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Vittorio Staccione e Árpád Weisz:
un calciatore antifascista e un allenatore ebreo nell'Italia del regime e delle leggi razziali

di Diarkos Editore

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Il 27 gennaio 2021, come ogni anno, ricorre il Giorno della Memoria,  l'importante giornata per commemorare le vittime dell'Olocausto.

Ora più che mai è importante ricordare e riflettere per non dimenticare...
Vittorio Staccione e Árpád Weisz: un calciatore antifascista e un allenatore ebreo nell'Italia del regime e delle leggi razziali.
Due vite molto diverse, ma accomunate dalla passione per il calcio e dal medesimo, tragico, destino.
Due storie che si intrecciano, riemergendo dall'orrore dei lager nazisti come esempi di sport, resistenza e umanità, tutt'oggi ancora attuali.
Francesco Veltri e Matteo Marani hanno dedicato due libri a questi due personaggi che per sempre ricorderemo in questo triste e al contempo importante giorno.

 

"IL MEDIANO DI MAUTHAUSEN" di Francesco Veltri

La vera storia di Vittorio Staccione Questa è la storia di un calciatore. Ma non un calciatore qualunque. Si chiama Vittorio Staccione e la sua vita cambia radicalmente in un freddo pomeriggio d'inverno del 1915. Ha appena undici anni e sta giocando a pallone insieme ai suoi amici in un campo dissestato del quartiere operaio di Madonna di Campagna, quando viene notato da Enrico Bachmann, il mitico capitano del Torino. «Ti andrebbe di allenarti con i ragazzi del settore giovanile?».

Vittorio non riesce a crederci, è solo un bambino. Risponde di sì, una svolta per sempre. In pochi anni, quell’umile ometto tutto corsa e sacrificio che di ruolo fa il mediano, diventerà un elemento importante della compagine della sua città, fino alla conquista dello scudetto insieme a campioni assoluti come Libonatti, Baloncieri e Rossetti. Ma alla passione per il calcio, Vittorio alterna quella per la politica. Le lotte sociali all’ interno delle fabbriche e la povertà dilagante portano il giovane e puro calciatore torinese a non chinare il capo di fronte a ogni genere di sopruso. Una scelta che, in un periodo in cui la prepotenza del regime fascista inizia a limitare i movimenti di chi non si allinea alle regole di Benito Mussolini, pagherà molto cara. Nel 1927 è ingaggiato dall’ambiziosa Fiorentina del marchese Luigi Ridolfi, amico intimo del Duce, e qui, pur essendo considerato dai tifosi il calciatore più rappresentativo della squadra viola, viene costantemente intimidito e perseguitato dalle camicie nere per le sue frequentazioni In Toscana si innamora perdutamente di Giulia Vannetti che, diventata sua moglie, in breve tempo gli procurerà una felicità immensa e un dolore devastante. La ragazza rimane incinta ma muore di parto insieme alla bambina che portava in grembo, lasciando suo marito nello sconforto più totale. Uno shock che, unito all’attivismo politico, condizionerà il percorso professionale di Vittorio, costretto a finire, all’ apice della sua carriera, a giocare in serie C.

Lasciato il calcio ad appena trentun’anni, l’ ultimo atto della sua esistenza si consuma in una Torino assediata dai tedeschi. Lavora come operaio e a seguito degli scioperi nelle fabbriche del marzo del 1944, viene arrestato su delazione e consegnato al Comando Germanico. Sul treno che lo porterà nel terribile campo di sterminio di Mauthausen, l’ex mediano granata lascerà tutto se stesso: i successi sportivi, la gloria personale e il ricordo di un amore spezzato brutalmente da un destino ingiusto e balordo. Ingiusto e balordo come quei giorni di bombe, di miseria e di morte. Il libro contiene fotografie inedite dall’album della famiglia Staccione.

Francesco Veltri è nato a Cosenza nel 1979. Giornalista professionista con la passione per lo sport, la politica, il sociale. Ha lavorato nelle redazioni di diverse testate tra cui Calabria Ora, L’Ora della Calabria e La Provincia cosentina. Con esperienze nel mondo radiofonico, è stato, inoltre, addetto stampa del Cosenza Calcio.

 

"DALLO SCUDETTO AD AUSCHWITZ" di Matteo Marani

«Lei conosce Arpad Weisz?» Calciatore e poi allenatore nell'Italia del regime fascista, di lui si è perduta ogni traccia. Eppure aveva vinto più di tutti all'epoca d'oro del pallone, gli anni Venti e Trenta, più di tanti tecnici acclamati oggi, vincendo scudetti e coppe, e portando al trionfo il Bologna. Sarebbe immaginabile che oggi qualcuno di loro scomparisse di colpo? A Weisz è successo, portato via dal vento tragico della storia, delle leggi razziali, della Shoah. Arpad Weisz è scomparso ad Auschwitz, la mattina del 31 gennaio 1944. Due anni prima erano entrati nella camera a gas sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, dodici e otto anni.

È un libro che commuove e indigna, che va letto tutto d’ un fiato, quello di Matteo Marani. Perché è frutto di anni di ricerca scrupolosa e ossessiva per far riemergere dagli abissi del Novecento la storia di questo allenatore ebreo,
divenuto prima un fantasma e poi simbolo della lotta nel calcio e non solo contro ogni odio e discriminazione.

È un libro che commuove e indigna, che va letto tutto d’ un fiato tanto è affascinante il personaggio di Weisz. Non lo conosceva bene nemmeno Enzo Biagi, bolognese e tifoso del Bologna. «Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito», ha scritto in “Novant’anni di emozioni”. Arpad Weisz è finito ad Auschwitz, è morto la mattina del 31 gennaio ’44. Il 5 ottobre del ’42 erano entrati nella camera a gas sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, 12 e 8 anni. A Matteo Marani ci sono voluti tre anni di ricerca, scrupolosa e insieme ossessiva, perché gli pareva di inseguire un fantasma. E ora, giunto alla terza edizione, questo libro meraviglioso si arricchisce di un apparato fotografico inedito.


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