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Amico mi guardi, di Cosimo Russo

di Annarita Nutricati

Nella categoria: HOME | Analisi critica

Dopo secoli di mura forticate e di torri saracene, una piccola realtÓ cittadina, Gagliano del Capo, allestisce in controdenza un ricamo letterario attraverso la poesia pacificante di Cosimo Russo. A questo evento Ŕ dedicata l'analisi di una poesia di questo nostro autore contemporaneo.

La memoria, "figlia indiscreta della noia", come la definisce Ungaretti, riserva all'uomo, al pari del sogno, una illusione ipnagogica: retrocedendo, a grandi passi, in un attimo, recupera dall'ingombro adulto l'obliata immagine del bambino.Eppure, invano, essa può raccordare il placido respiro del presente con quello accelerato, spasmodico del ragazzino che, come caricato a molle, strepita di gettarsi nelle braccia lusinghevoli del mondo. Il cardiopalma della gioia sparata a mille pare, definitivamente, perduto, vittima dell'eccessiva padronanza dei ruoli o di esacerbanti convenevoli.

I grandi impeti, che traboccavano all'esterno con esagitate movenze, hanno lasciato, gradualmente, il posto ad un freno temperamentale, ad una speranza grigia.

Ingraziandosi il passato, eletto da Russo a dimensione temporale privilegiata, la sua memoria intimistica è abilitata a ritrovare non solo l'imago, l"[...] esile corpo di dieci anni", ma quello stesso tumultuoso anelito che soffia, a ritroso, verso ingigantiti appigli di allegria.

 

Amico mi guardi

Stefano, mi guardi dal luogo in cui dimora la bellezza
da sopra l albero di albicocche,
nel campo che raggiungemmo il giorno della licenza elementare
io ti vedo attraverso lo specchio deformante della memoria in equilibrio sui rami
nella luce impetuosa di giugno,
tu racchiudi con i capelli ondulati
il mio esile corpo di dieci anni,
stai per cadere con il bottino di frutta,
senza esitare ti corro incontro
per non farci male.

La poesia inizia con un cortocircuito sentimentale. Il poeta richiama l'attenzione dell'amico trafugandola da quella che, un tempo, gli veniva rivolta "amico mi guardi". La contemporaneità del ricordo è puntellata dall'impiego massiccio del presente storico che, attualizzando il reincontro, esorcizza, pure, il timore della dissolvenza, del fatale dileguamento.

La miracolistica apparizione si compie con lo schiocco sillabare della evocazione nominativa:."Stefano". Col tono urgente di un appello, il nome si propaga, ed esso, incarnatosi, si concede vivo, immerso in una sorta di museo naturale che stabilizza la fugace bellezza nella fissità eterna della dimora.

L'amico di Russo non è certo il nobile Barone rampante che si rinchiude tra le fronde dell'albero per protesta, ma un vivace e popolare ragazzino che, tra scalmanate rincorse e arditi salti, si gusta l’innocenza estetica del vivere, ma che come il prestigioso personaggio calviniano adotta una prospettiva nuova per assecondare la scoperta di un'individualità che, affrancata da bieche regole, è libera, persino, di sbagliare.

La ricostruzione dettagliata della mimica sembra irridere alla stessa dichiarazione del poeta"io ti vedo attraverso lo specchio deformante della memoria".

L'alterazione visivaè completamente risucchiata da una minuziosità’ descrittiva che colma i distanziamenti temporali e le regressioni imperfette.

Dal varco della scuola sino ai campi sparsi si estende l'agognata terra di conquista. Il piccolo mondo prorompe e con esso balzano le cime dell’albero, le vertiginose vette a cui depredare i succulenti frutti. La notizia del congedo scolastico sembra rigonfiare i due glabri toraci di ossigeno e di intimo vanto.La vittoria, similmente ad un'impresa erculea, si festeggia con la libertà ed essa con uno tonfo sfrontato nella fiorente natura di giugno.
Il grezzo e selvatico profilo dell'amico si ingentilisce. L’ondulata criniera e la prestanza atletica nascondono una angelicata indole difensiva che si riversa sulla gracile corporatura del poeta come un insfondabile scudo protettivo. Il verbo " racchiudi" dalla forte valenza icastica plaude la concava ricettività degli spazi affettivi.
Ed incavo è, altresì, Il paniere improvvisato da briganti manine.Esso contiene ricolmo il "bottino di frutta" da spartire con l'amico- poeta rimasto a terra, a suo modo, complice e guardingo.
L’immagine di Russo è teneramente eclissata dalla travolgente vitalità di Stefano, ma come in una geometrica simmetria le parti si invertono senza scomporre il quadro. Improvvisamente, ad essere in difficoltà è il compagno spigliato ed incauto del viaggio campestre. Ed è, in tale insospettabile frangente, che il verso cambia rotta puntando dritto alla elaborazione di un'allegoria amicale che verticalizza l'area semantica della rappresentazione verbale.
Il poeta scrosta lievemente l'intonaco rubesto dell’amico, restituendogli la giusta fragilità dell'umano e del suo debole equilibrio non si scandalizza, ma ne appronta un tempestivo quanto caloroso salvataggio.

Col tempo, la partecipazione marginale di Russo si rivelerà pregnante, perché con la creazione dell'adulto verso, calera’ l’attimo simbiotico in una epica antieroica di incalliti e impacciati sognatori del vero.

Ora come allora, dalla rischiosa arrampicata di Stefano allo scatto protettivo del poeta che, anzitempo, lo ripara dalla scomoda discesa, le anime sono terse e disinvoltamente felici.

Nell'oggi maturato, i bambini di ieri tornano ad impastare la gestualità esemplare dell'amicizia, appresa tra i banchi della vita, nel frammezzo di euforiche rampate e di pericolose cadute.

Il movente psicologico con cui il poeta spiega il suo istintivo slancio "per non farci del male" sublima con il semplice uso della particella pronominale l’affiatamento umano conchiuso in
un "noi" di aurorale candore. L'amicizia, come l'amore, induce a rivolgere sull'altro lo stesso riguardo cortese e attento che ogni essere indirizza a sé per preservarsi, come può, dal dolore.

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