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ARTICOLO

Cos’è la letteratura?
Riflessioni tra teoria e pratica


Intervista al Prof. Stefano Prandi

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Teorie letterarie

Presentiamo una rassegna di interviste che nasce dalla volontà di creare un dibattito sul ruolo della letteratura e in generale dell'arte oggi, data la nostra società orientata su valori che sembrano andare contro a quelli della cultura e della creatività, e sul ruolo che in questo scenario assume l'istituzione universitaria e l'istruzione in generale, soprattutto in Italia.

L'intervista
Nota bio-bibliografia

L'intervista

1) Sulla base della sua esperienza di ricerca e d’insegnamento, crede sia possibile dare una definizione in qualche modo  “scientifica” della letteratura?

Ci hanno provato in molti, ma è difficile contenere un’attività umana così ricca ed estesa in una semplice definizione: e poi il rigore si paga, spesso a caro prezzo. Io inizierei col dire che la parola letteratura ha in sé il senso di una frequentazione assidua e ripetuta con il testo, un’attività da svolgere in silenzio e tranquillità, senza fretta: se rimaniamo alla lettura, la cultura medievale parlava di ruminatio, di lenta masticazione della parola. Dal Medioevo siamo lontanissimi, eppure questa dimensione di «durata interiore» che segue i nostri tempi anche fisiologici continua ad esserci preziosa, anzi: tanto più oggi, in un tempo in cui tutto è simultaneo e momentaneo, trascinato dalle ferree leggi del virtuale. Tempo e spazio non sono più veramente nostri: camminare “nella vigna del testo”, come dice Illich, ce li restituisce, restituendoci anche a noi stessi.
Non vorrei però essere frainteso: non intendo con ciò accreditare una concezione elegiaca e solipsistica della letteratura come regno dei cosiddetti “sentimenti profondi” dell’io. Il termine letteratura, infatti, rimanda etimologicamente, allo stesso tempo, ad una pluralità di fattori (opere, autori, competenze); il racconto letterario parla sempre degli altri, ci lega necessariamente alla diversità irriducibile che si sperimenta in una dimensione sociale, collettiva. La forza della letteratura sta nel suo inesausto sperimentare ipotesi di realtà, in questi continui e cangianti mondi possibili che non solo stimolano la nostra intelligenza ma anche toccano nel profondo la nostra emotività. Per questo la letteratura ci regala, per così dire, una solitudine affollata (come racconta Machiavelli nella bellissima lettera al Vettori del dicembre 1513, in cui dice che, leggendo i classici, entra «nelle antique corti degli antiqui uomini»), ci conduce dal chiuso delle nostre stanze alle piazze gremite di voci, e poi ancora oltre, ai confini dello spazio e del tempo. Quale altra attività umana è capace di creare una simile continuità tra individuo e cosmo? Quale ci riguarda così profondamente?

2) Secondo alcuni studi, la letteratura può essere definita tramite la ricerca di specifici criteri di letterarietà: si può parlare di criteri formali, storici, antropologici, ecc. Quanto pensa che almeno uno di essi sia valido per definire la letteratura?

La letteratura è sostanziata di parole, che sono, prima di essere significato, concrete occorrenze foniche e grafiche; ogni parola ha un peso, un colore, un sapore, ed entra in un rapporto complesso con altre parole, creando amalgami sempre nuovi, in una variazione infinita. È questa, per citare uno dei padri della linguistica, Ferdinand de Saussure, la parole, a cui si contrappone la langue, l’insieme di regole che formano il codice di un linguaggio. Credo che l’approccio più sostanziale alla letteratura consista essenzialmente in questo, nell’esaminare dall’interno questi straordinari organismi viventi che sono i testi con gli strumenti che ci ha offerto soprattutto la stilistica (e la metrica, se siamo di fronte ad un componimento poetico) e mettendo, ma solo in un secondo momento, queste risultanze al servizio di un più ampio orizzonte di riferimento che potremmo chiamare all’ingrosso la “cultura” dell’autore (termine che va inteso nel suo significato più ampio, comprendendo anche, ad esempio, l’ideologia). Quindi non credo che offrano risultati particolarmente rilevanti né quelle tecniche della critica letteraria che assolutizzano il metodo, come è accaduto in certi casi nell’epoca dello strutturalismo e della semiotica (ma assai meno in Italia che altrove); né quelle che utilizzano il testo come pretesto per parlare della biografia o dei tempi dell’autore o ancora, come è molto di moda oggi nei cosiddetti Cultural studies, per discutere questioni che fanno capo alla sessualità, alla razza, alla politica. Come ha detto molto bene Giovanni Bottiroli, il testo letterario non è un oggetto culturale: non lo è nella sua intima sostanza, anche se se ne può fare un uso improprio in questo senso.

