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Amleto, di William Shakespeare: la vendetta del dubbio

di Marzia Samini

Nella categoria: HOME | Analisi critica

 

Il mondo è fuor di squadra: che maledetta noia, esser nato per rimetterlo in sesto!

Opera conosciuta e studiata in tutto il mondo, l’Amleto cela ancora a noi suoi segreti più intimi, primo tra tutti la sua indiscutibile seppur mai ovvia contemporaneità. Verrebbe da chiedersi come sia possibile che un uomo lontano secoli da noi possa essere uno degli esponenti maggiori e migliori di ciò che siamo oggi, di quello che è oggi il nostro io e la nostra vita, ma il genio di Shakespeare è riuscito a creare un personaggio che è un faro letterario, che illumina e guida, ancora oggi, schegge di io impazzite che diventano inchiostro su pagina, che diventano creature, che diventano miti: Amleto è tutto questo e di più. Potremmo stupirci (quanto è raro al giorno d’oggi? Quante e quali cosa ancora sanno e possono stupirci?), davanti a quest’opera, di quanto poco ne sappiamo e di quanto pensavamo di sapere, perché l’Amleto proprio come un faro illumina tutto tranne se stesso e a noi riesce sempre più difficile guardare il buio.

Ciò che maggiormente ci affascina, ci repugna e s’imprime dell’opera shakespeariana è quello che siamo soliti chiamare, anche nel linguaggio quotidiano (a dimostrazione di quanto l’Amleto sia entrato a far  parte non solo del nostro dna letterario ma anche del nostro dna mitico), il ‘dubbio amletico’; tarlo ansimante e sogghigno notturno, il dubbio tormenta, trafigge, insinua. Impossibile vivere con inaudito vivere senza, il dubbio critica, spinge il pensiero là dove gli occhi non vedono e dove il cuore palpita, pericoloso nemico, necessario consigliere, crea nuove visioni ma, a questo punto, siamo costretti a chiederci: di cosa dubitava Amleto? E qui inizia tutta un’altra opera.

Perché dovrei temere? La mia vita per me non val più di uno spillo.

A uno sguardo attento ciò che il dubbio amletico vuole rivelarci è il nostro perenne funambolismo (inconscio) tra la consapevolezza di una realtà che ci circonda e la rinuncia e il rinnegamento di essa; ma c’è dell’altro. A ben vedere il fantasma del padre, che si presenta nel primo atto e chiede di essere vendicato, non è altro se non un fantasma intimo di Amleto che si manifesta alla sua coscienza: il fantasma del padre è il suo dubbio, il suo incubo, il destino; il destino della vendetta: uccidere lo zio per vendicare e rivendicare il trono, dato che la giustizia è dalla sua... e allora perché tentennare? Perché dubitare? E qui entra in gioco Shakespeare, il teatro e le sue regole, antiche, logore, stanche. Infatti l’autore attraverso il suo personaggio vuole mettere in discussione le regole della tragedia inglese del ‘600, priva di fantasia ma piena di spettri, che voleva e pretendeva la vendetta. Con l'Amleto Shakespeare intende ribellarsi alla coerente logica, al conosciuto, all’atteso per aprire lo spazio alla dimensione tutta umana, intima e vera e per questo imprevedibile e bellissima.

Seguendo il filo del funambolo il dubbio amletico incontra una metamorfosi, quel famoso ‘essere o non essere’ non è altro che un ‘agire o non agire’, vendicarsi o meno e - ancor più nel profondo - vivere o morire; perché il vendicarsi vorrebbe dire adattarsi alle regole previste dalla società e dunque vivere come individuo nella società, cioè essere riconosciuto. Al contrario, la non vendetta vorrebbe dire la morte, sociale e fisica, vorrebbe dire dissenso, solitudine, morte. Ma a questo punto il dubbio incontra la certezza e quindi la disillusione: tutto ciò che fino ad allora è esistito è solo una forma vuota, non c'è nessun contenuto, battito o senso, solo ingranaggi mai impazziti che puniscono lo sbaglio del secondo; tutto è fissato, specchio senza riflesso che punisce ogni crepa.

La disillusione di Amleto rispetto alla realtà - e perciò di quella dell’autore - devono necessariamente essere mascherate, e quale maschera migliore del linguaggio? Come un miniaturista esperto Shakespeare intarsia la follia di Amleto, dipinge discorsi di morte e logica con i colori del non senso; Ofelia s’ammazza debole davanti allo sgretolamento del sogno, la realtà si presenta in tutta la sua malvagità tramite i discorsi folli di Amleto che spaventano Ofelia, che si rifugia nel pensiero di non essere amata, che preferisce morire per amore piuttosto che di disillusione.

Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere.

La tragedia è ormai compiuta, la morte di Ofelia è l’azione che fa scattare il meccanismo, non Amleto ma lei, che dà il via alla classicità della vendetta, quella che Amleto rifuggiva ma che Laerte, rappresentazione del personaggio tragico per eccellenza, non ha paura di mettere in pratica.

Amleto viene ucciso, insieme a lui lo zio e la madre (vera traditrice mai svelata): tutto si è compiuto, ma viene da chiedersi se non fosse già morto prima, se il suo spirito non si fosse già piegato, soccombendo a una realtà che fiacca la speranza, paralizza l’azione, illudendoci di esser vivi quando in realtà siamo dei fantasmi, delle bozze di progetto mai realizzato. Il dubbio amletico permane così anche dopo di lui, dopo secoli: siamo o non siamo vivi?

 

Marzia Samini (21/05/1992) ha studiato presso il liceo umanistico Vittoria Colonna per poi prendere la facoltà di Lettere all'università Roma Tre. Si è laureata con una tesi su Musil e la sua opera I turbamenti del giovane Torless e qui continua il suo percorso universitario e letterario.

 

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