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Lupi, gattopardi, e bolscevichi: storia e folklore di un caso clinico

di Alessandro Balzaretti

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Una notte, nella villa di una famiglia aristocratica della Russia tardottocentesca, un bambino di quattro anni ha un incubo: fuori dalla finestra, sette lupi bianchi lo fissano dalla cima di un noce. La finestra si apre all’improvviso, e il bambino - preso dall’angoscia di essere divorato - urla e si sveglia.

Sergej Pankeev e sua moglie

Nacque così uno dei casi clinici più importanti e studiati della psicoanalisi, il terreno su cui si misurò la tecnica e la teoria di Sigmund Freud: nel 1910 l’uomo che sarebbe passato alla storia come l’Uomo dei lupi, Sergej Pankeev, ormai ventiquattrenne, inizia l’analisi da Freud a Vienna, dopo vari ricoveri in manicomio. La sorella Anna si era suicidata pochi anni prima, seguita dal padre; il giovane Sergej soffriva di depressione.

Il trattamento a cui lo sottopone Freud è la nuova talking cure, ossia la cura della parola: con il metodo delle libere associazioni l’attenzione del paziente è libera di fluttuare nel proprio mondo interiore, di lasciarsi attrarre dai centri di gravità del proprio mondo interno, da cui si sprigionano i sogni e i ricordi. L’analista, riconosciuti con il proprio fiuto gli elementi che il paziente nasconde, come un archeologo tenta di dissotterrarli, dopo aver abbattuto le resistenze che il malato ostenta quando si tratta di rivelare il segreto del proprio dolore. È a questo punto dell’analisi che emerge il sogno dei lupi: ora si tratta per Freud di interpretare l’immagine, di capire cosa significano i sette lupi del sogno. Ma questo ricordo ne trascina con sé molti altri, e Sergej ricorda la governante inglese, Miss Oven, che da piccolo lo sottoponeva a fastidiosi soprusi, a cui si aggiungeva la sorella, aizzata dalla malefica governante. Il piccolo Sergej, in questo conflitto familiare, appariva il più debole dei due, a tal punto che in casa Pankeev si diceva spesso che “avrebbe dovuto lui nascere femmina e lei maschio”. Così racconta Sergej a proposito della sorella:

pareva pure che si divertisse nel sentirla prendermi in giro. Tanto che cominciò anche lei a farmi arrabbiare per imitare la governante. Una volta, ad esempio, mi disse che aveva da mostrarmi la fotografia di una bellissima bambina. Io naturalmente ero ansioso di vederla, ma Anna la coprì con un foglio di carta e quando alla fine tolse il foglio, invece di una graziosa bambina vidi un lupo ritto sulle zampe posteriori, con le fauci spalancate pronto, sembrava, a inghiottire Cappuccetto Rosso.

Freud ne è sicuro, all’origine della nevrosi dell’uomo dei lupi c’è un episodio traumatico vissuto dal bambino: il lupo rappresenterebbe sia la ferinità di un episodio carnale alla cui vista il bambino sarebbe stato traumatizzato, sia il padre stesso. Si delinea così il nucleo dell’interpretazione, quel conflitto edipico su cui si sono costruite molte delle accuse rivolte alla psicoanalisi, e che al contempo ne ha restituito una versione caricaturale. La posta in gioco nella personalità di Sergej è dunque il polo passivo del suo carattere, messo in risalto dalla presenza, nella sua famiglia, di donne prevaricatrici e ingombranti.

Lasciando da parte ogni discussione sulla validità dell’interpretazione del sogno, possiamo notare quello che Gilles Deleuze chiama criticamente il “procedimento di riduzione”, con cui il freudismo riduce le “molteplicità molecolari dell’inconscio” all’unità della singola biografia personale, di singole figure isolate. L’inconscio è libera proliferazione del molteplice, ma Freud riduce la muta di lupi al lupo-padre: “In effetti chi ignora che i lupi si muovono in muta? Nessuno, tranne Freud. Ciò che qualunque bambino sa, Freud lo ignora.”

Un’altra critica che viene mossa all’interpretazione freudiana è quella, altrettanto tagliente, dello storico Carlo Ginzburg, che in un saggio del 1986 accusa il padre della psicoanalisi di aver trascurato il folklore slavo, di cui l’Uomo dei lupi era senza dubbio a conoscenza grazie alla sua prima bambinaia, una contadina amabile e devota. Secondo Ginzburg, il sogno di Sergej è un sogno di iniziazione: per il folklore russo coloro che nascono con la “camicia”, cioè ancora con il sacco amniotico, o che nascono nei giorni fra Natale e l’Epifania (Sergej era nato sia con la camicia che il giorno di Natale) sono in grado di diventare lupi mannari. Forse, l’angoscia di Sergej riguardava un passaggio, una trasformazione.

La storia personale di Sergej da un lato, l’influenza del folklore russo dell’altro, potrebbero entrambe spiegare il sogno dei lupi. Ma c’è chi si è spinto oltre: per la psicoanalista Ruth Brunswick, che ebbe in cura Sergej vent’anni dopo l’analisi di Freud, i lupi sono i bolscevichi. Il sogno risale però al 1890, soltanto nel 1914 i bolscevichi avrebbero devastato e confiscato le proprietà dei Pankeev, che erano ricchi possidenti. Così si capovolge la logica freudiana: il sogno che rimandava al passato potrebbe prefigurare il futuro; una storia personale rimanda alla storia di Russia.
Eppure Sergej racconta che i lupi del sogno sono bianchi, con le orecchie tese, simili più a cani o a volpi; l’atmosfera del sogno è cioè di attesa, di tensione. Forse la minaccia della rivoluzione, con la sua violenza, si prefigura appena all’orizzonte della famiglia Pankeev, filtrata dalle celate preoccupazioni del padre di Sergej. Che era d’altronde un leader del partito liberale.

