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Vasco Pratolini, Metello

di Reno Bromuro

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Biografia
L'opera: Metello
La critica
I luoghi della storia e della vita dell'autore

«Quanto v'è di perfetto,
in una civiltà diventata essa stessa natura,
l'immobilità terribile e affascinante del sorriso di Dio,
avvolge Sanfrediano, e lo esalta».

Vasco Pratolini nacque a Firenze il 13 ottobre 1913 nel quartiere popolare di via de' Magazzini. Rimasto orfano di madre a due anni, il padre si risposa e lui trascorre molto tempo con i nonni finché diviene operaio tipografo. Alterna il lavoro con lo studio dei classici: Dante, Dickens, Manzoni. In seguito si orienta verso la prosa d'arte, ma si ammala di tubercolosi e trascorre due anni in sanatorio.
Nel 1934 conosce Elio Vittorini che rende più pressante in lui la necessità di un impegno ideologico antifascista. Dal 1937 al 1947, collabora a Letteratura e dirige con Alfonso Gatto la rivista Campo di Marte, soppressa dal fascismo dopo solo un anno di vita.
Si trasferisce a Roma e nell'ambiente della Resistenza, matura la sua vocazione realistica cui ha fede fino alla fine avvenuta a Roma nel 1991.

Pratolini ha avuto un'esperienza umana diversa da quella del letterato italiano di estrazione borghese, con un regolare corso di studi alle spalle. Per questo il suo esordio narrativo è contrassegnato dalla tentazione a recuperare sul filo della memoria, situazioni e personaggi connessi con la sua realtà biografica, incentrando il credo sul concetto di partecipazione popolare alla cultura. Testimone di un grande passaggio storico-letterario, la morte del realismo degli anni Trenta e la nascita del Neorealismo post-bellico, acquista una propria consapevolezza intellettuale. E' convinto di poter colmare il divario esistente fra il popolo, gli intellettuali e la realtà storico-sociale. La ricerca verso una matrice razionalista lo porta, inevitabilmente, a scontrarsi con l'irrazionalità fascista. La letteratura diviene, sotto questo aspetto un'arma di difesa, un rifugio dalle angosce del quotidiano.
La sua finalità è divenire popolo, riconoscersi e fondersi con lui. «Nei romanzi giovanili vi è un filo conduttore: la paura della morte e il tentativo di esorcizzarlo raccontandola agli altri, cercando di descriverla a mente fredda. Le parole ricorrenti sono: «Freddo, Buio, Liberarsi, Trovarsi».» I Suoi personaggi amano e odiano con la stessa intensità, per mezzo dell'odio raggiungono il rancore che non permette di amare, ma solo di soffrire. In queste pagine lo scrittore scompare, diviene voce degli umili e degli indifesi, diviene storia - cronaca egli stesso.
Mentre osserva i gesti e le parole, le abitudini della gente di quartiere che poi avrebbe fatto parlare nei suoi romanzi, va formando piano piano, da autodidatta, la propria cultura letteraria. Letture disordinate, che rispondevano a un’unica vocazione: diventare scrittore.
Ha il desiderio di raccontare. E incontra chi vuole credere in lui. Tramite il pittore Ottone Rosai, inizia a scrivere di politica sulla rivista «Il Bargello», ma è soprattutto Elio Vittorini che lo porta dalla politica alla letteratura, anche se, sia letteratura sia politica. erano già presenti nella rivista «Campo di Marte», della quale è redattore (come ho già accennato) assieme al poeta Alfonso Gatto, e che è soppressa dopo un anno dal regime fascista. «Pratolini è un contestatore sentimentale che la propria cronaca personale e dei propri ricordi è in grado di costruire, fin dalle prime esperienze narrative, storie corali dove il «noi» oltrepassa l’«io» e si accompagna con i rapporti affettivi una progressiva presa di coscienza della classe proletaria e popolare».
Il tappeto verde,Le amiche,Il Quartiere,Cronaca familiare,Cronache di poveri amanti, scritti negli anni Quaranta, sono opere animate dall’amore, da legami affettivi con la propria gente; da un dolore privato, come la scomparsa del fratello, in Cronaca familiare, «è l’espandersi di un dolore collettivo e, soprattutto, una minaccia del Male incombente, secondo una visione della vita sempre tesa a una sorta di manicheismo, con un’ingiustizia da riscattare in nome del Bene e una liberazione dal Male nel mondo».
E’ nato il narratore del Neorealismo, del Populismo, del Verismo, del Naturalismo. Quanto di queste correnti appartiene Pratolini? «La storia, come direbbe Benjamin, la si ascolta tra i mercati, nella realtà delle strade, nelle sue domande, nelle sue paure che non sono più qualcosa di astratto o artificioso, ma sono muscoli e nervi che si muovono, che tremano e corrono, a difendersi, a liberarsi, a trovarsi». Fra gli anni Cinquanta e Sessanta, Pratolini ha già riscosso una certa fama con Cronache di poveri amanti, che gli fa conquistare il premio Libera Stampa e ha avuto una breve esperienza giornalistica a Milano. Il ricordo di Firenze lentamente sfuma. Decide allora di scrivere la trilogia Una storia italiana: un affresco storico che riunisce il mondo operaio Metello, il mondo borghese Lo scialo e quello degli intellettuali Allegoria e derisione. Una storia che è in seguito definita dai critici ancora «troppo fiorentina» e ancora «troppo poco italiana».

