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Consigli di lettura sulla Resistenza

 

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Letture e libri
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Il verde, il rosso, il bianco.
La V Brigata Osoppo e la Brigata Osovano-Garibaldina Ippolito Nievo
Biondo Renzo

Formato: Brossura
Pagine: 343
Lingua: Italiano
Editore: Libreria Editrice Goriziana

Sono rare le pubblicazioni nelle quali ci si sofferma sulla vita quotidiana dei partigiani: problemi logistici, psicologici, rapporti fra formazioni, questioni politiche, giudizi sui comandanti. L'originalità di questo libro sta appunto nel racconto di cui si è poco letto: come nasce la formazione, come si sviluppa passando dalla banda iniziale a distaccamento e poi a brigata per arrivare alla costituzione di un vero e proprio esercito "paramilitare".

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Gli anni della Resistenza
L'esperienza del movimento partigisno a Casarsa della Delizia
GUARINO-POLZOT-SALVADORI

Formato: Brossura
Pagine: 190
Lingua: Italiano
Editore: Libreria Editrice Goriziana

Il periodo che questo lavoro di ricerca ha preso in esame copre due anni contraddistinti da gravi sconvolgimenti sociali e politici, segnati da una guerra al termine della quale Casarsa della Delizia, nonostante fosse stata drammaticamente ferita nel suo tessuto umano, materiale e civile, seppe trovare la forza e la capacità di risollevarsi. Una parte di grande rilievo in tale processo di rinascita è da attribuire senz'altro al movimento resistenziale locale, che forse non si segnalò per azioni particolarmente eclatanti e clamorose nella lotta all'oppressore nazi-fascista , ma che ugualmente fu in grado di coagulare attorno a sè i sentimenti e le aspirazioni della maggior parte della popolazione.
Guarino si occupa di ricerche storiche e sociali, operando inoltre nel campo della pubblicistica. Polzot è laureato in Scienze Economiche e Bancarie presso l'Università di Udine ed è giornalista-pubblicista. Salvadori è storico-archivista ed opera nel settore bibliotecario.

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I quattordici mesi. La mia Resistenza
Enzo Biagi, Loris Mazzetti

Formato: Rilegato
Pagine: 268
Lingua: Italiano
Editore: Rizzoli

Il giovane Enzo era fresco di matrimonio quando si rifugiò sulle montagne per aderire alla Resistenza nelle brigate di Giustizia e Libertà. Giudicato troppo gracile per combattere, il suo comandante pensò che il partigiano Biagi avrebbe servito meglio la lotta antifascista facendo il suo mestiere: così gli venne affidata la stesura del giornale "Patrioti", del quale era in pratica l'unico redattore. Uscirono solo quattro numeri, poiché la tipografia fu distrutta dai tedeschi, eppure Biagi avrebbe sempre considerato quei mesi da partigiano come i più importanti della sua vita. Progetto sempre cullato e mai ultimato, "La mia Resistenza" è un libro che raccoglie memorie e brani d'epoca oggi introvabili.

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La Resistenza delle donne. 1943-1945
Vecchio G.

Un volume dedicato alla Resistenza delle donne fra il 1943 e il 1945. Gli interventi a carattere storico di Giorgio Vecchio e Elisabetta Salvini, insieme alle numerose testimonianze raccolte, consentono di colmare un vuoto nella dettagliata ricostruzione di un fenomeno complesso e unico nella storia del nostro Paese. Dopo decenni nei quali si è identificata la Resistenza con la figura eroica del partigiano con il fazzoletto rosso al collo e il fucile in mano, oggi emerge la consapevolezza di una molteplicità di altre importanti figure, tra cui quelle di molte donne, di ogni classe sociale, e di tanti cittadini comuni, di preti, suore e frati.

