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Raccontare per lasciare andare: cosa hanno in comune i ricordi di Natalia Ginzburg con una storia d’amore del XXI secolo?

di Silvia Rodinò

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Si possono declassare a interventi egoriferiti i continui ripescaggi dal proprio bagaglio di esperienze da parte degli scrittori che, per mettere insieme una storia, decidono di partire dalla propria? Personalmente, tanto vale chiarirlo subito, non credo sia così. Se è vero che ogni scrittore di narrativa attinge spesso dal proprio vissuto è pur vero che denudarsi apertamente al lettore risulta ostico, senza contare che ripercorrere le proprie esperienze e metterle su carta può rivelarsi un insieme di «esili barlumi e schegge» di una realtà precedentemente vissuta.

A volte, tuttavia, capita che nonostante i limiti di tale scelta, questa si riveli essere l’unica possibile per una catarsi che serva all’autore come punto di intimo incontro con se stesso, un perdersi e fidarsi completamente del viaggio alla cieca che è la scrittura, sperando, alla fine, di ritrovarsi integro.

Propongo tre libri, diversi e straordinari, che sono diario e viaggio, smarrimento e incertezza, diverse storie che aprono e chiudono un percorso a volte arduo e in salita: quello con se stessi.

 

Lessico Famigliare – Natalia Ginzburg

Edito nel 1963 da Einaudi, si aggiudica quello stesso anno il Premio Strega. L’autrice chiede che venga letto «senza chiedergli nulla di più, né di meno, di quello che un romanzo può dare». Un romanzo, quindi, in cui però non c’è nulla di inventato. È la storia della famiglia dell’autrice, dai primi anni dell’ascesa fascista, passando per il vissuto privato della famiglia ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale, spingendosi fino gli ideali e la disillusione della Resistenza. Un romanzo scritto di getto e sentito come necessario per raccontare il vero. Natalia Ginzburg torna così a quando era bambina e descrive, senza mai essere disertrice di verità, le memorie di ciò che le gravitava attorno. Grande contributo al patrimonio letterario italiano, svela nella sua intima semplicità il genio che lo consacra; racconta la realtà partendo da ciò che c’è di più intimo e immediato in ciò che è vero, perché vissuto: il linguaggio. È questo elemento, le espressioni comuni utilizzate in casa, a trasportare in ogni pagina, sempre più a fondo, nella quotidianità della famiglia Levi, a tratteggiare con tocco pacato ma deciso una realtà che per anni non aveva trovato voce. È il lessico famigliare, da qui il titolo, il filo che collega l’insieme degli episodi citati nel libro e regala ai lettori un romanzo che non vuole essere una cronaca dettagliata di quegli anSni, ma una possibilità che l’autrice si concede di cucire insieme una «folla di ricordi» richiamati tutti da espressioni linguistiche.

Un ritratto di famiglia che racconta e che tace; lascia andare con elegante riserbo il non detto, tutto ciò che non viene raccontato e che pure, inevitabilmente, macchia le pagine di chiunque voglia leggere il romanzo affiancandolo, in maniera parallela ed esterna, alle cronache di quegli anni.

 

Geologia di un padre – Valerio Magrelli

E se di fili conduttori si parla, ci sono storie scritte da molto tempo prima di essere pubblicate ma che, talvolta, celano la loro reale forma dietro il meno clamoroso aspetto di annotazioni e pensieri. Valerio Magrelli per anni appunta di sfuggita pensieri sulla figura del padre, «uomo di Pofi» e «voce del sangue» da riascoltare. Fogli disordinati che si rivelano bussola per decifrare, intimamente, il rapporto col padre e che, nel 2013, vengono raccolti in un volume edito da Einaudi che chiude un cerchio articolato e complesso, iniziato dieci anni prima. L’ultimo tassello di un percorso che ha alle spalle tre precedenti opere porta in copertina un disegno del padre, figura centrale del libro e ricordo da riesumare per permettersi di porre fine a un dialogo lasciato in sospeso. Non è una storia con pretesa d’essere universalmente specchio di quella di tutti gli uomini: è un enorme, tagliente e commovente assieme, dialogo con sé stesso e col genitore, che avanza nelle pagine come una necessità, come un sussurro costante che dà voce alle ceneri in una confessione sofferta e ardente.

 

Per tutto il resto dei miei sbagli – Camilla Boniardi

Uscito in aprile edito da Mondadori, freschissimo di stampa e recensioni sicuramente più capaci di questo mio contributo, chiarisco subito la posizione: follower affiatata.

Non si è rivelato dunque difficile, per me, fare slalom tra tutti dettagli veri in una storia che è romanzata, indubbiamente quella più disertrice di verità tra i tre libri proposti. Perché, dunque, la inserisco nella lista?
Perché Camilla ha svelato, in un incontro (online) coi fan, che ha iniziato a scrivere il suo romanzo d’esordio due anni fa ma che ha vita «da molto più tempo»: un libro che raccoglie pensieri, sensazioni, immagini e ricordi annotati da sempre sulle pagine di diario. C’è del vero e vissuto in ogni angolo della storia, anche «quelli dove non pensereste mai». Il romanzo, perché di questo si tratta, è una storia che si nutre di una vita in particolare, quella dell’autrice, e che con straordinaria bravura della stessa è resa familiare a chiunque ne sfogli le pagine. Un viaggio che se a prima occhiata punta i riflettori su un’architettura narrativa votata alla fiction, rivela, pagina dopo pagina, un’intimità profondamente reale che racconta con affetto e accarezza con riverenza ed umiltà, reggendosi in piedi grazie al contributo di un serbatoio mnemonico delicato e prezioso.

 

La letteratura consente, talvolta, di mettere insieme i pezzi di conti lasciati per anni in sospeso. Il racconto di sé come catarsi non sia da considerarsi incapacità di guardare oltre il proprio vissuto, quanto invece necessità di ognuno di raccontare e lasciare andare. Spesso la narrazione di ciò che è realtà, senza pretesa essere necessariamente fedele cronaca, è anche riscatto per quella realtà stessa che esiste prima delle pagine ma solo attraverso queste trova il suo pieno compimento

 

Silvia Rodinò, classe '98, si laurea in Lettere a Bologna nel 2021. Da sempre instancabile lettrice, infatti, ha lasciato che la sua più grande passione guidasse i suoi studi; più che la fine di un percorso, è uno dei tanti passi che percorre lungo la direzione che non ha mai pensato di abbandonare, volendo anzi farne la propria professione.

 

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