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L’OPERA METELLO

L’opera è ambientata nella Firenze di fine secolo, al tempo delle prime lotte operaie. E’ la storia di un giovane contadino inurbato, che prende parte attiva alle agitazioni sindacali, pur dedicandosi, contemporaneamente, ad appassionate esperienze amorose. Il romanzo da luogo a un clamoroso caso letterario: alcuni vedono in esso la fase di sviluppo dal neorealismo al realismo, altri invece lo riconducono a una matrice decadentistica.
Afferma G. Luti che si tratta di «un grande affresco storico intriso di interessi ideologici, sociali, e morali: dalla lotta per il riscatto sociale del mondo operaio, in Metello, attraverso il quadro della società borghese durante il fascismo con Lo scialo, fino alla crisi delle ideologie nel dopoguerra consegnata alle pagine inquiete di Allegoria e derisione»
Metello rappresenta il periodo che va dal 1875 al 1902 attraverso le proprie vicende, cioè di Metello Salani, figlio di un anarchico, il quale rimasto orfano, appena quindicenne è a Firenze e trova lavoro come manovale. Il narratore lo concepisce come eroe positivo. Metello attraverso le esperienze di lavoro acquista consapevolezza politica e si impegna attivamente nelle lotte operaie, nel 1898 è in carcere per aver partecipato a una manifestazione di protesta. Il romanzo culmina con la descrizione del lungo sciopero dei muratori del 1902, in occasione del quale il protagonista viene di nuovo arrestato. Alla progressiva consapevolezza politica del protagonista: il narratore unisce l'educazione sentimentale l'amore per Ersilia, figlia di un anarchico morto per un incidente sul lavoro, il matrimonio nel 1900, uno sbandamento per una banale avventura proprio durante lo sciopero del 1902, il riconquistato equilibrio familiare.
Subito dopo la pubblicazione del libro, si accende un vivace dibattito, specialmente fra quei critici che per ragioni di militanza politica, parteggiano per una narrativa neo-realistica. Alcuni sottolineano il fatto che con questo romanzo Pratolini tende ad una rappresentazione della società italiana nei suoi conflitti di classe, nella varietà dei suoi ambienti ben più ampia di quanto non avesse fatto prima; altri ritengono che tale tentativo non è riuscito.
Carlo Muscetta - un critico che si è sempre distinto per la perentorietà dei suoi giudizi e per il rigorismo ideologico - «si esprime con particolare severità sul Metello, lamentando che nella rappresentazione del protagonista Pratolini proceda su due parallele che non si incontrano, cioè rappresenti ora la dimensione sentimentale di Metello che sfarfalla dietro le donne, ora invece la sua dimensione operaia e la progressiva acquisizione di una coscienza di classe e di una consapevolezza politica».
Si può verificare la validità o meno di questo giudizio con una puntuale lettura del romanzo; voglio però sottolineare che nel testo proposto i due piani, le due dimensioni si fondono perfettamente: per quanto riguarda specificamente questo problema, le storie sono a nostro giudizio fra le più felici del Metello. Esperienza sentimentale e maturazione politica si integrano a vicenda, come in tutta la narrativa di Pratolini: lo sbocciare degli amori giovanili si cala in una solida rappresentazione dei fermenti e delle lotte di una categoria operaia in un preciso clima storico.

