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Ragionar sempre d’Amore.
Dante e Cavalcanti, storia di un’amica inimicizia

di Anna Stella Scerbo

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Articolo precedentemente apparso su:
- Margutte, 27 Giugno 2021, La Valigia di Hermes;
- UNITER di La Mezia Terme, Facebook

 

I poeti parlano ai poeti, o meglio, la Poesia parla alla Poesia.
Da sempre tra Poeta e Poeta si intesse una reale o ideale corrispondenza. 
Il Poeta percorre i sentieri della propria storia. La materia poetica, al fondo della sua coscienza, incessantemente, opera, incessantemente cammina. Resiste ad ogni eventualità, anche quella del disincanto. Il poeta ha costruito dunque versi attraverso i quali ha imparato qualcosa in più di sé e qualcosa in più della materia di cui è fatto il mondo. Per giustificazione filosofica, oltre che poetica, quei versi diventano patrimonio di universale portata. 

Un giovanissimo Dante, appena diciottenne, manda ai rimatori famosi, naturalmente dovranno rispondere in rima, il suo primo sonetto A ciascun' alma presa e gentil core. 
Guido Cavalcanti è tra i primi a rispondere col sonetto Vedeste, al mio parere, onne valore
. Il sonetto di risposta di Cavalcanti, si legge quasi ad apertura della Vita Nova:

Fue quasi lo principio de l’Amistà tra lui e me quand’ elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato.

Parte da qui una delle immagini più affascinanti della vita letteraria del nostro Duecento. È il rapporto di amicizia prima e di inimicizia dopo, tra i due poeti più grandi: Guido Cavalcanti e Dante.
Amicizia di ideologia letteraria, di intenti poetici, di interessi personali. Amicizia che durò almeno dal 1283 al 1294 o '95, fino all' anno in cui diffuse la prima opera organica di Dante, la Vita Nova.
Il primo de li miei amici, dice Dante di Guido. 

Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento,
e messi in un vasel ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio, 
sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ‘l disio. 
E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore: 
e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.

È proprio questo sonetto a Guido, databile intorno al 1283 e incluso nelle Rime Stilnovistiche di Dante a darci la misura del sentimento elitario che governa la poesia del tempo e ispirato alla più felice leggerezza. Un sonetto con figure senza peso, senza concretezza. 
È suggestione onirica quella che incasella, senza imprigionarli, i versi. Rarefatta inconsistenza che svolge un andamento interiore in cui a dire sono le sensazioni di amicizia, dichiarate nella chimerica proiezione di vivere sempre in un ‘talento’ e di veder crescere il ‘desio’ di stare insieme. Assoluta separazione e fuga dal reale che si converte in amicizia, elemento patetico definitorio di stil nuovo, secondo Contini.

Nessuna cesura, Dante è Guido. Dante è anche Lapo. Unico è il volere, unico il talento, unico il desio. È bene insistere su questa armoniosa, rarefatta giustapposizione che ha origine e legittimazione nella nuova forma di poesia che si sta facendo strada, guidata dal dettato d’amore e dalla sua significazione. Ed è felice coincidenza di impalpabile poesia, ritrovare, nel V canto dell’Inferno, il disio che accompagna, verso il poeta, Paolo e Francesca, simili alle colombe per l’aere dal voler portate.

Guido e Dante, in nome delle classificazioni retoriche della trattatistica medievale, respingono qualsivoglia contatto con la realtà storica a cui pure appartengono. Questo, nonostante facciano parte di quei poeti, lo è anche Cino da Pistoia, e lo si legge nelle cronache dell’epoca, in varie forme impegnati nelle lotte tra fazioni, tra classi e tra famiglie che lacerano, in più luoghi, la vita comunale. A Bologna, i Lambertazzi contro i Geremei, a Firenze i Guelfi contro i Ghibellini sono un esempio delle complicate vicende di cui almeno l’eco dovrebbe accompagnare i loro componimenti. Non è così. La storia, con i suoi accadimenti più o meno tragici non entra se non nella cronachistica e tutt’al più nelle liriche realistiche. Praticano, al contrario, Guido e Dante, lo stile Sublime e Illustre, (Dante lo definirà Tragico), del canto soggettivo che è anche per tradizione culturale e letteraria, canto artificiale e prezioso del sentimento d’Amore, del ragionar sempre d’Amore.

