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Saba, Trieste e la psicoanalisi

di Maria Barchiesi

Nella categoria: HOME | Analisi critica

 

Una stagione culturale irripetibile per Trieste, quella de “gli anni della psicoanalisi”: Trieste è la città che vide soggiornare Freud, giovane studente di medicina per la sua prima ricerca, la città che diede i natali a Edoardo Weiss, allievo diretto di Freud e fondatore del movimento psicoanalitico italiano, la città in cui, con grande anticipo rispetto al resto d’Italia, si praticò la terapia freudiana e che assistette tra il 1920 e il 1930 ad un infervorarsi per tutto quello che poteva rapportarsi alla psicoanalisi, la città infine in cui l’intreccio tra psicoanalisi e letteratura è testimoniata dall’opera di scrittori come Svevo e Saba.

Al problema dell’arte Freud aveva prestato sin dall’inizio molta attenzione, avendo maturato la convinzione che per la psicoanalisi “artisti e poeti sono alleati preziosi”, da prendere in attenta considerazione nella loro testimonianza, perché “nelle conoscenze dello spirito essi sorpassano di gran lunga noi comuni mortali, poiché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza”. L’interesse della psicoanalisi non poteva rimanere a senso unico e alcuni scrittori triestini, non solo, ma inizialmente così fu, si lasciarono più o meno influenzare dalle concezioni psicoanalitiche, come Italo Svevo in “La coscienza di Zeno”.

Tra i poeti un caso a sé fu Umberto Saba. Esponente di spicco di quella intellettualità ebraica triestina che fu coinvolta dal “ciclone psicoanalitico”, Saba, incalzato sin da giovane dalla nevrosi, decise di entrare in analisi alla fine degli anni venti con Edoardo Weiss. L’esperienza dell’analisi costituì, a detta di Saba, un cambiamento oltre e più che nella sua vita, nella sua poesia, che il poeta celebrò con la raccolta “Il piccolo Berto”, dedicandola a Weiss, grazie al quale egli aveva ritrovato in analisi il proprio IO infantile.
 

