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RAYMOND QUENEAU

L'odissea di una ragazzina ribelle nei meandri di Parigi

di Reno Bromuro

Nella categoria: HOME | TOURismi letterari

Biografia
L'opera: "Zazie nel metrò"
La storia
Il commento
Il luogo (un ricordo)

BIOGRAFIA

Raymond Queneau nacque a Le Havre il 21 febbraio 1903. Si laurea in Filosofia, fra il 1924 e il 1929 partecipa attivamente al movimento surrealista. Dal 1938 è Redattore della Casa Editrice Gallimard; ha un ruolo di spicco nella cultura dell'antifascismo europeo, entrando nel 1944 nel direttivo del Comitato Nazionale degli Scrittori (C.N.E.), nato negli ambienti della Resistenza francese.
Nel 1951 è eletto all'Académie Goncourt, tre anni dopo diviene direttore della Encyclopédie de la Pléiade. E’ stato appassionato di matematica, linguistica, letteratura, psicoanalisi.
Nel 1927 si accosta al movimento surrealista, condividendone la curiosità per i giochi del linguaggio, ma se ne allontana nel 1929, dopo la rottura con Breton.
Nel 1933 Esordisce con il romanzo La gramigna, cui seguono Odile, Pierrot amico mio e nel 1951 pubblica i versi Piccola cosmogonia portatile.
Queneau prende di mira le convenzioni della lingua letteraria, contrapponendovi la libertà del linguaggio parlato. La disarticolazione della sintassi e l'introduzione di vocaboli popolari, tratti dall'argot o del tutto inventati, accanto al recupero delle forme più solenni della retorica, generano un irresistibile umorismo, nel quale dispiega un’inesauribile verve e uno straordinario virtuosismo tecnico. Il racconto procede in modo bizzarro e in apparenza strampalato, richiamando l'attenzione del lettore sui meccanismi più che sull'oggetto della narrazione. Se in alcune opere del 1947, quali Esercizi di stile, prevale il gioco linguistico, in altre del 1959, soprattutto in quelle mature come Zazie nel metro; La domenica della vita; I fiori blu, forse il suo capolavoro; e Icaro involato, del 1975. ­
Queneau non distrugge del tutto la finzione narrativa. Da questi romanzi è evidente che la sua opera non è solo esplorazione verbale e formale, ma vi emerge un singolare universo immaginario, malinconico e insieme grottesco. In grigie periferie urbane vagano esseri ingenui e mediocri, a tratti capaci di comunicazione, più spesso respinti in una solitudine venata di pacato pessimismo. «Ironia e pathos, realtà e sogno, comico e tragico convivono mirabilmente in un'opera di grande ricchezza, senza dubbio una delle più interessanti e significative della letteratura francese del secondo dopoguerra».
«E’ morto il papà di Zazie»: così nel 1976 la stampa francese celebra la scomparsa del grande scrittore. Il suo romanzo piú bello, l'odissea di una ragazzina ribelle nei meandri di Parigi.

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L’OPERA
ZAZIE NEL METRO’

Parecchi romanzi del Novecento narrano storie di gente comune, che diventano eroi. Alcuni scrittori, però si perdono nei rivoli delle possibilità delle nostre vite o delle nostre fantasticherie. Il linguaggio, afferma Jean Paul Sartre, è: «uno strumento sempre troppo ricco o troppo scarso che finisce per imprigionare l'individuo, mistificandone i significati soggettivi...»
Secondo Raymond Queneau, per questo motivo la letteratura è «poco più di un delirio scritto a macchina», che non riesce a restituirci la straordinaria poliedricità delle cose illuminata dalla potenza destrutturante del linguaggio.