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LA CRITICA

Metello è la storia dell’educazione politica e sentimentale di un giovane proletario al tramonto dell’età umbertina di fine Ottocento, quella delle prime lotte sindacali e della crescita organizzativa del movimento operaio. Entrambi i percorsi esistenziali del protagonista risultano difficili e tormentati: sul versante privato si lascia trasportare dalla sua indole di donnaiolo, intrecciando una relazione adulterina con una vicina di casa, sul versante politico matura il passaggio al socialismo dopo l’abbandono dell’anarchismo trasmessogli dal padre. Metello è, soprattutto, un istintivo e un generoso, incapace di controllare il suo temperamento combattivo ed irruente, che si espone in prima persona per l’affermazione delle idee in cui crede. Per questo la sua promessa finale alla moglie Ersilia di non lasciarsi più coinvolgere in situazioni turbolente non è molto credibile: rimane la convinzione che sarà alla testa delle prossime lotte operaie. Lo sfondo storico è quello dell’Italia agli albori del Ventesimo secolo, con la crisi dell’anarchismo e il consolidarsi dell’egemonia socialista presso una classe operaia in pieno sviluppo e dove all’autoritarismo reazionario e antipopolare del crispismo si va sostituendo la linea riformista e liberale di Giolitti.
Quest’opera ci presenta un Pratolini nuovo ma anche con una continuità di fondo come è palese e rafforzato in Le ragazze di Sanfrediano, in cui anche se rimane l'ambiente, l'ottica è diversa. E in ogni caso costante è l'attaccamento alla sua terra. Dal punto di vista letterario i legami sono vari: con l'ermetismo fiorentino, Mario Pratesi de L'eredità, il ligure fiorentino Jahier, Tozzi letto in chiave sociologica più che linguistica. E il filone francese dei romanzi di Alain-Fournier, Charles-Luois Philippe ecc.
Il quadro storico dell'Italia dopo la prima guerra mondiale si presenta, ricco di importanti trasformazioni che riguardano soprattutto la struttura economica e sociale. Senza dubbio Metello non è un eroe; è un uomo comune che prende coscienza dei propri diritti e delle proprie responsabilità da cui spesso si sente gravato, dal momento che i suoi compagni di lavoro lo considerano un leader. All'ingegnere, che durante lo sciopero vuole trattare con lui, perché lo ritiene l'operaio piú intelligente del suo cantiere, il giovane stesso replica: «Ecco! Sempre la stessa storia! Voi mi attribuite un'importanza che io non ho. Io non comando niente, non ho forzato la volontà di nessuno». Era questa l'intenzione dell'autore, come sottolineano il Pazzaglia: «Pratolini ha diseroicizzato la figura del protagonista, che conosce anch'egli deviazioni e sbandamenti», e il Pampaloni: «Del personaggio Metello s'è discusso molto: se sia eroe positivo, tipico o incarni,come vuole l'autore,l'assenza dell'eroe». Lo stesso Muscetta, del resto, riconosce che Metello «è stato concepito proprio con l'incubo dell'eroe positivo, con la preoccupazione di non volerlo rappresentare secondo questa immagine abusata e convenzionale», anche se poi non riconosce la realizzazione dell'intento.
Io sono d’accordo con Pazzaglia, invece, secondo il quale l'autore «non ha voluto comporre un romanzo agiografico», ma sottolineare l'inscindibile intreccio tra la vita pubblica e quella privata del muratore. Metello a mio avviso non sarebbe un personaggio completo se accanto alla sfera politica non fosse stata trattata anche quella sentimentale; per questo Camera del Lavoro e camera da letto sono aspetti ugualmente importanti che si fondono insieme.
La coralità, invece, ha caratterizzato anche Il Quartiere, la storia corale di ragazzi e ragazze di un quartiere periferico di Firenze, colti nel loro passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza. Le tecniche di narrazione sono state invece altre nelle opere precedenti: in Cronaca di poveri amanti, ad esempio, Pratolini narra le vicende in terza persona, oggettivamente, e poi interviene «spesso con dei commenti personali che, a volte, stridono con il racconto vero e proprio; e in Cronaca familiare la tecnica è quella del dialogo affettuoso con il fratello morto».
Particolarmente interessanti sono alcune considerazioni riportate nella prefazione a Lo scialo curata da Ruggero Jacobbi, che scrive: «...Pratolini, nell'affanno di una prima stesura, era giunto molto avanti nel suo cammino, quando sentì il bisogno di metter mano a un prologo, a un antefatto operaio di questo panorama borghese. [...] Pratolini lasciò a mezzo quel che oggi è Lo scialo per scrivere un prologo, un antefatto, quel che oggi è Metello...»
Se dunque consideriamo le due opere secondo un rapporto di causa effetto, non si pone affatto il problema della deviazione e, per di piú, si coglie meglio il ruolo di alcuni personaggi che compaiono in ambedue le opere, dando un senso di consequenzialità e di unità alla trilogia.