3) In riferimento al ruolo importante che, in generale, le lettere hanno avuto in altre epoche storiche, e paragonandole col ruolo assai marginale che hanno oggi, secondo lei quanto la letteratura, al giorno d’oggi, può “dare” alla società?

Marginalità della letteratura oggi? Dipende dai punti di vista. Da un lato sembra che la letteratura abbia perso il ruolo di chiave privilegiata per l’interpretazione della realtà, che non sia più l’agone (come osserva Abraham Yehoshua in un libro molto stimolante che nella traduzione italiana si intitola Il potere terribile di una piccola colpa) dei dibattiti etici, che ora si sono trasferiti altrove, per esempio nei talk-show televisivi. Ma stiamo bene attenti: si può dire che – poniamo – la scienza abbia oggi, per la massa, questo ruolo di guida? Non si assiste invece ad una divaricazione clamorosa tra la ricerca scientifica, appannaggio di pochi “mandarini”, e la sua divulgazione, spesso infedele e maccheronica? Si leggano, a riprova di quello che si va dicendo, quanto scrivevano anche quotidiani di grande tiratura a proposito del recente esperimento dell’acceleratore di particelle di Ginevra. D’accordo, il confronto tra le terze pagine odierne, ricolme di polemiche personalistiche e pettegolezzi, e quelle degli anni Cinquanta-Settanta è piuttosto impressionante, ma non dimentichiamoci che si trattava di dibattiti ristretti ad una élite, mentre oggi siamo di fronte ad una cultura di massa che ha imposto radicali cambiamenti al mondo della carta stampata. Non è solo la letteratura ad essere cambiata, ma l’intero orizzonte antropologico di riferimento: viviamo, e non solo in Italia, in un sistema drogato che ci tiene prigionieri in uno stato di continua alterazione, sollecitati alternativamente, come bene ha detto Mario Perniola in un recente volume, dai miracoli e dai traumi di una comunicazione a cui non possiamo e vogliamo più rinunciare. La marginalità insomma, per esaurire questo corno del dilemma, è condizione che tocca un po’ tutte le discipline di tradizione humboldiana. L’idea della «supplenza religiosa» e spiritualistica della letteratura, come diceva Fortini, così come quella della «supplenza ideologica» è dunque definitivamente morta, e non è detto che sia un male; la letteratura dovrà trovare in se stessa le ragioni della propria esistenza, e sono convinto che riuscirà a farlo.
D’altro lato, il dato della marginalità si potrebbe anche contestare. La distinzione tra autori e lettori tende sempre più a sfumare per la presenza in rete di siti letterari autoprodotti, di blog e laboratori di scrittura; grazie all’abbattimento dei costi editoriali offerto dall’applicazione delle nuove tecnologie, si moltiplicano le piccole case editrici. Come ha scritto tempo fa Carla Benedetti, siamo nell’epoca della diversificazione culturale, di un ventaglio di proposte editoriali inimmaginabile solo quarant’anni fa, a cui lavora un vero e proprio esercito di operatori e mediatori culturali. Nonostante la crisi economica, le tavole rotonde, le conferenze, le letture di poesia e prosa, sempre più spesso accompagnate da musica o proiezione di immagini, non si contano. Volendo si potrebbe (e io conosco qualche collega che lo fa) girare il mondo tutto l’anno parlando di letteratura e rimbalzare da un “evento” all’altro: siamo pieni di “eventi”… È sempre festa, come nel paese delle meraviglie; forse è per questo che facciamo così fatica a riconoscere qualcosa come davvero rilevante. Questo non vale naturalmente solo per la letteratura, ma anche per altre discipline: tutto si spettacolarizza; persino la filosofia ha i suoi bravi festivals. Questo però non significa che le barriere non ci siano più, anzi: le giurie dei premi letterari, i “salotti buoni” non sono nient’affatto più aperti al nuovo che in passato; e i giovani imparano in fretta l’arte dell’autopromozione e della gelosa difesa della notorietà conquistata.
Da quello che ho risposto, anche a proposito della prima domanda, penso risulti chiaro anche il mio pensiero sul contributo più significativo che può offrire la letteratura alla società: proporre una sorta di “ecologia della mente” (rubo questo sintagma a Bateson) che ci permetta di allontanare il frastuono inane che ci circonda senza isolarci in una splendida solitudine, ma al contrario restituendoci alla concretezza del reale, al confronto con ciò che sentiamo più vero.

