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Il libro di Johnny e la nuova Eneide

di Marzia Samini

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Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita.

Già da questa prima citazione possiamo renderci facilmente conto che qualcosa, all’interno dei canoni della letteratura partigiana, è cambiato. Infatti Fenoglio (ancora una volta) ci sbalordisce ancora con una nuova tecnica letteraria (come in fondo già aveva fatto, questa volta però portando una novità a livello di trama, con Una questione privata), mischiando, all’interno del testo, italiano e inglese, volontariamente non tradotto. Una scelta forte, delicata e come sempre, quando si parla di Fenoglio, del tutto personale; infatti l’inglese e di conseguenza la letteratura inglese, sono materie che hanno sempre attratto e stimolato lo scrittore, esempio lampante è il nome del protagonista del romanzo Una questione privata, Milton, che appunto prende il nome dal celebre autore inglese padre di una delle opere che più hanno influenzato il romanticismo: Paradiso perduto.

Questa commistione di lingue è assolutamente una novità letteraria, sicuramente mai sperimentata prima (basti pensare che le commistioni linguistiche verranno riprese due decenni dopo dal gruppo letterario sperimentale Gruppo ’63, tra cui Gadda) ma ciò non porti a pensare che Il libro di Johnny non possa considerarsi un classico della letteratura anzi, tutto il contrario. Infatti se da una parte Fenoglio veniva attratto da questa lingua nuova che apriva nuovi orizzonti, dall’altra il suo cuore e la sua mente erano romanticamente imbevuti di letteratura classica. Come un filtro d’amore che non lascia scampo la letteratura classica imprime nei pensieri di Fenoglio una nostalgia insaziabile (come quella d’Ulisse), Aragne tessitrice di ricordi imbavaglia ogni istante e lo tiene prigioniero ma anche salvo, dallo scorrere del tempo, perché per lo scrittore la letteratura classica non è solo pensiero e cultura ma è anche speranza, memoria e soprattutto ritorno.

Sintomo e rivelazione di queste pieghe del cuore è l’episodio del treno nel quale Johnny ripete i versi di Omero pensando che, appena finita la guerra, dovrà tornare a rileggerli, a riprova del fatto che ciò che lo spaventa di più non è la guerra che lo aspetta, non troppo lontano, ma la paura di dimenticare i versi di Omero, ovvero dimenticare chi si è stati prima di tutto questo. Ancora una volta la letteratura si propone come memoria, potere culturale, salvifico e come base da cui ripartire, sempre... un potere che oggi ci scordiamo troppo facilmente.

Ma abbiamo paura, viviamo sempre tremando e per questo la vita ci disgusta,  ma l’amiamo anche ed è tremendo andare a letto ogni sera senza la certezza di svegliarsi al mattino.

Ma facciamo un passo indietro. A questo punto sarà bene spiegare come mai io parli dell’opera Il libro di Johnny piuttosto che, quella più famosa, Il partigiano Johnny: sono due libri diversi? No, sono due versioni della stessa opera che però presentano un finale diverso, in una il protagonista muore, nell’altra rimane in vita.

Bisogna ammettere che la gestazione di quest’opera è stata affatto facile (tanto che ancora oggi i critici discutono su quale sia la versione definitiva) infatti è corretto dire che la prima bozza di questo libro in realtà è stata pubblicata nel 1958 con il nome Primavera di bellezza, versione ridotta (dal principio del 1943 fino all’8 settembre dello stesso anno) per motivi editoriali. In questa prima versione, Johnny una volta entrato nella resistenza muore al suo primo scontro di fuoco, ma nel 1963, dopo la morte di Fenoglio, viene ripresa da Enaudi e Lorenzo Mondo la continuazione della storia di Johnny, cioè tutta la parte che era stata tagliata in Primavera di bellezza. Ad oggi la versione che sembra accogliere nel modo più coerente le diverse stesure è quella de Il libro di Johnny, che ripropone nella prima parte Primavera di bellezza mentre nella seconda parte viene saldata la redazione più antica dell’opera (cioè la prima stesura).

Detto ciò è d’obbligo spendere alcune righe per parlare della struttura del testo, una struttura che ci rimanda a una grande opera della classicità, un’opera che ancora oggi caratterizza la forma dell’epica occidentale: l’Eneide.
Le esperienze del protagonista, i suoi vissuti, le emozioni e i pensieri vengono filtrate attraverso lo stile epico (stile che non si vedeva da tempo in Italia) che rende i ritmi bassi, permettendo la ripetizione di episodi, soprattutto gestuali, dando il giusto peso (o prezzo come si fa con le parole) ad ogni scena. Ciò che riprende dall’Eneide è la struttura dell’opera che risulta essere divisa in due parti: prima il viaggio e poi la lotta, così Johnny si ritrova ad essere un eroe epico, un moderno Enea e come Enea deve abbandonare la sua Troia, cioè Alba; ancora altri elementi ci riconducono, come briciole di pane sul sentiero, all’Eneide come, ad esempio, l’incontro con i vecchi professori, Chiodi e Colito, che ci rimandano alla scena della scesa degli inferi con annesso oracolo, infatti dopo questo incontro Johnny potrà finalmente ripartire e combattere la guerra. Ed è nella figura dell’eroe epico, di Enea come di Ulisse che si rispecchia come Narciso nello specchio dell’acqua, il partigiano Johnny e il partigiano Fenoglio, che scelgono (ancora una volta quanto pesano le nostre parole !) di unirsi ai ribelli ma, sfida ancora più difficile perché più significativa, Johnny e con lui tutti i partigiani, eroi epici, vengono chiamati continuamente a confermare la loro scelta, a realizzare il loro compito di civilizzatori, tentati ad ogni passo dalla paura, dalla voglia di tornare a casa, dal freddo, dal sangue, dalla fame, tentati di essere un uomo qualunque, mentre invece scelgono la responsabilità di essere eroi, scelgono la lotta, il dolore e per questo sono belli e giovani, come la primavera.

Così attraverso l’immenso Virgilio, i viaggi di Ulisse e l’ira d’Achille, Fenoglio omaggia i veri eroi della guerra, ragazzi per lo più, che hanno capito che non avrebbe avuto senso vivere senza combattere, e hanno perciò scelto il dolore, il freddo, il sangue e la fame e lo hanno fatto per noi, per loro, per un’idea: che tutti abbiamo il diritto di essere liberi, giovani e belli... almeno una volta nella vita.

 

Marzia Samini (21/05/1992) ha studiato presso il liceo umanistico Vittoria Colonna per poi prendere la facoltà di Lettere all'università Roma Tre. Si è laureata con una tesi su Musil e la sua opera I turbamenti del giovane Torless e qui continua il suo percorso universitario e letterario.

 

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