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LA STORIA

Due giorni a Parigi per Zazie, ragazzina molto sveglia e con un...
- Me ne sbatto! -, sempre impaziente di prorompere.
Indipendente, fantasiosa, si muove nel mondo degli adulti a velocità frenetica proferendo parolacce e recitando, come personalissima mossa difensiva, la «sceneggiata» della piccola vittima di proposte oscene.
Zazie è impertinente nella sua curiosità di ragazzina che non afferra il significato delle parole, che gli adulti contribuiscono a mistificare, Zazie è in visita dallo zio Gabriel trovandosi improvvisamente di fronte alla duplicità del reale.
Gli individui che frequenta, raramente sono aperti,chiari e puliti, perché chiusi in ruoli standardizzati. I personaggi che Zazie incontra spesso, sono innumerevoli…
L'ambiente stesso, traspira poliformità; ma il linguaggio è insufficiente a raccontare la realtà là dove si utilizzano modelli stilistici rigidi i quali, ricercando la determinatezza, generano una crescente e caotica ambiguità. Il mondo degli adulti si presenta a Zazie filtrato dal linguaggio che, dicendo sempre troppo o troppo poco, confonde. I modelli letterari epici, romantici, edificanti con cui la vita si racconta sono sempre altra cosa dal battito vivo del reale e le regole grammaticali, stilistiche, sintattiche possono infilzare la vita come una farfalla imbalsamata.
Zazie, nella sua inquietudine, oppone ai conformismi del linguaggio una forza distruttiva: apostrofando un volgare:

- Carina un c...

- Persone grandi un c....

- Condannabile un c.... -,

impone un tentativo di semplificazione, di ordine.
Quindi occorre spingersi più in là, percorrere nuovi sentieri letterari in cui sia il linguaggio a plasmarsi sulla duplicità delle cose.
Ecco allora lo scrittore, grande domatore nel circo che è «Zazie nel metrò», ingaggiare, come afferma Roland Barthes, «una lotta corpo a corpo con la Letteratura», per ricomporre con le sue rovine un diverso e gioioso modo di parlare.
Spezzare le regole grammaticali che impongono un’uniformità temporale del racconto: presente e passato remoto si alternano di continuo, quasi distrattamente, nel romanzo, conferendo movimento e leggerezza: «Una secca scarica di mitra stroncò quel tentativo. La vedova Mouaque, con le budella in mano, crollò. - Che stupida, - mormorò. - Proprio io, che avevo dei risparmi. E muore».
Parodiare i generi di scrittura a deridere l’enfatismo, per rendere in chiave umoristica le espressioni retoriche, a declamare con la letteratura il nulla della letteratura: «L'essere o il nulla, ecco il problema. Salire, scendere, andare, venire; tanto fa l'uomo che alla fine sparisce. Un tàssi lo reca, un metrò lo porta via, la torre non ci bada, e il Pànteon neppure. Parigi è solo un sogno, Gabriel è solo un'ombra, Zazie il sogno d'un'ombra (o di un incubo) e tutta questa storia il sogno di un sogno, l'ombra di un'ombra, poco più di un delirio scritto a macchina da un romanziere idiota».
Ripetere nella narrazione identiche scene o espressioni ad effetto,ma anche utilizzare una stessa frase per dar voce, contemporaneamente, a due interlocutori «- Che cosa (che caro) insinui (mi ha chiamata) sul mio conto (fraulàin), - dissero sincroni, Gabriel (e la vedova Mouaque), l'uno con furore (l'altra con fervore)».
Spargere alla rinfusa, nobili termini latini per forzare il tempio del linguaggio colto «Sono calzolaio, io, non negoziante di calzature. Ne sutor ultra crepidam, come dicevano gli antichi. Lei capisce il latino? Usque non ascendam anch'io son pittore adios amigos amen e toc.».
Inventare nuove parole a partire dalla trascrizione fonetica o dall'unione dei vocaboli, che, nella loro brutalità, recidano i nessi del conformismo e della letteratura già nell'unità elementare del linguaggio: «quelkaidettòra, ìcchett-nunk, issofatto, kivvammaginàrselo, seleddàta, fattidicronicità».
Come pure sperimentare nei vocaboli la rottura dei legami di contesto spaziale «si però, se io non ce l'ho un tailleur due pezzi e bagno con una camicetta reggicalze e cucina, che cosa devo fare?».
Le trovate sono tali da provocare un'incredibile accelerazione del ritmo narrativo, un grande effetto comico pure nella serietà e nella pesantezza dello scontro con la letteratura, che fa dire infine alla stessa Zazie:

- Sono invecchiata.

