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Le formiche rosse. Racconti di sport, di Teodoro Lorenzo

di Anna Lattanzi

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Amore per lo sport e passione per la scrittura. Un connubio piacevolmente equilibrato, che porta ancora una volta Teodoro Lorenzo a mettere nero su bianco “inusuali” racconti di sport. Novelle sportive, ben trenta, ognuna dedicata a una disciplina differente, dalle quali emerge il forte interesse di Lorenzo per tutto quello che è sport. La pennellata di originalità che caratterizza l’antologia sta nella capacità di rendere la tematica protagonista del libro, un significativo sfondo alle vicende umane che lo animano. Insomma, Lorenzo racconta di sport senza perdersi dietro a descrizioni tecniche o giudizi settoriali. Ne parla narrando di vite, emozioni e quotidianità. Uno scritto che profuma di saggio, con il sapore della narrativa. Il lettore si ritrova catapultato in trenta realtà sportive differenti, avendo la possibilità, non solo di conoscerne le fattezze attraverso le storie narrate, ma di assaporarne le più vive sensazioni ignorate da tanti.

Il tentativo di Lorenzo, decisamente ben riuscito, è quello di dare allo sport un ruolo nell’esistenza delle “persone” che popolano la raccolta. Per qualcuno è un mezzo salvifico, per qualcun altro è una forma di riscatto da una vita che ha donato solo asperità, per altri è quella forza che trascina fuori dal baratro. Uomini e donne, il cui amore per una disciplina sportiva ha un senso al di là della pratica in sé.

In realtà le parole di Luigi erano dettate dalle migliori intenzioni, se gli affari possono essere inseriti nel novero delle “migliori intenzioni”. Per l’ultima gara del campionato kart, all’insaputa della moglie, aveva deciso di farmi da sponsor versandomi sull’unghia la bella somma di tremila euro. In cambio un adesivo fosforescente su un lato del telaio avrebbe magnificato la bontà della sua carne. E così adesso è preso dall’eccitazione, pensa continuamente alla gara e non vede l’ora di leggere il suo nome sulle pagine di “Teramo News”. La mia vittoria la dà per scontata e quindi la foto della macchina, con annesso adesivo, la considera già in stampa: la sconfitta non è inserita tra le opzioni possibili. Non si capirebbe infatti per quale imprevedibile cataclisma un uomo, nella fattispecie il sottoscritto, che ha vinto tutte le gare precedenti dovrebbe andare a perdere proprio l’ultima. Per quanto mi riguarda non mi unisco alla sua eccitazione. Anche per l‟ultima gara sono completamente rilassato, impermeabile come sempre ad ogni soprassalto emotivo. Mi riconosco un carattere freddo. Non mi lascio coinvolgere dal pathos ed anche nelle situazioni più critiche riesco a mantenere lucidità e saldezza di nervi, senza lasciarmi sopraffare dalla paura. Che, anzi, non so cosa sia. Mi rendo conto che l’affermazione può apparire paradossale. Risulterebbe forse più comprensibile se a pronunciarla fosse uno stupido dalla mente poco coltivata o un burino presuntuoso da periferia degradata. Ma io non appartengo alle sopra citate categorie; ho nel cassetto un diploma di maturità classica, conseguito nel glorioso liceo classico “Melchiorre Delfico”,adoro leggere e odio i coatti super machos della serie spostatevi che passo io.

La vittoria di Demetrio Lancetti è scontata per il scommettitore, perché il campione di go kart “non teme la paura”. L’uomo sembra non avere sotto controllo quel freno inibitore urgente e necessario nella gestione del pericolo, che gli permetta di riconoscere la pura apprensione, ansia, inquietudine o paura che dir si voglia, che fa da scudo alla vita di ognuno di noi. Si chiama “Amigdala” questo primo racconto che apre la raccolta, un titolo che prende il nome da quella parte dorso-mediale del lobo temporale, che gestisce le emozioni e in maniera particolare proprio la paura. Quella stessa paura che il protagonista, contro ogni senso di realtà ignora, o suo malgrado respinge.

Un dolore lancinante mi prende la gamba e urlando mi accascio a terra. La gamba destra è piegata all’altezza del ginocchio, non riesco più a distenderla. Un capannello di gente mi si forma attorno, osservo le loro espressioni sconvolte. Arriva la barella, qualcuno mi butta addosso una coperta, mi caricano in fretta sull’ambulanza mentre il dolore spalanca davanti a me baratri spaventosi. Spostarmi dalla barella al tavolo dei raggi e poi sistemare le lastre sotto la gamba è come precipitare in un abisso. Non voglio urlare, mi sforzo di non farlo ma fitte terribili mi annichiliscono ad ogni movimento; ondate di dolore invadono ogni fibra del mio corpo. Alla fine piango e urlo. Basta, vi prego, pietà. La liberazione arriva finalmente con il sonno; in anestesia totale viene ridotta la frattura. Perché di questo si trattava: frattura scomposta del condilo mediale del femore destro. Quando mi risveglio mi sembra di essere disteso sotto l’albero maestro di un veliero. La gamba sopra un paio di cuscini, informe per il gonfiore, è incassata dentro una lunga conchiglia di gesso. Vedo strani fili e tiranti che partono da un lungo tubo d’acciaio sopra di me, l’albero della nave. Il lenzuolo, teso come una vela, copre tutto.

