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Tra trivialità e profondità di pensiero:
l'enorme riso di Rabelais

di Eloise Lonobile

Nella categoria: HOME | Analisi critica

La mescolanza
I temi
Conclusioni

La mescolanza

Rabelais, scrittore del XVI secolo, è l'autore di un'opera che, nei suoi contenuti ricchi e paradossali, appare come inesauribile. Lo scrittore e poeta francese Victor Hugo, in una delle sue opere teatrali, allude a questa peculiarità rabelaisiana con due versi significativi, che recitano: "E il suo scoppio di riso enorme / è uno dei baratri dello spirito". Questi versi sottolineano la mescolanza tra la dimensione comica, o triviale, di base popolare, con quella seria, veicolo di riflessioni filosofiche e sociali, che si trovano nei libri di Rabelais. Attraverso un breve viaggio nell'opera più rappresentativa dello scrittore, Gargantua, vedremo in che maniera questa mescolanza stilistica abbia reso la sua opera un riferimento obbligato per tutta una tradizione successiva, lasciandone al contempo intatta l'attualità per più di quattro secoli.
Prima di passare in analisi l'opera stessa, c'è da osservare che il primo a sottolineare questa mescolanza stilistica è proprio Rabelais, che nel Prologo del Gargantua compara il suo libro a Socrate. Come il filosofo greco, conosciuto per essere esteriormente brutto e sciatto ("sempre ridendo, sempre bevendo"), era in realtà la saggezza e la riflessione fatta persona ("aprendo questa scatola, avreste trovato una celeste e incomparabile droga"), così la storia che Rabelais vuole narrare, pur apparendo triviale e insignificante, ha un peso contenutistico che il lettore è invitato a cogliere: "Perciò bisogna aprire il libro e attentamente pesare ciò che viene dedotto". I passi che nell'opera rappresenterebbero degli ottimi esempi di questo carattere "socratico" dell'opera rabelaisiana sono numerosi; noi ne presenteremo di seguito soltanto alcuni.

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I temi

Un tema importante, trattato in maniera puntuale in numerosi capitoli del Gargantua è il problema dell'educazione dei giovani. Si può notare come attraverso una vena comica e persino triviale, Rabelais operi in proposito una feroce satira del sistema educativo dato dai professori della Sorbona. Nel XXI capitolo si dice del giovane Gargantua:

"Poi soffiava, pisciava, rendeva la gola, ruttava, scurreggiava, sbadigliava, sputava, singhiozzava, starnutiva e si morvava in arcidiacono, e faceva colazione per abbattere la rosea e la cattiva aria: belle trippe fritte, belle carbonate, dei prosciutti..."

Questo passo dal contenuto interamente volgare sembra essere inserito nel testo per puro piacere del triviale. Ma lo stile particolare dell'accumulazione e il contesto in cui si trova il passo citato ci dimostrano che in realtà lo scopo dello scrittore è quello di condannare una certa realtà propria dell'epoca esagerandola apposta e ridicolizzandola.
Non è un caso se questi capitoli sono immediatamente seguiti da capitoli (XXIII e XXIV) che presentano, al contrario, un ideale di educazione fondato sulla ragione, la saggezza, la giusta misura e l'amore per l'uomo nella sua integrità fisica e morale: un ideale tipicamente umanistico. Attraverso l'uso del triviale e del riso, che segnano entrambi una distanza tra colui che ride e ciò di cui si ride, Rabelais si fa portavoce dei valori della nuova coscienza dell'umanità portati dal Rinascimento. Si trova così, difatti, tutto un "baratro" di quello "spirito" che si lega ai grandi filosofi e pensatori del XVI secolo, da Erasmo da Rotterdam fino a Michel de Montaigne.

Un altro tema che ci evidenzia la tecnica tipicamente rabelaisiana riguarda il problema della guerra: un problema molto serio per un secolo continuamente sconvolto da instabilità politica. Nel Gargantua il tema della guerra è senza dubbio quello che occupa più posto in numero di pagine e capitoli che gli sono dedicati. Il comportamento irrazionale e impulsivo di Picrochole, il principe cattivo e bellicoso, è spinto fino al ridicolo e perciò suscita delle situazioni assai comiche. Un esempio, scelto tra molti, potrebbe essere l'episodio narrato nel capitolo XXXIII, dove ci viene raccontato come i cattivi consiglieri del principe aumentino oltre misura la sua ambizione. La satira, in questo caso rivolta contro il desiderio irrazionale di dominazione che talvolta hanno gli uomini, prende consistenza a livello stilistico grazie all'uso dell'esagerazione e dell'iperbole, due tecniche che svolgono due funzioni: quella di suscitare il riso per il grottesco e quello di evidenziare la condanna implicita in tutto l'episodio. Del resto Rabelais non si esime dai dettagli triviali che accentuano la satira, come per esempio il nome di uno dei consiglieri, "Merdaille" (tradotto in italiano, suonerebbe come "Merdaglia"). Per colmo di ridicolo questo capitolo, in cui poco a poco il principe divaga con la decisione di asservire il mondo intero, finisce col ritornare all'umile realtà locale di Chinon con queste eloquenti parole:

"- Basta! Disse Picrochole, passiamo oltre. Ho paura soltanto di quella legione di indiavolati di Grandgousier. Perché mentre saremmo in Mesopotamia, se ci venissero dietro, quale rimedio?"

...quando non si è neanche smosso dalla propria terra!

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Conclusioni

L'educazione e la guerra sono solo alcuni dei temi cruciali affrontati dall'autore nella sua opera. Vengono trattate allo stesso modo numerose questioni politiche, sociali, giudiziarie, religiose, ecc., sempre en passant, seguendo le peripezie degli eroi. La tecnica di sovrapposizione tra contenuti seri e veste comica procede nella distruzione delle idee da combattere, attraverso il richiamo di un riso "enorme", che ingloba tutto, a cui niente può scampare. Il "baratro dello spirito" che si apre col riso rabelaisiano rappresenta una caratteristica propria al secolo dell'autore e insieme al tentativo di rinnovare completamente l'intero sistema mentale e culturale. Quello di Rabelais è un riso libero e provocatorio che ha scandalizzato, più che i contemporanei, tutta la critica precedente al Romanticismo. Soltanto un Victor Hugo poteva apprezzarne la forza creatrice.

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