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I LUOGHI DELLA STORIA E DELLA VITA DELL’AUTORE

Ho visitato Firenze, con un carissimo amico Poeta Ennio Velardi seguendo più la toponomastica poetica che quella reale, avvinti dalla città più ricca d’arte, e dal richiamo continuo e pressante del turismo, non di svago ci ha portato da un punto all’altro seguendo l’itinerario della memoria.

IL CESTELLO IN SAN FREDIANO

Il Cestello è stata edificata fra il 1680 ed il 1689 su progetto dell'architetto Cerutti, arricchita dalla bella cupola su tamburo scandito da lesene, ad opera di Antonio Maria Ferri. Alla sua sinistra vi è un austero campanile barocco. L'interno è a croce latina con cappelle laterali che si aprono sulla navata, decorate a stucco e pittura e fummo, secondo quanto mi riferì l’amico, dove Pratolini ebbe l’idea del «Metello».

SAN SALVATORE AL MONTE

Salendo la lunga scalinata che per il Monte alle Croci porta alla chiesa di San Salvatore al Monte, così come si vede oggi, fu realizzata da Simone del Pollaiolo detto il Cronaca, fra il 1499 ed il 1504. Le basi sono, probabilmente, quelle di un edificio costruito fra il 1490 ed il 1498. Nel 1419,forse si trovava sullo stesso luogo di una chiesa francescana, oggi identificabile con il cappellone, al fianco della chiesa. La facciata della chiesa, molto semplice, presenta superfici intonacate, interrotte solo dal portale e dalle finestre a timpano. Sul frontone spicca l'arme dell'Arte di Calimala che ha fatto realizzare la chiesa.
L'interno a una sola navata è fiancheggiata da cappelle. Le cappelle e il presbiterio fanno parte dell'ampliamento realizzato dal Cronaca. Le pareti sono in pietra forte e per la prima volta all'interno di una chiesa sono utilizzati i due ordini sovrapposti di paraste. E’ rimasto poco della decorazione rinascimentale, fatta eccezione delle vetrate. Le tele presenti, nella maggior parte delle cappelle, hanno diversa provenienza fra il 1600 ed il 1700. Sopra la porta di accesso al cappellone è collocata una Deposizione in terracotta di Giovanni della Robbia.

