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La femminilità in Macbeth: Lady Macbeth e le Sorelle Fatali

di Gioia Nasti

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Introduzione
"You should be women": l'ambiguità diventa reale
"Unsex me here": la mascolinità nella donna

A. Introduzione

Macbeth fu pubblicato per la prima volta in First Folio nel 1623, sette anni dopo la morte di Shakespeare. È la tragedia che più delle altre compendia in sé i problemi di datazione e composizione. Inoltre, è la tragedia più breve mai scritta dal drammaturgo inglese e per questo motivo è stata da molti ritenuta opera mutila.

Come la maggior parte delle trame delle tragedie shakespeariane, la storia non è originale. L’autore, infatti, prese a modello le Chronicles of Scotland di Raphael Holinshed, adattandole al suo scopo: mostrare ciò che sarebbe successo in Inghilterra, dopo che Elisabetta I era morta senza lasciare eredi, se Giacomo I non fosse diventato re (nella tragedia, infatti, Giacomo I viene mostrato come diretto discendente di Banquo, uno dei personaggi). Temi fondamentali che ritornano spesso durante tutta l’opera sono: il potere, l’ambizione e soprattutto l’ambiguità. L’ambiguità, in particolare, non è solo presente nei personaggi principali (Macbeth, Lady Macbeth, le Sorelle Fatali), ma perfino nello stile; le due figure retoriche più utilizzate sono infatti l’ossimoro (l’uso, nella stessa frase di due termini contrastanti) e l’ironia (soprattutto tra ciò che Macbeth e sua moglie si aspettano dagli eventi e ciò che in realtà accade). In questa tragedia, infatti, spesso ciò che appare in realtà non è come sembra.

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B. “You should be women” (I, III, 45): l’ambiguità diventa reale

La tragedia si apre con l’apparizione di tre strani personaggi, le Sorelle Fatali; la scelta di presentarle per prime ha la funzione di mostrare immediatamente l’importanza del ruolo che esse rivestono nello svolgimento della tragedia. La loro apparizione è sottolineata dalla rima persistente del loro balletto infernale con il quale introducono il pubblico in un mondo che, fin dai primissimi versi, è connotato come estremamente ambiguo, un mondo in cui le cose ed i personaggi sono talmente indistinti che è impossibile capire cosa è buono e cosa non lo è. Come lo yin e yang del simbolo cinese, dove la parte nera ha un punto bianco e viceversa, nel mondo delle Sorelle Fatali, ed in tutta la tragedia, il bene ed il male non sono mai nettamente separati. Il verso conclusivo della prima scena “Fair si foul and foul is fair” è il compendio di questa ambiguità che agisce come leit motiv dell’intera opera. Come una sorta di coro moderno, con questo loro ultimo verso, le Sorelle Fatali sembrano voler mettere in guardia il lettore (e lo spettatore) sul senso più profondo della tragedia: le cose non sono come appaiono. I tre esseri soprannaturali hanno progettato di incontrare Macbeth al ritorno della battaglia. Come per evidenziare il legame tra loro e il guerriero, che diventerà sempre più forte man mano che si procederà nella storia, le primissime parole di Macbeth sono: “so foul and fair a day I have not seen” (I, III, 38).

La scena in cui le Sorelle Fatali incontrano Macbeth e Banquo è stata costruita sapientemente su immagini, parole e situazioni ambigue. Banquo viene immediatamente colpito dal loro strano aspetto; egli ne nota subito l’essenza di donna ma anche le barbe sul viso: “you should be women, And yet your beards forbid me to interpret That you are so” (I, III, 45-47). L’ambiguità che emerge dal discorso delle Sorelle Fatali sarà sempre presente dietro a verità (o mezze verità) e comportamenti di altri personaggi. Anche il loro modo di parlare è ambiguo, così come si addice ad una profezia. Ciò che esse dicono rivolgendosi a Macbeth sembra andare al di là di ogni umana comprensione e conoscenza ed appare incredibile alle orecchie degli stessi personaggi.