Saba e la città di Trieste

Umberto Poli, destinato ad assumere dal 1910 lo pseudonimo di  Umberto Saba, nasce a Trieste nel 1883, da Ugo Poli e Felicita Coen, prima della nascita di Umberto, il padre, che Saba conoscerà soltanto parecchi anni più tardi, abbandona la famiglia, e con essa la religione ebraica. In questa disunione, in questo contrasto di religioni, in questo universo senza padre, Saba colloca le origini della propria condizione di “diversità”, in una molteplicità di aspetti. Dopo la separazione, il bambino è dato a balia a una contadina slovena, di religione cattolica, chiamata dal poeta la Peppa (Gioseffa Schobar). I primissimi anni trascorsi in casa della balia sono riportati da Saba come un vero “paradiso”, ma quando, nel 1887, viene ricondotto nell’ambito della famiglia materna, la separazione da questo nido primitivo, caldo ed accogliente, è per lui una ferita irreparabile. Nel 1897, terminata la classe quarta ginnasio, si iscrive alla Imperial Regia Accademia di Commercio, ma la frequenta per poco tempo, infatti successivamente si impiega come commesso in una casa commerciale, trovando comunque in questi anni il tempo per imparare il tedesco, il latino ed infine per una accurata lettura dei classici italiani.
Nel 1903 Saba si trasferisce a Pisa, dove frequenta per qualche tempo alcuni corsi all’Università. Nel mese di marzo ha una crisi depressiva, conseguente ad un litigio con un amico, e il medico gli prescrive tre mesi di riposo che il poeta trascorre a Kamnik, in Slovenia. Nel 1905 si reca a Firenze per apprendere la cultura italiana moderna che proprio a Firenze, in quegli anni, si manifesta in modo encomiabile.
Comincia a frequentare i gruppi intellettuali vicini alla rivista la “Voce” e tiene letture pubbliche di versi.
Nel febbraio del 1909, il poeta fa ritorno a Trieste e sposa Carolina( Lina) Wolfer secondo il rito ebraico, l’anno successivo nasce la figlia Linuccia. Nel 1910 esce a Firenze, a spese dell’autore, il libro Poesie, che contiene anche Casa e Campagna.
In questi anni Saba lavora in un negozio, ma mantiene intensi contatti con alcuni protagonisti della cultura del tempo come Papini, Soffici, direttori della rivista “Lacerba”, Palazzeschi e Moretti. Determinante, per molti aspetti non solo letterari, è la attenta lettura di Freud e Nietzsche, i cui scritti lasciano un segno decisivo nella visione del mondo che Saba va elaborando.  Nel 1912 pubblica nella Libreria della Voce, ancora a sue spese, Coi miei occhi. Il mio secondo libro di versi, che più tardi diventerà Trieste e una donna. Cerca di ristabilire la quiete familiare, turbata da una lunga crisi coniugale e nello stesso tempo si reca a Milano per accedere ad una sistemazione economica stabile, ma forse anche per lo scoppio della prima guerra mondiale i suo tentativi svaniscono. Ritornato a Trieste nel 1919, Saba diventa proprietario di una storica libreria antiquaria della città vecchia. Nel 1921 muore la madre ed il poeta pubblica con il marchio della libreria Il Canzoniere.
L’attività di libraio antiquario occupa Saba molto, ma mantiene rapporti epistolari con Debenedetti, Montale e Solmi. A periodi di profonda depressione ne alterna altri di fervida attività poetica. Nel 1929 per l’aggravarsi della sua nevrosi della quale ha sempre sofferto, il poeta si sottopone alla terapia psicoanalitica praticata a Trieste da Edoardo Weiss, la cura è considerata da Saba efficace, vi sarà infatti un sensibile miglioramento, però lo spostamento di Weiss a Roma determina l’interruzione della terapia.
