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Caravaggio e gli scrittori: rivoluzionari a confronto

Letteratura e... arti figurative

di Raffaella Di Meglio

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Un filo rosso unisce il genio maledetto di Caravaggio a due talenti dell'universo culturale e letterario, italiano ed europeo: Galileo, suo contemporaneo, e Manzoni. Tante, talvolta sorprendenti sono le corrispondenze tra di loro. Coraggiosi innovatori nei loro rispettivi campi, furono capaci di rivoluzionare linguaggi e ideologie, di sfidare privilegi, pregiudizi, censure, autoritarismi. Cultori del vero, del reale e della dimensione visiva, con le loro scelte innovative vollero raggiungere il maggior numero possibile di persone e si dedicarono con passione e rigore a una missione difficile e rischiosa nelle loro rispettive epoche: quella di illuminare le menti, svegliare le coscienze, scuoterle dalla pigrizia o dall'ignoranza, regalare alla gente la conoscenza e la bellezza, e, per dirla con Manzoni, "rendere in questo modo le cose un po' più come dovrebbono essere".

Proviamo dunque a dipananare questo filo rosso e a immergerci in una vicenda appassionante in cui si intrecciano scienza, pittura, letteratura, fede.

 

PARTE I: Caravaggio e Galilei, "due increduli"

PARTE II: Caravaggio e Manzoni, due coraggiosi realisti

 

Caravaggio e Galilei, "due increduli"

Galileo Galilei (Pisa 1564 - Arcetri 1642) e Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano 1571-Porto Ercole 1610) brillano come due astri luminosi in un secolo buio e travagliato della storia del nostro paese e del vecchio continente. Rivoluzionarono la mentalità e il metodo nei loro rispettivi ambiti: la scienza e la pittura. Non si incontrarono mai, ma rivelano una convergenza metodologica e ideologica sorprendente, suggerita dallo storico dell'arte Ferdinando Bologna nel suo L'incredulità di Caravaggio (Bollati Boringhieri, 1992).

Tante e significative sono le consonanze tra i due geni: il primato della "verità" e della "natura", l'osservazione diretta della realtà e la visione dal vero; la prospettiva democratica e anti-elitaria; il rifiuto della retorica; il desiderio di rimanere nella Chiesa e di aiutarla a trovare la strada giusta criticando dall'interno la Controriforma e promuovendo un'interpretazione storicistica delle Sacre Scritture; la contestazione del principio di autorità, dell'ipse dixit; la rivendicazione di autonomia e libertà.
Entrambi avvertirono la necessità di rinnovare la cultura, di "rifare i cervelli" per dirla con le parole di Galilei, ma le loro posizioni, talmente moderne da apparire ribelli e destabilizzanti, entrarono in conflitto con l'intransigenza e la rigidità di abitudini mentali, di pregiudizi consolidati da secoli. E costarono care a entrambi, suscitando una sequela di polemiche, rifiuti, contestazioni, fino agli esiti burrascosi del processo e dell'abiura per Galilei, dei problemi giudiziari, della fuga e della morte precoce per il pittore 'maledetto'.
Entrambi trovarono nel cardinale Francesco Maria Del Monte un generoso sostenitore e protettore che costituì probabilmente il punto di contatto tra i due talenti.

Galilei: "gli occhi della fronte e della mente"

Tutti, anche i non addetti ai lavori, associano allo scienziato pisano il metodo sperimentale, il cannocchiale, le scoperte astronomiche (i satelliti di Giove, le macchie e la superficie della Luna, le fasi di Venere). Sono le conquiste o scoperte galileiane più sensazionali, quelle che ci rimangono più impresse proprio per la loro carica innovativa e per le nuove incredibili prospettive che regalarono alla ricerca scientifica, all'ingegno, alla curiosità e all'ambizione della mente umana.
Ma cos'è esattamente il metodo sperimentale? Per usare le parole di Galileo stesso, per altro anche brillante scrittore ed efficace divulgatore, si basa sulle "sensate esperienze e certe dimostrazioni" e nasce dalla curiosità della mente umana, dalla capacità di meravigliarsi di fronte alla stupefacente bellezza del "libro della natura": "Io non potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il senso e l'esperienza non lo ci mostrasse" (dalla Favola del suono nel Saggiatore, 1623).

Disegni della Luna, 1609
Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale

Uno stupore e un entusiasmo quasi fanciulleschi si percepiscono nel Sidereus Nuncius,l'unica opera redatta in latino, scritta nel 1610 per annunciare alla comunità scientifica le straordinarie scoperte rese possibili dal nuovo strumento, il telescopio, "così eccellente, che gli oggetti visti per il suo mezzo appaiono ingranditi quasi mille volte e trenta volte più vicini che visti a occhio nudo":

Bellissima cosa e mirabilmente piacevole vedere il corpo della Luna, lontano da noi quasi sessanta raggi terrestri, così da vicino come distasse appena due raggi terrestri [...]. Con la certezza della sensata esperienza chiunque può comprendere che la Luna non è ricoperta da una superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e, proprio come la faccia della Terra, piena di grandi sporgenze, profonde cavità e anfratti.