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L'Agnese va a morire
Renata Viganò

«Sulla piazza c’era un gruppo di gente: stavano stretti, uniti, e guardavano tutti da una parte, guardavano tutti là in fondo a un grande albero nudo, a cui era appeso un impiccato. Lungo, inverosimile, pareva di legno: aveva le punte dei piedi, enormi, stese verso terra, e attaccato al petto un cartello grande, bianco. Intorno all’albero stavano tre o quattro tedeschi e dei soldati della guardia nazionale repubblicana. Ridevano e battevano il passo per riscaldarsi. Uno di essi, con un bastone, si mise a dare dei colpi regolari alle ginocchia del morto che oscillava in qua e in là con lo stesso ritmo della campana. E altri, in coro, gridavano: “Don, don, don,”. Scoppiarono degli urli acuti dalla casa di fronte, una voce disperata che piangeva, ma qualcuno chiuse la finestra, la porta; le voci non si udirono più. Un tedesco disse: “Basta campana”, e subito un milite fascista corse verso la chiesa, e anche la campana, dopo un minuto, tacque. La gente sulla piazza era sempre immobile e silenziosa, nell’aria bagnata come fosse di pietra.
I tedeschi cantarono un inno nella loro lingua, poi Giovinezza insieme ai fascisti. Alla fine uno di essi gridò, con voce lacerata, quasi femminile: “Noi questo fare a spie e traditori”, e sparò in aria una raffica di mitra. Una donna del gruppo fece un passo, si rovesciò per terra svenuta, floscia come uno straccio. Rimase là, nera, nel fango; tutti si guardavano, con incertezza, non si azzardavano a soccorrerla. Il tedesco venne verso di loro, li fece indietreggiare aprendosi un varco tra le facce bianche, spaventate, urtò appena col piede il corpo disteso. Urlò: “Voi portarla via, via, via”. E tutti si mossero confusi, come un branco di pecore.
L’Agnese si fece indietro piano piano tirando la bicicletta, entrò nel vicolo fra due case. Ma prima riuscì a stento per la distanza, a compitare la parola in grande sul cartello dell’impiccato. C’era scritto: “partigiano”.»

L'Agnese va a morire è una delle opere letterarie piú limpide e convincenti che siano uscite dall'esperienza storica e umana della Resistenza. Un documento prezioso per far capire ai piú giovani e ai ragazzi delle scuole che cosa è stata la Resistenza: una guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia (Sebastiano Vassalli)

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La bicicletta nella resistenza. Storie partigiane.
F. Giannantoni e I. Paolucci

Sin dalle sue origini la bicicletta fu ampiamente usata dagli strati popolari, non soltanto per motivi di lavoro, ma anche in funzione politica e, nel corso della lotta di Liberazione, per compiere azioni di vario tipo, contro i nazifascisti. In Italia la paura della bicicletta da parte dei reazionari ha una data certa e molto antica e una firma tanto famosa quanto odiata dalle forze popolari: quella del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nelle vesti di Regio Commissario Straordinario, durante i moti del maggio del 1898 a Milano. Oltre ad ordinare una sanguinosa repressione, il generale fece affiggere un manifesto che decretava il divieto nell'intera provincia di Milano della «circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandems e simili mezzi di locomozione». Più o meno con gli stessi termini, oltre alla minaccia della fucilazione, i nazifascisti proibiranno durante la loro dominazione sul territorio italiano, in funzione anti-partigiana, l'uso della bicicletta. Quel divieto, però, avrebbe significato in città come Milano o Torino, il blocco della produzione, giacché la maggior parte degli operai la usava per recarsi al lavoro e così, persino i nazisti, spietati nelle loro decisioni, dovettero fare marcia indietro. Nell'immediato dopoguerra, la bicicletta fu molto diffusa, specialmente nelle campagne. Per i braccianti era l'unico mezzo di locomozione, usato, oltre che per il lavoro, in occasione di grandi manifestazioni o degli scioperi indetti dalla Lega dei braccianti. In quelle giornate di lotta, masse imponenti si radunavano per impedire ai crumiri di recarsi nei posti di lavoro. Contro le biciclette, appoggiate nelle sponde dei fiumi, si accanivano con particolare durezza, schiacciandole e rendendole inutilizzabili, le camionette della "Celere" di Scelba, una polizia di pronto intervento, utilizzata soprattutto in occasione degli scioperi operai. Questa furia devastatrice non arrestò però lo svilupparsi di grandi battaglie per ottenere migliori forme di vita. Una storia di sacrifici, di miseria, di lotte, che sarebbe importante far meglio conoscere alle nuove generazioni.

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