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L’innocente, di Gabriele D'Annunzio
Il secondo petalo della rosa

di Marzia Samini

Nella categoria: HOME | Recensioni

“Non altro io conobbi che questo: la donna che io desideravo era là, d’innanzi a me, tremante, prostrata dal mio braccio, tutta mia alfine.”

L’innocente rappresenta il secondo dei romanzi della Rosa di Gabriele D’Annunzio, dove l’immagine della Rosa non è altro che la rappresentazione della voluttà, una voluttà incontrollata, incontrollabile e fatale e forte come solo la morte sa essere.
Il protagonista dell’opera è Tullio Hermil (l’esteta, personaggio tipico d’annunziano, sulla scia di Andrea Sperelli protagonista del Piacere, altro romanzo della Rosa) che davanti alla moglie, Giuliana, si rende più volte reo d’infedeltà ma, quando torna al sentimento antico e autentico che l’aveva legato a lei e porge ad essa tutto l’amore mai dato, scopre che anche la moglie le è stato infedele e porta dentro di sé, tra timore e terrore, il segno indelebile di quel tradimento: un figlio.
E così il protagonista è stretto nella morsa morale del perdono, che concede alla donna che tante volte lo aveva perdonato, e l’odio immorale per quel bambino innocente.

“Dimmi quello che devo fare perché tu mi perdoni, perché tu dimentichi tutte le cattive cose...Io tornerò a te, non sarò d’altri che di te, per sempre. [...] Da ora innanzi, come un tempo, tu sarai la mia amante, la mia amica, la mia sorella; come un tempo tu sarai la mia custode, la mia consigliera. Sarai la mia anima. E guarirai. Io ti guarirò. [...] Siamo giovani. Riconquisteremo la felicità, se tu vorrai.”

In questo romanzo, dunque, viene narrata la convalescenza spirituale dell’esteta intellettuale, purificato del suo egoismo caratteristico del superuomo, una figura questa ripresa da Nietzsche, il filosofo tedesco che tanto ha inciso nei romanzi d’annunziani imprimendo in essi l’idea che il fine dell'intelletto è la voluttà senza freni, capace di godere di ogni goccia di vita. La convalescenza spirituale avviene - assecondando un altro cliché letterario (questa volta dei latini) - nella campagna, cioè nel locus amoneus, dove la ritrovata morale lo riconduce alla moglie, ma questo ritorno improvviso quanto tanto aspettato dalla moglie, collima e urta contro la debolezza fisica e mentale che quest’ultima accusa, trasformandola un’infelice creatura.

Il protagonista si trasforma in un eroe che con coraggio e senso morale perdona la moglie, perdona il tradimento (non solo quello carnale ma anche e soprattutto quello ideale, cioè viene smontata e distrutta l’idea di una donna casta e pura che perdona e aspetta eternamente il marito), ma con estrema lucidità intellettuale non lo vediamo mai illudersi sulla sua stessa persona. Infatti pur esaltandosi in tanti punti dell’opera, trascinato dalla passione, Tullio Hermil non crede alla sua bontà improvvisa, sulla sua pietà, sulle sue conversioni, frutto di un ritorno alla natura, ma con crudeltà e ferocia smonta ognuna di queste finzioni: infatti egli mai ignora che tutti i suoi moti di spirito, dalla gelosia all’abbandono totale sono soltanto di natura sensuale, così com’è sensuale la rifiorita passione per la moglie Giuliana.

“Certo ella era stata nelle mani di colui una di voluttà, non altro [...] la grande taciturna, la creatura composta da oro duttile e acciaio, s’era prestata a quel vecchio gioco, aveva anch’ella obbedito alla vecchia legge della fragilità muliebre [...] Un orribile sarcasmo mi torceva l’anima”.

Dunque il protagonista per sottrarsi all’egoismo della lussuria si abbandona ad una passione più distruttiva: l’odio. Un odio potente, che destabilizza per sempre il rapporto con la moglie e che in ogni sguardo, parola, fa sì che riecheggi sempre nella sua mente l’immagine dell’intruso, chiuso nel ventre della sua creatura.
Alla fine dell’opera ci accorgiamo che alla coppia non è concessa più nessuna possibilità, né riscatto né rimorso ma solo un muto vagare tra persone vuote che mai capiranno ciò che sono, sentono o hanno provato. Bisogna però ricordarsi un fatto importante: il romanzo è una confessione di un delitto, fatta ad un anno di distanza. Ed anche il delitto, la morte di un innocente, non si trasformano mai in pentimento o rimorso ma fanno parte anche essi, o forse ne sono la logica e illogica conclusione, di quel gioco sensuale così pericoloso, dove alla passione si unisce sempre la crudeltà trasformando, nel contesto letterario, il dolore stesso come motore e musa dell’arte.

Un romanzo scritto egregiamente dove si sentono tutti gli echi del più alto degli esponenti del decadentismo italiano che con la forza delle parole ci trascina nello spirito e nei suoi mutamenti, nella lucidità di un intelletto che vive di finzioni, dove ogni sentimento è sempre spinto e provocato dalla sensualità e tutto si gioca in bilico tra fiori che sbocciano e l’infelicità in una stanza, tra l’egoismo che specchiandosi in un altro si disprezza, e l’amore matrimoniale che pur di restare in vita, pur di far sì che quella passione non si esaurisca tra le braccia di altri, acconsente in un tacito accordo all’omicidio di un innocente.
Il paradigma della letteratura romantica si è compiuto: l’amore, o la sua idea, si è legata, e così sarà per molto, all’idea della morte.


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