Dopo l’emanazione dei provvedimenti razziali contro gli ebrei, Saba, nel tentativo di tutelare se stesso e la sua famiglia, cerca di appellarsi al proprio “sangue misto” ed esce dalla comunità ebraica. Rifiuta tuttavia il battesimo, in tal modo si pregiudica la possibilità di gestire in prima persona la libreria antiquaria, che passa formalmente ad un nuovo titolare. Nel 1943, costretto a fuggire da Trieste, si rifugia a Firenze dove conserva contatti con Carlo Levi, Montale e riceve attestazioni di stima dal critico Gianfranco Contini. Nel ’45 si trasferisce a Roma dove per la casa editrice Einaudi esce Il Canzoniere: Saba insoddisfatto della veste editoriale soprattutto della “lezione” di alcune poesie, comincia ad eseguire il lungo lavoro di correzione e di introduzione di varianti nella sua opera. Nel ’46 a Milano per la casa editrice Mondadori pubblica Scorciatoie e Raccontini, durante l’estate riceve il premio Viareggio, nell’inverno ritorna a Trieste e questo ritorno nella città natale lo fa ripiombare “negli abissi della nevrosi”. Contemporaneamente presso Einaudi esce la seconda edizione del Canzoniere e per Mondadori Storia e cronistoria del Canzoniere. Riceve testimonianze di stima come il premio dell’Accademia dei Lincei nel ’51 e la laurea honoris causa all’Università di Roma. Questi riconoscimenti non servono ad arginare l’angoscia, il suo stato di salute peggiora e Saba viene più volte ricoverato : nel’53, dopo un ricovero scrive Ernesto, un lungo racconto che uscirà postumo nel 1975. Nel ’56 ricoverato in una clinica a Gorizia riceve la notizia della morte della moglie ed il poeta muore nel 1957 Gorizia.

 

Il nome di Saba

Non esiste una spiegazione certa relativamente allo pseudonimo “Saba”che il poeta scelse per sé. Esso è stato variamente interpretato o come omaggio alla nutrice, il cui nome, erroneamente, si riteneva fosse Peppa Sabaz, oppure come un richiamo alla religione e alla lingua ebraiche materne, in cui il vocabolo “saba” significa “pane”. Questa derivazione è, però, messa in discussione dal linguista G. Castellani, che ne propone un’altra: ”saba”,  “ nonno” in ebraico dovrebbe essere inteso come un richiamo al bisnonno Samuel David Luzzatto, figura mitica della giovinezza del poeta e più volte ricordato nei suoi scritti in prosa. Esiste anche un’ulteriore ipotesi, avvalorata dallo psicanalista e scrittore Giorgio Voghera che ebbe in cura il poeta, per cui “saba”era il nomignolo che la nutrice dava al piccolo Umberto.

 

Saba, la sua cultura e tradizione e poetica

La posizione di Saba nel quadro della poesia del novecento italiano sicuramente è originale, per la distanza dal Simbolismo che invece influenzava Ungaretti, Montale e gli ermetici in generale e per  il recupero di modi linguistici e stilistici precedenti della tradizione letteraria. Una fonte stilistica importante per il poeta è sicuramente la tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi e D’Annunzio. Altrettanto originale è l’influenza esercitata su di lui dai libretti dell’opera lirica dell’Ottocento, soprattutto quelli musicati da Verdi.

