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Space Oddity di David Bowie: proteine contro il mal di spazio

di Francesca Guidotti

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Guerra fredda e disastro spaziale
Space Oddity: la Terra vista da un oblò
Il cerchio si chiude

Guerra fredda e disastro spaziale

L'espressione cold war, coniata dal giornalista americano Walter Lippman nel 1947 (1), sintetizza in modo efficace la peculiarità di questo non-conflitto. Con l'avvento degli ordigni di distruzione di massa l'antagonismo tra le due superpotenze non poteva essere risolto militarmente, pena il rischio della distruzione planetaria; la conflittualità inesplosa si esprimeva in diversi modi, privilegiando i canali della diplomazia, gli espedienti dello spionaggio e le lusinghe della propaganda piuttosto che l'aperta conflagrazione, con il risultato di rendere la realtà spesso difficilmente distinguibile dalle fiction che essa stessa alimentava. Mentre il presidente Kennedy e i suoi connazionali si appassionavano ai romanzi di Ian Fleming e ai film che da essi venivano tratti, i russi leggevano con crescente interesse le storie spionistiche di Yulian Simyonov, confluite in serial televisivo sovietico di grande successo (2).

Nella Weltanschauung della guerra fredda finzione e realtà si intrecciano indissolubilmente, sposandosi con il senso ineluttabile della catastrofe sempre incombente; lo dimostra il caso emblematico della competizione aero-spaziale, che ebbe tanta rilevanza simbolica per ambedue gli schieramenti a partire almeno dal lancio della navetta sovietica Sputnik 1, avvenuto il 4 ottobre 1957. L'esito di ogni missione astronautica sanciva, di volta in volta, la supremazia momentanea di uno dei contendenti, consegnando all'immaginario collettivo la figura dell'eroe nazionale o della vittima sacrificale, perché il disastro era sempre in agguato.

Nell'era spaziale la Gran Bretagna, benché allineata con il Blocco Atlantico, si è sempre collocata in una posizione marginale, che ha certamente favorito l'adozione di uno sguardo maggiormente distaccato e, almeno in parte, critico. Il Regno Unito ha infatti scelto di non aderire ad alcun programma finalizzato al volo umano nello spazio e, per questa ragione, nessun cittadino britannico, in quanto tale, avrebbe potuto partecipare alle missioni della NASA viaggiando su una navetta shuttle . È significativo che Helen Sharman, fino ad oggi la prima e unica cosmonauta inglese, abbia raggiunto la stazione spaziale orbitante MIR a bordo della navicella russa SOYUZ TM 12 solo il 18 maggio 1991; altri sudditi britannici hanno compiuto voli astronautici grazie alla loro doppia cittadinanza che li rendeva, almeno nominalmente, reclutabili in quanto statunitensi (3). Che si trattasse di collaborare con i sovietici o di dichiararsi cittadini americani, per gli anglosassoni partecipare alle missioni spaziali era dunque possibile solo a patto di esibire un'identità nazionale spuria o, quanto meno, contaminata con l'alterità.

La scelta britannica della marginalità (non già della neutralità) - una scelta consapevole, e ribadita negli anni - sembra aver contribuito all'esplicarsi di una maggiore libertà immaginativa. Non è quindi casuale che la fantascienza degli anni Sessanta viva una intensa stagione di rinnovamento proprio grazie alla New Wave inglese: il fatto stesso di privilegiare l' inner space , lo "spazio interno" della psiche, ha consentito di cogliere e amplificare le contraddizioni esistenti nella coeva narrativa fantascientifica, replicandone e al tempo stesso sovvertendone le formule.

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Space Oddity : la Terra vista da un oblò

Negli stessi anni in cui la narrativa fantascientifica rivisita la figura dell'astronauta evidenziandone le valenze più dolorose e perturbanti, la musica pop affronta il tema del disastro spaziale con la canzone "Space Oddity" di David Bowie. Scritta nel 1969 e probabilmente ispirata al film di Stanley Kubrick "2001: A Space Odissey", uscito l'anno prima nelle sale cinematografiche (4), essa fu utilizzata dalla BBC, non senza ironia, come sigla di coda per la trasmissione dell'allunaggio (5). Il brano è la cronaca di una tragedia raccontata in diretta attraverso il dialogo tra l'astronauta e la torre di controllo terrestre.