 

Nel 2008 La Rivista italiana di psicoanalisi pubblica un articolo rimasto inedito della psicanalista di origini baltiche Alexandra Wolff-Stomersee, dal titolo “Il caso del licantropo”. Curiosamente, l’articolo non è firmato con il cognome originale, quel “Wolff” che in tedesco significa proprio “lupo”, ma con il cognome del marito: il principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Dal lupo al Gattopardo. La relazione che Wolff-Stomersee ebbe con l’autore del Gattopardo - i due si sposarono a Riga nel 1938 - fu caratterizzata da lunghi periodi di distanza, perché la psicanalista mal sopportava la presenza della suocera nella villa di Palermo. Il principe di Lampedusa si trasferì allora con la moglie in Lettonia, nel castello della famiglia Wolff-Stomersee. Pochi anni ancora e la ricca dimora subì la sorte di Villa Pankeev: i sovietici, invasa la Lettonia dopo il Patto Molotov-Ribbentrop, la confiscarono nel 1940.

I lupi ebbero un certo peso anche nell’attività clinica della psicanalista baltica, e il caso del licantropo testimonia la conoscenza che la Wolff aveva delle originarie teorie freudiane e di quelle più recenti. Il caso non è molto diverso da quello freudiano: un giovane uomo di ventisei anni, siciliano, colto, figlio di un piccolo proprietario terriero, presenta dei sintomi che “non quadravano con la sua indole mite e riflessiva”. Pochi mesi dopo il matrimonio, combinato dai parenti per ragioni di interesse, di notte si atteggia a lupo: “nella stanza a quattro zampe con la schiena in aria e gli occhi sbarrati; la bocca spalancata, insensibile alle parole”. Soltanto delle urla spaventose gli escono dalla bocca, per il resto nulla; il giorno successivo non ricorda niente dell’accaduto.

Attraverso l’analisi, il paziente ricorda, come Pankeev, una Urszene, la scena primaria che l’avrebbe traumatizzato. Da allora lo assillano il disgusto, il disagio e il terrore:

Nel paziente si era prodotta una identificazione tra la madre e la moglie. L’influenza di questa madre, bigotta e scostante, è stata molto forte. Il paziente ha delle idee puritane

Come per il freudiano Uomo dei lupi, un Super-Io crudele e censorio rimuove gli impulsi più profondi, costringendo il paziente ad atteggiamenti religiosi volti a ricreare una specie di inattaccabile purezza. La Wolff ricorda il ruolo dell’ambiente in cui è vissuto il suo licantropo, non molto diverso da quello dell’aristocratico Pankeev: “Un Super-Io condizionato non solo da una educazione rigida ma da tutto un ambiente gretto, da una religione male impartita e da idee chiuse da piccolo paese”. Il sintomo esprime allora teatralmente, drammaticamente, ciò che nella coscienza era stato represso.

Tomasi di Lampedusa con la moglie Alexandra Wolff-Stomersee

Per la Wolff la licantropia è una nevrosi mai riconosciuta e mai descritta, e che deve essere stata in passato molto più diffusa di quanto si potrebbe credere. Le leggende dei lupi mannari (di cui abbiamo parlato prima in riferimento al folklore slavo) ci fanno credere, forse erroneamente, che la licantropia “appartenga più alla letteratura che alla psichiatria, con un suo retaggio romantico di chiari di luna, boschi solitari, case isolate”. Come scrive Malde Vigneri nella prefazione all’articolo, il lettore è accompagnato dalla Wolff nelle terre gotiche della psiche, fra brughiere ombrose dove fluttuano antiche leggende baltiche. Per poi scoprire che quelle terre sono, per l’appunto, regioni della psiche, descrivibili topograficamente. E la Sicilia di metà Novecento è una di quelle terre, tanto che persino Pirandello, in una sua novella citata dalla Wolff, racconta di un uomo che si dimena contro la porta dove si trova la giovane moglie, appena sposata, e si dimena “come se avesse un cane in corpo [...] gli hanno detto dopo faccia pure il lupo fuori”.

Per concludere, fluttuando fra questo mondo di leggende e di sogni a metà strada fra l’inconscio e la coscienza, fra l’indicibile e il racconto, abbiamo rilevato l’esistenza di una topografia dell’anima, dove affiorano misteriosi legami in grado di unire luoghi e tempi diversi. La letteratura, e il racconto clinico come particolare genere letterario, è il luogo che dà forma a questi legami attraverso i simboli e le immagini. Forse è proprio nelle storie - che sono ripetibili, organizzate in moduli e strutture replicabili - che si verifica quella coazione a ripetere di cui parlava Freud, cioè la tendenza a riprodurre un sintomo a cui si è ormai legati, la tendenza a replicarlo in tempi e luoghi diversi. Così nell’inconscio tutto è simmetrico perché ogni cosa è il suo contrario, e le distinzioni si annullano... la Lettonia diventa la Sicilia, e la Russia la Lettonia... i lupi - sei, sette, uno soltanto? veri o finti? - sono il padre... due giovani con la stessa età hanno gli stessi sintomi, si sono appena sposati, uno è in cura, guarda caso, da una donna che si chiama Lupo, ed è la moglie del Gattopardo... e poi i bolscevichi che distruggono ville e castelli...

 

Alessandro Balzaretti vive fra Novara e Parma, dove studia Psicologia dell'intervento clinico e sociale. Fra una lezione e l'altra si dedica alla letteratura.

 

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