 

Il sogno di una poesia onesta

La poetica di Saba è enunciata in un articolo del 1911 pubblicato postumo nel 1959 con il titolo “Quello che resta da fare ai poeti”. Con coraggio il giovane Saba esprime una concezione della poesia lontana dalle tendenze dominanti in quegli anni: l’estetismo e il superomismo, il tono eversivo dei futuristi e quello mesto dei crepuscolari. L’assunto dell’articolo sabiano si condensa in questo semplice enunciato:  “Ai poeti resta da fare la poesia onesta”. Per poesia onesta Saba intende una poesia capace di  “non sforzare mai l’ispirazione” ed in grado invece di scandagliare il fondo della propria umanità, della propria anima.
La poesia onesta è quindi strumento di scavo interiore per superare le ambiguità e doppiezze dell’apparenza ed arrivare al nucleo importante delle cose e dei sentimenti.

Questo concetto di poesia come mezzo di conoscenza non ha niente in comune con la concezione dei simbolisti ed ermetici, che attribuiscono alla parola poetica il compito quasi mistico di suggerire il mistero di una realtà inconoscibile dal punto di vista razionale. Per Saba non esiste un mistero della vita e del mondo: egli parla di una  “verità che giace al fondo” che sta a noi recuperare: in tal senso il poeta si riferisce ad una verità psicologica che è dentro ciascuno di noi, al nostro vero sentire nascosto e camuffato dalle menzogne che la vita ci impone. Compito del poeta è dunque riportare questo tipo di sapere alla coscienza e renderlo arte; per questo motivo il critico G. Contini ha definito Saba “psicoanalitico prima della psicoanalisi”, perché già nel 1911, cioè molto prima di sottoporsi alla terapia psicoanalitica, riconosceva alla poesia la stessa funzione di conoscenza che Freud attribuisce alla psicoanalisi.

 

Poesia e psicoanalisi

L’esperienza della terapia psicoanalitica con il dottor Edoardo Weiss, a cui Saba si sottopone dal 1929 al 1931, assume per il poeta un significato centrale che va oltre la cura della sua nevrosi; per il poeta, la psicoanalisi è uno strumento straordinario di conoscenza dell’animo umano e, di conseguenza della realtà e della storia. La psicoanalisi ribadisce la centralità delle esperienze infantili nella formazione della personalità e per un poeta con il vissuto di Saba è una analisi ed interpretazione del rapporto con la repressiva educazione materna e con il dolore per l’assenza del padre. Nella faticosa composizione del dissidio interiore Saba costruisce una dialettica di opposizione maternità/paternità che costituisce per lui una chiave, l’unica possibile, della propria biografia.
Oltre che da Freud il poeta triestino recupera da Nietzsche vari concetti e strumenti di approfondimento psicologico: la convinzione che, nel profondo, la vita è per tutti gli esseri viventi, animali compresi, essenzialmente un nodo di amore e dolore, bisogno di essere amati e capacità di soffrire. Sotto questo aspetto, il filosofo tedesco rielaborato da Saba, è completamente opposto a quello divulgato da D’Annunzio che enfatizza, male interpretando il pensiero del filosofo, il mito del superuomo, mentre Saba apprezza soprattutto la componente psicologica di Nietzsche che è “un immenso preludio alle scoperte di Freud”: per il poeta triestino la poesia richiede un preciso impegno morale e la chiarezza è parte di tale impegno.
Per questo egli fa proprio le parole del filosofo tedesco “Siamo profondi, ridiventiamo chiari”. Il tema predominante della produzione di Saba sia del Canzoniere che degli scritti in prosa è costituito dal conflitto tra eros e dolore: egli parte da un nucleo psicoanalitico densamente autobiografico ed evidenzia contemporaneamente una condizione non solo sua, ma del poeta moderno:  il senso di estraneità, e anzi di esclusione, nei confronti del mondo e degli altri uomini e la dolorosa scissione dell’io, lacerato da conflitti che rinviano a traumi personali, in termini freudiani riconducibili all’infanzia (l’abbandono del padre, il distacco dalla madre e la balia come sostituto materno diventata poi insostituibile nel profondo).
In questo Saba ha una sua specifica modernità, in quanto non tratta il dissidio esistenziale alla maniera dei simbolisti, proiettando tale dissidio nell’ignoto, nel mistero, nello smarrimento dell’io, ma si fa carico di prenderne coscienza, di assumerlo su di sé e di “raccontarlo”per mezzo della poesia. Il mondo affettivo del poeta è sospeso tra il dolore e la gioia, tra rigurgiti di malinconia ed esaltazione dell’eros. Si può rintracciare un’eco leopardiana se pensiamo alla lirica “ Amore e morte”, amore è la parola più cara a Saba, che considera i poeti “sacerdoti di Eros”.
Topos della poesia sabiana è infatti l’immagine del cuore ”in due scisso”, identificato
con i due concetti freudiani di Eros e Thanatos e in quello della perenne dialettica fra le opposte nature biologiche dell’uomo e della donna. La forza dell’eros bilancia quella dell’umano istinto aggressivo: “amore e aggressione” sono due forze correlate per il poeta ed operano una trasformazione di energia l’una nell’altra e viceversa. Il senso di isolamento ed estraneità, la vergogna di essere ”solo e diverso”, in quanto ebreo e in quanto “rifiutato” dal padre, provocano per reazione il bisogno di immersione nella “calda vita” ed un forte desiderio di identificazione con gli uomini, con il loro quotidiano. La tormentosa divaricazione tra partecipazione e assenza, tra attrazione e rifiuto, crea in Saba quel sentimento di solidarietà con il mondo, con gli altri inteso come profonda e totale vitalità. La poesia sabiana nasce da un atto di angosciosa solitudine, cui il poeta trova una compensazione nelle cose o negli spettacoli consueti ed umili della vita quotidiana.