Nei primi versi il protagonista, Major Tom, in partenza per una delicata missione spaziale, è investito di un ruolo di grande rilevanza simbolica. Le parole del suo interlocutore ne sottolineano il successo e l'affermazione personale (" You've really made the grade "(6)), mostrando come egli sia fatto oggetto dell'interesse mediatico. Pare che, nella stesura del testo, Bowie si sia anche ispirato al lancio della navetta Apollo 8, avvenuto in diretta televisiva il 24 dicembre 1968, con ascolti record; per analogia, possiamo quindi immaginare che l'impresa descritta nella canzone sia seguita da migliaia di persone, partecipi delle vicende del coraggioso cosmonauta.

Tuttavia risulta ben presto evidente che questa immagine trionfale è illusoria, perché prodotta da un sofisticato apparato mistificatorio capace di eludere abilmente la realtà dei fatti. Lungi dal possedere una propria assertività eroica, Tom è in larga misura un mero esecutore, che si limita a seguire le istruzioni impartitegli dalla Terra in forma imperativa. La gran parte delle direttive iniziali riguarda, significativamente, la sua salvaguardia personale; si tratta in ogni caso di misure palliative, del tutto inadeguate a contrastare o a prevenire le difficoltà che si potrebbero presentare in quella missione. E infatti, dopo averlo invitato a ingurgitare alcune pillole proteiche (" Take your protein pills. ") e a indossare il casco ( . and put your helmet on ), l'operatore aggiunge: " Check ignition and may God's love be with you ".

Benché sia costantemente interpellato dalla sala controlli, Tom ci appare come un uomo solo, mandato allo sbaraglio e dato in pasto a un apparato mediatico che non si interessa a lui in quanto persona, ma solo al suo potenziale pubblicitario (" And the papers want to know whose shirts you wear ").

Protagonista suo malgrado di un grande spot promozionale, il cosmonauta ora è pronto a lasciare la propria capsula per fluttuare nello spazio, come prevede il programma di volo. Questa è probabilmente la fase più importante della missione: Tom vivrà un'esperienza straordinaria e ha il compito di raccontarla al pubblico. Ma il suo linguaggio non è quello di un eroe, portavoce della retorica ufficiale, e neppure quello di un affabulatore, capace di trasmettere alla platea l'insondabile magia di un momento unico e irripetibile. Non vi sono enfasi persuasiva o lirismo nelle sue parole; al contrario l'astronauta fa ricorso a un lessico quotidiano, assai semplificato e stereotipato, che banalizza tanto gli avvenimenti descritti, come pure gli stati d'animo che li accompagnano:

This is Major Tom to Ground Control
I'm stepping through the door
And I'm floating in a most peculiar way
And the stars look very different today.

Scaraventato in uno scenario inconsueto, dove anche gli atti più banali subiscono una trasformazione radicale, Tom non sa fare altro che confermare il cambiamento ricorrendo agli aggettivi " different " e " peculiar ". È come se il cosmonauta non avesse accesso ad un linguaggio e a parametri culturali diversi da quelli della più trita quotidianità, o forse si può ipotizzare che sia spinto ad adottare quel codice da esigenze mediatiche.

