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Il razzismo spiegato ai nostri figli

di Vincenzo Abate

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Quella che stiamo vivendo è un’epoca contraddittoria. Da una parte elogiamo lo sguardo collettivo che guarda all’innovazione, sia tecnologica che digitale, in una enorme varietà di ambiti. Dall’altra, siamo testimoni di un’involuzione culturale davvero preoccupante.

Un passo indietro che mina l’idea stessa di progresso e che ci pone dinnanzi alle responsabilità personali e morali di tutti noi.

L’epoca dello sdoganamento del razzismo

La politica è lo specchio del Paese, almeno per quel che riguarda un determinato momento storico. Il nuovo Governo del cambiamento, quello che vede Lega e Movimento 5 Stelle al comando, ha iniziato la sua attività di gestione della società con fare barbaro, vedi il caso della nave Aquarius.

Un caso triste, penoso, che aldilà di ogni possibile convinzione politica personale denota un ritorno a tempi bui. D’altronde, basta dare una rapida occhiata ai commenti lasciati dagli italiani sui social network per notare il tasso di odio, di intolleranza e di incomunicabilità che macchia l’immagine della nostra Nazione.

La letteratura che offre lezioni di vita

Sui giornali online e in televisione siamo bombardati dai comizi elettorali fuori tempo massimo di individui del calibro di Salvini e Di Maio, maschere rappresentative (specie per quel che riguarda il neo Ministro dell’Interno) dell’imbarbarimento della società accennata in precedenza.

Come sempre accaduto nella storia umana, la letteratura giunge come un faro nella notte, una luce in grado di dare chiarore necessario per condurre in porto la “nave della società” ormai alla deriva (l’esempio di stampo marittimo cade a fagiuolo).

Il libro dal titolo Il razzismo spiegato a mia figlia è stato pubblicato nell’ormai lontano 1997, un’epoca dominata dagli scandali di Bill Clinton e dalla drammatica fine di Lady Diana. Nonostante siano passati più di vent’anni, il piccolo libricino scritto dallo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun risulta essere ancora oggi così attuale da lasciare basiti.

Come spiegare il razzismo a un’anima innocente

Si tratta di un’opera dalla struttura molto semplice, con un dialogo tra un padre e la giovane figlia. Come in ogni creatura di tenera età, la curiosità la fa da padrona. Tante sono le domande, molti sono i quesiti, una serie di interrogativi di un’anima candida che inizia a farsi qualche idea sulle contraddizioni del mondo degli adulti.

Il dialogo tra padre e figlia sconfina dal semplice focolare familiare per diventare qualcosa di più, ovvero una riflessione politica e sociale ben precisa. Viene analizzato il concetto di razzismo in ogni sua sfumatura, con un profondo senso di vergogna che l’autore lascia emergere seppur privo di ogni possibile sentimento di rivalsa.

Tahar Ben Jelloun, da sofisticato intellettuale qual è, comprende l’inutilità di utilizzare il disprezzo per quelle forme politiche e di pensiero che rappresentano la vergogna del genere umano.

Un racconto pedagogico giocato interamente sul confronto, questa la forma scelta dall’autore per analizzare e mettere sul piatto la spaventosa contraddizione tra progresso e involuzione civile, in nuce negli anni novanta e che ora è letteralmente esplosa a causa di forze politiche che costruiscono il proprio successo sull’odio e sulla rabbia di una popolazione stanca.

Solo la cultura può salvare il mondo

Cosa ci insegna “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun? Seppur indietro a livello temporale, il tenero dialogo tra padre e figlia immaginato dall’intellettuale marocchino denota l’ossessiva ricerca di un nuovo inizio, il momento in cui gli orrori del passato possano finalmente far parte delle tenebre di un tempo ormai distante.

Un auspicio, un augurio, un progetto dal profondo aspetto morale che purtroppo non trova concretizzazione nella vita quotidiana. L’Italia è una Nazione stanca, con un popolo dall’enorme potenziale che però non riesce a rendersi conto dell’enorme presa in giro che la classe politica degli ultimi vent’anni (senza distinzioni tra Sinistra e Destra) ha portato avanti per bieco interesse personale.

Nella società contemporanea il passo indietro dal punto di vista etico è sotto l’occhio di tutti. La cultura diventa l’unico appiglio a cui affidarsi per mettere la parola fine a questo processo irreversibile, in modo tale da far ripartire la civiltà verso l’unico orizzonte possibile, quello basato sulla tolleranza.


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