A questo punto emerge l’importanza di Triste non solo come luogo di nascita e formazione culturale, almeno in parte, ma come centro della sua poesia. Tutto quello che la città offre è per il poeta occasione di scrittura: il porto, i vecchi caffè , i mercati, la strada, gli ambienti più modesti. Saba tende ad una fraterna identificazione con i luoghi più degradati ed i personaggi più umili.

Propongo ora alcuni testi, solo a livello esemplificativo di tematiche fondamentali affrontate dal poeta.

“La capra”: la lirica è fondata su un rapporto di somiglianza tra mondo umano e mondo animale  nel dolore, nella comune angoscia del vivere. Il belato della capra solitaria, sotto la pioggia espressione di una pena opprimente e greve , è sentito dal poeta come una voce fraterna, come il lamento della miseria e dell’infelicità che estende in modo leopardiano ad ogni essere.  L’anadiplosi organizza la struttura dell’intera poesia: le strofe sono infatti legate fra loro tramite la ripresa di un elemento semantico: belava (v.4)/ belato(v.5); dolore (v.6)/dolore (v.7); voce (v.8)/voce (v.9); una capra (v.10)/ una capra (v.11). Il significato è semplice : il dolore è eterno, ha un’unica voce come un belato ripetuto. La lirica si chiude con l’identificazione di male (v.12)e vita (v. 13), enfatizzata dal raddoppiamento del costrutto “ogni altro….ogni altra”. I due termini figurano correlati anche nella lirica di Montale  “ Spesso il male di vivere ho incontrato”, ma il male di Saba non ha la negatività assoluta di quello montaliano che, a tale male, risponde con “ la Divina Indifferenza”, per Saba si risolve in un senso di commossa condivisione del dolore altrui.
L’idea che Saba ha di sé è, per un lato quella di un uomo che non ha né gusti né desideri eccezionali; per un altro lato, egli scopre una ferita dolorosissima, una sofferenza celata nell’inconscio e determinata dai traumi dell’infanzia( dal testo che ora propongo in particolare il rapporto con la madre ), ma anche la soffusa sofferenza legata al peccato originale e alla “brama”, sostantivo che per il poeta è in termini letterari l’equivalente della libido freudiana. Propongo in tal senso una poesia rivelatrice, “Torrente”: il torrente lungo il quale il ragazzo era accompagnato dalla madre (che confrontando sentenziosamente la vita umana alla sorte dell’acqua corrente infondeva nel bambino austerità e tristezza) è qui rivissuto attraverso il ricordo. Fin dal primo verso il poeta introduce il mito che aveva trasformato in avventuroso il torrentello che, nella realtà, è  povero; e la similitudine col corso del pensiero è apertamente dichiarata. Il pathos è conferito alla lirica dall’antitesi di due presenze femminili, quella che si concentra nel nesso di aggettivi “nudi, pericolosa e gaia”, e cioè la lavandaia, un’immagine ( difficile è stabilire quale fosse l’intenzione cosciente del poeta)di libertà e di piacere, di “forte e bello”; e quella antitetica alla prima, del sacrificio, della disillusione e repressione rappresentata dalla madre, e dalla sera del sabato (eco leopardiana? Forse), ma qui si presenta non come inizio, bensì fine di un giorno festivo, il sabato ebraico.
Il centro psicologico della poesia è spostato verso la negatività, fin dai versi 4 “cose immonde” e 5 “ansia” e tale negatività si rivela anche nelle lente ripetizioni v18-20 ”cresceva, e  cresce.. sempre, sempre, sempre e ancora al v. 23 “sempre”. I luoghi lessicali e ritmici di una tradizione ”il margine fiorito”, “il cor d’ansia mi stringi”, avverso mare” ridotta a convenzione da libretto di opera lirica hanno il compito di distanziare la violenza del pathos. Questo tremito patetico in forma dimessa e prosaica accoglie anche l’ironia: ”uno strano/conforto”.
La figura della madre nell’autobiografia di Saba è piena di minacce: piange per la nascita del figlio, maledice il marito che le è sfuggito di mano; queste inquietudini materne vengono, per così dire, assorbite dal poeta, la madre come il Dottor Weiss ha suggerito è subito alle spalle del poeta: la raccolta Cuor morituro è sotto la costellazione, infatti non della madre, bensì della nutrice: il disegno di Saba, le sue intenzioni sono subito chiare alla luce del sonetto “Sonetto di paradiso”, un preludio che chiarisce meglio il significato dell’episodio in cui il poeta condensa sul registro onirico, due sonetti dell’adolescenza ( “La casa della mia nutrice”, “Da un colle”), della casa della nutrice recupera la capra, il prato, il colle, il tramonto, l’incendio dei vetri, poi trasferisce il tutto in una specie di serena mitologia sospesa nel miracolo di un’apparizione improvvisa. Nel sonetto “Sogno di paradiso” scritto nel 1945, però è evidente che il poeta voglia in qualche modo recuperare qualcosa, uno scritto della propria adolescenza. Saba descrive qui la casa della nutrice ed il tentativo di restaurare una figura femminile della sua infanzia contrapposta a quella della madre, una presenza benefica e serena quale era stata la balia con il piccolo Umberto: il vezzeggiativo “casetta”v1”ora benedetta”v5 V6 “ dolce capretta”V10 -11 “ dorato splendore della casetta”, emblematica è tutta la terzina  : “E tutto il dolce che c’è nella vita/ in quel sol punto, in quel sol fulgore/ s’era congiunto, in quell’ultimo addio”. Come pure significativo è il v16 “il volto è sì bello”.

Il Canzoniere è considerato da un autorevole critico di Saba Lavagetto come un romanzo in versi dove ogni nucleo psicologico importante viene ripreso a diverse età e con diverse modalità.

Seppure con fatica e reticenza la critica pone attenzione all’omosessualità del poeta solo facendo una lettura in questa direzione del romanzo Ernesto, trascurando le poesie presenti nel Canzoniere. In questi testi il desiderio omoerotico è sublimato; Saba ci appare come un osservatore, e nulla nel testo induce a pensare che con questi ragazzi abbia avuto anche lontanamente dei rapporti. Jattoni nell’opera “Gli umani amori . La tematica omoerotica nell’opera di Saba”  a pag 32 scrive:

le reticenze psicologico culturali esistono, e pertanto la confessione omosessuale viene relegata nelle allusioni ambigue di certi ritratti di giovinetti, le viene permesso di esistere poeticamente, ma solo attraverso vagheggiamenti prevalentemente classici in cui la bellezza dell’eromenos non era un problema né culturale, né antropologico.