Per Macbeth le Sorelle Fatali sono la realizzazione dei suoi desideri nascosti di potere ed ambizione, una sorta di giustificazione, come se egli fosse autorizzato a comportarsi in un determinato modo per “conformarsi” alle loro profezie. Secondo questa distorta interpretazione della realtà, Macbeth decifra le loro parole nei termini che a lui fanno più comodo per la situazione del momento. E le parole delle Sorelle Fatali sono ambigue abbastanza da adattarsi a qualsiasi situazione. L’interazione tra le Sorelle Fatali e gli altri personaggi (Lady Macbeth, innanzitutto, ma anche Banquo, Macduff e la sua famiglia) è particolarmente rilevante ed è sottolineata dalla loro presenza, a volte anche indiretta, in tutta la tragedia. Essa si apre, è stato già detto, con il loro balletto infernale, si chiude con la scoperta dell’inganno contenuto nella loro profezia, ed è interamente attraversata da allusioni, richiami e spunti a loro e alle loro previsioni.

Nel primo incontro con i due guerrieri, quando esse parlano anche a Banquo con le stesse parole ambigue che riservano a Macbeth, le Sorelle Fatali gettano le basi per la svolta del destino di tutti e due. Tolto Duncan di mezzo, infatti, tra un regno tranquillo e Macbeth si pone un nuovo ostacolo. Le Sorelle Fatali hanno predetto a Banquo una discendenza di re, mostrando invece a Macbeth uno scettro sterile, senza eredi. Ma Macbeth non è disposto a cedere il trono al figlio del suo amico, così, mentre per i primo assassinio era stato spinto dalla moglie, questa volta Macbeth, di sua iniziativa, assolda due sicari e fa uccidere Banquo, mentre suo figlio riesce a sfuggire al crudele destino riservatogli e, quindi, a salire al trono di Scozia. Eppure, Macbeth avrebbe potuto diventare re anche senza uccidere Duncan, poiché egli è un suo parente; e in effetti questa era stata la sua prima idea: aspettare che il destino compiesse il suo corso, senza forzarlo. Ma le Sorelle Fatali hanno scoperto ciò che egli aveva in cuore e, profetizzando il suo avverarsi, hanno offerto a Macbeth una giustificazione all’atto che la moglie di chiede di portare a termine. Sfortunatamente, le profezie delle Sorelle Fatali hanno degli “effetti collaterali” cui esse non fanno cenno: l’isolamento, la solitudine, la follia ed un regno troppo breve e senza eredi. Macbeth scoprirà soltanto alla fine, e troppo tardi ormai, che esse sono esseri demoniaci che giocano con gli uomini e profetizzano soltanto mezze verità.

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C. “Unsex me here” (I, V, 41): la mascolinità nella donna

Lady Macbeth ha un ruolo preminente nella tragedia. Viene presentata al pubblico come una donna dalla forte personalità, dotata di sentimenti e passioni estreme. Queste caratteristiche sono già ben delineate quando appare per la prima volta, nella quinta scena del primo atto, mentre legge la lettera che il marito le ha inviato. Da questo momento in poi l’unico suo scopo sarà farlo salire al trono. La relazione tra i due coniugi è veramente particolare: Lady Macbeth è per suo marito sia moglie che madre. Nei suoi discorsi traspare chiaramente a chi sia associata la determinazione e a chi la debolezza. Sa che suo marito ha degli scrupoli quando si tratta di raggiungere la meta con mezzi poco puliti e quindi sa bene anche che dovrà spronarlo e convincerlo per portarlo a stringere quello scettro che gli è stato promesso e profetizzato. Essa conosce bene il mondo in cui vive, un mondo dominato dagli uomini, e si rende conto di dover far spazio in sé a qualità tradizionalmente mascoline per raggiungere il potere. Questa è la ragione per cui pronuncia la sua distorta “preghiera” agli spiriti “That tend on mortal thoughts” (I, V, 41), chiedendo loro di toglierle il sesso, tradizionalmente debole, di donna e trasformarla in un essere crudele, capace delle azioni più terribili. Le immagini del soliloquio rendono l’atmosfera terrificante; la presenza del corvo, solitamente uccello del malaugurio, degli spiriti, dei pensieri mortali, della crudeltà, del sangue, della notte, dell’inferno e del buio contribuiscono a rendere ancora più spaventosa l’atmosfera.