SANTA MARIA DEL CARMINE

Per costruire questa magnifica chiesa sono stati impiegati centosettantotto anni; conserva sui fianchi tracce dell'originaria struttura romanico-gotica. Nel 1771 è stato in parte distrutta da un incendio che ha risparmiato l'esterno, la sagrestia e le cappelle Brancacci e Corsini. E’ stata rifatta interamente da Ruggieri e Mannaioni, che la ultimò nel 1782.
L'interno settecentesco, a croce latina, presenta un'unica navata. In fondo al braccio destro della crociera si apre la famosa Cappella Brancacci del 1386. Restaurata recentemente è stata separata dal resto della chiesa per limitare il numero dei visitatori per volta, che con il respiro aumentano l'umidità dell'aria che rischia di danneggiare gli affreschi, oltre che per evitare a coloro che entrano di disturbare il servizio religioso. Nella cappella si entra attraverso un bel chiostro e, salendo le scale, ci si trova faccia a faccia con i capolavori di Masaccio raffiguranti scene della vita di San Pietro e del peccato originale.
Felice Brancacci commissiona a Masolino, nel 1425, la decorazione della cappella di famiglia. L'artista ha dipinto alcuni pannelli prima di chiedere a Masaccio, suo allievo, di aiutarlo. Fra il 1425 ed il 1427 Masaccio rivoluziona lo stile pittorico del tempo. Invece di applicare le convenzioni stilistiche stabilite da Giotto più di un secolo prima, come la maggior parte dei suoi contemporanei avevano fatto, rappresentando le persone quasi immobili nei loro movimenti su sfondi fantasiosi, Masaccio dà ai propri personaggi l'espressione e i gesti della gente di strada rendendole figure convincenti e dipingendo sfondi reali; poi nel 1428, è chiamato a Roma dove muore, lasciando la Cappella Brancacci, incompleta.
I Brancacci si rendono conto dell'unicità della cappella, che rimane come Masaccio l’ha lasciata. E’ rimasta, anche dopo l'esilio della famiglia nel 1436, il modello di tutti i capolavori del Rinascimento. Si racconta che il naso rotto di Michelangelo derivi da una discussione che egli ebbe con Pietro Torrigiani, dopo averlo deriso perché intento a copiare gli affreschi nella cappella. Completata da Filippino Lippi, agli inizi del 1480, la cappella offre un'occasione unica per confrontare gli stili del primo, del medio e dell'alto Rinascimento.
Entrando in religioso silenzio, sulla destra troviamo la Tentazione di Eva di Masolino, mentre sulla sinistra è la Cacciata dal Paradiso Terrestre di Masaccio. Subito si possono confrontare gli stili pittorici differenti. I pannelli sottostanti sono di Filippino Lippi; mentre
il grande pannello sulla destra, che rappresenta San Pietro che guarisce uno storpio è opera di Masolino anche se… qualcuno asserisce che lo storpio è di Masaccio, come lo sfondo che è sicuramente di Masaccio. La sottostante Crocifissione di San Pietro, è di Filippino Lippi e la persona rappresentata di profilo sulla sinistra dell'affresco è il Botticelli, maestro di Lippi.
Di Masolino è la Predica di San Pietro, mentre di Masaccio sono gli affreschi che rappresentano Il Battesimo dei Neofiti, La Distribuzione delle Elemosine e la Morte di Anania, San Pietro Risana con la sua Ombra gli Infermi. Riferisce il Vasari che il giovane all'estrema destra del gruppo centrale di figure ne Il Pagamento del Tributo di Masaccio, prima grande scena monumentale di tutto il Rinascimento, sia Masaccio stesso.
Il pannello sottostante raffigura San Pietro in Cattedra e La Resurrezione del Figlio di Teofilo sono le ultime scene dipinte da Masaccio e ultimate da Filippino Lippi. Sempre il Vasari afferma che la figura all'estrema destra nel San Pietro in Cattedra sia Filippo Brunelleschi.

