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Luigi Pirandello
I Vecchi e i Giovani nella "Valle dei Templi"

di Reno Bromuro

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"Una sola cosa è triste, cari miei; aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione. Bisogna vivere, cioè illudersi".

BIOGRAFIA

Luigi Pirandello nacque ad Agrigento il 10 giugno 1867 da Stefano e da Caterina Ricci Gramitto. Il padre è di origine ligure, la madre siciliana.
Sono molto importanti, per Luigi, gli anni dell'infanzia e della giovinezza, non solo per le prime esperienze culturali e per l'affiorare degli interessi per la letteratura e la poesia, ma anche per le esperienze umane e sociali compiute nei decenni di confusione politica e morale che seguono all'unità d'Italia. I primi versi che titola "Mal giocondo", sono del 1885 e rappresentano la pienezza di una giovanile ed inquieta amarezza di diciottenne. Inizia gli studi universitari alla Facoltà di Lettere di Palermo per passare a quella di Roma, dove ha fra i maestri Ernesto Monaci, uno dei più grandi filologi del tempo. Per suggerimento del Monaci, va a studiare a Bonn, dove si ferma due anni; si laurea nel 1891, discutendo una tesi sulla parlata agrigentina "Voci e suoni del dialetto di Girgenti". A Bonn ha insigni maestri: dal Bucheler, all'Usener, al Forster; ma ha modo di avere contatti con le più appassionanti esperienze della cultura contemporanea. Tornato a Roma tenta di inserirsi nella vivace società letteraria che in quello scorcio di secolo illustra la capitale. Domina D'Annunzio; ma lui non è sedotto dalle suggestioni del dannunzianesimo, anche se ne risente qualche influenza, come nelle Elegie renane, pubblicate nel 1895. È decisivo l'incontro con Luigi Capuana, il teorico e maestro del verismo italiano. A contatto con Capuana, scopre e definisce la propria vocazione di narratore; avvicinandosi alla grand'esperienza del verismo. Scrive il suo primo romanzo nel 1893 dal titolo "L'esclusa" e nel 1894 pubblica il primo volume di racconti "Amori senza amore". Nello stesso anno sposa Antonietta Portulano, una bella e ricca compaesana. Le prove dure e amare erano in agguato per i due coniugi: nel 1897 un grave dissesto economico li costringe a trasferirsi a Roma, dove Luigi insegna letteratura italiana all'Istituto Superiore di Magistero.
Nell'ambiente romano, prende consapevolezza del suo pensiero, soprattutto nel corso di una polemica antidannunziana, che si svolge nelle riviste il "Marzocco" e "La nuova antologia". Intanto, nel 1903, cominciano ad apparire i primi sintomi del male che avrebbe afflitto la povera consorte distruggendo la felicità della famiglia. Lo scoppio della grande guerra del 1914-18 e la prigionia del figlio Stefano ferito ed ammalato, contribuiscono ad affliggere maggiormente lo scrittore, che già attraverso l'amara esperienza del dolore ha consolidato la sua triste concezione del vivere nel mondo.
A guerra finita si immerge in un lavoro frenetico e senza soste, spinto dall'urgenza di insegnare agli uomini le verità da lui scoperte. Nel 1921 nascono "Sei personaggi in cerca d'autore" ed "Enrico IV". Dopo quattro anni fonda la "Compagnia del teatro d'arte" con i due grandissimi ed insuperati interpreti dell'arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri, con i quali intraprende il giro d'Europa e delle due Americhe, mentre dappertutto crescono i consensi alla sua opera, tanto che nel 1934 è consacrata dal premio Nobel. Si ammala di polmonite e muore il 10 dicembre 1936; le sue ceneri sono tumulate in una roccia nella tenuta del Caos nella quale era nato sessantotto anni prima, con funerali strettamente privati, come aveva scritto nelle sue ultime volontà.

