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Un altro mondo

Negli Stati Uniti l’istruzione obbligatoria è sempre stata una priorità. In Italia invece la situazione è deprimente

di Tullio De Mauro, Internazionale

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Nel 1995 il ministero dell’istruzione italiano decise di organizzare un forum sulle qualità necessarie e desiderabili per chi voleva insegnare. La sbobinatura di quell’incontro apparve poi negli Annali della pubblica istruzione del 1996. Non c’erano teorici e studiosi di pedagogia. C’erano invece alcune brave insegnanti e giornalisti e studiosi di varia specializzazione accomunati dall’interesse per la scuola e l’apprendimento, come Andrea Casalegno, Anna Ferraris, Maria Giovanna Garroni. Ragionammo a lungo e alla fine ci ritrovammo con un elenco di qualità che, nell’insieme, sembravano quelle di un o una leader. Qualcuno si mise a ridere. Un leader accetterà mai di lavorare nelle condizioni di stipendio e di stima sociale degli insegnanti italiani?

Il leader in cattedra

Per il resto però, a ripensarci oggi, forse non eravamo molto fuori strada. Teaching as leadership è il titolo del libro di Steven Farr di cui si parla nel mondo della scuola negli Stati Uniti. Farr non ha lavorato da solo, ma ha raccolto le esperienze di Teach for America, l’organizzazione che da quasi vent’anni osserva e cerca di deinire le qualità dei bravi insegnanti. O almeno di quelli che risultano migliori in base ai risultati dei percorsi di apprendimento dei loro alunni. La conclusione di Farr è: insegna bene chi sa esercitare una leadership, chi ha una personalità da leader. Subito dopo la pubblicazione del libro di Farr, il candidato governatore del Tennessee, Bill Haslam, non ha perso tempo a procurarselo, ha promosso un dibattito pubblico sul tema e lo ha inserito nella sua campagna elettorale. Potrebbe succedere in Italia?

Per noi italiani il mondo dell’istruzione statunitense è molto lontano. Negli Stati Uniti da decenni, almeno dal rapporto di David Gardner del 1983, A nation at risk, l’istruzione è oggetto di attenzioni e cure costanti da parte dei presidenti (perino del grigio Bush jr), del senato e del congresso. È il mondo di una nazione che crede e lavora alla priorità dell’istruzione obbligatoria dal seicento, da quando i padri pellegrini arrivarono nella baia del Massachusetts. Una nazione che ama e apprezza la sua scuola, le sue università e la ricerca, a cui le industrie e le banche devolvono grandi somme.
Leggendo l’articolo dell’Atlantic emergono dettagli signiicativi: una maestra elementare non eccelsa, con ventitré anni di carriera, guadagna 80mila dollari all’anno, molto più di un professore ordinario delle nostre università; gli addottorati nelle otto università più antiche, esclusive e snob del nordest, Boston, Cornell, Harvard e le altre della Ivy League, corrono a candidarsi agli esami di Teach for America. È un mondo lontano, o meglio lontani siamo noi: dagli Stati Uniti e da molti altri paesi che si stanno impegnando sempre più nell’istruzione, dal Venezuela alla Finlandia, dalla Francia a Dubai. E tuttavia interessa anche a noi individuare le caratteristiche che fanno un bravo insegnante: issare obiettivi d’apprendimento alti; mettersi in discussione e rivedere di continuo le strategie per raggiungerli; cercare e coinvolgere le famiglie; concentrarsi per esser sicuri che un compito è pertinente all’apprendimento; far lavorare in piccoli gruppi gli allievi, che tra loro si spiegano e spiegano meglio le cose; immaginare come si farà domani la lezione; sofrire come uno scacco personale l’insuccesso di un alunno, e però non scoraggiarsi mai, neanche nelle nostre deprimenti gravi condizioni.

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