SANTA MARIA MAGGIORE

Santa Maria Maggiore è una delle chiese più antiche di Firenze, anteriore almeno all'Undicesimo secolo. Secondo il Vasari fu ricostruita nella seconda metà del secolo Tredicesimo, con forme gotiche. L'interno ogivale, a tre navate divise da arcate a sesto acuto sostenute da pilastri a sezione quadrata, termina con tre cappelle a fondo piano. Prima è stato ristrutturato da Gherardo Silvani, forse seguendo un'idea di Bernardo Buontalenti, e poi rimaneggiato nel settecento. L'aspetto in cui si presenta oggi è dovuto ai restauri eseguiti fra il 1912 ed il 1913, che hanno eliminato le aggiunte barocche ed inserito il nuovo altare maggiore e la cappella a destra di questo. Le opere conservate nella chiesa sono varie. Fra queste l'altare della cappella a sinistra della maggiore, una Madonna in trono col Bambino, bassorilievo ligneo del Tredicesimo secolo e attribuito a Coppo di Marcovaldo e Santa Rita da Cascia, una tela dipinta da Primo Conti nel 1949.

SS. APOSTOLI

La chiesa dei SS. Apostoli, situata in piazza del Limbo, così chiamata perché vi si trovava il cimitero dei bambini morti senza ricevere il battesimo, risale alla fine dell'Undicesimo secolo. E’ stata rimaneggiata nel secolo Quindici - Sedicesimo, e ripristinata nel 1930-38.
La facciata è romanica, ma il portale cinquecentesco,sembra sia di Benedetto da Rovezzano. Una leggenda riportata nell'iscrizione latina a sinistra del portale, afferma che la chiesa è stata fondata da Carlo Magno e consacrata dall'arcivescovo Turpino,con testimoni Rolando e Oliviero. L'interno è stato riportato al suo originario aspetto, conservando le cappelle laterali del '400 e del '500. Esso è diviso in tre navate da colonne in blocchi di marmo verde di Prato, con capitelli compositi. La copertura è a capriate a vista con l'originaria decorazione policroma del Dodicesimo o quattordicesimo secolo. Le piccole finestre in alto, decorate negli strombi, sono romaniche. Lascia piacevolmente incantati perché ammirati l’abside semicircolare che conclude la chiesa.

SANTA MARIA NOVELLA E GLI «ONCE AL SUR»

