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Il primo Dio, di Emanuel Carnevali: l’importanza di essere nessuno

di Marzia Samini

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La nostalgia, col tempo, diventa una specie di compenso per la sofferenza

Alzino la mano quelli che di voi conoscono Emanuel Carnevali e/o la sua opera… immaginavo. Beh per essere il primo Dio la sua popolarità lascia piuttosto a desiderare, ma come mai uno scrittore così importante per la nostra letteratura e ancor di più per la nostra storia letteraria, soprattutto oltre oceano, viene ignorato, bistrattato e nascosto, fino a renderlo polvere da tenere sotto il tappeto dell’apparenza?
Io una risposta ce l’avrei, ma forse prima è meglio che vi presenti Emanuel, il primo Dio.

La mia faccia rivela voglia di esplodere e che l’esplosione avverrà presto. Rivela anche torpore, e non ho alcuna fretta di cambiarla.

Emanuel Carnevali nasce a Firenze nel 1897 e all’età di 16 anni emigra a New York, siamo nel 1914, più precisamente siamo al 5 aprile 1914. Dunque con Carnevali e la sua storia - e perciò la sua letteratura - ci immergiamo in quel periodo storico che, a quanto pare, noi italiani siamo così avvezzi e sollevati di dimenticare: la nostra migrazione. Infatti i primi del ‘900 rappresentano una fetta di tempo, isolata dal resto della storia e dai libri che a scuola ci impongono di studiare, trattata in un trafiletto in basso a sinistra (magari anche sotto la scritta ‘approfondimenti’, quasi a intendere un esercizio storico facoltativo, quel pezzo di storia che si può sapere tanto quanto salutare e ignorare) ma che rappresenta come una lastra di ghiaccio che non s’arrende allo scioglimento e in cui ci sono storie di disperazione, Odissee per arrivare alla terra promessa: l’America, la lontanissima America, terra di sogni e speranze, terra del futuro. Fu dietro a questi slogan e notizie di zii lontani, che dal nulla diventarono tutto, che molti italiani soprattutto del sud, cambiarono meta di migrazione e invece di dirigersi al nord Italia verso fabbriche industriali e grandi metropoli che li odiavano, provarono il grande salto oltre oceano, vittime di un’impossibilità di crescita nel loro paese, della fame; ormai vuoti - e per questo liberi - tentavano il tutto e per tutto scrutando l’orizzonte e immaginando l’America.
E questo, vi ricorda qualcosa? Immaginavo.

Ora, diciamo che su una di queste navi colme di italiani pronti ad avverare il proprio sogno americano (qualcuno di noi aspetta ancora la chiamata di un notaio che ci dice che uno zio in America di cui non sapevamo nemmeno l’esistenza, ci ha lasciato una fortuna in eredità) stava Carnevali con la sua valigia piena di spiacevoli ricordi e privo di ogni nostalgica fantasia, pronto, come tutti, al riscatto. Ma anche uno scrittore, pur fantasioso e persino un po' schizofrenico, deve, a un certo punto, confrontarsi con la realtà. E la realtà di Carnevali era un incubo che divorava ogni secondo.

Un'anima costa cara, non tutti possono permettersi di comprarla.

Ora non starò qui a raccontarvi la vita di Carnevali perché sicuramente lui lo ha saputo fare meglio di me e poi perché odio gli spoiler, ma ci sono alcuni aspetti che ancora oggi possono dare spunti di riflessione per chi avesse ancora voglia di riflettere.

Perché al principio ho sostenuto che Carnevali fosse - o dovesse essere - un personaggio importante per la nostra storia letteraria? In effetti quando Carnevali fu a New York incontrò personaggi di grande rilievo ed entrò, grazie alle sue poesie, nel circolo letterario statunitense composto da Max Eastman, Ezra Pound e Robert McAlmon, personaggi di non poco conto all’epoca ed ad oggi.
E allora come è possibile che il nome di questo poeta risulti alla maggior parte ignoto? La risposta a questa domanda risulta semplice e per questo crudele: perché scrisse in inglese.

Carnevali imparò subito l’inglese, la nuova lingua, e iniziò a scrivere quasi a volersi dimenticare immediatamente di un passato non troppo passato: l’Italia e la sua lingua. Ma il bilinguismo è un fenomeno assai comune in quella che definiamo letteratura della migrazione, infatti l’emigrato, una volta arrivato nella terra ospitante, quasi mai scrive nella sua lingua madre ma preferisce adottare la nuova lingua per esprimersi, per farsi intendere e quindi accettare. Certo, l’uso di un'altra lingua lo rende ancora di più alienato a se stesso e al mondo, le nuove parole rendono la sua storia indicibile e indecifrabile perfino ai suoi occhi ma ehi, un prezzo da pagare c’è sempre e a qualcuno deve pur toccare il silenzio.

Dunque l’opera di Carnevali si inscrive perfettamente nella letteratura della migrazione, basti pensare ai topoi di cui è costellata l’opera: la finestra della stanza come occhio per guardare il mondo, i lavori saltuari e schifosi, il sentimento costante di sentirsi esiliato, …

Insomma tutte queste caratteristiche e forse molte altre, rendono Il primo Dio un'opera di spicco, scritta da uno degli ultimi poeti maledetti italiani, scritta da un emigrato con i sogni infranti, da uno che è tornato in Italia con i nervi a pezzi e come sempre ignorato dal mondo e dall’amore.

Per questo oggi vi chiedo di non lasciare questa meravigliosa opera scritta con il cuore e i nervi nell’oblìo che non merita: in essa è scritta un pezzo di storia di ognuno di noi e oggi è arrivato il momento di ascoltarla.

 

Marzia Samini (21/05/1992) ha studiato presso il liceo umanistico Vittoria Colonna per poi prendere la facoltà di Lettere all'università Roma Tre. Si è laureata con una tesi su Musil e la sua opera I turbamenti del giovane Torless e qui continua il suo percorso universitario e letterario.

 

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