Nel saggio compare la prima descrizione dal vero del nostro satellite, ma Galileo nell'autunno del 1609 aveva realizzato anche la prima raffigurazione realistica della Luna della storia, con cui lo scienziato inaugurò la "cinematica fisica" e la "selenografia": sei disegni ad acquerello che raffigurano, dal vero e in diretta, le fasi lunari con un gioco di luci e ombre che sarebbe piaciuto a un maestro del chiaroscuro qual era Caravaggio, morto proprio nel 1610 a soli 39 anni.
Come non ricordare l'influenza e la fascinazione che la "nuova" Luna galileiana, diventata grazie a lui così vicina a noi, così umana, ha esercitato nell'immaginario non solo di scienziati ma anche di artisti, scrittori e poeti, uno per tutti Leopardi?
Questo è merito anche dello stile originale e innovativo introdotto da Galileo - appassionato lettore (nonché critico letterario) di poeti antichi e in primis dell'Orlando furioso di Ariosto che conosceva a memoria - per rendere la sua lingua vicina all'uso e accessibile a un pubblico ampio, stile destinato a diventare un modello ammirato da autori contemporanei come Calvino. Riferendosi al celebre Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, scritto in volgare venti anni dopo il trattato latino, Calvino affermò: "Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di precisione ed evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiosa. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, grande poeta lunare".

Galilei è "avanti", come scienziato, come scrittore, come intellettuale, troppo avanti. Non a caso è universalmente riconosciuto come uno dei principali precursori dell'Illuminismo. Ma il suo secolo non è pronto ad accettare le conseguenze di tesi o scoperte che, confermando la teoria copernicana, si pongono in evidente contrasto con le Sacre Scritture, in cui si legge che Giosuè fermò il Sole. Non solo non le accetta, ma le teme.
Eppure Galilei, da "cristiano zelante e cattolico" (parole sue), spera e confida nell'appoggio della Chiesa. Pur rispettando e non mettendo in dubbio l'autorità delle Sacre Scritture, crede fermamente nel principio laico e modernissimo ("l'arte e la scienza sono libere", art.33 della Costituzione italiana) della distinzione netta tra scienza e religione e dell'autonomia della scienza:

Stante, dunque, che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma necessariamente bisognosa d'esposizioni diverse dall'apparente significato delle parole, mi par che nelle dispute naturali ella doverebbe esser riserbata nell'ultimo luogo [...]; pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch'avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com'ogni effetto di natura. [...] Stante questo, ed essendo di più manifesto che due verità non posson mai contrariarsi, è ofizio de' saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesser resi certi e sicuri. (Lettera al frate Benedetto Castelli, 1613).

Le verità scientifiche possono servire a interpretare correttamente le Sacre Scritture, ma non può avvenire il contrario. Per queste pericolose idee e per il sostegno alla teoria copernicana, nel 1615 lo scienziato viene denunciato dai Domenicani al Sant'Uffizio. L'anno successivo il cardinale Bellarmino gli ordina di abbandonare quella "falsa opinione" già condannata come incompatibile con la fede cristiana, e "di non insegnarla o difenderla a voce o per iscritto".

Eppure Galileo non si arrende, non rinuncia a provare a "rifare i cervelli", a rieducare i suoi lettori, e non perde la speranza di portare dalla sua parte le autorità eccelsiastiche, evitando un conflitto tra scienza e fede, speranza alimentata dall'elezione nel 1623 di papa Urbano VIII, suo estimatore. È proprio Urbano VIII, infatti, ad autorizzare la pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, terminato nel 1630 e pubblicato nel 1632 a Firenze.
Convinto che la scienza sia un fatto di pubblico interesse e che occorra diffonderla con chiarezza e immediatezza, Galilei adotta la lingua volgare e affida alla vivacità, alla libertà espressiva del dialogo, la difesa del metodo sperimentale, di chi sa usare "gli occhi della fronte e della mente", e la condanna del dogmatismo, del principio di autorità, di cui egli stesso sarebbe stato vittima di lì a poco.
È il fiorentino Salviati, personaggio realmente esistito, difensore della teoria copernicana e portavoce dell'autore, a incalzare il suo interlocutore, Simplicio, un commentatore di Aristotele:

Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e' non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle piú sensate dottrine, discacciando da sé quei cosí poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s'inducono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fussero anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l'autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è piú facile il coprirsi sotto lo scudo d'un altro che 'l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d'allontanarsi un sol passo, e piú tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura. [...] Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta. (Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, giornata seconda).

