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La coscienza di Zeno: una malattia chiamata vita

di Marzia Samini

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Io sono il dottore di cui questa novella parla talvolta con parole poco lusinghiere.

Il dottore in questione è uno psicanalista, il paziente il protagonista del libro. Fin dalle prime righe ci rendiamo facilmente conto che tra i due non scorre buon sangue e infatti il romanzo, il testo che segue, viene presentato da Zeno come una vendetta ma non solo; subito ci viene detta la verità più grande su quest’opera: infatti Zeno ci mette subito in guardia, noi lettori, sostenendo che in essa sono accumulate “tante verità e bugie”.

In realtà vi è accumulato un po' di tutto, ricordi, profumi, amanti e amore, perché La coscienza di Zeno non è altro che l’autobiografia del suo protagonista impostagli dal suo psicoanalista come terapia parallela; una cosa certa è che all’inizio il nostro protagonista non prende molto bene il compito ma a poco a poco l’idea si trasforma e lui finalmente accoglie la proposta dichiarando di voler mettere ordine nei suoi ricordi, rivelandoci così una volontà  di controllo razionale, ovviamente in antitesi all’atteggiamento di totale abbandono richiesto dalla terapia psicoanalitica.

Afferro la matita. Ecco che la mia fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.

Ecco che tutto il preambolo dell’opera illumina l’intima contraddizione che vizia tutto il tentativo di recupero memoriale di Zeno: il lettore è messo in guardia, chi guida la storia è un uomo in cerca di vendetta nei confronti del suo psicoanalista è che quindi pilota e dirotta la scrittura in base alla sue esigenze. E così è impossibile capire, decidere o scegliere una verità assoluta o, ancora meglio, o peggio, non conosceremo mai la vera verità su questo personaggio. Eppure nonostante l’odio del personaggio per la psicoanalisi, Svevo ne fu un grande appassionato e studioso e così, per tutta l’opera, ricorrono elementi rimandanti questa pratica, come ad esempio il quarto capitolo, dedicato alla figura paterna e intitolato “La morte del padre”. Il concetto di padre è ormai, in campo psicologico, inestricabilmente legato alla figura di Freud, e infatti oltre a Svevo anche il nostro protagonista, come lui stesso dichiara, ha affrontato letture psicoanalitiche. Ancora una volta non sappiamo se il personaggio è autentico quando associa il respiro del padre morente ad una locomotiva oppure se abbia, volontariamente, pilotato la frase (ripresa da Freud) per prendersi gioco del suo psicoanalista.

...scopro che l’immagine che mi ossessionò al primo mio tentativo di vedere nel mio passato, quella locomotiva che trascina una sequela di vagoni su per un’erta, io l’ebbi per la prima volta ascoltando da quel sofà il respiro di mio padre.

E dalla malattia del padre passiamo a quella del figlio, o meglio arriviamo al punto focale di tutta l’opera: l’oscillazione costante di Zeno tra salute e malattia. Infatti all’inizio delle sue memorie dichiara: “la malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione”. E se la malattia è una convinzione lo è anche la salute ed infatti guarisce così come si era ammalato, cioè convincendosene. Arrivati a questo punto ci accorgiamo che salute e malattia, così come la vita, sono solo un fatto di persuasione e, attraverso quest’ottica, anche l’esercizio di recupero memoriale diventa una riscrittura della propria vita, una riscrittura che finisce per essere l’umico strumento in grado di produrre una guarigione, una vita nuova, finta ma sana, in grado di spazzare via la vita autentica ma malata. Nel contesto culturale in cui viveva l’autore, ciò significava la sostituzione del positivismo della filosofia shoperiana della rappresentazione della realtà e ciò comporta, a sua volta, la trasformazione del romanzo realista in una favola, dove Zeno può avere tutte le sue rivincite sulla vita e dichiararsi, a suo piacimento, sano e felice.

La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come volere turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.

Alla fine però la dialettica tra salute e malattia viene superata perché la filosofia shoperiana viene sostituita da una visione leopardiana della vita in cui tutto il mondo è afflitto da una malattia universale; eppure lungi dall’estinguersi la fiamma della speranza, nel momento in cui tutto è annullato, nella visione catastrofica di una fine del mondo per ripristinare la salute, Zeno costruisce la sua, illusoria e fantasmagorica, felicità. Nell’eterna oscillazione tra salute e malattia, uno spazio rilevante lo ricopre il fumo, infatti il nostro protagonista, come molti di noi probabilmente, non riesce a smettere di fumare, l’ultima sigaretta viene sempre seguita da un ultima sigaretta ma, secondo il nostro protagonista, il danno oggettivo, il vero problema, non è il danno che il fumo provoca all’organismo, ma piuttosto il pensiero ossessivo di quel danno.

Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi: lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono coll’esser piene di sigarette e di propositi di non fumare più e, per dire subito tutto, di tempo in tempo sono ancora tali.

Ma alla fine anche il fumo è trasformato in un’esperienza positiva che porta alla salute soggettiva perché “Malattia e salute sono due poli intercambiabili di un giudizio quanto mai relativo al punto di vista dal quale è espresso”.

In conclusione questo è il primo romanzo italiano in cui compare la figura letteraria dell’inetto, un personaggio al quale però non puoi non affezionarti, fatto delle sue debolezze e delle sue ipocondrie, o forse invece proprio per questo forte, sicuro di sé e in ottima salute. Questo non lo sapremo mai, ma in fondo, pensandoci bene, quando possiamo dire di essere stati completamente certi di aver ascoltato la verità? E soprattutto, quand’è l’ultima volta che ci siamo raccontati la verità ?


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