il tetto, è sostenuto da grosse travi sghembe; come area è la copia del piano terra con la sola variante del pavimento che è in tavolato di legno grezzo. Gli annessi, ovvero il pollaio, il porcile, si trovano di fronte o di fianco alle abitazioni, mentre il servizio igienico, dove esiste e comune per tutti, è collocato poco distante; di norma si tratta di una rudimentale costruzione di circa un metro quadro, chiusa da una porta di legno, con due mattoni posti di fianco ad un buco sul pozzo nero.
L'acqua per l'uso domestico arriva nelle abitazioni, tramite un canale formato da tronchi d'albero svuotati, in questo territorio, poi, di acqua ce n'è in abbondanza. I muri sono imbiancati a calce, perché funge anche da disinfettante, che viene applicata con la pompa; da contratto deve essere applicata una volta l'anno a spese del padrone ma, salvo eccezioni, precipita nell'oblio.
In posizione privilegiata, sulla parete più ampia, troneggia il ritratto dei vecchi antenati e l'altarino, con immagini sacre, le candele e l'ulivo benedetto e la boccetta dell'acqua lustrale. A destra dell'ingresso due bracci a muro con ganci sostengono due secchi di rame per la scorta d'acqua e, su un pannello, sono appese le tazze a manico lungo per attingerla. Di fianco un supporto alto un metro e settanta sostiene il catino per le abluzioni quotidiane mentre per terra è riposto tutto l'occorrente per lavare i piatti. In un angolo nascosto, un grosso paiolo raccoglie gli avanzi e le scorie vegetali per nutrire il maiale, perché nulla deve andare perduto.

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LA GENESI DEL ROMANZO

Manzoni ha scritto il Fermo e Lucia dal 1821 al 1823, contemporaneamente alle Odi e all'Adelchi. Appena terminato comincia a riscriverlo, in quel processo di revisione creativa che dà, poi vita a I Promessi Sposi.
Lo scopo di questa revisione è di dare maggiore coerenza ed equilibrio al romanzo, che in questa prima versione tende agli effetti forti ed alla presa sul pubblico meno colto.
La riscrittura viene accompagnata da frequenti dialoghi del Manzoni con gli amici Fauriel e Visconti. Lo scrittore elimina le digressioni sulla lingua e la storia del processo ai due untori, toglie un lungo passo storico che introduce la figura di Federigo Borromeo e dà un tono meno orripilante alla scena della morte di Don Rodrigo. Ma la sostanziale differenza tra il Fermo e Lucia ed i Promessi Sposi si nota a proposito dei personaggi di Gertrude e dell'Innominato.
L'edizione definitiva, che è pubblicata col titolo "I Promessi Sposi" nel 1827, si presenta in tre tomi. A questo punto sorge più urgente alla coscienza letteraria del Manzoni il problema della lingua. Il linguaggio usato per l'edizione del romanzo del 1827 gli sembra poco conforme a quel dialetto toscano che egli ritiene dovesse essere la base di un buon italiano letterario.