L’adesione di Dante alla poetica stilnovistica era avvenuta nell’ambito degli stilemi Cavalcantiani. La cultura del Cavalcanti, il suo talento poetico, orientano persino la scelta del Volgare nel libretto giovanile nel quale frequentemente si leggono tributi di cordiale e riconoscente amicizia verso l’amico, tale nelle relazioni private e, si è già detto, nelle prospettive poetiche. I primi sedici capitoli della Vita Nova e taluni altri della seconda parte dichiarano il timbro drammatico delle atmosfere del Cavalcanti.
Era stato nel nome del Cavalcanti che Dante, in seno alla discussione dottrinaria sulla Natura d’Amore, aveva polemizzato contro quei rimatori che non sanno denudare i loro versi dalla vesta di colore rettorico. E non fa mistero, Dante, del suo volersi affiancare, riconoscendone l’auctoritas, ai principi di Cavalcanti – E questo mio primo amico ed io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente (XXV,10).

La corrispondenza tra i due è costante. Anteriori al 1290, i sonetti di Cavalcanti, Se vedi Amore, assai ti priego Dante (LIV), e Dante, un sospir, messagger del core (LV).
Al sonetto che richiamava incantamento e disio Cavalcanti risponde:

S’io fossi quelli che d’amor fu degno,
del qual non trovo sol che rimembranza,
e la donna tenesse altra sembianza,
assai mi piaceria sì fatto legno.
E tu che se’ de l’amoroso regno,
là onde di merzè nasce speranza,
riguarda se ’l mio spirito ha pesanza,
ch’un prest’ arcier di lui ha fatto segno.
E tragge l’arco che li tese amore
sì lietamente, che la sua persona
par che di gioco porti signoria.
Or odi maraviglia che ’l disia:
lo spirito fedito li perdona
vedendo che li strugge il suo valore.
(Rime LIII)

Nessuna inclinazione a voler rispondere all’atmosfera di svagata smemoratezza del sonetto dell’amico, nessun disio, nessuno incantamento. Sparita, anche, ogni traccia del plazer provenzale che aveva ispirato Dante. Cavalcanti è amante triste e deluso. La memoria della ferita del cuore inferta da prest’arcier che sa come tormentarlo, rientra nel suo clima sentimentale di angoscia e di sbigottimento e quell’assai mi piaceria siffatto legno del quarto verso, altro non è se non una ormai lontana adesione alla possibilità di evasione fantastica nei regni di Amore.

Lontano anche Dante. Si è affrancato dall’influenza dell’amico, già dal disegno del suo primo Libello. Il suo Stilnovismo è cosa nuova, personale. La poesia si sottrae alla fenomenologia contingente della passione e dei suoi turbamenti per divenire prospettiva di salvifico approdo all’Eterno. Nel sonetto che segue il capitolo XXIV, il distacco è annunciato, figurativamente, nell’Immaginazione d’Amore. Dante inventa un senhal che una giovanile ballata di Cavalcanti, Fresca rosa e novella primavera gli suggerisce. E non si tratta di una finzione letteraria soltanto ma di un vero e proprio programma poetico e di stile. 

Io mi senti’ svegliar dentro a lo core
un spirito amoroso che dormia:
e poi vidi venir da lungi Amore
allegro sì, che appena il conoscia,
dicendo: «Or pensa pur di farmi onore»;
e ciascuna parola sua ridia.
E poco stando meco il mio segnore,
guardando in quella parte onde venia,
io vidi monna Vanna e monna Bice
venir invêr lo loco là ov’io era,
l’una appresso de l’altra maraviglia;
e sì come la mente mi ridice,
Amor mi disse: «Quell’è Primavera,
e quell’ha nome Amor, sì mi somiglia».

