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ARTICOLO

Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro

di Alessandro Balzaretti

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Cos’è Gente in Aspromonte? Chi non l’ha letto dirà che è un romanzo. L’editore, che l’ha letto ma ha bisogno di essere il più chiaro possibile, per vendere -ahimè- più copie, dirà che è una raccolta di racconti. Il lettore privo di esigenze aziendali e filtri ideologici, interessato soltanto a carpire l’essenza di quel che legge, dirà che è un libro bizzarro. Non si può parlare di romanzo, benché il primo racconto, che dà il titolo al libro, sia a tutti gli effetti un romanzo breve, ma neppure sarebbe corretto definirlo una raccolta di racconti, in quanto il primo sovrasta per lunghezza e importanza tutti gli altri.

L’unica possibilità che rimane al lettore è fare ricorso al linguaggio della musica: Gente in Aspromonte è una sonata fiabesca. Il primo Stück, il primo brano, segna la melodia, il tono, l’umore dell’intero libro, mentre i pezzi che seguono altro non sono che brevi variazioni sul tema.
E la melodia di questa sonata letteraria è, per l’appunto, la fiaba. Le descrizioni dei paesaggi e dei paesi, mai chiamati con il loro nome, un Aspromonte magico, dove i torrenti, le montagne, le greggi sembrano parlare e avvolgere di poesia l’esistenza del pastorello Antonello, tutto concorre alla creazione di un universo fantastico, e persino la stessa struttura narrativa, fatta di ellissi temporali, ripetizioni di episodi, lieti fini con tanto di morale, è la stessa di molte delle fiabe che ci siamo sentiti raccontare nell’infanzia.

Eppure… eppure la critica parla di romanzo naturalista, di realismo anni ’30, di denuncia sociale. È vero, e non c’è alcuna contraddizione con la dimensione favolosa del libro, che risulta a ben vedere addirittura funzionale all’intento di Alvaro: puntare i riflettori sulla sua Calabria e le ingiustizie che opprimono la povera gente delle montagne.
Alvaro riesce a fare denuncia sociale, e dunque a rappresentare le cose così come sono, proprio mostrandole dallo sguardo di un bambino, riflesse da uno specchio fedele, ossia l’immaginazione della fiaba. La struttura della fiaba e il personaggio di Antonello sono difatti elementi di un’infanzia, l’infanzia dell’uomo e dell’umanità, in cui si possono ritrovare non soltanto l’immaginazione poetica di leopardiana memoria, ma anche, e soprattutto, gli istinti, le passioni, la violenza, il primitivo desiderio di primeggiare e avere, di dire “è mio!”. È in questa barbara infanzia dell’umanità, nella quale è immersa la Calabria di Alvaro, che si trovano le radici della violenza e dell’arretratezza. D’altronde, come non si può paragonare la processione fittizia dei bambini calabresi dinanzi all’aquilotto al guinzaglio dell’Andreuccio con il macabro totem venerato dai bambini del Signore delle mosche di William Golding?

Gente in Aspromonte è pertanto un libro -pardon!- una sonata letteraria, in cui il suono bucolico degli acuti della mano destra nasconde i tenebrosi accordi della sinistra. Un’opera complessa, ma non stridente, che non può certo essere etichettata in alcuna granitica categoria letteraria.

Alcuni passi scelti

Il libro in un'edizione del 1978

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. [incipit, cap. I, racconto I]

Il sole declinava e i ragazzi decisero di fare la processione. Il Pretino teneva l’aquila al guinzaglio, e andava in testa a tutti con le mani giunte. I ragazzi dietro si erano raggruppati per ordine, e con dei sassi che picchiavano l’uno contro l’altro facevano i piatti della banda, mentre altri che con la bocca andavano mugolando ‘Piripiripirirì’, facevano le trombe. Solo il Titta guardava in disparte con un lieve sorriso di compatimento. Antonello si era mescolato alla processione e ne era inebriato. Non sapeva che volesse dire, ma si sentiva trasformato, come alla vigilia di capire cose cui non aveva mai pensato. [cap. VI, racconto I]


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