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STORICITA' DEI PERSONAGGI

Manzoni vuol rappresentare nel romanzo la lotta fra bene e male, perciò i personaggi appartengono ai due diversi schieramenti di coloro che agiscono positivamente o negativamente nella storia.
Alcuni hanno una loro matrice storica come la monaca di Monza o il cardinale Federigo Borromeo, altri, come Renzo e Lucia, sono stati creati dalla penna del Manzoni e hanno soltanto una costruzione letteraria verosimile.
Manzoni, "nel discorso assume come tesi che il romanzo storico sia un genere ibrido e quindi di scarso valore letterario, i Promessi Sposi è un romanzo storico in accordo con tutti i principi accolti per questo genere". Storico è lo sfondo nel quale l'azione si svolge e storici sono gli avvenimenti descritti, come la carestia, la guerra, l'epidemia di peste.
Sembra che Padre Cristoforo è una di quelle figure di uomini impavidi e di religiosi eroici che incarnano l'idea manzoniana di personaggio positivo e benefico. Nato nella famiglia di un mercante, il suo nome originario era Lodovico. Il padre, ch'era divenuto ricco grazie ai suoi affari, ma che si vergognava delle sue origini plebee, aveva voluto che frequentasse le scuole più adatte ad un giovane nobile e lo aveva educato come un aristocratico; e perciò si può identificare con un certo Picenardi da Cremona, mentre sicuramente storica è la figura di Antonio Ferrer, gran cancelliere sotto il governo di Don Ponzalo Fernandez; è astuto e, per calmare le acque, fa abbassare artificiosamente il prezzo del pane ad una somma iniqua, non corrispondente al prezzo del grano; come pure reale è il personaggio di Federigo Borromeo: carattere fermo, inflessibile nel fare il bene, attento a compiere quanto è possibile per soccorrere i poveri. Sappiamo da Manzoni che egli è il fondatore della Biblioteca Ambrosiana, che fa costruire ospizi ed ospedali, che scrive molti libri di dottrina, anche se in certi argomenti è soggetto alle convinzioni superstiziose in cui cadono molti suoi contemporanei, come le idee sulla stregoneria e sugli untori. Nell'Innominato si adombra Bernardino Visconti e la monaca di Monza, Gertrude, è pure una figura reale, Virginia di Leyva. Gertrude ha il solo difetto di avere un carattere debole, di essere influenzabile e soggetta alle passioni. Firma avventatamente il documento che deve precedere di un mese l'esame della vocazione, poi, tornata a casa, si scontra con la freddezza dei genitori, che vogliono convincerla a tutti i costi a restare in convento e per questo cercano di renderle sgradevole il soggiorno domestico. E lei si aggira per anni per il chiostro (che vediamo qui a destra).
Personaggi di invenzione sono invece i protagonisti, Renzo Tramaglino, giovane contadino rimasto orfano dei genitori, all'apertura del romanzo è sul punto di sposare Lucia che, con la futura suocera Agnese, è ormai tutta la sua famiglia. Rappresentante di quella gente umile e sincera che Manzoni predilige, egli è dotato di un innato senso di giustizia ed è, allo stesso tempo, un uomo di grande moralità. Ha però un temperamento impulsivo, che lo porta ad essere preda di furie violente, le quali spaventano le due donne, ma non approdano a risultati concreti. Lucia è il personaggio che incarna l'ideale di Manzoni. Semplice, pura, gentile, la sua innocenza fa sì che a volte non si renda conto dei pericoli che corre. Forte di una fede ferma e incrollabile, si affida completamente a Dio, e questo suo abbandono alla volontà divina la rende sempre meno attiva e rumorosa degli altri personaggi del romanzo, che per ottenere i loro scopi gridano e si arrovellano; e molti personaggi di contorno come Agnese, Don Abbondio, Perpetua, Don Rodrigo, il Griso, il Nibbio e gli altri.

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L'UMORISMO

Il sorriso del lettore è originato innanzi tutto dal contrasto fra l'io narrante e certe posizioni dell'anonimo creato da Manzoni, che è espressione di una cultura secentesca cui lo scrittore nega ogni valore come cultura reale. Ma, oltre che in quest'artificio narrativo, l'umorismo del Manzoni si esprime in tutta la gamma d'atteggiamenti che può dettare ad un uomo credente ma disincantato la visione di un mondo che spesso coltiva valori non veri e che egli intende demistificare con l'acutezza dell'intelligenza. Il suo sarcasmo colpisce i personaggi d'autorità, come Don Gonzalo, Ambrogio Spinola e il Conte zio e si esprime, anche linguisticamente, nell'ironia che caratterizza l'episodio in cui compare Antonio Ferrer, con un uso del linguaggio - lo spagnolo misto all'italiano - dal quale risultano effetti di comico realismo. E' un umorismo che si trasforma in satira tagliente quando si parla di Donna Prassede, descritta come una donna chiusa in un bigottismo che è la trista parodia del cattolicesimo. Ci sono, poi, i personaggi ai quali lo scrittore guarda con un sorriso di comprensione, come il sarto letterato, che vorrebbe esprimere in una frase al Borromeo la propria cultura e la propria ammirazione, e non riesce, e continua a dispiacersene. A queste figure, buffe senza essere patetiche, lo scrittore è vicino e la sua distaccata ironia si smorza, per trasformarsi in divertita partecipazione.

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Bibliografia
Alessandro Manzoni "I promessi sposi" - Edizione Collezione Salani
Giorgio Petrocchi, da "La tecnica manzoniana del dialogo"
Natalino Sapegno da "Ritratto di Manzoni e altri saggi"


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