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Alessandro Baricco
Seta

di Antonella Benvegnù

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"Questo non è un romanzo. E neppure un racconto. Questa è una storia. Inizia con un uomo che attraversa il mondo, e finisce con un lago che se ne sta lì, in una giornata di vento. L'uomo si chiama Hervé Joncour. Il lago non si sa." Pubblicato nel 1996, tradotto in oltre trenta lingue, bestseller internazionale, "Seta" esce in una nuova edizione per Fandango Libri con la copertina di Gianluigi Toccafondo. Al cinema, il film diretto da Francis Girard con Michael Pitt, Keira Knightley e Alfred Molina.

La vicenda narrata dallo scrittore torinese prende avvio nel 1861 e vede come protagonista Hervé Joncour, giovane commerciante di bachi da seta, che lascia Lavilledieu nel sud della Francia, dove vive con la moglie Hélène, per recarsi ben quattro volte in Giappone al fine di importare bachi non infestati. Durante i suoi viaggi, che si snodano lungo un tragitto “fino alla fine del mondo”, segue sempre il medesimo itinerario: oltrepassa il confine a Metz, attraversa il Wurttemberg e la Baviera, entra in Austria, raggiunge in treno Vienna e Budapest poi Kiev, percorre 2000 km di steppa russa a cavallo fino al lago Bajkal – “che la gente del luogo chiamava” ora “mare” (p. 22), ora “demonio” (p. 31), ancora “l’ultimo” (p. 50), infine “il santo” (p. 67); quattro viaggi identici per il percorso tranne l’ultimo quando, sulla strada del ritorno, il protagonista rientra passando per Pietroburgo, variatio che prelude ad un cambiamento.

In Giappone, Hervé Joncour rimane affascinato da un potente signore locale, Hara Kei, nella cui semplicità spicca come primo segno di potere il “possesso” di una donna immobile al suo fianco accarezzata a guisa di esotico animale prezioso e addormentato; tuttavia la sua potenza è decisamente più consistente, incidendo profondamente sull’esistenza di un intero villaggio: “quell’uomo per cui tutti, in quel paese, esistevano, si muoveva sempre in una bolla di vuoto come se un tacito precetto ordinasse al mondo di lasciarlo vivere solo” (p. 35) e ancora “Hara Kei continuò a camminare con un passo lento a cui non apparteneva alcuna stanchezza. Intorno era il silenzio più assoluto, e il vuoto. Come per un singolare precetto, ovunque andasse, quell’uomo andava in una solitudine incondizionata, e perfetta.” (p. 36) Ma il protagonista rimane ancor più affascinato dalla donna misteriosa di Hara Kei, volto da ragazzina, occhi non orientali, gesti precisi e silenziosi (pp. 24-28, 32, 38-39, 52, 73-75) che gli sconvolgono la mente con una “triste danza, segreta e impotente” di occhi perfettamente muti (p. 54).

E la seta? Oltre ad essere il prezioso tessuto per la cui produzione vengono materialmente compiuti gli spostamenti del giovane mercante francese in Giappone dove la seta veniva prodotta “secondo riti e segreti che avevano raggiunto una mistica esattezza” (p. 19) e “se la tenevi tra le dita era come stringere il nulla” (p. 29), per la leggerezza, quasi la vacuità di un filo, la seta dai meravigliosi colori cangianti, può essere metafora dell’esistenza che, nelle sue insite pieghe contraddittorie, scivola via leggera, inesorabile, splendida.

All’inizio, Hervé Joncour “…godeva con discrezione dei suoi averi e la prospettiva, verosimile, di diventare realmente ricco lo lasciava del tutto indifferente. Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla. Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia” (p. 10). A Lavilledieu osservava la sua esistenza piovergli davanti agli occhi come “spettacolo quieto” (p. 30), vita “semplice, ordinata da una metodica normalità” (p. 41) in cui “con cura fermò il Tempo, per tutto il tempo che desiderò” (p. 39) e “sentì lieve la sorte di amarsi” (p. 63). Eppure, dopo l’ultimo viaggio in Giappone, dicevano “ha qualcosa addosso, come una specie di infelicità” (p. 81) a proposito della quale farà un breve accenno solo all’amico Baldabiou “…è uno strano dolore… morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai” (p. 83).

La scrittura, semplice, leggera, impercettibile, è costruita di vuoto e pieno, di silenzi e parole-suoni, di mezze pagine bianche e paragrafi brevi, di ombre silenziose in movimento e paesaggi assolati, degli sguardi seducenti e muti e delle mani di seta della ragazza di Hara Kei, da una parte, e della voce vellutata e suadente di Hélène, dall’altra, di Oriente e Occidente. Regna l’equilibrio tra le parti, l’esattezza nei gesti, la perfezione nei modi e nell’abbigliamento, il controllo delle emozioni e dei gesti in profondità: nostalgia per i sentimenti non vissuti, contemplazione della propria esistenza come uno spettacolo a cui assistere, inquietudine di Hélène rivelata prima dell’ultima partenza e il suo bisogno di essere alfine rassicurata (“Promettimi che tornerai” … “Te lo prometto”, p. 66), profondo senso di inadeguatezza, desiderio di essere l’altra donna di cui immagina l’esistenza e da cui si sente diversa sebbene in qualche occasione inventi uno stile da perfetta amante. Gli uccelli, leit-motiv della narrazione, compaiono in volo come presagio del destino umano, oppure rinchiusi nella voliera come costoso e folle pegno d’amore ma anche metafora della vita di amante, libera, talvolta, di uscire dalla gabbia dorata per farvi immediato ritorno spontaneamente; infine, per le loro orme, diventano termine di paragone per i caratteri orientali di una misteriosa epistola che “sembrava un catalogo di orme di piccoli uccelli, compilato con meticolosa follia” (p. 85).

“H J trascorse gli ultimi anni che seguirono scegliendo per sé la vita limpida di un uomo senza più necessità. Passava i suoi giorni sotto la tutela di una misurata emozione. A Lavilledieu la gente tornò ad ammirarlo, perché in lui pareva loro di vedere un modo esatto di stare al mondo. Dicevano che era così anche da giovane, prima del Giappone.” (p. 93)

La sua vita si conclude in un parco meraviglioso, che evoca lontanamente il bosco di Hara Kei, anche questo con una voliera simile ad un ricamo e un lago sulle cui rive riflettere in silenzio; tranne quando accoglie le gente del posto raccontando i suoi viaggi, piacere che prima si era sempre negato, trascorre ore in solitudine meditando, probabilmente, sul mistero dell’esistenza e delle relazioni umane (“Siamo tutti meravigliosi e facciamo tutti schifo”, p. 63).

“…il resto del suo tempo lo consumava in una liturgia di abitudini che riuscivano a difenderlo dall’infelicità. Ogni tanto, nelle sue giornate di vento, scendeva fino al lago e passava ore a guardarlo, giacché, disegnato sull’acqua, gli pareva di vedere l’inspiegabile spettacolo, lieve, che era stata la sua vita.” (p. 100)

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