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Piccoli maestri, di Luigi Meneghello: il romanzo di una vita

di Marzia Samini

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“Macché atti di valore. Non eravamo mica buoni, a fare la guerra”.

Pubblicato per la prima volta nel 1964, il libro di Meneghello possiede tutti i tratti caratteristici del testo memorialistico, infatti il racconto prende vita da un ricordo del protagonista cioè dell’autore stesso che, per puro caso, si trova a ripercorrere in dolce compagnia le strade, o meglio le montagne, che percorreva quando era partigiano, e da qui tutto diventa memoria e ricordo. Con un passo leggero, ironico, anti-retorico e anti-eroico, Meneghello ci porta sulle Langhe per raccontarci di ragazzi, amici, bande, per raccontarci della nostra Resistenza come non l’avevamo mai sentita, la morte è presente, in ogni passo, infiltrata nelle parole, nel cielo grigio e in quello di Sole, la morte è ovunque ma noi non la vedremo mai, sarà un eco lontano che ci abbraccia senza tocco.

Ma la memoria non sempre tiene insieme tutti i pezzi e così il testo presenta, volontariamente, delle lacune ormai incolmabili, il ricordo è fratturato come la narrazione, il tempo è passato per tutti, i partigiani sono tornati uomini civili, non c’è più tempo, non è più il loro tempo e Meneghello perde il senso del racconto, perde il cammino in una strada smemorata, la nebbia avanza e ingoia e sputa macerie, l’esperienza della guerra sta andando perduta nel tempo che passa.

“Quello che è privato è privato, e quando è stato è stato. Tu non puoi pretendere di riviverlo, ricostruirlo: ti resta in mano una crisalide. [...] Se c’era una forma, era sparsa in tutta la nostra storia”.

Attraverso la ricostruzione della memoria il testo va via via esibendo una costruzione modernista in quanto, adagiato sul modello dello strutturalismo russo, esibisce narcisisticamente l’atto del fare letterario, uno specchio riflesso che trasforma la memoria in letteratura e la letteratura in memoria e dove ogni parola è auto riflettente, dubbiosa verso se stessa, critica verso la realtà. E così, come la scrittura riflette su stessa nel momento in cui si scrive (modo di procedere romantico, si pensi al concetto che essi avevano di critica dell’arte) anche l’autore riflette su se stesso, prendendosi in giro, guardandosi da lontano, anche lui sbiadito, anche lui confuso, giovane, sbagliato. Eppure tutto questo funziona grazie alla tecnica oratoria e dunque grazie all’uso della retorica tanto odiata e recriminata che permette di portare costantemente in scena chi sta parlando: un’Io onnipresente, goffamente narciso, eterno protagonista di una storia che non c’è più. Un’Io abbandonato nel ricordo. Ma di narcisistico non c’è solo l’autore ma anche la sua stessa letteratura che si pavoneggia ammirandosi allo specchio, vedendosi bella e ruffiana attraverso l’effetto comico, che sempre serpeggia, e diventa poi simbolo. Ad onta di ciò basta vedere a p. 44 la trasformazione, la vestizione, del partigiano in donna, che qui diventa rito di passaggio mentre, ad esempio, per Fenoglio l’unico vero rito di passaggio è il battesimo di fuoco.

“Cosa c’entrava il buon senso?”

Così come servì a Fenoglio nel racconto “I ventitré giorni della città di Alba”, il continuo abbassamento di tono serve a Meneghello per dare il senso comico e togliere fiato e anima a quella retorica che, ancora nel 1964, aveva il sapore amaro del fascismo, di quel regime che si impose non solo con la violenza fisica ma anche e soprattutto infiltrandosi nei condotti culturali, dalla scuola, al cinema, al teatro, inculcando miti e fantasie. Eppure liberatosi dalla morsa di una retorica fascista, l’autore sente (sul modello agostiniano) che ormai vige una contrapposizione tra le parole e le cose come se anche questi avessero ormai subito una frattura irreparabile e così, trovando nella cultura e nell’educazione fascista la colpa di questo scollamento esistenziale, Meneghello (al contrario del partigiano Johnny di Fenoglio, che vuole traghettare la cultura nella nuova Italia) vede nella cultura una grande truffa, corrotta ormai dalle parole della retorica e dell’idealismo.

Così “Piccoli Maestri” vuole significare e mostrare la rottura del ciclo dell’insegnamento fascista e della sua informazione distinguendosi dai loro padri e diventare finalmente adulti, e per fare ciò Meneghello ha un unico strumento: la letteratura, una letteratura che diventa arma e spara, diventa essa stessa azione e processo conoscitivo, nonché liberatorio, nonché ultimo rito di passaggio.

Ma non sempre le intenzioni coincidono con i risultati e “Piccoli Maestri” è un romanzo di formazione che non può concludersi: l’Io non diventa adulto, non si responsabilizza, rifiuta l’incarico di scrivere sul giornale partigiano... rifiuta tutta la storia e il ricordo. E la Resistenza, per Meneghello, si chiude così: con un rifiuto.


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