L'OPERA

"I VECCHI E I GIOVANI"

"I vecchi e i giovani" è un romanzo diviso in due parti di otto capitoli ciascuna, suddivisi in paragrafi, i capitoli sono numerati con numeri romani, apparso parzialmente a puntate, fino al primo paragrafo del cap. IV della seconda parte, sulla "Rassegna contemporanea", tra il gennaio e il novembre 1909, anno II, dal n. 1 al n. 11. L'edizione Treves del 1913, che al posto della numerazione all'interno di ciascun capitolo recava un sottotitolo per ogni paragrafo, risulta largamente rimaneggiata nella parte già pubblicata e con una sezione inedita, dal secondo paragrafo del cap. IV della seconda parte fino alla fine. Nel 1931 segui l'edizione definitiva "completamente riveduta e rielaborata dall'Autore", in cui erano soppressi i sottotitoli. In una pagina autobiografica, successiva alla parziale pubblicazione su rivista Pirandello parla de I vecchi e i giovani, come del "romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione". "I vecchi e i giovani" è un romanzo storico, ambientato nella prima parte a Girgenti, dettato dal più cupo pessimismo sulle sorti della terra natale, affollato di personaggi appartenenti ai diversi ceti sociali che vivono il disagio e le contraddizioni della caduta degli ideali, nel trapasso dalla generazione risorgimentale a quella post-unitaria italiana.

LA STORIA

A Girgenti, nel 1893, si deve eleggere il deputato del collegio da inviare in Parlamento; la contesa politica vede schierati clericali e affaristi, governativi, socialisti e il nuovo movimento dei Fasci siciliani. Girgenti, "paese morto" in cui "d'accidia era radicata nella più profonda sconfidenza della sorte", guarda con indifferenza alla prossima consultazione; infatti "nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata, come un male cronico, irrimediabile". In questo contesto di degrado morale e civile, all'inizio della vicenda, Flaminio Salvo, banchiere, proprietario di miniere, rappresentante del ceto borghese imprenditoriale, offre al partito clericale il suo appoggio elettorale e, per sancire l'alleanza, combina, attraverso la mediazione del vescovo, il matrimonio della cinquantenne sorella Adelaide con il sessantacinquenne principe Ippolito Laurentano, feudatario di fede borbonica e clericale. Il frutto dell'intesa tra borghesia affaristica e aristocrazia latifondista è la candidatura per i clericali dell'avvocato Ignazio Capolino, consulente legale e uomo di fiducia di Salvo. I governativi candidano invece un reduce garibaldino, Roberto Auriti che, a soli dodici anni, aveva combattuto a Milazzo accanto al padre Stefano, caduto nella battaglia. Roberto Auriti è figlio di Caterina Laurentano, sorella del principe Ippolito, la quale, per avere fede agli ideali liberali, aveva rinunciato all'eredità familiare in favore del fratello borbonico e, rimasta vedova, aveva scelto con dignità una vita di ristrettezze. Nell'imminenza delle elezioni, Roberto, che vive a Roma dove esercita con modesta fortuna la professione di avvocato, torna a Girgenti. Nei suoi confronti il partito clericale scatena sulla stampa cittadina una campagna diffamatoria. Le insinuazioni calunniose dei reazionari e una candidatura socialista di disturbo, su cui convergono i voti "dei lavoratori delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci", decretano la sconfitta elettorale dell'Auriti. Il candidato clericale Ignazio Capolino viene eletto deputato, mentre in tutta la Sicilia monta la protesta sociale di contadini e zolfatari, sullo sfondo della crisi economica e dell'industria solfifera dell'isola.