In tempi di fake news, di bufale e terrapiattisti, una lezione di cui far tesoro.
Ma la Chiesa non tarda a reagire: tempo un anno e l'inquisitore di Firenze confisca le copie del dialogo esistenti e dà avvio al procedimento contro Galilei. Vecchio e malato, lo scienziato è costretto a comparire nel febbraio del 1633 davanti al tribunale del Sant'Uffizio. Il 22 giugno pronuncia pubblicamente l'abiura della sue tesi ed è condannato agli arresti domiciliari a vita, condanna che sarà cancellata dal Vaticano solo 359 anni dopo, nel 1992, su iniziativa di papa Giovanni Paolo II.

Caravaggio, galileiano ante litteram

Ecce Homo, 1605, olio su tela, Genova, Galleria di Palazzo Rosso

Un aneddoto racconta che il personaggio rivolto allo spettatore (Pilato?) nell'Ecce Homo di Caravaggio, realizzato nel 1605 su commissione del cardinale Massimo Massimi, somiglierebbe a Galilei.
Un omaggio allo scienziato pisano? Probabilmente no, ma non sorprenderebbe, sia per la stima e l'ammirazione dimostrate dallo scienziato per la pittura sia per la consonanza e la sintonia intellettuale tra i due.
Secondo Ferdinando Bologna c'è un dipinto di Caravaggio che è una delle opere più rappresentative di questa convergenza, nonché dell'opera stessa di Caravaggio. È L'incredulità di san Tommaso. La tela è un vero e proprio manifesto che anticipa il criterio sperimentale della scienza moderna galileiana.

Incredulità di San Tommaso, 1600-1601, olio su tela, Bildergalerie, Potsdam (Germania)

Narra il Vangelo di Giovanni che Tommaso, avendo udito gli apostoli dire d'aver visto il Cristo risorto, oppose loro: "Se non metto il mio dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò".

In quest'opera, di estrema essenzialità, Caravaggio dà prova della sua originalità e provocatoria libertà nel rappresentare soggetti sacri: l'artista raffigura un Cristo più umano che divino, privo dell'aureola. Gli sguardi dei quattro personaggi e la luce da sinistra convergono sulla ferita del costato di Cristo, esaminata dalla curiosa mano di Tommaso che penetra fin nei tessuti, accompagnata e guidata da quella di Gesù.

L'atto che sta compiendo l'uomo della strada in cui è incarnato l'apostolo, di conficcare il dito nella ferita del costato di Cristo, e quasi di cercarvi dentro, non solo costituisce il fuoco dell'opera, ma spinge la lettera dell'unica narrazione evangelica disponibile a una così eccezionale e tremenda fisicità, da rappresentare al massimo dell'evidenza la volontà di verifica – di accertamento per prova -, di accesso alla convinzione unicamente per esperienza, da cui tutta l'opera del Caravaggio prende il suo vero carattere. [...] Senza attenersi agli intenti edificanti dell'iconografia sacra tradizionale, e assumendo polemicamente alla lettera la narrazione evangelica, Caravaggio concentrò la rappresentazione dell'evento nell'atto materiale con cui il dito di san Tommaso entra nella ferita del Cristo, per accertarne la realtà al di là di ogni dubbio. [...]
Restituire il mitologico e il sacro alla condizione di "cosa naturale", era il compito che il Caravaggio assegnava all'artista che non volesse accontentarsi delle conformità esteriori. E individuava lo strumento più qualificante e più idoneo a raggiungere tutto ciò nell'"imitar bene le cose naturali", in un'imitazione cioè che fosse l'osservazione sistematica e la rappresentazione diretta della "cosa sempre tenuta davanti". [...] Perciò quello che è stato definito il "naturalismo" dell'opera caravaggesca andrà inteso come l'anticipazione pittorica dell'istanza centrale a cui si improntò la rivoluzione scientifica guidata da Galileo: superare il principio di autorità mediante la verifica e la "sensata esperienza" delle cose osservate sistematicamente.
Quando dipinse san Matteo come gabelliere; oppure quando nella Morte della Madonna omise ogni accenno al passaggio diretto della madre del Cristo al cielo, e decise di concentrare la rappresentazione sul compianto di un cadavere in cui la Madonna appare sotto le spoglie di una donna comune; oppure quando "questo mentecatto pittore fe' disseppellire un cadavero già puzzolente d'alcuni giorni" per cavarne La resurrezione di Lazzaro, Caravaggio non fece che assumere una posizione già galileiana. Da pittore egli volle appunto far comprendere "in qual parte pieghi la verità e con quella concordare i sensi delle Scritture Sante"; e nella preoccupazione di cercare quella concordia, mostrò di voler rimanere anch'egli nella Chiesa, e anch'egli di aiutarla ad assumere una posizione "giusta e ottima". (Ferdinando Bologna, in L'incredulità del Caravaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1992)

Insomma Caravaggio introduce nell'arte un atteggiamento nuovo, scientifico, incentrato sull'osservazione diretta delle cose e della natura, quindi sull'occhio, sulla vista come senso per eccellenza, strumento privilegiato di una rigorosa investigazione della realtà. Un pittore "valenthuomo", come dichiarato da Caravaggio in persona in occasione del processo per la querela per diffamazione sporta contro di lui dal pittore Giovanni Baglione nel 1603, deve saper "depingere bene e imitar bene le cose naturali".