Lady Macbeth sacrifica quindi completamente la sua femminilità per portare a termine l’omicidio del re e lo fa rinunciando a due elementi tipicamente femminili, simbolo della maternità, quali il seno ed il latte. Essa chiede infatti loro di operare sui suoi seni sostituendo il latte con il fiele (I, V, 47-48). La maternità è un tema su cui Lady Macbeth insiste diverse volte. L’immagine dell’allattamento ritorna in alcuni versi della settima scena, durante la quale Lady Macbeth rimprovera al marito di non mantenere la parola data; l’immagine proposta per convincerlo ad agire fa inorridire, ma alla fine raggiunge il suo scopo:

“I have given suck, and know
How tender ‘tis to love the babe that milks me:
I would, while it was smiling in my face,
Have pluck’d my nipple from his boneless gums,
And dash’d the brains out, had I sworn
As you have done to this. (I, VII, 54-59)

I critici su questi versi hanno scritto pagine e pagine sostenendo una moltitudine di teorie. Si potrebbe ipotizzare che Lady Macbeth abbia effettivamente avuto un bambino, che poi deve probabilmente essere morto; ma non è questo che interessa a Shakespeare. Incisive, invece, sono le parole utilizzate e l’immagine presentata, che la donna adopera, con successo, per convincere il marito.

Ma perché Lady Macbeth tiene così tanto a che il marito diventi re? Non tanto per se stessa, bensì per lui, poiché, non avendo eredi maschi, considera suo marito come l’unico figlio che ha. E in effetti, Lady Macbeth si comporta con suo marito proprio come una madre: lo rassicura, lo rimprovera quando gli manca la volontà, lo incoraggia quando si sente perduto. C’è un legame tra loro eterno e fortissimo; lui è l’unica persona che ha; non ci sono amiche, né figli, né parenti ed il marito è per lei il suo unico interesse. Non è un caso, infatti, che la sua fragilità venga fuori a mano a mano che il legame tra di loro si indebolisce. L’isolamento a cui è costretta, ed il rimorso per l’azione contro Duncan, la portano lentamente ma inesorabilmente alla follia e poi al suicidio.

La scena del sonnambulismo (V, I) è l’ultima in cui la vediamo; prima di allora era stata presente nella scena del banchetto, nel terzo atto, mentre cercava di calmare il marito, che vedeva continuamente lo spettro di Banquo seduto alla sua tavola insieme agli altri convitati, con le parole: “You lack the season of all natures, sleep” (III, IV, 140). In realtà, per lei è facile reagire con spirito perché l’unico a vedere lo spettro è Macbeth.

È proprio nel sonno che la ritroviamo nel quinto atto, non un sonno ristoratore, e neanche il sonno della morte, perché lo stato in cui vive ora non è né vita, né morte. È una sorta di spazio eterno in cui il tempo non esiste. È diventata ormai un oggetto da osservare ed ha perso ogni connotazione umana. Nulla di lei ci fa più pensare alla donna risoluta e volitiva che abbiamo incontrato nei primi atti; la sua debolezza è mostrata senza pietà e tutto ciò che ha detto precedentemente al marito per incoraggiarlo ora torna a tormentarla.

La scena è completamente dominata dal continuo strofinio delle sue mani con il quale cerca di mandar via una macchia di sangue. Questo atto così semplice è in realtà una sorta di contrappasso al quale la donna è costretta; essa stessa, infatti, aveva detto a suo marito che tornava dall’omicidio di Duncan con le mani rosse di sangue: “A little water clears us of this deed: How is it easy then!” (II, II, 66-67) ed ora quella piccola macchia continua a rimanere sulle sue mani, come un marchio a fuoco dei misfatti commessi. In questa follia, in questo stato di incoscienza, Lady Macbeth richiama alla mente l’assassinio di Duncan, quello di Banquo e la strage della famiglia di Macduff (sebbene di questi ultimi due non soltanto non sia partecipe ma, soprattutto, non sappia nulla in proposito) in un mescolarsi di terrore e malignità che muove il pubblico contemporaneamente a pietà ed orrore nei suoi confronti.

Da suo marito, che tanto amava e da cui era ricambiata, riceverà un ultimo pensiero prima che egli esca sul campo di battaglia, dove è impegnato e dove anche lui incontrerà la morte, che è forse uno dei momenti più struggenti:

“Out, out brief candle!
Life’s but a walking shadow; a poor player,
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more: it is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.” (V, V, 23-28)

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