Nella seconda parte l'azione si sposta a Roma, dove Roberto Auriti è ritornato dopo la negativa esperienza elettorale. La capitale è sommersa dal "fango" dello scandalo della Banca Romana in cui, in una sorta di "bancarotta del patriottismo", sono implicati eminenti uomini politici. Anche Roberto Auriti viene coinvolto nello scandalo, perché ha contratto con la Banca un prestito non restituito di quarantamila lire, come prestanome dell'amico deputato Corrado Selmi. Costui ha dissipato il patrimonio di valori risorgimentali che avevano illuminato la sua giovinezza e si è indebitato per sostenere una relazione sentimentale con Giannetta, giovane moglie del vecchio ministro del Tesoro Francesco D'Atri, anche lui dal nobile passato garibaldino. Roberto Auriti viene arrestato e Corrado Selmi, per il quale la Camera si accinge a votare l'autorizzazione a procedere, si avvelena lasciando un biglietto che scagiona l'amico. A Roma si riannodano le vicende di alcuni personaggi girgentini convenuti nella capitale con motivazioni diverse: l'onorevole Ignazio Capolino, con la giovane moglie Nicoletta, per svolgere il suo mandato parlamentare; l'ingegnere minerario Aurelio Costa, direttore delle zolfare di Flaminio Salvo, inviato dall'imprenditore per presentare al Ministero un progetto di consorzio fra i produttori di zolfo siciliani; lo stesso Salvo per curare di persona i propri interessi. Flaminio Salvo è accompagnato dalla figlia Dianella, per la quale, perseverando nei suoi disegni di alleanze matrimoniali, vorrebbe combinare le nozze con Lando Laurentano, figlio del principe Ippolito, che risiede a Roma impegnato nella causa socialista. Respinto dal Ministero il progetto di consorzio, Aurelio Costa è rimandato a Girgenti per placare l'animo degli zolfatari "inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare"; nel viaggio di ritorno l'accompagna Nicoletta Capolino.
Il viaggio si trasforma in una fuga d'amore fra i due giovani. Giunto in Sicilia, Costa, seguito da Nicoletta, si reca ad Aragona per parlamentare con gli zolfatari delle miniere, ma questi, sobillati da un provocatore, assalgono la carrozza dell'ingegnere, lo uccidono insieme con l'amante e ne bruciano i corpi. Alla notizia della morte di Costa, Dianella Salvo, che ne era innamorata, impazzisce. Intanto tutta la Sicilia è in tumulto. Il principe Lando Laurentano lascia Roma e si reca a Palermo, per seguire da vicino gli eventi. Il governo decreta lo stato d'assedio in Sicilia e procede ad arresti in massa degli esponenti socialisti e degli aderenti ai Fasci. Lando, con alcuni compagni, fugge da Palermo e si dirige verso Porto Empedocle, dove intende imbarcarsi per espatriare. Sulla strada della fuga arriva a Valsania, il feudo di famiglia dove vive estraniato, in filosofico distacco dal mondo, lo zio don Cosmo Laurentano. Don Cosmo, portavoce dell'autore, distilla al nipote e agli altri fuggiaschi il succo amaro delle sue riflessioni: "Una sola cosa è triste, cari miei; aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione. Bisogna vivere, cioè illudersi".