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IL COMMENTO

Dall'analisi dell'opera di Raymond Queneau ci si aspetterebbe un’illuminazione decisiva sulla natura della combinazione letteraria: François Le Lionnais crea un neologismo per meglio chiarire l'espressione narrativa di Queneau: «letteratura combinatoria» in riferimento ai suoi Cent mille milliards de poèmes.
Eppure, nell'apparente abbondanza di questi due fenomeni nell'opera di Queneau si sente l'assenza della sospirata integrazione tra l'essere «letteratura» e l'essere «combinatoria».I procedimenti combinatori adoperati dallo scrittore sono «squilibrati dalla parte d'un’immediata applicazione delle formalizzazioni matematiche alle procedure d'invenzione e di analisi letteraria»; essi non sono applicati alle misure letterarie fondamentali, quali il romanzo, il racconto, il testo teatrale, ma hanno uno spazio a sé: «un ideale campo di sperimentazione in cui realizzare una sintesi da laboratorio tra i valori stranieri delle matematiche e quelli letterari, ad essi subordinati». Dall'altro lato, nelle misure letterarie più tradizionali affrontate, in primo luogo il romanzo, è effettivamente rintracciabile il modello d'una ricerca di coesistenza tra stili e generi letterari diversi: ma la combinazione di discorsi è realizzata quasi esclusivamente da una combinazione di modalità discorsive, secondo il modello degli esercizi di stile, in cui la serie di unità diverse non è sottoposta a regole dispositive combinatorie, ma assume lo statuto del catalogo, dell'elencazione.
Ma più che gli ultimi tentativi potenziali di Queneau, ma interessa evidenziare le molteplici risoluzioni della sua scrittura che saranno eredità fondamentale nella attività di Perec, suo discepolo prediletto, e di Calvino; questa condivisione di opzioni letterarie contribuirà sensibilmente all'aggregazione di quel nucleo centrale della letteratura combinatoria che allinea i nostri autori.
E' a Calvino del resto che si deve principalmente la diffusione nel nostro paese dell'opera di Queneau, con un lavoro costante di stimolazione interpretativa, che si concreta anche nella traduzione di «I fiori blu». Ed è lo stesso Calvino a ricordarci il precoce interesse per Roussel.
Il gioco del combinare è un’operazione che ha luogo su un piano di lettura delle combinazioni: è quest'ultimo dato che fa parlare Calvino di una prossima morte della figura dell'autore, poiché «smontato e rimontato il processo della composizione letteraria, il momento decisivo della vita letteraria sarà la lettura»

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IL LUOGO (Un ricordo)