4) Qual è il ruolo delle Università in questo panorama attuale e cosa effettivamente, concretamente, “l’uomo di lettere” può fare?

Tutti gli insegnanti hanno un ruolo importantissimo, indistintamente. Un paese civile favorisce in tutti i modi l’istruzione di ogni ordine e grado, perché così facendo costruisce il proprio futuro. Non c’è bisogno che aggiunga altro, mi sembra: ognuno può fare le sue valutazioni sulla situazione attuale in Italia, su questo cortocircuito tra difficoltà di motivare i giovani allo studio, dequalificazione professionale, scarsa considerazione nella media della collettività, ecc. La scuola ha le sue colpe, l’Università ne ha forse di più gravi, ma resta il fatto che esse rimangono uno dei pochissimi spazi che valorizzano il lavoro metodico, la costruzione graduale di un sapere e di competenze capaci di conferire dignità alla persona, mentre i modelli che da ogni parte vengono proposti, classe politica e dirigente compresa, evidenziano insofferenza alle regole, facili scorciatoie e astuzie di piccolo cabotaggio. Qualcuno ha proposto di rendere facoltativo lo studio della letteratura: non credo sia questa la soluzione, che rischia di sottarre a molti ragazzi la possibilità di un incontro che potrebbe essere decisivo. Certo non ci può essere istruzione forzata: la letteratura non può che essere inerme, direi “francescana”, e aprire le braccia a chiunque le si rivolga. Gli uomini passano, la vera letteratura rimane.

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Nota bio-bibliografia

Stefano Prandi, allievo di Ezio Raimondi, è stato ricercatore universitario presso la Facoltà di Lettere e Filosofia del Piemonte Orientale e dal 2001 è professore ordinario di Letteratura italiana all'Università di Berna.
Si è occupato di letteratura medievale (Petrarca e Dante, a cui  ha dedicato tra l'altro il volume Il «diletto legno»: aridità e fioritura mistica nella Commedia, Firenze, Olschki, 1994), umanistica e rinascimentale (in particolare il Tasso; ma si veda anche il saggio Il «cortegiano» ferrarese. I Discorsi di A.Romei e la cultura nobiliare nel Cinquecento, Firenze, Olschki, 1990), di poesia novecentesca (vari saggi e un'edizione di Luciano Erba, Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2002), di teoria della letteratura (nel volume Scritture al crocevia. Il dialogo letterario nei secc. XV e XVI, Vercelli, Mercurio, 2000). Ha commentato inoltre la Divina commedia (Brescia, La Scuola, 2005, con Riccardo Merlante), il De partu Virginis di Jacopo Sannazaro (Roma, Città Nuova, 2001), il Galateo di Giovanni Della Casa (Torino, Einaudi, 1994 e 2000) il Forno ovvero della nobiltà di Torquato Tasso (Firenze, Le Lettere, 1999).
È condirettore della collana «Studi e Testi di Letteratura e Linguistica. Istituto di Italiano dell’Università di Berna» (editore Pacini di Pisa); della collana «Memoria del Tempo», (editore Longo di Ravenna); è membro del comitato scientifico dell’Istituto di Studi Rinascimentali; della giuria del premio internaz. P.E.N; del «Collegium Romanicum»; collaboratore della pagina culturale de «Il sole 24 ore».

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