LA CRITICA

Il romanzo "I vecchi e i giovani", al suo apparire in volume, è accolto dalla critica con riserva. Emilio Cecchi, su "La Tribuna", ne parla come di un'opera fondata "su una materia fantastica più adatta a prestare motivi di arguzie, e di macchiette, che d'epopea". Il giudizio riduttivo è riconfermato in seguito da Benedetto Croce. Nel 1960 il romanzo è stato rivalutato da Carlo Salinari, che vi ha letto la rappresentazione di una serie di fallimenti storici: del Risorgimento, dell'Unità, del Socialismo e personali: "dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano ad essere responsabili degli scandali dei giovani che si sentono soffocare in una società ormai cristallizzata". Massimo Onofri vi ha colto le motivazioni profonde dei personaggi: "ogni personaggio, persino nelle sue azioni politiche e di pubblica rilevanza, sembra essere mosso, oltre che da palesi moventi ideologici, soprattutto da personali interessi, non di rado sordidi, e sempre in una direzione che cementi o violi i vincoli familiari".
La dialettica tra le generazioni nel contesto sia familiare sia politico e sociale è l'argomento sul quale studiosi di diverse discipline, provenienti da vari Paesi, terranno lezioni e seminari, in occasione del corso residenziale promosso dalla Scuola europea di studi comparati. Il titolo scelto per questo corso di formazione post-laurea, riconosciuto a livello europeo è I vecchi e i giovani, a testimoniare come, citando l'omonimo romanzo di Pirandello, l'analisi della sfera privata dell'individuo sia spunto per affrontare temi socio-politici e culturali di più ampio respiro, attraverso la letteratura e l'arte. Il ciclo di conferenze, seminari e tavole rotonde, proiezioni di film e spettacoli teatrali ha visto protagonisti letterati, storici dell'arte, semiologi, filosofi delle arti, del cinema e del teatro, del migliore mondo accademico italiano e straniero, che, insieme agli studenti, hanno dato vita a un dibattito culturale, ripercorrendo per una settimana i molteplici aspetti del Novecento. Apre i lavori Umberto Eco, seguiranno gli interventi di Maurizio Bettini, Roberto Bigazzi, Remo Ceserani, Antonio Tabucchi e di molti altri insigni esponenti dell'Università e della cultura.
Per Pirandello le cause, nella vita, non sono mai così logiche come lo possono essere nell'opera narrativa o teatrale,in cui tutto è congegnato, combinato, ordinato ai fini che lo scrittore si è proposto, anche se sembra in alcuni casi che il procedimento sia libero e casuale. Perciò nell'umorismo non possiamo parlare di coerenza, perché in ogni personaggio ci sono tante anime in lotta fra loro, che cercano di afferrare la realtà: l'anima istintiva, l'anima morale, l'anima affettiva, l'anima sociale, e i nostri atti prendono una forma, i personaggi assumono una maschera, la nostra coscienza si atteggia a seconda che domini questa o quella, a seconda del momento; per questo ciascuno di noi ritiene valida una determinata interpretazione della realtà o dei nostri atti non possono essere mai d'accordo con l'interpretazione degli altri, in quanto la realtà e il nostro essere interiore non si manifestano mai del tutto, ma ora in un modo ora in un altro. Pirandello guarda dentro la vicenda e i personaggi, ed agisce come il bambino che rompe il giocattolo per vedere come è fatto dentro. Nell'umorismo, quindi, distingue due aspetti: il comico, che deriva dall'avvertimento del contrario;L'umoristico o drammatico che deriva dal sentimento del contrario; il primo è esterno all'uomo e facilmente visibile, per cui ciascuno è capace di coglierlo; il secondo è invece interno, ma non può essere colto se non attraverso la riflessione.
È da sottolineare, che mentre tutti possono percepire l'aspetto comico in quanto ognuno può avvertire che una cosa avvenga o che un personaggio si comporti in modo contrario a ciò che tutti ritengono normale, il drammatico-umoristico viene capito e sentito solo da coloro che usano la riflessione, e comunque non dalla massa in quanto questa segue regole generali accettate supinamente e non i singoli individuali bisogni. Da quanto ho detto a proposito dell'umorismo, appare chiaro che, attraverso la riflessione, si giunge a cogliere l'aspetto normale o anormale della vita e degli atteggiamenti dei personaggi.
Il personaggio, come Enrico IV o Ciampa, Belluca o Chiàrchiaro, nella sua ribellione contro le regole rifiuta la realtà imposta dalle norme, perché in essa ogni possibilità di vita si cristallizza.
Il suo rapporto con il personaggio non ha nessun'àncora di salvezza, nessuno scoglio cui aggrapparsi per cambiare la propria maschera o per andare oltre i limiti imposti dalla fantasia creatrice dello scrittore: non ha nessuna possibilità di instaurare rapporti umani con gli altri personaggi, perché ciascuno è obbligato a recitare la sua parte indefinitamente e indipendentemente da quella rappresentata dagli altri: deve accontentarsi e capire che solo nella rappresentazione della propria parte può diventare personaggio vivo.
Proprio sul piano di questo rapporto si verifica la disintegrazione fisica e spirituale dei personaggi che riassume in tre punti essenziali, che chiama: teoria della triplicità esistenziale.
L'arte di Pirandello non rispecchia la realtà così come comunemente è intesa, ma raccoglie i casi comuni della vita, che diventano particolari per le cause vere che li generano e che non sempre gli uomini riescono a cogliere e a sentire. Le azioni non sono descritte nella loro globalità, ma nei particolari contrasti e nelle contraddizioni quotidiane che cambiano di momento in momento senza una logica apparente, spesso in opposizione con tutti e, troppo spesso irrealizzabile.

IL TERRITORIO

Girgentu, oggi Agrigento, dista dal mare solo tre chilometri; è la città fra le più antiche della Sicilia. Si trova ad una altitudine di duecentotrenta metri sul livello del mare e la sua superficie è si duecentoquarantacinque metri quadrati.
Akragas, nome del luogo e del fiume che lo bagna è fondata nel 582 avanti Cristo da coloni di origine greca. Sotto il tiranno Terone la città diviene una potenza: la vittoria su Cartagine dà ad Akragras e a Siracusa la supremazia sulla Sicilia e il controllo dei traffici marittimi. Lo splendore di quel tempo è ancora presente nella Valle dei Templi e nei reperti del Museo Archeologico. Nel 406 avanti Cristo, però i Cartaginesi assediano e distruggono la città la cui potenza decade. Nel 210 a vanti Cristo Akragas è occupata dai Romani che la ribattezzano Agrigentum e dopo i Romani, cade sotto la dominazione bizantina.