Ho trascorso qualche mese a Parigi, e prendo spesso il metrò per spostarmi attraverso la capitale, curioso di vedere quella città di cui ho tanto sentito parlare. Il ricordo è preciso di dove fossi, come è certo il giorno e il motivo per cui fossi in quel tratto di metrò; c'erano molti passeggeri, pur non essendoci calca; ero in piedi e non cercavo nemmeno un posto a sedere se il viaggio non durava intorno al quarto d'ora. Ad una fermata, nel vagone in cui io sto viaggiando, entra un tizio, di una certa età, curato e vestito discretamente; non l'avrei notato se non mi avesse rivolto la parola.
- Oggi è il 21 marzo, la primavera apre le sue porte… - Comincia a dire.
- Bella entrata della primavera! – Gli rispondo – Non vede che cielo fuligginoso, grigio, pesante, irrespirabile?
Lui lascia cadere il discorso e inizia a raccontare una storia che gli è capitata il giorno prima.
Sono i primi giorni che trascorro a Parigi, il mio primo soggiorno in Francia, e mi è difficile seguire il francese veloce, smozzicato, troncato, tipico dei parigini, quindi non sono in grado di ripetere tutto il suo racconto, ma non nascondo che mi è piaciuto molto.
In sintesi mi sembra che abbia narrata di essere giunto il giorno prima, in una città in cui si avventura per la prima volta, e subito vede che tutte le persone per la strada corrono veloci, ognuno sicuro della propria meta, almeno così gli è sembrato, senza guardarsi intorno né vedere gli altri; tutti hanno fretta, sono tutti indaffarati.
Anche lui si lascia prendere dall'ansia e comincia a correre, ma non sa dove andare, né cosa fare; cerca di chiedere a qualcuno, ma nessuno lo ascolta.
Ad un certo punto vede un signore e lo apostrofa:
- in questa città tutti corrono, tutti hanno fretta, sembra quasi che nessuno abbia abbastanza tempo.
- sì, corrono tutti per fare in fretta i loro affari. – Gli risponde il signore con gentilezza.
- ma perché? Gli chiedo.
- perché correndo riescono a risparmiare tempo.
- e cosa fanno del tempo risparmiato?
- il tempo è denaro, e lo depositano in banca.
- ma allora qui sono tutti pazzi!
- si, - mi risponde sicuro il signore.
- scusi, ma allora anche lei è pazzo?
- no, io non sono pazzo; il signore gentile mi risponde - io sono il banchiere.
Capita spesso invece di rivedere varie volte gli stessi senza casa, o senza fissa dimora come si usa dire a Parigi, che chiedono soldi, raccontando la loro presunta storia, sempre sugli stessi tratti del metrò, specie se si tratta di percorsi lunghi.
Di questi ho ricordi amari e forse un po’ anche sgradevoli e, sarei bugiardo se dicessi che non mi fanno un po’ paura,c'e' sempre del ricatto nel loro modo di porsi.
Una certa pena, invece, mi ha fatto un’anziana signora, piuttosto grassa, mal vestita, che nel vagone si è messa a cantare ad alta voce; non so dire cosa, non riesco a capire le parole, ma canta male, non ha certo una voce gradevole. Credo che nessuno le abbia dato nulla, e lei ha aspettato di scendere alla stazione successiva, si è messa vicino alla porta, parlando con una signora per dirle che in quel tratto di metro davvero non erano per nulla generosi, che non riesce a raccattare niente.
Alla fermata, scendo. Uscendo dalla stazione, vicino ad un albergo, vedo la polizia che sta arrivando in forze: un furgone, alcune macchine; già ho incrociato due poliziotti sulle scale, più d'una decina stanno arrivando mentre uscivamo all'aperto; bell'esempio di efficienza, per portarsi via un tizio, magro come un chiodo, e che piangeva come un bambino.
Sono ritornato, a Parigi, dopo cinquant’anni esatti, un giorno di dicembre di cinque anni fa. A Gare de Lyon, aspetto che scrivano il binario di partenza del mio treno, ho sempre avuto l'impulso ad arrivare molto prima della partenza, una specie di fobia per l’orario e per il tempo.
Ho passato qualche tempo nella sala d'attesa, ma a mano a mano che si affolla sono sempre più inquieto, e decido di uscire. Mi sono ritrovato nella galleria degli affreschi, per evitare il freddo totale dell'esterno, verso i binari, ma in modo d’avere il tabellone degli orari sotto gli occhi. Passa tantissima gente in una stazione; alcuni poi non si spostano mai dalla stazione, forse la gente che passa costituisce il loro viaggio;ripassi dopo ore,e gli abitanti di una stazione sono completamente cambiati. Strano mondo le stazioni, insieme monumentali e brutte, luccicanti e sporche!
Ad un certo punto passa un arabo, ben vestito, con un carrello su cui trasporta un paio di valige e qualche borsa; si ferma in un angolo, stende per terra una specie di tappeto leggero, si toglie le scarpe, e comincia la sua preghiera; continua per qualche minuto, poi si alza, si rimette le scarpe, sbatte il suo tappetino, e riparte con il carrello.
Parigi, ormai mi è entrata nel sangue, sto imparando a conoscerla. Incontro Enrico, un amico napoletano giornalista, che mi indica dove poter mangiare con pochi soldi e il pranzo più economico è il panino. Mi offre da leggere «Le Figaro» dove ha sottolineato il titolo di un articolo: «Il panino prosciutto cotto». M’invogli ad assaggiarlo: è leggero, croccante, ma sparisce in un minuto.
