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Echi letterari: il “correlativo oggettivo” in Orazio e Montale

di Isabella Fantin

Nella categoria: HOME | Stile e retorica

Questo intervento è volto unicamente a dimostrare che il “correlativo oggettivo” teorizzato da Eliot e adottato da Montale è presente anche nella poesia latina. Orazio docet.

Se a fine lettura condividete questo spunto, di esempi ne troverete a bizzeffe! In caso contrario vi avrò sottratto cinque minuti del vostro tempo, corrispondenti alla lettura della mia proposta.

 

Tecnica elaborata e usata da Eliot nel poema The waste land del 1922 per dare forma poetica a riflessioni filosofiche e sentimenti, ossia entità astratte prive forma sensibile, il “correlativo oggettivo” consiste in oggetti, cose, eventi, condizioni atmosferiche e descrizioni che - traducendo in forma concreta ciò che è astratto - lo rendono comunicabile. In questo modo immagini concrete oggettive diventano emblema di una condizione interiore soggettiva.

A titolo esemplificativo per Orazio scelgo passi tratti da Vides ut alta stet (OdiI, IX).Per Montale scelgo la prima quartina di “Spesso il male di vivere ho incontrato”(Ossi di seppia).

Orazio contempla un paesaggio romano, ben noto a lui e al suo pubblico, nella stagione invernale sotto la neve. In questa atmosfera sospesa esorta un interlocutore fittizio a godere della giovinezza. Le gioie e i divertimenti legati all’amore, compagno della giovinezza, sono evocati nella scena conclusiva che ‘fotografa’ gli scherzi di due innamorati al Campo Marzio.

Concentriamoci sull’ incipit dell’ode dedicata al paesaggio invernale:

Vidès ut àlta stèt nive càndidum
Soràcte nèc iam sùstineànt onus
silvàe labòrantès gelùque
flùmina cònstiterìnt acùto.
Il monte Soratte è imbiancato,
gli alberi sono gravati dal peso della neve,
ghiacciati i corsi d’acqua.
(Le tre immagini alludono a un freddo interiore, al gelo che paralizza l’anima?)

 

Passiamo ai versi dedicati ad un paesaggio altrettanto ostile contenuti nella stessa ode:

Permìtte dìvis cètera, quì simul
stravère vèntos àequore fèrvido
depròeliàntis, nèc cuprèssi
nèc veterès agitàntur òrni.
Gli dei placano il mare in burrasca e fanno
cessare i venti impetuosi.
Anche cipressi e frassini si bloccano.
(Il mare in burrasca ripropone il timore per l’incertezza del futuro? L’improvviso intervento degli dei è prova che ogni situazione si può capovolgere nel suo opposto e viceversa?)

 

 

Riporto la prima quartina della celebre “Spesso il male di vivere ho incontrato” per la presenza di tre “correlativi oggettivi” di cristallina immediatezza:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
(Il rivo impedito della strettoia indica la difficoltà a vivere. La foglia secca indica la vita sul punto di finire. Il cavallo indica la morte. Tre immagini concrete di aridità e morte che, seguendo un climax ascendente, rendono comunicabile il dolore esistenziale.)

 

Per chiudere ho scelto la foto di Montale che mi piace di più. Poco aggrottato il volto, gli occhi sorridono insieme alle labbra, assente l’immancabile sigaretta.

Una ‘petalosa’ bianca spicca radiosa in primo piano: omaggio d’obbligo in una situazione ufficiale o un correlativo oggettivo?

 

Isabella Fantin è nata nel '61, abita a Milano in piena movida da tormento notturno. Una laurea in Cattolica in Lettere moderne. Docente di lungo corso, vaglia nuove rotte. Il tempo per lei è il vero lusso. Legge da sempre. Conduce una vita anonima. Le piace ricordare una frase che ripete sempre ai suoi studenti: leggere insegna a vivere. Ci crede anche lei.

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