"L'antica famosa Colimbrètra Akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell'aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura. In quel luogo, ora detto dell'Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la peschiera, gran bacino d'acqua che si estendeva fino all'Hypsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città. (…) Colimbrèta aveva chiamato don Ippolito la sua tenuta, perché anch'egli lassù, nella parte occidentale di essa, aveva raccolto un bacino d'acqua, alimentato d'inverno dal torrentello che scorreva sotto Bonamorore e d'estate da una nòria, la cui ruota stridula era da mane a sera girata da una giumenta cieca. Tutt'intorno a quel bacino sorgeva un boschetto delizioso d'aranci e melograni" (Da I vecchi e i giovani)

LA CITTA' DEI TEMPLI

"Don Ippolito guardò i Templi che si raccoglievano austeri e solenni nell'ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d'un altro mondo e d'un'altra vita. Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di vedova…" (Da I vecchi e i giovani)

Arrivando dalla strada costiera, Agrigento propone, con la vista dei templi, la sua immagine classica nota a tutti, quella stessa che indusse Pindaro a definirla "la città più dei mortali"; raggiungendola invece da Caltanissetta, ci si imbatte subito nella recente, caotica espansione edilizia e quasi si ignora la presenza delle costruzioni medioevali sulla collina, a ovest della piazza centrale. Guardando Agrigento dalla collina dei Templi, le moderne palazzine che fanno da sfondo ai vuoti delle colonne lascerebbero pensare ad uno sviluppo massiccio, magari come logica continuazione dell'antica magnificenza. Esiste invece una netta separazione fra la città odierna e quella del passato: la prima è distratta e sopita in una realtà meno che provinciale, tagliata fuori dai grandi circuiti viari siciliani e quindi rinchiusa in se stessa; la seconda, come per miracolo si è conservata alla nostra ammirazione e trasmette ancora la sua vocazione ad aprirsi. Ma la diversità, oltre che spazio-temporale, è anche culturale, quella stessa descritta con disagio da Pirandello e denunciata con violenza da Sciascia.
L'Akragas dei greci, l'Agrigentum dei romani, la Kirkent degli arabi, dove dal nome di Girgenti diventò l'Agrigento attuale. E' stata fondata nel 581 avanti Cristo dai coloni Rodii e Cretesi, sul punto della costa del Mediterraneo, geograficamente più utile per il commercio. La tradizione indica come suoi fondatori Aristinoo e Pistillo. Le condizioni topografiche sono favorevoli a un redditizio commercio con la vicina e ricca Cartagine e un suolo particolarmente adatto all'habitat umano. Agrigento raggiunge un incredibile opulenza come attestano i suoi templi, peristili, statue e opere d'arte.
Impareggiabile è la vista del "Tempio della concordia", un Tempio che esprime tutta la grandiosità ellenica, immerso in una meravigliosa e prepotente natura solare; è innalzato intorno al 430 avanti Cristo.
L'ignoto architetto ha creato degli effetti ottici, noto come "l'effetto bottiglia" ottenuto con il rigonfiamento della colonna ci circa 22 cm. e l'inclinazione delle colonne verso l'interno, tant'e che prolungandole al cielo si unirebbero a circa un chilometro e mezzo sopra il tempio. Deve il suo nome allo storico Fazello che rinvenne un'iscrizione latina nelle vicinanze. Divenne poi basilica cristiana consacrata a San Gregorio.
Il Tempio della Concordia è dichiarato monumento nazionale nel 1743, restaurato e modificato nel medesimo anno, ad opera del Torremuzza, e poi nel 1784 ad opera del Re Ferdinando.
Hera Lacinia, corrisponde alla Giunone dei romani, il Tempio di Giunone, è il santuario dedicato alle donne maritate agrigentine, destinate anche a subire le infedeltà coniugali dei mariti, che piene di fede vi si recano per lamentare il comune destino che hanno con la sposa di Giove. Hera, come sappiamo, sposando Giove diviene la regina del cielo dove spesso scoppiano violenti temporali, simbolo di litigi tra i due coniugi divini. Hera, la dea della fecondità presiede alla nascita ed è la protettrice del matrimonio. Questo tempio risulta formato dall'insieme di tre vani: il pronao, la cella, e l'opistodomo. Una base elevata di quattro gradoni, posta in fondo alla cella, è il luogo riservato alla statua della Divinità.

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