Era il 29 dicembre 1973 e desideravo passare il capodanno con i miei figli; Velardi mi accompagnò alla stazione che tra tutte le stazioni ferroviarie italiane di recente costruzione, Santa Maria Novella è uno dei complessi di maggior rilievo architettonico.
Il primo edificio, Leopolda, risale al 1844 ed è stato progettato da Robert Stephenson, figlio dell’inventore della ferrovia.Quattro anni più tardi è stata realizzata la seconda stazione, Maria Antonia, spostata all’interno delle mura cittadine. Delle due stazioni, tuttavia, non resta oggi alcuna traccia: la Maria Antonia è stata demolita per far posto all’edificio attuale. Nel 1932 infatti è bandito il concorso nazionale per il nuovo Fabbricato Viaggiatori, vinto dal Gruppo Toscano dell’architetto Giovanni Michelucci e composto da Baroni, Berardi, Gamberini, Guarnieri, Lusanna. La nuova stazione è inaugurata il 30 ottobre 1935. Il grande atrio, coperto da una cascata di vetro, immette nella galleria di testa che attraversa l’intero complesso. I rivestimenti esterni riprendono i materiali ed i colori della città, instaurando una sensazione di continuità con il contesto urbano circostante. All’interno si trovano opere d’arte di valore, come le sculture di Italo Griselli e le pitture di Ottone Rosai e Mario Romoli.
Il complesso, che si affaccia sulla chiesa di Santa Maria Novella, è un capolavoro del razionalismo ed una delle migliori espressioni dell’architettura italiana moderna.
E’ una bellissima giornata, il sole la fa da padrone, nella piazza antistante la stazione un gruppo teatrale: «Il gruppo argentino Once al Sur» de la mama argentina, una comunità composta di otto persone, gli attori provengono dal Teatro Indipendente Argentino ed hanno iniziato la propria attività come «Once al sur» nei sobborghi di Buenos Aires, del quale hanno preso il nome, si esibiscono all’aperto nella piazza, circondati da una folla di persone che seguono la performance, che si intitola «La marcia» tratta dallo spettacolo che stanno portando in tutta Italia: «Buenos Aires oj», in silenzio. Una cosa che non ho più visto nella mia vita, sono in otto ma durante «La marcia» sembrano ottanta, ottocento, otto milioni di persone. Mentre marciano parlano tra di loro e come sfugge una parola contro il governo, chi ha parlato male cade a terra ucciso a bruciapelo da un cecchino, ne dicono di tutti i colori contro un governo che non da la possibilità di sentirsi liberi, tanto che la pièce si conclude con un soldato che cadendo morente esclama: «Soltanto por pensar!…». Gli applausi e le richieste di bis sono esaltanti, tutti i presenti si spellano le mani, comincia, improvvisamente a piovere, ma gli spettatori diventano sempre più numerosi e la voce sempre più tonante che chiede il bis, che furono quattordici.
Ho perduto il treno, ma non mi dispiace, mi presento al regista e parlo a lungo con loro, ritorniamo insieme a Roma, perché il 30 avrebbero tenuto lo spettacolo al Teatro De Tollis. Passiamo insieme il Capodanno e la Befana, viviamo, nella mia casa, e parliamo tanto di teatro e di politica.Tutti e otto insegnano all’Accademia del Teatro di Buenos Aires e percepiscono un dollaro al giorno per questo giro propagandistico che stanno compiendo sia in Italia che in Europa. Al «De Tollis», durante la terza replica, una ragazza del pubblico si alza, sale sul palcoscenico dove si sta svolgendo una scena cruenta, stanno torturando un soldato insubordinato, e grida, afferrando la mano del torturatore: «Basta! Non vede che non sa niente? Se lo avesse saputo lo avrebbe già detto!». La sera, a casa, leggo agli amici argentini un passo del «Metello», quando esce dal carcere e promette a Ersilia che «là dentro non ci ritornerò più», e la donna risponde: «Non lo dire più, queste parole le ho sentite già molte volte dette dal mi’ babbo». Così il mio Pratolini, andò in Argentina nella sacca di Yago Gui Gui, che lo volle in regalo.

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Bibliografia
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Opere di Vasco Pratolini: Quartiere, Mondadori, Milano 1989; Cronaca familiare, Mondadori, Milano 1988; Metello, Mondadori, Milano 1978 (ricomprato); Lo scialo, v. I-II-III, Mondadori, Milano 1976.

SAGGI
G. Bellini - G. Mazzoni, Letteratura italiana. Storia, Forme, Testi, v. 4, Laterza, Roma-Bari 1992. D. Fernandez, Il romanzo italiano e la crisi della coscienza moderna, Lerici, Milano 1960. C. Lodovici, Letture critiche, Marietti, Casale Monferrato 1992. G. Gentile - L. Ronga - A. Salassa, Corso di storia, v. 3, La Scuola, Brescia 1990. R. Jacobbi, Pratolini e la trilogia, Introduzione a V. Pratolini, Lo scialo, Mondadori, Milano 1976. F. Longobardi, Civiltà letteraria del '900, Mursia, Milano 1964. R. Luperini - E. Melfi, Neorealismo e Decadentismo: da Moravia a Lampedusa, in C. Muscetta, La letteratura italiana. Storia e testi, v. 10, I, Laterza, Roma-Bari 1980. M. Materazzi, Officina letteraria, Thema, Torino 1994. C. Muscetta, Metello e la crisi del Neorealismo, in Realismo, Neorealismo, Controrealismo, Garzanti, Milano 1976. G. Pampaloni, Modelli ed esperienze della prosa contemporanea, in AA.VV., Storia della letteratura italiana. Il Novecento, v. 9, II, Garzanti, Milano 1990. M. Pazzaglia, Letteratura italiana: testi e critica con lineamenti di storia letteraria, v. 3, Zanichelli, Bologna 1979. G. Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Firenze 1988.

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