- Ecco perché dev'essere l'espressione dell'istantaneità. – Mi dice ridendo Enrico -
Sul sacchetto, in cui è stato infilato il panino, «Si specifica la cottura del pane, sempre piuttosto sul ben cotto!»
Dopo ci incamminiamo per avenue du Président-Wilson e ci troviamo a Palais Galliera. Intorno al fontanile centrale e alla scultura di Pierre Roche, stile 1900, è la massa imponente e elegante non solo del palazzo ma anche dei tigli, aceri e degli ippocastani.
«Parigi (mi racconta Enrico, che vive a Parigi come inviato da oltre quindici anni), vive con Londra appieno la grande rivoluzione industriale dell'800, e dopo la metà del secolo, con Napoleone III, vive una seconda giovinezza che durerá fino all'inizio del nostro secolo. I grandi boulevard progettati da Haussman ospitano la vita della Belle Epoque, Parigi é la culla della cultura europea, del modo europeo di vedere l'arte, soprattutto quelle figurative. Ecco che tra le imponenti facciate stile terzo impero e i viali alberati della allora periferia spuntano come un sogno deliziosi palazzi Art Nouveau, spesso poco piú che villette, altre volte palazzi di rappresentanza, ma sempre un po' defilati rispetto alla vita ufficiale.
Ma Parigi non ospita solo decorative palazzine, essa raccoglie nelle sue viscere non solo di singolo edificio, a livello di quartiere e a livello, addirittura, cittadino.
È il famoso style Metro di Guimard, che per un breve lasso di tempo caratterizza l'arredo urbano della Ville Lumiére. Ciò che rimane oggi, splendide entrate di metropolitana con lampioni in ferro battuto, é solo una parte del grande progetto di questo geniale architetto».
Prima di ritornare a Londra dove è stato destinato da due anni, mi porta a visitare l’ Île-de-France che occupa il cuore della città ed è situata a trentasette metri, quasi al centro del Bacino Parigino, sulla Senna, alla confluenza di altre importanti vie d'acqua quali la Marna e l'Oise; divisa amministrativamente in venti circondari contrassegnati con numeri progressivi dati in base alla loro posizione topografica rispetto al Louvre e secondo una spirale che si sviluppa per circa due volte e mezzo intorno al centro in senso orario.
Tra gli agglomerati più popolosi sono quelli di Argenteuil, Asnières-sur-Seine, Aubervilliers, Boulogne-Billancourt, Clichy, Colombes, Courbevoie, Levallois-Perret, Montreuil, Neuilly-sur-Seine, Saint-Denis, Saint-Maur-des-Fossés e Versailles.
Un posto di rilievo ha il turismo, risorsa economica di notevole importanza per l'interesse culturale dell'università e delle scuole di arte e di scienza, dei numerosi musei e per la bellezza e l'interesse storico dei monumenti. L'intensità del traffico e l'estensione della città hanno imposto già da tempo la necessità di servizi pubblici sotterranei (métro), che oggi si estendono su una rete lunga oltre duecentotrentacinque chilometri. Ma le vie di accesso all'agglomerato parigino sono numerose e varie: tre autostrade e ventitre strade nazionali confluiscono nella città; sei grandi stazioni ferroviarie mantengono le comunicazioni con altrettanti settori del territorio francese e una linea ferroviaria corre attorno alla città collegando tra loro i sobborghi. Per via d'acqua gli scambi commerciali, oltre trenta milioni di tonnellate di merci annue, si effettuano soprattutto con la bassa Senna e con il Nord; sulle rive della Senna si succedono, oltre cinquanta porti.
A Parigi ci sono oltre duecento musei, fra cui quello del Louvre, uno dei più grandi del mondo. All'arte egizia e orientale sono dedicati i musei Cernuschi e Guimet, quest'ultimo fra i più notevoli d'Europa per l'arte cinese e giapponese. All'arte moderna e contemporanea sono invece destinati il Musée d'Orsay, il Petit Palais il Musée National d'Art Moderne, parte integrante del Centre Georges-Pompidou meglio conosciuto come Beaubourg, realizzato dall'architetto italiano Renzo Piano, che conserva un'eccezionale raccolta di opere di Matisse, Picasso e Braque e numerose opere rappresentative delle più importanti tendenze artistiche del dopoguerra; accanto a questi vanno ancora ricordati il Musée Picasso, aperto nel 1985 nella prestigiosa sede del secentesco Hôtel Salé, che presenta un vasto insieme di opere dell'artista e il Jeu de Paume, riaperto nel 1991 per ospitare solo mostre temporanee, la prima delle quali dedicata a Jean Dubuffet, esponente di spicco della pittura francese moderna.

Bibliografia

R. Minguet, Géographie industrielle de Paris, Parigi, 1957;
P. Lavedan, Histoire de Paris, Parigi, 1960;
P. M. Duval, Paris antique, des origines au IIIe siècle, Parigi, 1961;
G. Piccinato, L'architettura contemporanea in Francia, Bologna, 1964;
Autori Vari, R. Gargiani, Parigi. Architetture tra purismo e Beaux-artes 1919-1939, Milano, 1989.
P. A. Touchard, Histoire sentimentale de la Comédie-Française, Parigi, 1955;

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