Il ricorso a specchi e a empiriche camere ottiche conferma l'attitudine dell'artista all'esperimento e alla verifica. Il biografo Mancini nel 1620 descrive l'atelier di Caravaggio proprio come una sorta di camera oscura: "Un lume unito che venga dall'alto senza riflessi, come sarebbe in una stanza con le pareti colorite di nero che così avendo i chiari e l'ombre molto chiare e molto scure, vengano a dar rilievo alla pittura, con modo né fatto né pensato da altro secolo o pittori più antichi."

Come per Galileo, il metodo naturalistico e realistico nulla toglie all'intensità emozionale e all'efficacia espressiva delle opere di Caravaggio, anzi le potenzia e le amplifica. Le reazioni scandalizzate dei critici allineati e dell'ortodossia ecclesiastica, i rifiuti e le rimozioni di molte opere del pittore, giudicate indecorose, sono una conferma dell'impatto sconvolgente delle sue scelte iconografiche e del suo stile personalissimo. Lo stesso uso innovativo e spregiudicato della luce, rivelatrice del vero, di dettagli, realistici ma allo stesso tempo drammatici ed emozionali, rappresenta la cifra stilistica più riconoscibile dell'artista e rende le sue opere ancora più magnetiche e carismatiche. Come nota Stefano Zuffi, chi guarda un'opera di Caravaggio "non è più solo uno spettatore esterno davanti a un'immagine dipinta, ma deve sentirsi testimone oculare di una vicenda reale che si svolge lì, sotto i suoi occhi, in quel preciso momento".

Esemplare è lo scandalo suscitato dalla Morte della Vergine, operadipinta per la chiesa di Santa Maria della Scala, giudicata "priva di devozione" e respinta dai padri carmelitani. Il clero non comprese il messaggio sconvolgente insito nel realismo poco ortodosso di una Madonna troppo umana, che aveva le sembianze di una giovane donna annegata, con i piedi e le caviglie  scoperte e ingrossate e il ventre gonfio.
L'opera non ha perso un briciolo della sua forza dirompente. Vale la pena andare al Louvre solo per vederla dal vivo. L'impatto emotivo è assicurato.

  https://www.exibart.com/opera/opera-caravaggio-morte-della-vergine/ (link esterno all'analisi di Elena Londero pubblicata sul sito "Exibart" il 31 marzo 2003)

 

Particolari de La vocazione di San Matteo, 1599-1600, olio su tela, Roma, San Luigi dei Francesi
Morte della Vergine, 1605-1606, olio su tela, Parigi, Museo del Louvre

Dettaglio della Resurrezione di Lazzaro, 1609, olio su tela, Messina, Museo regionale

Come lo scienziato pisano evita i tecnicismi, la rigidità trattatistica, la freddezza o la pomposità accademica, così il pittore lombardo rifugge dalle iconografie agiografiche imposte dall'ortodossia cattolica. Per entrambi si tratta di creare un nuovo linguaggio, più umano, più reale, più naturale, diretto e semplice, di avvicinare le loro opere alla gente, renderle alla portata di tutti; per entrambi si tratta di rifiutare posizioni elitarie e aristocratiche, finzioni, artificiosità, tradizioni astratte, retoriche e moraliste; per entrambi vale la sfida di difendere la propria libertà e la proprio "peccato di novità"; per entrambi si pone il dilemma di fare resistenza e di esprimere il proprio dissenso verso le rigide posizioni imposte dalle autorità tridentine, rimanendo però all'interno del cattolicesimo; per entrambi vale il superamento di una devozione astratta, astorica o acritica e l'intento di leggere o tradurre anche il sacro in termini di esperienza sensibile, di adeguarlo al reale.
Ecco perché i santi e le figure sacre nelle tele di Caravaggio sembrano persone comuni, umili, così come lo erano state nella realtà storica, prive di qualsiasi connotato sacro, di qualsiasi eccezionalità, ma proprio per questo più vere e coinvolgenti.

 

>> LEGGI LA SECONDA PARTE DELL'ARTICOLO: CARAVAGGIO E MANZONI

 

Raffaella Di Meglio (classe 1971) si è laureata in Lettere moderne e insegna materie letterarie in un liceo. Ama camminare e fare trekking, ama il contatto con la natura, viaggiare, leggere.

 

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