Propongo ora alcune poesie in cui questo aspetto è presente:

"Glauco": Negli anni della fanciullezza , Saba ha sofferto molto per la mancanza del padre, ma ha sofferto molto scoprendosi un ragazzino pensoso, incapace di godere di giochi e svaghi e contempla un amico allegro e spensierato. Nella lettura di “Glauco” ritroviamo solo questa contrapposizione o versi di contemplazione sublimata della bellezza di un ragazzino? Richiamo l’attenzione del lettore sulla descrizione del v1 “fanciullo dalla chioma bionda” - il vestito può essere secondario - non lo sono i v.3-4 “dall’occhio sereno, con gioconda voce, mi disse, nel natio dialetto”... Interessanti sono i v.8-9 “ perché non vieni con me sulla sponda/ del mare, che in sue azzurre onde c’invita”. La descrizione del corpo giovanile, una accurata sublimata descrizione ritroviamo nel testo “Nel cortile” da Versi militari 1911:  V3-4 “Mi piaceva guardar sui fanciulleschi /volti il cupo turchino dei berretti”... V13-14 “Ed io sorrisi , chè ai piccoli snelli /corpi, agli atti parevano gemelli”.
Questa poesia tratta da Con i miei occhi del 1912 è più che esemplificativa dell’attenzione riservata da Saba al corpo maschile: “ Il Giovanetto” : V3-4 “ed il florido incarnato/ del viso e le tue gambe nude sferza”, v5 “ tu stai sul prato come un dio in esiglio/ sta sulla terra”, V 14 “ ti vede/svolgere..le tue snelle forme; (l’attenzione cade, a mio avviso, non su snelle gambe come forse dovrebbe essere, bensì sull’espressione forme che dichiara la bellezza colta e contemplata) ed ancora i v.17-18 “.. e quanto del tuo corpo è ignudo ( soggetto la sera tinta di rosa) /fugacemente intona il suo colore”. La conclusione non lascia dubbi : “ La sua bellezza ( quella della sera) con la tua si sposa;/e una malinconia quasi amorosa/ mi distilla nel cuore”.
Collocherei nella stessa prospettiva la poesia “Vecchio e Giovane”. Le interpretazioni possono essere molteplici: può essere che il giovane al di là di qualsiasi riferimento biografico (Federico Almansi, figlio di persone amiche che a Milano ospitavano il poeta negli anni 1954/56), o viceversa, mitico, possa essere il frutto di un angoscioso sdoppiamento: è di nuovo l’immagine di Saba bambino.
“Vecchio e Giovane“ potrebbe essere dunque l’ultimo congedo da un’opera che il poeta sente ormai distante da sé. Infine è possibile che la ragione per la quale Saba ritenne inopportuna la pubblicazione della lirica, in vita,consista in quella impietosa trasparenza dalla lettura di quei versi di una duplice ed ambigua visione del suo rapporto con quel ragazzo: mentore e amante nello stesso tempo.
Questa ambiguità può essere confermata da un evento: non molto tempo dopo la convivenza cui allude la lirica una malattia nervosa avrebbe colpito il giovane. Forse a quell’esito alludono i v. 9-10 ”occhi di cielo/aperti sopra un abisso”. Altrettanto significativo è il v.21 ”non dormiva più”: l’evocazione della propria vita che, narrata all’adolescente, si rivelava in una sua verità prima meno visibile e ora fissata invece con gli occhi aperti non consente più il sonno al vecchio. Il Sonno del giovane (bambino?) viene definito v20 “inquieto” perché? La malattia nervosa è preceduta da questa strana inquietudine.
E’ evidente la materia tragica di questo rapporto, che stabilisce una comunicazione ambigua psicologicamente fra due distanti età della vita, fra due amori e due inevitabili errori. Nel flusso della poesia Saba drammatizza, soprattutto nella stretta finale, ponendo il vecchio contro il giovane: v24-26 ” …Pensa: E’ solo;/ ha un compito difficile; ha la vita / non dietro, ma dinnanzi a sé. Tu affretta,/ se puoi tua morte. O non pensarci più.”

 

Bibliografia:

Le Forme della Lontananza di G. Beccaria.
Gli umani amori. La tematica omoerotica di Jattone.
La Gallina di Saba di M. Lavagetto.
La poesia dei poeti del novecento di Luperini.

 

Maria Barchiesi è nata a Cremona nel '53; si è laureata in Lettere Classiche e perfezionata in Storia della Filosofia Antica presso l'Università di Pavia, sempre con il prof. Mario Vegetti con il quale ha collaborato presso lo IUSS pavese. Da sempre ama viaggiare e la cultura in tutte le sue manifestazioni e saperi è la sua scelta di vita prioritaria. Nell'insegnamento presso le scuole superiori e lo IUSS ha vissuto il rapporto con i giovani di età diversa sempre con entusiasmo e desiderio di vederli culturalmente crescere. Il principio che la guida nelle ricerche è: kalos kai agathos, ciò che esprime bellezza è anche buono eticamente, fa bene all'anima e alla mente.

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