Teodoro Lorenzo, da sempre è appassionato di calcio, ha solo diciassette anni quando subisce un grave infortunio, procurandosi la rottura del femore. È capitato a tutti di vedere in televisione le immagini di un calciatore dolorante, disteso sul manto erboso dello stadio, a contorcersi per la sofferenza. Spesso ci si immedesima in quel giocatore, sentendo sul proprio corpo quella stessa lancinante lama che trafigge ossa e muscoli, provocata da un calcio dell’avversario o da una violenta collisione. Ebbene, nei righi del racconto “Il Campione”, lo scrittore con pochi e concisi passaggi trasmette quelle dolorose sensazioni che il sinistro calcistico provoca. Sembra quasi insito l’invito rivolto al lettore, affinché soppesi ogni parola, facendola propria e vivendola, perché queste frasi non parlano solo di fatti, non narrano solo un accadimento, ma consegnano le emozioni di un giovane, che mentre vive la sua passione, subisce un doloroso incidente. Perché il mondo del calcio è anche questo, l’universo sportivo è anche questo. Dolore dell’anima, sofferenza fisica, lacrime, emozioni, necessità di aiuto, ascoltare una voce amica consolatrice. Insomma, lo sport è umanità e lo racconta bene l’autore, descrivendo l’incidente che subisce in così giovane età.

Un’antologia di racconti dalle tante sfaccettature questo Le formiche rosse, il cui filo conduttore non disperde e non limita le variopinte argomentazioni trattate. Sarebbe riduttivo definire personaggi le figure protagoniste di ogni novella, che possono chiamarsi ragionevolmente persone, il cui profilo è ben disegnato. In verità, in fatto di dovizia di particolari, l’autore risulta palesemente avaro, caratteristica che non gli impedisce di muoversi bene con la sua penna e dare un’idea nitida delle figure. Abile nell’intrecciare passione e vita vissuta, Lorenzo narra con uno stile tendenzialmente asciutto, che a tratti sfocia in una forma sinuosa, che conosce piccole curve e dolci altipiani. Buono l’equilibrio tra le parole usate e i concetti espressi, se pur la sintesi fortemente ricercata, non sempre risulta conquistata. La scrittura è semplice, pur non rasentando mai la banalità. Una semplicità che Lorenzo sembra perennemente inseguire, volendo innegabilmente scrivere un libro adatto a tutti. Esattamente come nella precedente raccolta che porta la sua firma Le schede di Atripalda. Racconti di sport, in cui le discipline sportive narrate come la lotta greco romana, il tiro a segno, il golf e la pallavolo, sono pezzi di vita, i cui “fatti” si vestono di tenerezza e poesia, entusiasmo, voglia di riuscita, perdita, sentimenti, gioie, dolori, vissuti nello sport e fuori dallo sport.

Una lettura, Le formiche rosse, che vuole restituire allo sport e alla passione per esso una genuinità che in qualche modo sembra essersi perduta. Basti pensare al calcio mercato e alle “cifre vertiginose” che vi ruotano intorno. Non siamo qui, naturalmente, a giudicare un mondo che non ci compete, legato alla materialità, ma a sottolineare uno degli intenti dell’autore. C’è chi crede in quello che una pratica sportiva può dare, perché questa passione può essere il nutrimento dell’Anima, può essere insegnamento, convivialità, valvola di sfogo, forma di redenzione. Lorenzo cerca di restituire a questo mondo un volto pulito e in parte dimenticato. Basti leggere il capitolo “Le formiche rosse”, da cui prende il titolo l’intera raccolta e che altri non è che il nome della squadra di pallanuoto di Posillipo, che si batte per pura solidarietà.

Un libro da leggere, assaporare e da cui estrarre il personale messaggio, perché l’autore lascia una piccola porta aperta a chiunque voglia fare proprio ogni racconto, ogni emozione, ogni lacrima, ogni gioia.

 

Anna Lattanzi (classe 1970) è nata a Bari, dove ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia. La passione per i libri e la scrittura hanno da sempre guidato il suo percorso di vita e professionale. E' amante dei viaggi e delle passeggiate nella natura, prediligendo su tutto la montagna, che sembra permetterle di toccare il cielo con un dito.

 

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