Tuttavia, benché a un primo sguardo il messaggio possa apparire privo di rilevanza e di orientamento ideologico, di fatto si può notare come l'aggettivo " peculiar " sia carico di valenze negative, quasi a suggerire l'innaturalità o persino la sgradevolezza di quanto sta accadendo. Tom non prova meraviglia, entusiasmo o fervore; egli appare piuttosto disorientato e impotente:

.For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there's nothing I can do

Le parole del protagonista ribadiscono la sua condizione passiva di passeggero in balia degli eventi. Se alla navicella viene riferita una condizione di movimento e, persino, attribuito il possesso di una presunta capacità decisionale (" and I think my spaceship knows which way to go "), l'occupante umano appare statico, seduto all'interno di un precario abitacolo di latta (" tin can "), frastornato dallo spettacolo inconsueto che gli si presenta (" Planet Erth is blue / And there's nothing I can do "). La sua impotenza è disarmante almeno quanto la stereotipia della scena: l'immagine bluastra del pianeta Terra e la scontata dichiarazione di amore coniugale (" tell my wife I love her very much, she knows ") sono ingredienti di uno stesso copione mediatico che richiede il rispetto di una serie di convenzioni. Major Tom - consapevolmente o inconsapevolmente - recita a soggetto: l'antieroicità del protagonista è una componente irrinunciabile, un ingrediente funzionale tanto all'adesione, come pure alla decostruzione dell'ideologia egemone.

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Il cerchio si chiude

Nel finale verranno riproposte le stesse frasi già utilizzate, con qualche piccola variazione: dopo il guasto, l'astronauta si sta allontanando progressivamente dall'orbita terrestre e il suo volo senza fine lo ha già portato in prossimità della Luna.

Ground Control to Major Tom
Your circuit's dead, there's something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?
"Here am I floating round my tin can
Far above the Moon
Planet Earth is blue
And there's nothing I can do."

La dichiarazione di impotenza viene ora riproposta con un effetto ben più drammatico perché è ormai evidente che nulla può più essere fatto per evitare la catastrofe. La tragedia si è compiuta: la torre di controllo non è in grado di impartire nuove istruzioni, né di diagnosticare il problema; del resto tutto sarebbe inutile dato che le comunicazioni sono interrotte.

L'ultima strofa enfatizza la circolarità ricorrendo a una serie di immagini emblematiche: l'astronave è una lattina attorno alla quale Tom è condannato a ruotare in eterno, mentre la familiare forma sferica della Terra e la sagoma del satellite lunare si allontanano sempre più. Le parole ritornano, il cerchio si chiude. La ripetizione conferma e ribadisce le premesse già enunciate nella prima strofa, ma al contempo presenta l'astronauta in una nuova luce.

Per la prima volta, in questi versi conclusivi, il personaggio sembra acquistare una statura maggiore. Ora egli appare come una vittima innocente, ma non inconsapevole; nel suo linguaggio ordinario e semplificato, ma pur sempre provvisto di connotazioni inequivocabilmente negative, aveva infatti mostrato di non aderire ai toni trionfalistici dell'interlocutore terrestre, quasi presagisse l'esito nefasto della missione. Non è un caso che, ora che il fato è compiuto, Tom possa ripetere le medesime parole, riprendere le immagini che aveva già utilizzato in precedenza. In un certo senso si può dire che egli affronti allo stesso modo la buona e la cattiva sorte, benché in ambedue i casi appaia sostanzialmente succube degli eventi. Forse l'astronauta ha sempre sospettato, e ora sa con certezza, di dover morire nello spazio, ma anche questo, dopo tutto, non basta a fare di lui un eroe.

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Note

(1) Mario Del Pero, La guerra fredda , Carocci, Roma, 2001, p. 7.

(2) Martin Walker, The Waking Giant : Gorbachev's Russia , Pantheon Books, New York, 1987, p. 143.

(3) Ricordiamo gli astronauti Michael Foale, Nicholas Patrick e Piers Sellers, britannici in possesso di una seconda cittadinanza americana.

(4) Il film 2001: A Space Odissey (1968), diretto da Stanley Kubrick, è tratto dal racconto di fantascienza di Arthur C. Clarke The Sentinel (1948).

(5) Una nuova registrazione del singolo "Space Oddity" era stata messa in vendita l'11 luglio 1969, proprio in vista della missione Apollo 11.

(6) D. Bowie, Space Oddity (1968), presso <http://www.lyricsfreak.com/d/david+bowie/space+oddity_20036711.html>.
Tutte le citazioni di questo paragrafo sono tratte dalla medesima fonte.

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