Monna Beatrice, preceduta da Monna Vanna, nel capitolo che precede il sonetto, è detta mirabile, Beatrice è Amore stesso.  
La questione Onde si move e dove nasce amore? Che era stata avviata con il trattato De Amore da Andrea Cappellano nella seconda metà del XII secolo, trova, con la Vita Nova, il suo punto di approdo e ne segna definitivamente il discrimine. La natura stessa della poesia ne avverte il cambiamento. È Amore che ne decide il senso e la direzione e Dante imprime ai suoi versi il disegno di una cosmologia al centro della quale Amore è incluso ormai definitivamente in una prospettiva cristiano-platonizzante a cui molto contribuiva l’influsso di Severino Boezio e della sua De consolatione philosophiae. Il contrasto ideologico tra la cavalcantiana concezione di Amore che si riflette nei flussi dell’intelletto o della psiche e le concezioni sentimentali di Dante che trasfigura in mito religioso la donna amata è ormai dato acquisito.

La divergenza non è, però, solo di natura poetica. Non è solo l’amore-passione che contrapponendosi all’amore-virtù sancisce l’allontanamento definitivo tra i due. Dante offriva la sua collaborazione al governo democratico di Firenze e senza farne mistero si poneva dalla parte della borghesia di nobili origini a cui egli stesso apparteneva. Cavalcanti, senza farne a sua volta mistero, riteneva tali aperture un tradimento, oltre che culturale, personale:
I vegno ‘l giorno a te ‘nfinite volte/ e trovoti pensar troppo vilmente:/ molto mi dol della gentil tua mente/e d’assai tue virtù che ti son tolte […]

Nel giugno del 1300, Cavalcanti è tra i Bianchi che abbandonano Firenze. Dante respinge l’accusa di partigianeria. Il suo Priorato, afferma, si era già concluso prima dell’esilio dell’amico a Sarzana da dove torna poco tempo dopo malato di febbri malariche e prossimo a morire. Nulla cambia nella posizione di Dante che nel De vulgari Eloquentia ignora quasi del tutto le posizioni letterarie del Cavalcanti. Altro segno dei sofferti rapporti ideologici e poetici nel canto X dell’Inferno. Dante è nel sesto cerchio della cavità infernale, quello degli eretici. Durante il colloquio con Farinata, emerge l’ombra, scoperchiata fino al mento, di Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido:

[…] Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov'è? e perché non è teco?».
E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
(Inferno X-58,63)

Il disdegno di Guido, come è dato per certo dalla maggior parte degli studiosi di Dante, è per Beatrice. Prova inequivocabile dell’irrisolto contrasto ideologico tra la concezione d’Amore di Cavalcanti e l’approdo sentimentale di Dante che trasfigura la donna terrestre in creatura celeste. Amore, con Dante è Itinerarium mentis in Deum. Diverso, ma non meno impegnativo il dibattito se il disdegno debba essere rivolto a Virgilio. In tal caso, sarebbero le preclusioni aristocratiche di Cavalcanti all’antica poesia latina e pagana a tenerlo lontano dalla Commedia. 
Ma Dante riconosce a Guido l’altezza d’ingegno e nell’XI canto del Purgatorio, per bocca di Oderisi da Gubbio, nella prima Cornice dove espiano la loro colpa i Superbi, Cavalcanti è sul podio dello Stilnovismo fiorentino. Sarà solo lui, Dante, che caccerà dal nido, l’uno e l’altro Guido:

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido/ la gloria de la lingua; e forse è nato/ chi l’uno e l’altro caccerà del nido
(Purgatorio XI- 97-9)

L’antica inimicizia si è sciolta in un’ammissione liberatoria di amicizia. Poco importa se sovrastata dalla consapevolezza (peccato di superbia?) di essere lui il più grande.

 

Anna Stella Scerbo si definisce tramite i libri, tanti. In ogni stanza, in ogni dove, tra tazze e piatti persino. E una Canon, che non si perda l'azzurro nuovo dell'agapanto e il grappolo di rose che ha osato l'altezza dell'ulivo. Tramite la nostalgia appagante di liceali resi adulti da una ri-creativa pedagogia e portati altrove dalla loro stessa bravura. Tramite antenati contadini, e un filosofo e glottologo caro a Croce. Tramite, infine, attese di bellezza, per gli anni a venire.

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